Capitolo X - Dopo l'unità d'Italia

Il catasto dei fabbricati del 1870 - Una nuova strada mai realizzata - L'esodo ovvero fuga dall'Italia unita - Visita pastorale del vescovo Bonaventura Quintarelli - Popolazione nel 1901 - Sant'Anatolia nella prima guida turistica moderna - Seconda visita pastorale del vescovo Quintarelli - Il terremoto del 1904 - Terza visita pastorale del Vescovo Quintarelli - Il terremoto del 1915 - La testimonianza di Pippo Falcioni - Le vittime del terremoto a Sant'Anatolia - La prima guerra mondiale - L'omaggio della Marsica alle salme di due eroici ufficiali - Alfredo Tupone

Il catasto dei fabbricati del 1870

Il «Catasto generale dei fabbricati», in seguito denominato «Nuovo catasto edilizio urbano», conservato nell'Archivio di Stato di Rieti, fu realizzato, sulla base della legge 26 gennaio 1865, n. 2136 (1). La legge sulla tassa dei fabbricati, pubblicata in allegato alla legge 11 agosto 1870, n. 5784, stabilì che «la revisione generale dei redditi dei fabbricati» sarebbe stata eseguita nel corso dello stesso anno 1870. «Preordinato a fini essenzialmente tributari», «l'esecuzione e la formazione di esso furono affidati agli Uffici delle imposte».

La differenza fondamentale tra il vecchio catasto e il nuovo fu la diversificazione tra possedimenti di terre e possedimenti di fabbricati. Il nuovo catasto andò a descrivere dettagliatamente la consistenza dei fabbricati e il valore della rendita imponibile al fine di stabilire l'imposta a carico di ogni proprietario.

I tre volumi riguardanti il Comune di Borgocollefegato, redatti nel 1876, furono divisi in partite numerate consecutivamente a partire dalla n. 01, del primo registro, fino alla n. 899 del terzo registro. I registri del comune di Borgocollefegato sono il n.105 (vol.1, partita 1-297), il n.106 (vol.2, partita 299-600) e il n.107 (vol.3, partita 601-899). Ad ogni numero di partita, numerata in alto a sinistra corrispondono due facciate con il numero del foglio in alto a destra.

Ogni partita riporta nell'intestazione il cognome e nome del proprietario, il nome del padre e la frazione del comune di appartenenza. L'elenco e quindi le partite seguono l'ordine alfabetico per cognome. Oltre ai dati di intestazione il foglio riporta l'elenco dei fabbricati posseduti seguendo un tabulato prestampato.

Le partite relative alla frazione di Sant'Anatolia sono le seguenti:

  • Vol. 105 partite n. 9, 10, 11, 12, 13, 151, 152, 178, 189, 219, 233, 234, 237, 239.
  • Vol. 106 partite n. 322, 323, 339, 341, 342, 347, 387, 388, 406, 416, 417, 418, 427, 428, 456, 458, 485, 506, 512, 526, 536, 537, 538, 539, 553, 554, 555, 556, 557, 558, 559, 560, 561, 562, 563, 564, 565, 566, 567, 568, 569, 570, 571, 572, 573, 574, 575, 576, 577.
  • Vol. 107 partite n. 606, 670, 677, 678, 679, 680, 681, 683, 684, 685, 686, 687, 688, 689, 690, 691, 692, 694, 704, 704/2, 709, 711, 712, 752, 760, 763, 766, 777, 778, 779, 780, 803, 804, 805, 806, 807, 808, 809, 810, 811, 812, 821, 822, 823, 824, 825, 841, 842, 843, 844, 845, 847, 873, 895, 896, 898.

In archivio, oltre ai suddetti tre volumi, ve ne sono altri relativi agli anni successivi e ai vari passaggi di proprietà avvenuti nel tempo.

Data l'ampiezza del registro e delle informazioni, si rimanda ad un lavoro a parte (2) ma per avere solamente un'idea dei dati ricavabili si riporta qui di seguito l'elenco dei proprietari delle case si Sant'Anatolia con l'importo della rendita catastale ed a seguire l'elenco delle strade.

N.

