Zacche' il falsario
Da un racconto di Mario Tupone del 18 agosto 2002
Nel 1805 circa, quando Napoleone conquistò il Regno di Napoli e cacciò il borbone Franceschiello, uno de' quissi de Zaccheo venne a S. Anatolia con un bottino rubato forse durante la guerra, composto da una macchina stampatrice, con relative piastre originali d'argento, e tutto il materiale necessario a falsificare il denaro che allora era in circolazione: lo Scudo borbonico o napoletano. Zacchè nascose la refurtiva in una grotta sopra il colle Paco in modo che, ogni volta che ne aveva bisogno, andava e si stampava gli scudi necessari ma, non sapendosi trattenere dal fare lo spaccone, venne presto preso di mira dalla polizia locale.
In quel tempo un certo Guglielmo, ricordato dai paesani come Guglieramo,
era governatore di S. Anatolia e il palazzo del governo era l'antico
palazzo dei Placidi al Terrone. Si dice che il palazzo era allora i
proprietà dei monaci benedettini ma in quel periodo era stato
confiscato dal governo Napoleonico. Guglieramo ordinò alle sue guardie
di seguire Zacchè ma ogni volta che questi arrivava al colle Pago,
spariva nella grotta e, essendo questa introvabile, l'inseguimento
finiva sempre a vuoto. Dopo un paio di inseguimenti si decise di
utilizzare i cani e in questa maniera alla fine Zacchè venne colto con
le mani nel sacco. Nella grotta vennero trovati gli attrezzi da
falsario e furono requisiti 1000 scudi freschi di stampa. Zacchè venne
arrestato e gli scudi furono consegnati al governatore.
Poco
tempo dopo alcuni loschi individui di S.Anatolia decisero di derubare
il governatore ed entrarono nel palazzo. Guglieramo dormiva su una
sedia con le braccia incrociate e un tizio di S.Anatolia (in seguito il
sospetto ricadde su Vincenzo Luce) con una accetta lo colpì con forza
nel petto ma, invece di ucciderlo, gli recise di netto ambedue le
braccia. Guglieramo ebbe il tempo di urlare e far fuggire i ladri ma
morì comunque poco tempo dopo. Gli scudi rimasero nel palazzo e in
seguito, dopo che Napoleone fu detronizzato e rientrò il re
Franceschiello la chiesa riprese possesso del palazzo e, essendo allora
abate uno dei Placidi, fu la sua famiglia ad impossessarsi dei 1000
scudi di Zacchè. Con i mille scudi i Placidi divennero molto ricchi e
si comprarono sia il palazzo che molte terre. Alcuni anni dopo, quando
i briganti, dopo il saccheggio del palazzo, chiesero a don Costantino
Placidi un riscatto per la restituzione dei beni rubati, non fu un caso
che la cifra richiesta fosse esattamente di 1000 scudi: erano gli scudi
del falsario Zacchè.
La grotta ancora esiste e viene chiamata "La grotta de Zaccheo". Essa è grande come una stanza e ancora oggi è introvabile perchè con una piccolissima entrata "coperta dagli macchiuni".
Vincenzo Luce venne sospettato dell'omicidio del governatore perchè, si diceva a S.Anatolia, che solo lui era talmente forte e veloce da poter recidere con un sol colpo le braccia di un uomo.
Quando Erminio Tupone decise di mettere al proprio figlio il nome di Guglielmo, la moglie Caterina Lanciotti, volle subito soprannominarlo col diminutivo di Memmo perchè aveva paura che gli altri di S.Anatolia lo chiamassero Guglieramo, nome che le risultava molto poco propizio vista la fine che aveva fatta il governatore.
Antonio Placidi, a differenza di molte voci che raccontano che la sua famiglia non fosse di S.Anatolia, asserisce invece che la sua famiglia vive a S.Anatolia dal 1400 e cioè da quando essi fuggirono da Pisa in seguito alle lotte fra guelfi e ghibellini.
Note
- La storia del Falsario Zaccheo mi è stata raccontata da Mario Tupone (detto zizittu) figlio di Erminio e Caterina Lanciotti. A lui venne raccontata dal nonno materno Pietrantonio Lanciotti.

