Capitolo VIII - Briganti e viaggiatori

L'Esodo - Il brigantaggio - La banda di Cartore - I briganti di S. Anatolia

L'Esodo

Durante la guerra per la definitiva annessione del Regno delle Due Sicilie durata circa 10 anni, tra il 1860 ed il 1870, furono bruciati e rasi al suolo dall'esercito piemontese circa sessanta paesi del SUD, vennero arrestate circa 500.000 persone per motivi politici, e vennero uccise circa un milione di persone su nove milioni e mezzo di abitanti del Regno, oltre all'intera economia distrutta e alla diaspora di molte generazioni.

Per il popolo del SUD non rimasero molte alternative:

  • Potevano chinare la testa e perdere la propria dignità, assistere impotenti alla cattura dei propri figli, strappati per 5 anni alla leva militare, e vederli poi morire in guerra. Perdere il lavoro, soffrire e subire in silenzio. Fare la fame, perchè alla fame erano stati ridotti.
  • Potevano ribellarsi o dire ai propri figli o fratelli più giovani di farlo, di darsi alla macchia, di non andare al militare, ma se proprio bisognava impugnare un'arma, di farlo per combattere il nemico piemontese ed essere partigiani, sperando di vincere e non di morire, come invece accadde ai più. E questi furono chiamati "Briganti"!
  • Potevano fuggire, il più lontano possibile, dall’altra parte del mondo. E questo in moltissimi fecero.

Durante il Regno delle Due Sicilie l'emigrazione era quasi assente in quanto le persone vivevano nel benessere e nella pace e non avevano nessuna intenzione di andare via. Dopo l'Unione si stima che a causa della povertà, della mancanza di lavoro, del malessere generale, nonostante i nove milioni e mezzo di abitanti iniziali del Regno, circa 26 milioni di persone in varie ondate emigrarono in parte nel nord Italia, in parte in tutto il mondo e ancora oggi a distanza di 150 anni l’emigrazione non si è arrestata.

Da una ricerca sommaria sulle persone nate a Sant'Anatolia che sbarcarono in Argentina tra il 1885 e il 1953 si rileva che emigrarono e si stabilirono in Argentina circa 200 individui tra cui a volte famiglie intere. Di questi una trentina tornarono a Sant'Anatolia, gli altri rimasero in Argentina. Allo stato attuale non abbiamo dati sull'emigrazione verso in NORD Italia o verso altre nazioni, ma volendo azzardare un'ipotesi, i santanatoliesi che emigrarono verso Stati Uniti, Europa, Nord Italia, ecc. furono almeno altrettanti.

Oggi la presenza di una folta comunità di compaesani a La Plata (Buenos Aires) è un dato conosciuto da tutti i santanatoliesi e grazie alla RETE i discendenti degli emigranti possono finalmente riallacciare i rapporti con i discendenti dei compaesani rimasti in Italia.

Antonio Gramsci scrisse: "Lo Stato italiano è stata una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori venduti tentarono di infamare col marchio di briganti. Settecentomila civili massacrati (su una popolazione totale di nove milioni di abitanti), cinquecentomila cittadini arrestati, sessantadue paesi incendiati, centinaia di migliaia di patrioti deportati nei campi di sterminio piemontesi. Tutto ciò fu l'unità d'Italia" (1).

Il brigantaggio

Gli anni posteriori al 1860 furono molto travagliati per il nostro Cicolano. La conquista del Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia dette origine ad una reazione fra chi, ancora nostalgico verso il vecchio regno, rimase fedele al re Francesco II di Borbone e chi, per motivi di interesse verso lo Stato Pontificio, tentò di rimettere sul trono il vecchio re consapevole di essere il prossimo obiettivo di conquista piemontese. La reazione inizialmente politica e militare ebbe culmine nel fenomeno del brigantaggio che fu favorito soprattutto nelle nostre contrade dal territorio montagnoso e poco accessibile e dalla posizione geografica quale zona di confine con l'ancora non annesso Stato Pontificio.