Cognome, nome, paternità, provenienza

Rendita 1870

Rendita 1879

1

Amanzi Germano del fu Filippo da S.Anatolia

19,5

40

2

Amanzi Giovan Carlo di Filippo da S.Anatolia

5,25

8

3

Amanzi Paolo del fu Giovan Battista da S.Anatolia

20,25

34,75

4

Amanzi Pietro del fu Filippo da S.Anatolia

11,25

10

5

Brigenti Antonio del fu Francescantonio da S.Anatolia

7,5

9

6

Cinaglia Carlo del fu Nicola da S.Anatolia

3,37

 

7

Cinaglia Ermenegildo di Carlo da S.Anatolia

3,75

5

8

Colangelo Vincenzo del fu Giacomo da S.Anatolia

14,25

15

9

Congregazione di Carità di Borgocollefegato di Borgocollefegato

25,5

18,75

10

Cruciani Giov. Battista fu Policarpio da S.Anatolia

9

10

11

D'Agostino Aloisa fu Agostino Maritata con Luce Carlo Giuseppe da S.Anatolia

3

4,5

12

D'Agostino Pasquale del fu Agostino da S.Anatolia

12,75

20

13

D'Alfonso Pasquale fu Giovanni da S.Anatolia

19,5

 

14

D'Amicis Domenico del fu Giuseppe da S.Anatolia

27

35

15

Di Berardino Angelo del fu Alessandro da S.Anatolia

4,12

 

16

Di Bernardino Antonio del fu Alessandro da S.Anatolia

4,13

4,12

17

Di Carlo Giuseppe del fu Paolantonio da S.Anatolia

12

13,5

18

Di Cristofaro Alessandro del fu Angelo da S.Anatolia

3,75

8

19

Di Cristofaro Casimiro del fu Alessandro da S.Anatolia

3,37

8

20

Di Filippo Nicola del fu Filippo da S.Anatolia

18

18

21

Di Gaspare Giustiniano del fu Giovan Antonio da S.Anatolia

27

35

22

Di Martino Leonardo del fu Vincenzo da S.Anatolia

9,75

16

23

Di Michele Pietro del fu Ludovico da S.Anatolia

3,75

5

24

Di Sabatino Sabatino d'ignoto da S.Anatolia

10,5

12

25

Falcioni Filippo del fu Nicola da S.Anatolia

21

 

26

Falcioni Giovan Matteo del fu Nicola da S.Anatolia

73,5

79

27

Falcioni Pietro Vincenzo del fu Nicola da S.Anatolia

57,75

62

28

Federici Francesco del fu Berardino da S.Anatolia

19,5

25

29

Federici Giovanni del fu Baldassare da S.Anatolia

38,25

 

30

Fracassi Angelo Maria del fu Mario da S.Anatolia

3,75

5

31

Fracassi Costantino del fu Francesco da S.Anatolia

1,62

3

32

Frezzini Angelo del fu Pietro da S.Anatolia

2,64

2,64

33

Gentile Sebastiano del fu Paolantonio da S.Anatolia

4,5

5

34

Innocenzo Vincenzo del fu Cesare da S.Anatolia

27,75

35,25

35

Lanciotti Benedetto del fu Vincenzo da S.Anatolia

12,75

20

36

Lanciotti Francesco del fu Gennaro da S.Anatolia

11,25

20

37

Lanciotti Gregorio del fu Vincenzo da S.Anatolia

4,12

10

38

Lanciotti Nicola del fu Marco da S.Anatolia

10,5

15

39

Luce [+] Antonio del fu Francesco [+] Liberato fu G. Battista e Spera Caterina fu G. Battista proprietari da S.Anatolia

7,5

10

40

Luce Angelo Sante del fu Pio Paolo da S.Anatolia

3,38

5

41

Luce Angelo, Giovan Battista e Antonio fu Francesco per 6/7 madre tutrice Cremonini Crocifissa vedova di Luce

27

28

42

Luce Antonio del fu Beniamino da S.Anatolia

9,75

5

43

Luce Antonio del fu Luce da S.Anatolia

23,25

25

44

Luce Basilio del fu Tommaso da S.Anatolia

3,75

5

45

Luce Carlo Giuseppe del fu Sinibaldo da S.Anatolia

15,75

10,5

46

Luce Celestino del fu Pietro Paolo da S.Anatolia

10,5

18

47

Luce Felice del fu Bartolomeo da S.Anatolia

15,75

30

48

Luce Filippo del fu Tommaso da S.Anatolia

3,38

 

