Appendice I - Racconti e Tradizioni Orali

Le famiglie Spera e Luce - Descrizioni topografiche - Vita della Santa Martire Anatolia - Distruzione di Tora, invasione degli zingari e formazione del paese - L'invasione dei serpenti e la fuga dalle Case Vecchie - Fuga da Cartore alle Case Vecchie e spostamento sulla collina - Gli Zingari - I serpenti e gli Zingari alle Case Vecchie - La zona Scannacavagli - Pitti a Catasto - Zacchè il falsario - Il terremoto del 1915 - La rivolta del luglio 1944 - Giuseppe Luce, il brigante dal cuore tenero - Mario Celio e Gina Lanciotti - Erminio Tupone e i rifugiati stranieri - I racconti di Angelino della fonte - Come si potrebbero fare i soldi - Ta', i tè i ferri j'ursu? (Papà ce l'ha i ferri l'orso?) - Per una mangiata, il cane di Placidi ha fatto la corsa fino a S. Anatolia - Le famiglie Spera e Luce e il terremoto del 1915 - Soprannomi a Santa Anatolia - I Federici e il carabiniere che uccise una donna per errore - Come nacque l'amministrazione dei beni separati - Quissi degliu mulone - Baldassarre, Campanella e Alessandro Panei

Le famiglie Spera e Luce

Dai racconti dei familiari – R.T. 1980-1986

Gli Spera - I Bravi delle Ville - L'altare di San Giovanni - Spera Pietro fu Filippo fu Francescangelo fu Bonifacio - D'Ascenzo Maria e Piccinelli Pietrantonio - Preludio all'incontro - I Luce - Notizie Settecentesche - Dalla metà del '700 ai primi del '900 - Gli Spera e i Luce - Terremoto del 1915 e Prima guerra mondiale - Il Barone Masciarelli - Il Capitano e suo figlio Pietro - La cambiale avallatata - Fra il 1920 e il 1934 - Spera Domenico e la seconda guerra mondiale - I rifugiati stranieri e l'arrivo dei Tedeschi - La fine della Guerra

Descrizioni topografiche

Dai racconti di Luisa Luce (mia nonna) 18-19/11/1981 - Caterina Lanciotti (mia zia) 24/03/1986 - Adolfo Luce (paesano) Agosto 1986 e Settembre 1987 - Mario Tupone (mio cugino) 23/02/1986 e Agosto 1986 e 01/11/1995 - Angela Spera e Vincenzo Rubeis (miei zii) 19/03 e 27/04/1986 - Eusepio Di Carlo (paesano a Cartore) 04/04/1988 - Giuseppe Tupone (18-27/11/1981) e Maria Spera (1981/1986) (miei genitori) - Bonifacio Federici (10/07/2013) - ed altri

Sant'Anatolia - La chiesa della Madonna Addolorata e il cimitero - La chiesa di Santa Maria del Colle - Il Santuario di S. Anatolia - La casa dei Placidi vicina al Santuario - Le Case Vecchie - Fontana del paese di sotto - La pietra scritta - La Via del Trainello e l'Ara della Turchetta - La Via Equicola - La Via dei Marsi e l'ara Placidi - Via del Terrone, Palazzo Placidi e Castrum S.Anatolia - La chiesa di S.Nicola di Bari - Le famiglie a S.Anatolia - Valle Cantu Riu e le tre grandi Aie - Monte del Dente, Macerine e Pinchi - Zona Calecara - Cartore e suoi abitanti - Vita popolare a Cartore - Strade e tratturi - La duchessa - Colle Pizzuto - Grotta de' Gessi, di S.Anatolia, del Palazzo e Fontanelle - La Città di Tora e ritrovamenti archeologici - Zona Dentre Tore - Zona Castiglione - Il Santo Sepolcro - Grotte di S. Costanzo e S. Leonardo - Chiesa di S. Lorenzo a Cartore - Chiesa di San Nicola a Cartore - La denominazione delle terre di Cartore

Vita della Santa Martire Anatolia

Da un racconto di Vincenzo Rubeis, nato il 23/11/1909, figlio di Pasquale e Lucrezia Peduzzi – R.T. 19/03/1986

Sant'Anatolia era figlia di un ricco di Subiaco che la voleva far sposare con alcuni conti o principi. Sant'Anatolia invece aveva giurato di rimanere casta e pura e soprattutto Vergine per Cristo, e così decise di darsi alla vita Cristiana; il padre allora la mise dentro una casettina con moltissimi serpenti per vendicarsi ed ucciderla; ma ella, quando dopo tante ore fu tirata fuori da questa casa, aveva tutte queste bestie attorcigliate intorno al corpo, e per miracolo nessuna l'aveva morsicata.