Lo Stato Pontificio ed a sua volta una gran parte del clero offrì rifugio e assistenza alle bande di briganti che, considerate come eroiche squadre militari, venivano premiate ed incitate nelle loro azioni. Anche il Re Francesco dopo la conquista del regno si rifugiò nello Stato Pontificio e spesso invitava, nella sua dimora a Roma, i capo-briganti offrendo aiuti in armi e denaro, incitandoli alla rivolta contro i piemontesi (2).

Già nel 1861 una squadra di reazionari borbonici di parvenza militare comandata dagli zingari Fiore e Nicola di Giorgio di Pescorocchiano, dopo esser passati per Villecollefegato e Torano, per disarmare i paesi e comporre una truppa in favore del re Francesco Borbone, erano giunti il 15 gennaio alle h. 3:00 di notte a suon di tamburo alla volta di S. Anatolia. Lì avevano tolto a Ferdinando Scafati, a Costantino Placidi e ad Alessandro Panei i fucili che possedevano aggregando alla loro truppa Angelo Passalacqua e dirigendosi poi verso Tagliacozzo. Nella casa di Alessandro Panei essi ebbero anche da mangiare e da bere (3).

Il 16 gennaio 1861 un'altra squadra comandata da Ascenzo Napoleone giunse a Borgocollefegato dove sostò fino al giorno seguente. Il 18 gennaio effettuarono il disarmo di Spedino e nello stesso giorno circa in quindici entrarono in S. Anatolia dove si presentarono a Ferdinando Scafati, cassiere comunale di Borgocollefegato, per sapere quali somme fossero nelle casse comunali. Questi rispose che nelle casse comunali non vi erano denari visto che nessun contribuente adempiva al proprio dovere a causa degli sconvolgimenti reazionari ma Ascenzo Napoleone volle comunque che gli fossero consegnati 30 ducati per far fronte alle urgenze di massa. Lo Scafati si recò da Costantino Placidi per chiedergli i trenta ducati ma questi non li volle prestare ed allora Ascenzo Napoleone si dovette accontentare di quattro ducati per i quali rilasciò formale ricevuta (4): Dichiarò io qui sotto scritto di aver riceuto docati quattro dalle sig. Fiore Scafati - lì 18 gennajo 1861 - Santa Anatolia - Il commandante delle truppe a massa Ascenzo Napoleone (5)

In seguito, sopraggiunto il resto della squadra di circa duecento individui, Ascenzo Napoleone seppe che Ferdinando Scafati aveva incassati, il giorno precedente, 150 ducati per un cespite comunale. Allora egli assumendo un'aria molto truce pretese altri 100 ducati che lo Scafati, sotto minaccia di fucilazione, dovette farsi prestare da Costantino Placidi (6): Dichiaro io qui sotto scritto di avere riceuto la somma di docati cento dal signore Fiore Scafati nella qualità di casiere comunale di questo comune di Bolgo Collefecato, i quali docati cento servono per pacare la reggia massa - S. Anatolia li 18 gennajo 1861 - Il commandante della reggia massa di Francesco secondo Ascenzo Napoleone (7). In seguito una parte della squadra passò in casa di Alessandro Panei che dovette consegnare un fucile e la somma di 50 piastre (8).

Ascenzo Napoleone era nato a Torre di Taglio il 9 maggio 1823 da Francesco Napoleone e Vittoria Cicerone. Francesco Napoleone (1788-1854) era figlio di Vincenzo e Domenica. Vincenzo Napoleone (1747-1827), nativo di Castelmenardo, era figlio di Bernardino e Maria Iannini. Ascenzo Napoleone il 26 agosto 1855 sposò Maria Giuseppa Carducci e si trasferì da lei a Corvaro dove ebbe quattro figli: Domenico (1856-1858), Antonio (1857), Domenico Ascenzo (1859) e Maria Ascenza (1861) nata dopo la sua morte. Dopo la morte di Ascenzo la moglie si risposò con Ferdinando Ferrarese (1827) (9).

Nel febbraio del 1861 le truppe piemontesi giunsero nel Cicolano per reprimere la reazione e già nel marzo dello stesso anno le fucilazioni ed il carcere avevano definitivamente sbandato le piccole truppe borboniche e Ascenzo Napoleone, arrestato la notte del 19 marzo 1861 presso Civitella di Nesce, venne fucilato due giorni dopo (10). Ad aprile del 1861 la reazione ormai repressa si era trasformata definitivamente in brigantaggio. Non era più una guerra di carattere militare ma poteva forse assomigliare ad una guerriglia dall'apparenza partigiana.