49

Luce Francesco del fu Antonio da S.Anatolia

15

23

50

Luce Francesco del fu Gennaro da S.Anatolia

28,5

52

51

Luce Franco del fu Pietro Paolo da S.Anatolia

3,27

5

52

Luce Gaetano del fu Pasquale da S.Anatolia

3

4,5

53

Luce Giovan Battista di padre ignoto e della fu Luce Vittoria da S.Anatolia

12

22

54

Luce Giovan Vincenzo del fu Giovan Caterino da S.Anatolia

9

12

55

Luce Giovanni del fu Pio Paolo da S.Anatolia

3,38

4

56

Luce Lorenzo del fu Pietro Paolo da S.Anatolia

18,75

35

57

Luce Luigi del fu Pasquale da S.Anatolia

18,75

 

58

Luce Maurizio del fu Antonio da S.Anatolia

22,5

21

59

Luce Natale del fu Tommaso da S.Anatolia

11,25

27

60

Luce Paolo del fu Pasquale da S.Anatolia

4,88

10

61

Luce Paris del fu Domenico da S.Anatolia

3,75

5

62

Luce Raffaele del fu Antonio da S.Anatolia

9,75

25

63

Luce Vincenzo del fu Gennaro da S.Anatolia

 

12,5

64

Mariani Candida di Pietro maritata con Scafati Pietro Paolo da S.Anatolia

4,5

5

65

Pace Antonio del fu Giuseppe – Massa d'Albe

9,75

11,5

66

Panei Giovan Battista del fu Giuseppe da S.Anatolia

93

111

67

Passalacqua Felicita del fu Giovan Battista da S.Anatolia

3,75

5

68

Passalacqua Filippo del fu Domenico da S.Anatolia

3,75

5

69

Passalacqua Matteo del fu Domenico da S.Anatolia

10,5

 

70

Passalacqua Pietro del fu Domenico da S.Anatolia

12,75

 

71

Peduzzi Agostino del fu Nicola da S.Anatolia

3

 

72

Peduzzi Angelantonio del fu Francesco da S.Anatolia

18,75

35

73

Peduzzi Antonio del fu Beniamino da S.Anatolia

8,25

10

74

Peduzzi Aurelio del fu Antonio da S.Anatolia

6,75

10

75

Peduzzi Domenico del fu Francesco da S.Anatolia

6,75

 

76

Peduzzi Filippo del fu Pasquale da S.Anatolia

46,5

55

77

Peduzzi Francesca del fu Filippantonio genitrice dei figli minori Spinosi Mariacandida, Maria e Felicantonia del fu Gennaro da S.Anatolia

14,25

18

78

Peduzzi Lorenzo di Filippo da S.Anatolia

5,25

10

79

Peduzzi Matteo del fu Beniamino e Pietro del fu Tommaso da S.Anatolia (zio e nipote)

 

10

80

Piccinelli Gabriela del fu Pietro da S.Anatolia

26,25

38

81

Placidi Costantino del fu Nicodemo da S.Anatolia

514,83

680,5

82

Pozzi Domenico del fu Gianfelice da S.Anatolia

19,5

 

83

Pozzi Nicola del fu Leonardo da S.Anatolia

4,5

5

84

Pozzi Pietro del fu Gianfelice da S.Anatolia

13,5

14

85

PP Peduzzi Antonio del fu Giuseppe Antonio da S.Anatolia

19,5

28

86

Ricci Benedetto del fu Domenico da S.Anatolia

101,25

35

87

Rosati Biagio del fu Antonio da S.Anatolia

10,5

 

88

Rosati Francesco del fu Spirito da S.Anatolia

4,5

4,5

89

Rosati Nicola del fu Antonio da S.Anatolia

15

25

90

Rubeis Francesco del fu Spirito da S.Anatolia

52,5

 