A questo punto S. Anatolia scappò dal padre cioè da Subiaco ma quest'ultimo non si accontentò della prima prova e gli mandò due piccoli eserciti di uomini per riprenderla o ucciderla. Quando questi eserciti l'ebbero accerchiata, S.Anatolia fece un altro miracolo e cioè, disse alle nuvole di scendere sopra di lei e dell'esercito di modo che nessuno la poteva vedere; A quel punto da una parte e dall'altra i due eserciti fecero fuoco e si uccisero a vicenda. S. Anatolia andò allora a Tora.

Lì incontrò due cacciatori di Rosciolo che le chiesero chi era e cosa stava facendo lì in quella valle. Allora S.Anatolia rispose loro: Sulla terra in cui spirerò, molte grazie io farò". Ella non disse più nulla ma, rotta dalle lunghe fatiche e tormenti, morì. La Santa spirò proprio in mezzo a degli spini, onde fu difficile per i due di Rosciolo riprenderne il corpo. Comunque con molta fatica presero il suo corpo e lo riportarono dal padre a Subiaco. Ma, queste sono le ultime parole di mio zio: a S. Anatolia in Tora, dov'è morta, essa fa molte grazie, mentre a Subiaco ella non farà mai nessuna grazia.

Distruzione di Tora, invasione degli zingari e formazione del paese

Da un racconto di Giovanni Sgrilletti, nato l'08/06/1910, figlio di Francesco e Maria De Santis – R.T. 01/09/1980

"La distruzione di Tora avvenne circa 700 anni fa' ed in questo modo: c'erano due imperatori in lite, uno di nome Corradini ed un altro di nome Carlo d'Escia. Con le loro battaglie avvenne la distruzione di Tora. I cittadini di Tora fuggirono nei paesi vicini e pochi rimasero fra i resti della città. Dopo alcuni anni, sui resti di Tora si era formata una folta vegetazione, giunsero nei pressi di Tora alcune carovane di zingari che, vistosi scacciate da tutti gli altri paesi e trovata l'acqua fra i resti della città, vi si accamparono.

Qui dovettero litigare con la gente del luogo ma infine si stabilirono pacificamente e costruirono delle case nel posto ora chiamato "Case Vecchie". Così iniziò a sorgere il paese. Le rovine dell'antica città di Tora si possono guardare alle quattro strade vicine alla "Calegara", a Colle Pizzuto, a Cartore, alle Case Vecchie ed in alcuni terreni di Placidi in Cantu Riu."

L'invasione dei serpenti e la fuga dalle Case Vecchie

Da un racconto di Giuseppe Tupone, nato l'11/06/1906, figlio di Guglielmo e Filomena Di Gaetano – R.T. 27/11/1981

"Raccontano i vecchi, che anticamente il luogo "Case Vecchie" era abitato; anzi la maggior parte del paese si trovava in quei pressi. Però il luogo era frequentato da qualche famiglia di vipere e altri rettili. I paesani cominciarono a ritrovarsi a volte quei serpenti in casa e sempre più numerosi. Fu per questo motivo che alcune famiglie cominciarono a traslocare nelle parti più alte del paese e, come succede sempre nei piccoli paesi, quando uno comincia tutti lo seguono, e fu così che le Case Vecchie vennero gradatamente abbandonate trasformandosi poi in stalle."

Fuga da Cartore alle Case Vecchie e spostamento sulla collina

Da un racconto di Vincenzo Rubeis, nato il 23/11/1909, figlio di Pasquale e Lucrezia Peduzzi – R.T. 19/03/1986

"Dopo Cartore, il paese di S. Anatolia sorse alle Case Vecchie mentre poi, siccome lì era una zona troppo calda e piena di serpenti ed altri animali, preferirono, i paesani, spostarsi più in alto, e andarono al colle Noce di Cristo."