La banda di Cartore

La maggior parte dei briganti nel periodo invernale, cioè dai primi di novembre fino alla fine di aprile, rimanevano ospiti nello Stato Pontificio occupandosi di lavori campestri o di pastorizia ma, quando giungeva la primavera, col clima meno rigido e con la possibilità di nascondersi meglio nei boschi ricoperti di foglie, tornavano in piccole bande nel nostro Cicolano per sfrenarsi in ogni tipo di violenza soprattutto contro quelli che erano ritenuti fautori del nuovo regime (11).

Le montagne della Duchessa erano, nei nostri dintorni, sede di rifugio di alcune bande di briganti. C'era una banda in particolare detta banda di Cartora che scorrazzava sulle nostre montagne; essa era composta da venti o trenta individui e fra essi si distinguevano i briganti Baldassarre Federici e Giuseppe e Gaetano Luce di S. Anatolia ed altri sette provenienti dai paesi subito intorno: Michele e Berardino Pietropaoli, Stefano Casagrande e Domenico De Felice di Poggiovalle, Carmine Marcelli di Grotti, Fiore Salvatore di Torano e Giuseppe Nicolai di Rosciolo (12).

In quel tempo i più influenti personaggi di S. Anatolia erano l'abate parroco don Costantino Placidi nato il 6 aprile 1817, figlio di Nicodemo, appartenente alla famiglia più ricca del paese e Alessandro Panei nato il 1 luglio 1808, figlio di Giuseppe, anch'egli molto ricco e apparentato con i sacerdoti del paese.

La notte del 18 maggio 1863, nel molino del barone Francesco Antonini presso Torano, sei o sette briganti della banda di Cartore sequestrarono Alessandro Panei, lo condussero sulla montagna della Duchessa ed andarono a chiedere alla sua famiglia un pesante riscatto in denaro. Questi si affrettarono a consegnare ai briganti una somma di circa tremila lire che i briganti accettarono ma, nonostante questo, invece di essere lasciato libero, Alessandro Panei fu torturato, legato ad un faggio ed infine bruciato vivo. Il primo giugno di quell'anno il suo cadavere quasi irriconoscibile fu ritrovato sulla montagna Duchessa nella valle Giaccio della Capra tra il Colle Cardito e Fonte della Vena (13).

1894 - Palazzo Placidi

S.Anatolia nel 1894 - dettaglio - Fotografia di Albert Schaff - L'originale è nella casa della famiglia Placidi

La notte fra il 7 e l'8 giugno 1863 circa trenta briganti della stessa banda di Cartore riuscirono a penetrare nel palazzo dei signori Placidi dove si trovava il sacerdote don Costantino. Dopo aver saccheggiato il palazzo ed aver rubato tutto ciò che sembrava avere un certo valore, i briganti presero la strada che conduceva verso Rosciolo tenendo sequestrato il parroco con i suoi due garzoni. I tre vennero rilasciati dopo poche ore con la promessa che, entro 24 ore, il Placidi avrebbe spedito ai briganti mille ducati e non avrebbe fatto denuncia del sacco sofferto. Costantino si rifugiò a Luco de' Marsi. Sembra che egli inizialmente cercò di mantenere la promessa fatta ma pare che la persona incaricata della consegna della somma richiesta non riuscì a ritrovare i briganti poichè questi si erano spostati in altro luogo. In seguito dopo una lunga trattativa con i briganti non andata in porto don Costantino Placidi venne punito per la mancata promessa con l'uccisione di circa 15 buoi. (14)

I briganti di S. Anatolia

Giuseppe e Berardino Luce erano figli di Gaetano e Maria Peduzzi. La loro era una famiglia numerosa composta dai genitori Gaetano e Maria, da sette figlie femmine e da quattro maschi. La famiglia era agiata, possedevano terreni che coltivavano con profitto, greggi di pecore e presumibilmente anche mucche. Le donne tessevano la canapa ed il lino, che coltivavano nei loro campi e che "raffinavano" nel fiume Salto. Avevano cantine piene di formaggi, grano, granturco e vino.