91

Rubeis Giuseppe del fu Pietro da S.Anatolia

11,63

21

92

Rubeis Giustino del fu Angelo da S.Anatolia

24

34

93

Rubeis Ubaldo del fu Giovanni da S.Anatolia

4,5

 

94

Scafati Caterina del fu Ferdinando da S.Anatolia maritata Spera Antonio

6

50

95

Scafati Emanuele del fu Giuseppe da S.Anatolia

8,25

10,5

96

Scafati Ferdinando del fu Domenico da S.Anatolia

81,75

116

97

Scafati Francesco del fu Antonio da S.Anatolia

12,75

20

98

Scafati Giacomo del fu Domenico da S.Anatolia

24

 

99

Scafati Lorenzo del fu Carlo da S.Anatolia

12

16

100

Scafati Luigi del fu Filippo da S.Anatolia

9,75

 

101

Scafati Natale del fu Antonio da S.Anatolia

21

30

102

Scafati Simone del fu Sebastiano da S.Anatolia

12,75

20

103

Sgrilletti Francesco del fu Romualdo da S.Anatolia

10,5

 

104

Sgrilletti Giuseppe del fu Stefano da S.Anatolia

10,5

10

105

Sgrilletti Simone di Valentino da S.Anatolia

3

4

106

Sgrilletti Valente del fu Simone da S.Anatolia

19,5

 

107

Sgrilletti Vincenzo del fu Stefano da S.Anatolia

5,25

20

108

Spera Angelantonio del fu Bonifacio da S.Anatolia

18,25

25

109

Spera Francescangelo del fu Bonifacio da S.Anatolia

14,25

20

110

Spera Giuseppe del fu Giovanni da S.Anatolia

24,75

35

111

Spera Lino del fu Bonifacio da S.Anatolia

12

20

112

Spera Pasquale del fu Giovan Battista da S.Anatolia

15

25

113

Stornelli Francesco del fu Giuseppe da S.Anatolia

4,5

5

114

Tiberti Francesco del fu Filippantonio da S.Anatolia

11,25

15

115

Zacchéo Antonio del fu Lorenzo da S.Anatolia

6,75

7,25

116

Zacchéo Mariantonia del fu Francesco da S.Anatolia

3,75

3,75

117

Zuccaretti Domenico del fu Giovanni da S.Anatolia

6,75

8

 

TOTALE

2274,62

2637,01

 

I nomi delle strade riportate nel catasto dei fabbricati dove erano ubicate le case,
le botteghe, le rimesse, le stalle, i pagliai, ecc.

Strada dell'Ara - Via Arasoli

Arco Amanzi - Via Arco Amanzi – Arco d'Amanzi

Arco D'Amicis

Arco Falcioni - Via Arco Falcione

Cartora - Via Cartora

Case Vecchie

Via della Chiesa - Accosto la Chiesa - Via sotto la Chiesa - Vicino la Chiesa

Chiusa rurale

Costa Nitella - Via Costa Nitella - Piedi Costa Nitella - Piedi Nilitello - Costa ristella

La Costa - In cima la Costa - Piè la Costa - Via Piè la Costa - Piedi la Costa - Via Costa - Via la Costa - Vicino la Costa - Capo la Costa

S.Liberatore – Sopra S. Liberatore

Accanto la fonte - Via la Fontana - Via della Fonte - Via Fonte - Via la Fonte - Vicino la Fonte - Via della Fonte

La Fonticchia

Via del Forno

Via Ospedale

Nel Paese - Fuori il Paese - In mezzo al Paese - Pie il Paese - Piedi il Paese - Via nel Paese - Via Piedi il Paese - Via nel Paese

Palazzina - Via della Palazzina

Piazza S. Nicola – La Piazza - Capo Piazza – Piazza - Via Capo Piazza - Via Piazza - Via vicino la Piazza - Vicino la Piazza - Vicino Piazza

Piazzetta - Via Piazzetta

Fuori la Porta - Fuori porta d'Aja - Porta di giù - Via Porta di giù - Sotto la Porta

Rapale - Capo Rapale - Dietro Rapale - Piedi Rapale - Via Capo Rapale - Via Piedi Rapale - Via Rapale - Vicino il Rapale - Via Capo Rapale