Gli Zingari

Da un racconto del sig. Generoso De Sanctis di Torano – R.T. agosto 1986

"Pare che fra l'VIII e l'XI secolo (?), da una valle chiamata "Knosh" in Ungheria, si mosse una grande carovana di Zingari che, entrando in Italia, in parte si fermò nel nord vicino alla provincia odierna di Udine, ed in parte discese l'Italia stanziandosi fra l'altro nel paese della Valle del Salto chiamato oggi Sant'Anatolia. Vi è un paese molto piccolo in provincia di Udine in cui ci sarebbero i discendenti degli Zingari che si erano fermati nel nord-Italia e che parlano lo stesso dialetto che oggi si parla in Sant'Anatolia: il paese si chiama San Leopoldo e l'unica differenza che c'è con Sant'Anatolia è che a San Leopoldo sono state mantenute moltissime tradizioni ungheresi, mentre a S.Anatolia gli unici segni rimasti di tale colonizzazione di Zingari sono il dialetto parlato, i tratti somatici persistenti ed un tenuo ricordo nelle tradizioni orali tramandatoci nelle generazioni. I Santanatoliesi sarebbero in buona parte i discendenti di questa colonia di Zingari che vi fu stanziata dopo una grande moria de' vecchi abitanti del paese".

I serpenti e gli Zingari alle Case Vecchie

Da un racconto di Alfredo Tupone, nato il 14/06/1923, figlio di Erminio e Caterina Lanciotti – R.T. 24/03/1986

"Nel tempo antico, siccome il paese era stato infestato dalle "serpi", nessuno poteva viverci, per cui furono presi degli "Zingari", una colonia, e trapiantati a S. Anatolia, poichè solo essi sapevano, con le loro tecniche, uccidere i serpenti, per cui viverci a contatto. Gli zingari per cui inizialmente dovettero abitare vicini al Santuario poichè era in quella valle che erano stati visti tutti quei rettili".

La zona Scannacavagli

Da un racconto di Vincenzo Rubeis, nato il 23/11/1909, figlio di Pasquale e Lucrezia Peduzzi – R.T. 19/03/1986

"La zona "Scannacavalli" in paesano "Scannacavagli", è nominata in questo modo poichè: "Al tempo in cui c'erano le guerre civili e da Magliano doveva venire un esercito di centinaia di uomini a cavallo, i nostri per difendersi si appostarono e guardarono chi dalla Torre di Torano, chi dalla Torre di Guardia, chi da un altro punto verso Colle PizzoDente, e quindi quando il nemico si avvicinò al centro fra le tre torri, i padroni di queste ultime li circondarono e ne uccisero in molti. In quell'occasione, furono uccisi anche moltissimi cavalieri da cui "Scanna Cavalli o Cavalieri";

Pitti a Catasto

Da un racconto di Maria Spera, nata a S.Anatolia il 13/11/1934, figlia di Pietrantonio e Luisa Luce - R.T. 04/03/1986

"Se uno faceva lo sbruffone, ed era di famiglia povera, per smontarlo o prenderlo in giro, i paesani poco più ricchi gli dicevano: "Che parli, che parli !!! Tu non pitti nemmeno a catasto !!!" . 'Pitti a Catasto' significa iscritto al catasto e cioè possessore di terre. 'Non pitti a catasto' si diceva di solito alle persone povere che non avevano terre e che quindi non risultavano negli archivi catastali. (04/03/1986)

Zacchè il falsario

Da un racconto di Mario Tupone, nato il 02/02/1934, figlio di Erminio e Caterina Lanciotti.
Mario ascoltò la storia dal nonno Pietrantonio Lanciotti, nato 19/04/1858, figlio di Giustino e Anna Valentini - R.T. 18/08/2002

Nel 1805, quando Napoleone conquistò il Regno di Napoli e cacciò il borbone Franceschiello, uno de' quissi de Zaccheo venne a S. Anatolia con un bottino rubato forse durante la guerra, composto da una macchina stampatrice, con relative piastre originali d'argento, e tutto il materiale necessario a falsificare il denaro che allora era in circolazione: lo Scudo borbonico o napoletano. Zacchè nascose la refurtiva in una grotta sopra il colle Paco in modo che, ogni volta che ne aveva bisogno, andava e si stampava gli scudi necessari ma, non sapendosi trattenere dal fare lo spaccone, venne presto preso di mira dalla polizia locale.