Siamo nel Regno di Napoli attorno al 1861, i due giovani della famiglia, avevano già fatto due anni di servizio militare sotto i Borboni. Dopo l'unità d'Italia, il nuovo governo li richiamò alle armi. Come si può immaginare essi non ne furono affatto felici  essendo fedeli ai Borboni per i quali avevano combattuto. Non avendo nessuna intenzione di riconoscere il nuovo governo Savoia, come molti altri nella loro situazione, si diedero alla macchia.

La storia di Bernardino Luce fu breve e tragica. Era nato a S.Anatolia il 4 marzo del 1843 e morì nello stesso giorno in cui decise di darsi alla macchia alla giovane età di circa 18 anni. Si stava dirigendo verso Rosciolo insieme ad un gruppo di altri ragazzi come lui, passando per Valle Maiura (Valle Maggiore) che poi sarebbe la strada che si dirige verso la fonte Valoce. Verso mezzogiorno, assetati ed affamati (si era nel periodo estivo), videro una capanna di pastori e pensarono di fermarsi per rifocillarsi e riposarsi. Erano tranquilli, sia perchè si conoscevano tutti, che perchè era il primo giorno della loro latitanza e non pensavano di doversi preoccupare più di tanto, inoltre erano giovani e  incoscienti. Si avvicinarono, dunque, ridendo e scherzando, ma improvvisamente, dalla capanna uscirono dei gendarmi armati che senza profferire parola, puntarono loro addosso i fucili e fecero fuoco. I ragazzi non ebbero neanche il tempo di reagire e, d'altronde, non avrebbero potuto perchè erano disarmati. Qualcuno morì, Bernardino fu ferito gravemente. I soldati (forse carabinieri) lo presero e lo caricarono di traverso, come un sacco, sul dorso di un asino e si diressero verso Sant'Anatolia. Bernardino mancato e sfortunato, soffriva talmente tanto sul dorso di quell'asino che non potendone più disse ai gendarmi: "O me cambiete posizione o m'accidete!". A quel punto uno dei gendarmi, senza pensarci un attimo, fece fuoco, mettendo fine alle sue sofferenze! (15)

Giuseppe Luce era nato a S. Anatolia il 20 ottobre del 1840. Era "giusto di statura, colore cretaceo, poca barba". Era stato soldato sbandato dell'esercito borbonico fin dall'anno 1860. Si dette al brigantaggio per non passare all'esercito italiano (16). Nell'ottobre del 1860 era sottocapo delle truppe reazionarie comandate da Ascenzo Napoleone (17) e il 18 gennaio del 1861 faceva probabilmente parte delle truppe di quest'ultimo partecipando forse alla raccolta dei denari e delle armi anche a S. Anatolia. Nell'estate del 1862 era uno dei componenti della banda di Cartore composta da Michele e Berardino Pietropaoli di Poggiovalle, Stefano Casagrande anch'egli di Poggiovalle, Carmine Marcelli di Grotti ed altri (18). Nella notte fra il 9 e il 10 settembre di quell'anno insieme ad altri venti briganti giunse a Pagliara presso Castelmenardo dove partecipò al saccheggio delle case dei fratelli Domenico e Giuseppe Chiarelli e al furto di trenta piastre commesso contro Franco Pozone fu Marco "bettoliere" (19).

Nell'ottobre dello stesso anno, come buona parte dei briganti, si rifugiò nello Stato Pontificio (20). Nel maggio del 1863 Giuseppe Luce tornò nel Cicolano aggregato alla banda Colajuda ma, mentre la banda transitava per la montagna di Valdevarri, si unì alla banda di Pietropaoli che poi era sempre la comitiva che scorrazzava sul monte di Cartora.

1903 - Gruppo Velino Sirente - particolare

Carta dell'Istituto Geografico Militare - Allegata alla "Guida dell'Abruzzo" di Enrico Abate - edizione Roma 1903

La notte del 18 maggio, insieme ad altri sei o sette briganti, partecipò al rapimento ed all'uccisione di Alessandro Panei. Dai documenti ufficiali sembra che i veri assassini del Panei fossero stati oltre al Luce, Fiore Salvatore di Torano, Giuseppe Nicolai di Rosciolo ed Albino Ruscitti di Castelnuovo (21).