Via Regia

Via Stalle oscure

Via la Terra - Capo la Terra - Entro la Terra - In mezzo la Terra - Pie la Terra - Via Capo la terra - Via mezzo la terra - Via Piè la Terra - Via mezzo la terra

Terrone - Capo il Terrone - Via Terrone - Via Torrione

Trainello - Piè il Trainello - Piedi il Trainello - Piedi Trainello - Via Travinello – Piedi Trainello - Via Trainello - Vicino il Trainello

Via Vicinato

Una nuova strada mai realizzata

Nel 1877 ci fu una disputa tra il Prefetto e i cittadini di S.Anatolia in merito alla realizzazione di una nuova strada per collegare il paese di S.Anatolia alla via Cicolana. La modifica alla strada, nonostante il parere contrario di alcuni cittadini, venne approvata, ma in effetti non fù mai realizzata. La strada sarebbe dovuta passare per il piano «Pizzu Dente», le «Vicenne» e «Colle dell'Ara», dirigendosi direttamente nella piazza della parrocchia di S. Nicola. Interessanti sono i riferimenti alla fiera del 10 luglio e ai forestieri che venivano giornalmente a visitare il Santuario e la visione del Fontanile (l'attuale «fonte a'balle») quale centro degli affari del paese (3).

«Al sig. Prefetto della Provincia dell'Aquila. Signore, l'intera popolazione di Santanatoglia rappresentata dai qui sottoscritti prega la S.V. a voler impedire la redazione del progetto sulla strada obbligatoria, che dalla rotabile conduce alla detta frazione, testè tracciata dal Sig. Ingegnere Papi, pei seguenti motivi. Lo sviluppo di questa strada, che incominciando dalla rotabile passa per "pizzo di dente", per le "vicenne", pel "colle dell'ara" per sboccare inanzi alla Chiesa Parrocchiale, lasciando da banda che non si congiunge per la via più breve col Centrale, il che poco monterebbe, si rende del tutto inutile non solo ai Paesani, ma anche ai Forestieri. Infatti i Paesani hanno la maggior parte delle loro stalle, rimesse ed are nei dintorni della fontana, che giustamente può dirsi il centro dè propri affari tanto domestici che agrarii. Fermando quindi la strada nel paese sovraposto, non si può in veruna maniera discendere coi traini alle rimesse, coi manoppi, granone, ecc. alle are, nè trasportare il letame alle possessioni. E per ovviare a questo inconveniente si contenteranno di battere sempre la strada vecchia, che fatta dalla natura e non dall'arte vi conduce direttamente. I Forestieri poi (non essendo il villaggio strada di passaggio) che vengono nella massima parte giornalmente per visitare il Santuario della Gloriosa S. Anatolia, incontrerebbero l'istesso ostacolo di dover fermare i loro legni nell'alto dela paese, ove non vi sono rimesse, e scendere abbasso pedestremente, ed a rimuoverlo saran costretti servirsi della strada vecchia, lasciando in abbandono la nuova. Il medesimo si dica per tutti coloro che intervengono alla fiera chè suol farsi annualmente nel giorno 10 luglio nel sudetto locale al basso del Paese fra la Chiesa di S. Anatolia e la fontana. Dopo ciò deve ritenersi che la piazza del sudetto Villaggio, sia il locale vicino alla fontana, che è il centro di tutti gli affari tanto per comodo dei Paesani, che dei Forestieri che vi accedono, e per conseguenza quivi debba dirigersi e fermare la nuova strada. Sù questa base vi sarà il vantaggio anche dal lato economico, risparmiandosi molto per la brevità che per l'espropriazione dei fondi. E' questo il giusto desiderio degli abitanti della Frazione pel cui commodo si costruisce la nuova strada. Si augurano quindi che sarà benignamente accolto dalla S. V., e l'avranno a gratia speciale.