Il terremoto del 1915

Da un racconto di Filippo Falcioni (detto Pippo), nato il 14.02.1901, figlio di Giovanni e Anatolia Luce.
Scritto il 20.10.1987 e pubblicato su un libricino delle Edizioni Accademia città di Roma "Il Machiavello" nel 1990.

Il mattino del 13 gennaio 1915 ero nella mia stalla in località Casevecchie, a stramare le mie bestie: due vacche ed una cavalla. Avevamo anche ottanta pecore in un’altra stalla in località Stallescure. Andavo quasi sempre io alla stalla, di mattina, ragazzo di quattordici anni, perché mio padre era malato di asma e tosse. Verso le ore sette, se ricordo bene, improvvisamente sentii un forte fragore: la cavalla scalpitava, il pavimento sussultava e ondulava. Preso da grande paura, corsi fuori e vidi Luce Raffaelluccia fu Luigi, anche lei uscita dalla sua stalla di fronte alla mia, che mi faceva segno con la mano verso la parte storica del paese di fronte, e, nello stesso tempo emise un forte grido e piangeva. Come ragazzo poco o nulla esperto di terremoti, impressionato, guardai anch’io, e vidi meravigliato e stupito, che la parte storica del paese era un ammasso di macerie e a mano a mano che la grande nube di polvere diradava, spazzata via dalla forte tramontana, vi apparivano punte di travi più o meno lunghe.

La rivolta del luglio 1944

Da un racconto di Angelo Amanzi, nato a S.Anatolia il 23/06/1925, figlio di Ercole e Candida Fracassi.
Scritto da Candida Amanzi, figlia di Angelo e Gioconda Spera

Un giorno del mese di luglio 1944, dopo la mietitura gli uomini stavano ritirando dai campi i “manoppi” (covoni di grano) per portarli nell’aia. Nello stesso momento le donne, rimaste a casa, senza i mariti che erano al lavoro, ricevettero la visita delle guardie comunali che chiedevano loro il pagamento della tassa del “focatico” (tassa sui terreni, sugli animali, sui fabbricati), lasciando un biglietto con il termine della scadenza. I contadini erano costretti a vendere i prodotti del raccolto, a discapito della sopravvivenza, per pagare questa tassa.

Giuseppe Luce, il brigante dal cuore tenero

Da un racconto di Elisabetta Sgrilletti "Lisa", nata a S. Anatolia il 14/06/1919, figlia di Bonaventura e Cleonice Luce.
Scritto da Maria Felicita Luce, figlia di Antonio e Elisabetta Sgrilletti, il 15/01/2009

Come ti ho già scritto il tuo sito mi piace veramente tanto, perchè mi ha fornito informazioni che non conoscevo e perché parla con amore del nostro paese che secondo me è un paese speciale. Per quanto riguarda il brigantaggio immagino che tu ti sia avvalso di fonti ufficiali, ma io ho sentito parlare di questo mio antenato fin dalla nascita, da mia madre, che era una affabulatrice meravigliosa. Stavo ore ed ore ad ascoltarla. Mia madre aveva un suo modo speciale di raccontare le cose, facendo rivivere epoche e personaggi come in un film, con particolari precisi e con un modo lento di dipanare la storia che a chi ascoltava, non restava altro da fare che godersi il racconto come se lo vivesse in prima persona. Lei mi ha influenzato moltissimo, io adesso scrivo favole per bambini e spesso attingo a quell'archivio pieno di meraviglie che sono le storie che lei mi raccontava accanto al fuoco (Le Bastocchie). Veniamo alla storia di Giuseppe Luce, famoso brigante. L'epoca è più o meno la seconda metà del 1800, dopo l'unità d'Italia.