La storia orale tramandata dai vecchi di S.Anatolia ricorda questi fatti in maniera un po' diversa dalla versione ufficiale riportata nel paragrafo precedente. Pare infatti che nel gruppo dei briganti della banda di Cartore, ce n'era uno che si chiamava Baldassarre Federici ("parente de quissi de Mazzucchittu"). I briganti, rapito Alessandro Panei, lo portarono nel loro covo sulla Montagna della Duchessa. Un giorno Baldassarre dovette assentarsi per sbrigare alcuni affari. In sua assenza, Giuseppe Luce insieme agli altri, presi da timore e rimorso (forse anche perchè il prigioniero aveva promesso loro qualcosa), decisero di liberare il prigioniero e lo stavano riaccompagnando giù, attraverso la val di Fua (Fiui) quando, a metà strada, incontrarono Baldassarre che risaliva verso il loro covo.

Vedendo Don Alessandro Panei in mezzo ai briganti disse: "Do ju portete quissu?!!" (dove lo portate questo?). Giuseppe ripose: "Eh, ju seme liberatu, è meglie!" (eh, lo abbiamo liberato, è meglio!). Baldassarre, allora, li guardò torvo e disse: "Camminate, reggiratevi e reportateju arrete. Quissu, appena arriva abballe, ci manna subbitu i carabbinieri e ci fannu fore tutti" (Camminate, rigiratevi e riportatelo indietro. Questo, appena arriva alla valle, ci manda subito i carabinieri che ci fanno fuori tutti). Così lo riportarono indietro e poi fu ucciso in quella maniera orribile (22).

Narra la tradizione che in seguito il brigante Baldassarre, dopo aver passato un lungo periodo lontano dalle nostre contrade, tornò di nascosto a S. Anatolia per ritrovare i suoi parenti. Era inverno e la terra era ricoperta di neve. Il brigante si nascose in una grotta nei pressi delle Case Vecchie dove venne accolto dai familiari. Fu fatta la spia ad Antonio, il figlio di Alessandro Panei, che, con un fucile in mano, si avviò verso la grotta per vendicarsi. Quando il brigante Baldassarre vide il Panei, lo salutò dicendo: Come sta sor'Anto? - E questi gli rispose: Lo sai solo tu!!! - e gli sparò uccidendolo (23). Baldassarre Federici era figlio di Giovanni e Anna Siena Luce ed era nato il 18 aprile del 1824.

Nella notte fra il 30 e 31 maggio 1863 la banda Pietropaoli, di cui faceva parte Giuseppe Luce, rubò nella casa di Francesco Silvi di Alzano poi, in Collemaggiore, sequestrò le armi a quattro elementi delle guardie nazionali piemontesi e infine, dopo averlo derubato, rapì il parroco Alessandro De Sanctis. Il parroco venne rilasciato il 1 giugno dopo aver sborsato trecento ducati di riscatto. Nel pomeriggio del 31 maggio, nella zona S. Francesco Vecchio (presso Corvaro), la stessa banda penetrò nel casolare di Carlo Musier e nella vicina casa rurale di Niccola Romano rubando dal primo del pane, olio e sale e dal secondo una bottiglia di olio per mangiare (24). La notte fra il 7 e l'8 giugno del 1863, sempre insieme alla banda Pietropaoli di Poggiovalle, composta in quella occasione di circa trenta individui, Giuseppe Luce partecipò al sacco del palazzo di don Costantino Placidi parroco di S. Anatolia.

