La Calecara, ricordi di Angelo Amanzi

Da un racconto di Angelo Amanzi, nato a S.Anatolia il 23/06/1925, figlio di Ercole e Candida Fracassi. Inviatomi da Candida Amanzi, figlia di Angelo e Gioconda Spera, il 06/06/2019 - Fotografie di Roberto Tupone del 1990


Nota del 18.03.2020 di R. Tupone: il signor Antonio Panei, figlio di Gaetano (n.1918), ha dichiarato che il seguente racconto non è attendibile. Suo padre gli raccontò, ad esempio, che la fabbrica venne avviata nel 1917 con le sole risorse di famiglia. Forse i vari prestiti furono fatti dopo il fallimento della fabbrica ma, al presente, non ci sono documenti che lo attestino. Angelo Amanzi nel 1917 non era ancora nato e nel periodo del fallimento era troppo piccolo per ricordare i dettagli. La storia va quindi presa con le pinze, considerando che sono ricordi di un signore di 94 anni risalenti a quando era un bambino. Angelo stesso, a cui siamo grati per la disponibilità ai molti racconti narrati, dice che aveva sette anni quando avvenne il fallimento della fabbrica. Segue il racconto:


La «Calecara» era un forno in cui venivano bruciate le pietre per fabbricare la calce utile a costruire edifici.

Apparteneva alla famiglia Panei.

Quando avevo circa 5/6 anni (intorno al 1930 circa), ricordo che iniziarono a cuocere le prime pietre; ma in famiglia sentivo i racconti degli adulti e ricordo quanto segue:

Noi eravamo apparentati con i Panei perchè la sorella di mia nonna aveva sposato uno di loro.

C'era un sacerdote dei Panei che partì per l'Argentina e, per aiutare i suoi parenti a costruire la calecara, si fece dare in prestito dei soldi ad alcuni compaesani, anch'essi in Argentina (La Plata - Santa Fè...). Ciò che riuscì a raccogliere lo inviò a Sant'Anatolia e iniziarono i lavori fino alla realizzazione definitiva della Calecara.

I soldi furono prestati ai Panei da Stornelli Tommaso, Stornelli Filippo, Stornelli Domenico, Amanzi Giuseppe e altri.

Tutti i Santanatoliesi che possedevano carri, mucche, cavalli, cioè che avevano la possibilità di aiutare, si organizzarono per trasportare le pietre necessarie a costruire la calecara: Falcioni Gianmatteo, Scafati Achille, Scafati Domenico, Panei, Placidi, Amanzi Giuseppe, Rubeis Flavio.

Ricordo che, un giorno di dicembre, pioveva e faceva molto freddo, avevo un cappottino addosso ed avevo circa 7 anni. Bene, quel giorno vidi arrivare i carabinieri e le guardie del comune che sequestrarono tutte le proprietà dei Panei tranne la casa, a causa di un debito troppo alto. Dovettero così dichiarare fallimento.

Noi parenti li aiutammo per cercare di riscattare almeno il bestiame; questo lo ricordo molto bene!

Mio padre insieme alla sorella "Righetta" (mamma di Ortensia) e a zio Giammatteo comprarono gli animali dei Panei e poi glieli restituirono per permettere loro di andare avanti.

Prima dell'inizio della Seconda Guerra Mondiale, Nice Panei sposò un certo Sciarra di Avezzano, proprietario di un lanificio. Grazie a questa importante unione, e con il ritorno del sacerdote dall'Argentina, i Panei riuscirono pian piano a riscattare tutti i beni sequestrati dal Tribunale (Calecara, Colle Pizzuto, ecc.).

Ma con l'avvento della nuova industrializzazione, la Calecara non tornò più a funzionare.

Roma, 6 giugno 2019

Angelo Amanzi