Riassunto del processo a Filippo Amanzi

Siamo nel 1850, Gregorio Lanciotti di Sant'Anatolia accusa Filippo Amanzi di esser repubblicano e nemico del sovrano e che intorno al 1820 sarebbe stato Gran Maestro della setta de' Carbonari. Inoltre l'accusa di esser andato spesso a Rieti dove avrebbe avuto rapporti col «noto Garibaldi» e che a ottobre del 1848 avrebbe detto che se il Re «non era stato ammazzato, egli si fidava di troncargli la testa» «e con la sua testa ci si deve fare a boccia»

Gregorio non fornisce prove e non viene interrogato in quanto si trova in servizio di leva.

Giuseppe Falcioni, supplente del Giudicato Regio del Circondario di Borgocollefegato ha il compito di condurre le indagini.

Vengono interrogati Ferdinando Scafati, Gennaro Luce, Pasquale Luce, Nicola Pozzi e Francesco Fracassi che, più o meno all'unanimità, dichiarano che Filippo Amanzi è in generale una persona stimabile ma con il difetto «dell'ebrietà» e quindi, in quelle occasioni, di sparlare ma senza essere offensivo con le persone che lo circondano. Tutti confermano che Filippo ha fatto parte della Carboneria ma senza esserne Gran Maestro.

Viene richiesto al sindaco di ascoltare tre persone di Sant'Anatolia che possono considerarsi «probe». Giuseppe Falcioni indica "i tre probi" nelle persone di Pietro Vincenzo Falcioni, Cesare Innocenzi e Francesco Federici che confermano ciò che già gli altri testimoni avevano dichiarato.

Il processo viene archiviato per mancanza di prove e «fino alla sopravvenienza di nuovi lumi».