Nel mese di luglio la repressione militare verso le bande brigantesche divenne molto più efficace. Il 2 luglio si costituì ai granatieri distaccati a Borgocollefegato il brigante Domenico di Cesare. Il 5 luglio venne arrestata sulla montagne di Poggiovalle Angela Pietropaoli moglie del brigante Stefano Casagrande. Il 6 luglio dopo uno scontro a fuoco quest'ultimo venne arrestato insieme al piccolo brigante Domenico De Felice tredicenne; Stefano Casagrande venne fucilato lo stesso giorno. Fra il 14 e il 17 luglio altri tre briganti della stessa banda si costituirono alle forze militari. Il 20 luglio, in un conflitto a fuoco con il distaccamento di granatieri di Borgo-collefegato, sulla montagna di Poggiovalle, fu ucciso il capo banda Michele Pietropaoli (25).

Il 22 luglio, alla morte di questi, il fratello Berardino e l'amico Carmine Marcelli delle Grotti si costituirono nel paese di Pace a Vincenzo de Felice sottoprefetto del Circondario di Cittaducale (26). Vedendo la gravità della situazione, sul finire del luglio 1863, Giuseppe Luce, Albino Ruscitti di Castelnuovo, Giuseppe Nicolai di Rosciolo e Ferdinando Salvatore detto Fiore di Torano, si rifugiarono nello Stato Pontificio dove rimasero per circa un anno.

Il 26 aprile del 1864 Giuseppe Luce ed Albino Ruscitti che si trovavano a Roma s'incamminarono sulla via Valeria Tiburtina diretti verso le loro terre natie. Albino Ruscitti in seguito raccontò: "Partii da Roma domenica ultima di mattino, e, passando per Tivoli, giunsi con Giuseppe Luce al confine presso Verrecchie sul far della sera, e continuando sempre pe' monti, scendemmo per le pianure di Scurcola, giungendo alle ore sei della stessa notte a Castelnuovo" (27). Giuseppe ed Albino presero alloggio a Castelnuovo in casa del compare di quest'ultimo Angelo De Andreis e lì, probabilmente seguiti o spiati, vennero catturati ed arrestati.

Con sentenza del 15 ottobre 1865 Giuseppe Luce fu condannato alla pena dei lavori forzati a vita, alla perdita dei diritti politici e alla interdizione patrimoniale, solidamente alle spese del procedimento a favore dell'erario dello Stato e alle indennità dovute alle parti lese (28). I suoi amici briganti più intimi ebbero quasi la stessa sorte: Albino Ruscitti fu condannato a dodici anni di carcere, Ferdinando Salvatore ai lavori forzati a vita (29) e Giuseppe Nicolai, arrestato nel dicembre del 1870, venne condannato a 25 anni di lavori forzati (30).

Le ritorsioni per la famiglia di Giuseppe furono durissime. Tutti i loro beni furono confiscati. Si racconta anche che i carabinieri, o chi per loro, prendessero tutti i rotoli di tela tessuti dalle sorelle di Giuseppe e li sfettucciassero con le baionette, riducendoli a brandelli e facendoli rotolare lungo la strada insieme alle pezze di formaggio.

I genitori di Giuseppe, Gaetano Luce e Maria Peduzzi, vennero considerati fuori legge e briganti, anche perchè presero certamente le parti di Giuseppe coprendolo ed aiutandolo. Maria Peduzzi, la chiamavano la Brigantessa. Era figlia di Beniamino e Caterina Spera ed era nata a Sant'Anatolia il 6 novembre del 1814. Si racconta che avesse lunghe trecce di capelli corvini. Una volta, per sfuggire alla cattura da parte dei carabinieri, ella si infilò nel letto insieme alle sue figlie ed i carabinieri, pensando che fosse una delle ragazze, la lasciarono andare. Poi, però, fu presa ed imprigionata nell'Isola del Giglio ma fu rilasciata dopo poco tempo.

Anche Giuseppe venne imprigionato nell'isola del Giglio e da lì scrisse delle bellissime lettere alla famiglia ridotta in povertà. Dopo qualche anno ci fu una amnistia, probabilmente per la nascita di una figlia del Re d'Italia, e Giuseppe scrisse felice alla madre, contento perchè di lì a poco sarebbe tornato a casa.

Era allora sindaco di Santa Anatolia un certo Luce forse di nome Alfonso. La moglie di costui venne a conoscenza del fatto che con l'amnistia Giuseppe sarebbe stato liberato e andò dalla famiglia Panei dicendo loro: "Le sapete, mo liberanu Giuseppo Luce! (disse proprio Giuseppo, perchè non era originaria di Santa Anatolia).