Mario Celio e Gina Lanciotti

Da un racconto di Mario Tupone, figlio di Erminio e Caterina Lanciotti. Si ringrazia Erminio Tupone, figlio di Mario e di Amelia Di Giorgio, per averci inviato la bozza poi aggiornata ed integrata attraverso alcune ricerche su internet – R.T. 15/04/2013

Dopo l'armistizio dell'8 settembre del 1943 per un po' di tempo la vita nelle nostre zone sembrò scorrere tranquillamente. I lavori nelle campagne si svolgevano regolarmente e anche lo zuccherificio di Avezzano fece la consueta campagna saccarifera. Nell'azienda del Principe Torlonia, di cui i tedeschi si erano impadroniti requisendo i raccolti di patate, di grano e il bestiame, si continuò a lavorare come prima anzi la mole di lavoro in quel periodo aumentò. Col passare del tempo la repressione dei tedeschi si faceva sempre più dura ma di contro si faceva sempre più intensa l'azione partigiana e di sabotaggio, così come l'ostilità della popolazione contro l'occupante era sempre più forte e manifesta...

Erminio Tupone e i rifugiati stranieri

Si ringraziano Mario ed Erminio Tupone, rispettivamente figlio e nipote dell'Erminio Tupone di questa storia, per aver condiviso il certificato di onorificenza e la lettera di Erminio, e per aver raccontato i fatti che sono stati determinanti per poter scrivere questa storia - Gli ulteriori approfondimenti e le ricerche effettuate sarebbero state impossibili senza le loro informazioni - Roberto Tupone 10.04.2013

In seguito, all'armistizio dell'otto settembre 1943 tra Italia e anglo-americani, il nostro territorio fu invaso da un gran numero di soldati che fuggivano dai campi di prigionia italiani. Quelli che vennero a Sant'Anatolia provenivano maggiormente dal campo di concentramento di Avezzano ma alcuni venivano anche da luoghi più distanti e, come successe in molti luoghi d'Italia, anche da noi molte famiglie rischiarono la vita offrendo loro ospitalità e nascondendoli ai tedeschi...

I racconti di Angelino della fonte

Da un racconto di Angelo Amanzi, nato a S.Anatolia il 23/06/1925, figlio di Ercole e Candida Fracassi.
Scritto da Candida Amanzi, figlia di Angelo e Gioconda Spera. Pubblicati sul sito il 04/09/2012.

Come si potrebbero fare i soldi

Da un racconto di Angelo Amanzi, figlio di Ercole (1896 – 1941) e di Candida Fracassi (1895 - 1969).
Scritto da Alfredo Tupone il 20/08/2002

Durante la II guerra mondiale, prima che gli Usa sbarcassero ad Anzio, il secondo fronte tedesco, nel caso che il fronte di Cassino saltasse, passava tra Sant'Anatolia e Rosciolo. A Sant'Anatolia c'erano stabilmente l'esercito Tedesco, le SS ed un gruppo di 400 cecoslovacchi del genio. I tedeschi ordinano a tutti gli abitanti di lasciare il paese.

Edoardo Scafati (figlio di Michelangelo e Angela Manente), che si era arricchito sfruttando la situazione, aveva una valigia piena di soldi e, non volendo portarla dietro per non farla vedere a tutti gli abitanti del paese, cercò un posto dove nasconderla: e la immerse in un cumulo di sabbia utilizzata per costruire. Chi mai l'avrebbe trovata? E così la nascose e si diresse poi in montagna.

Un altro uomo del paese, di corsa anche lui per andarsene, aveva bisogno di orinare, e ... che posto migliore di un cumulo di sabbia? Fece per mettere i piedi sulla sabbia e si accorse che cedeva. Andò a vedere che cosa c'era e trovò questa valigia ed il suo contenuto. Di chi sarà? La prese con se ed ando sù in montagna.

Al ritorno al paese, qualche giorno dopo, vide Edoardo preoccupato e gli disse: Edoà, che ti succede? - Edoardo rispose: Mi sono perso una valigia! - E che c'era dentro? - Era piena di soldi! Se la so fregata i tedeschi. - L'ho presa io, sta sul somaro...

Ta', i tè i ferri j'ursu? (Papà ce l'ha i ferri l'orso?)

Maria Felicita Luce racconta la storia orale tramandata dal padre Antonio Giulio Orlando Luce (di Michele e Agnese Sgrilletti).