I Panei si dettero subito da fare per impedirne la liberazione e misero in moto tutte le loro conoscenze, motivati dalla paura che se liberato Giuseppe si sarebbe poi vendicato. A Giuseppe fu negata la libertà ed il colpo fu talmente duro per il poveretto che si ammalò e di lì a breve morì di crepacuore (31).

 

La famiglia di Gaetano Luce e Maria Peduzzi

 

 

Pasquale Luce   Ascenza D'Orazio   Beniamino Peduzzi
1790
  Caterina Spera
1784
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Gaetano Luce
1811-1878
  Maria Peduzzi
1814-1897
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Caterina 1834-1899   Pasquale 1836-1907   Domenica Rosa 1838   Giuseppe 1840   Bernardino 1843-ca 1861   Antonia 1846   Annunziata 1848   Angela 1850   Loreta 1853-1885   Giacomo 1853-1893   Carolina 1858-1888






La famiglia di Baldassarre Federici e Antonia Peduzzi




Giovanni Federici
1792-1879
  Anna Siena Luce
1794-1832
  Beniamino Peduzzi
1790
  Caterina Spera
1784
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Baldassarre Federici
1824-1864
  Antonia Peduzzi
1823-1902
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Anna
1852
  Bernardina
1855
  Anna Siena
1859
  Pasquale
1861
  Ascenza
1863

 

Note

  1. Gramsci A.: “L’Ordine Nuovo”, rassegna settimanale di cultura socialista, anno 1920, Teti e C. Editore, Farigliano (Cn), 1976.
  2. Le notizie sul brigantaggio sono state prese da: Lugini Domenico Memorie storiche della regione Equicola, ora Cicolano Rieti 1907 e Luciano Sarego Reazione e brigantaggio nel Cicolano (1860-1867) Rieti 1976.
  3. L. Sarego pag. 76 - 77
  4. L. Sarego pag. 75 - 76
  5. L. Sarego pag. 101
  6. L. Sarego pag. 76 - D. Lugini pag. 378
  7. L. Sarego pag. 101
  8. L. Sarego pag. 76
  9. Archivio di Stato dell'Aquila - Stato Civile della Restaurazione - Registro degli Atti di Nascita di Torre di Taglio - 1823 n. 14 - Registro degli Atti di Matrimonio di Corvaro - 1855 n. 6
  10. L. Sarego pag. 91-92 nota 25 - D. Lugini pag. 390
  11. D. Lugini pag. 395
  12. L. Sarego pag. 37-39
  13. L. Sarego pag. 116 - D. Lugini pag. 403
  14. L. Sarego pag. 117 - D. Lugini pag. 403 - Per altre notizie vedi:Appendice I - Racconti e tradizioni orali - Le famiglie Spera e Luce
  15. Appendice I - Racconti e tradizioni orali - Giuseppe Luce, il brigante dal cuore tenero
  16. L. Sarego pag. 184
  17. D. Lugini pag. 371 e 476: "nell'ottobre 1860 bande di patrioti nel Cicolano avevano formato un piccolo esercito con quartier generale a Fiamignano, con capi e vari sottocapi (in tutto circa 2000 individui): " Era sottocapo ... Giuseppe Luce per Sant'Anatolia..."
  18. L. Sarego pag. 133 n. 19
  19. L. Sarego pag. 115
  20. L. Sarego pag. 184
  21. L. Sarego pag. 116 - 136 n. 37 - 184
  22. Appendice I - Racconti e tradizioni orali - Giuseppe Luce, il brigante dal cuore tenero
  23. Da un racconto di Angelo Amanzi figlio di Ercole e Candida Fracassi
  24. L. Sarego pag. 117 - 139 n. 41-50
  25. L. Sarego pag. 117 - 118
  26. L. Sarego pag. 118
  27. L. Sarego pag. 200 n. 42
  28. L. Sarego pag. 184 - 185
  29. L. Sarego pag. 185
  30. L. Sarego pag. 174
  31. Appendice I - Racconti e tradizioni orali - Giuseppe Luce, il brigante dal cuore tenero