Per una mangiata, il cane di Placidi ha fatto la corsa fino a S. Anatolia

Inviata da Antonio Peduzzi: "Caro Roberto, ti riepilogo le informazioni che mi sono venute al termine dell’estate a proposito di un fatto che possono interessare il sito su cui lavori.

Le famiglie Spera e Luce e il terremoto del 1915

Da un racconto di Maria Spera (figlia di Pietrantonio e Luisa Luce) scritto nel dicembre del 2014.

Soprannomi a Santa Anatolia

Testo scritto dai componenti del gruppo facebook "Santanatoliesi nel mondo..." - Finito di scrivere il 16/09/2012

I Federici e il carabiniere che uccise una donna per errore

Da un racconto di Mario Tupone, nato il 02/02/1934, figlio di Erminio e Caterina Lanciotti.
Mario ascoltò la storia dal nonno Pietrantonio Lanciotti, nato 19/04/1858, figlio di Giustino e Anna Valentini - R.T. 07/04/2016

A Sant'Anatolia c'erano tre fratelli della famiglia Federici: Campanella, Baldassarre e Andreone (1). La moglie di Andreone era la sorella maggiore di Pietrantonio Lanciotti, il nonno di Mario Tupone. Ella aveva circa 15 anni più di Pietrantonio, in quanto quest'ultimo era il più piccolo dei suoi fratelli (2). Dopo i fatti legati al brigante Baldassare i carabinieri ce l'avevano a morte con i Federici. Essi venivano a Sant'Anatolia e arrestavano senza motivo, ma i Federici erano dei giganti e si difendevano, menavano e tiravano sassi.

Come nacque l'amministrazione dei beni separati

Da un racconto di Mario Tupone, nato il 02/02/1934, figlio di Erminio e Caterina Lanciotti.
Mario ascoltò la storia dal nonno Pietrantonio Lanciotti, nato 19/04/1858, figlio di Giustino e Anna Valentini - R.T. 08/04/2016

Erano i primi anni del 1950 quando il comune di Borgocollefegato mise in vendita il bosco della montagna della Duchessa. La ditta che vinse il bando lo pagò undici milioni di lire e il giorno dopo lo rivendette al doppio, ventidue milioni di lire. Quando la notizia arrivò alle orecchie di don Giovanni Di Gasbarro, il prete del paese, questi sbottò con rabbia: "Con la roba nostra ci fanno pure la scarpetta ! Così non va proprio bene !". Subito cercò due persone nulla tenenti di Sant'Anatolia che potessere esporsi senza aver nulla da perdere. Innocenzo Innocenzi e Marco Luce si offrirono volontari. Quindi andarono insieme a Roma, all'Uso Civico, e querelarono il comune perchè aveva venduto un bene non suo ma di proprietà della frazione di Sant'Anatolia.

Quissi degliu mulone

Da un racconto di Mario Tupone con inserti di Maria Spera - R.T. 01/09/2016

Era il 1842, un anno in cui non successe nulla di importante, se non che Alessandro Manzoni completò i Promessi sposi. La domenica del 4 settembre, alle otto del mattino, un giovane contadino di quindici anni, a cui il padre Giovanni aveva messo lo sventurato nome di Lazzaro, trovandosi a passare davanti alla chiesa di Sant'Anatolia, rinvenne un neonato.

Baldassarre, Campanella e Alessandro Panei

Da un racconto di Antonio Scafati, figlio di Mario Scafati detto "zammazzà", figlio di Ascenza Federici, figlia di Baldassarre Federici - R.T. 15/09/2016

Mi chiamo Antonio Scafati, ed ho 84 anni, sono nato il 10 maggio 1932. Mio padre si chiamava Mario Scafati ed era figlio di Antonio e Ascenza Federici. Mario Scafati, nato il 28.05.1905, era della famiglia «de quissi de Mazzucchittu» e veniva soprannominato «zammazzà» che aveva un significato scherzoso: «te pozzano ammazzà». Baldassarre Federici, detto «il brigante», era il padre di mia nonna Ascenza. In quei tempi eravamo sotto il Regno dei Borboni e Roma si trovava nello Stato Pontificio, che era un'altra nazione.