Santanatoglia 12 Maggio 1877

  • Costantino Placidi Consigliere
  • Ferdinando Scafati Consigliere
  • Panei Giambattista
  • Angelo Canonico Scafati
  • Benedetto Ricci
  • Angelantonio de Sanctis
  • Giovanni Falcioni
  • Germano Amanzi
  • Giovanni Panei
  • Giustiniano di Gasbarro
  • Lorenzo Luce
  • Giustino Rubeis
  • Pietro Vincenzo Falcioni
  • Antonio Spera
  • Vincenzo Luce »

1877 - S.Anatolia planimetria nuova strada - In rosso la strada imposta ma mai messa in atto

Alla lettera dei cittadini seguì la risposta del prefetto che rigettò la proposta dei cittadini, alludendo ad interessi personali di alcuni di loro che ostacolavano la realizzazione della nuova strada al solo scopo di impedire l'esproprio dei terreni sui quali essa doveva passare.

Planimetria (Google Maps) corrispondente al disegno del 1877
In basso (blu) la strada pre-esistente corrispondente a quella odierna,
escluso il tratto dalla fonte al paese di sopra che passava per la via del Trainello.
In alto (rosso) la strada tracciata dal Delegato stradale ed imposta dal Prefetto.

«Strade obbligate n. 95 - Borgocollefegato - Strada per S. Anatolia

Aquila 26 luglio 1877. Al V. Sotto Prefetto di (Cittaducale)

Il nostro Sindaco di Borgocollefegato trasmitte direttamente a questo Uffizio una istanza de' Cittadini di S. Anatoglia, i quali chiedono un diverso andamento a quello già tracciato dal Delegato Stradale pel progetto della strada obbligata che conduce a quella frazione.
Dietro le informazioni avute dal Genio Civile, si è osservato, che qualora si volesse accogliere la istanza presentata dai 15 fra o 662 naturali di S.Anatolia si avrebbe non la comunicazione di quell'abitato con la Provinciale del Cicolano e quindi col capoluogo del Comune e del Circondario, ma invece quella delle poche stalle e rimesse oltre alla chiesa da cui prende nome la frazione; che non mancò il Delegato stradale di esplorare anche l'andamento che si desidera dà reclamanti, ma dovè rinunziarsi per le grandi difficoltà che si sarebbero incontrate nel tratto dalla Chiesa alle prime case della borgata; che se nell'abitato di questa borgata non ci sono rimesse, come si fa notare nella istanza, lo è perchè finora non vi è giunta alcuna via rotabile, e vi faranno certamente quando questa sarà costruita; che il vero movente della domanda par che sia tutto d'interesse privato onde evitare la occupazione di qualche proprietà presso il paese e segnatamente di qualche orto; e che infine fermandosi la strada alla chiesa di S. Anatolia, senza poter progredire verso l'abitato della frazione, non si adempirebbe allo scopo della legge sulle strade obbligatorie e ne scapiterebbero i naturali della borgata. Avendo sentito sull'oggetto la Deputazione Provinciale, è stata di avviso di non accogliersi il reclamo di cui sopra e di rimaner ferma la linea tracciata dal delegato stradale.

Per conseguenza, a termini dell'art. 15 delle Istruzioni del 14 aprile 1874, determino che, rigettato il reclamo in parola, la strada obbligatoria del Comune di Borgocollefegato che conduce alla frazione di S. Anatolia abbia la sua esecuzione sulla linea tracciata dal delegato stradale. Prego la sig. Vostra di dare comunicazione di questa mia determinazione al Sindaco locale, incaricandolo a darne conoscenza à naturali di quella frazione in esito del loro reclamo. Il Prefetto.»

Seguì quindi l'approvazione definitiva della strada:

«26 giugno 1877 n. 971, Al V. Ingegnere Capo Gover. Aquila.

In relazione alla sua nota emarginata, Le significo che sull'avviso di questa Deputazione Provinciale, e ritenute le considerazioni svolte in detta nota dalla Signoria Vostra, ho rigettato il reclamo de naturali della frazione S. Anatolia del Comune di Borgocollefegato dichiarando approvato il tracciamento studiato dal Delegato Stradale nel progetto della strada obbligatoria che conduce a quella frazione. Il Prefetto»

La strada venne quindi realizzata, ed essa ancor oggi esiste ed è una carrareccia che iniziando dalla provinciale Cicolana, nella zona della «calegara», prosegue verso il «colle dell'ara» e si inerpica verso il paese alto. I cittadini di Sant'Anatolia però avevano ragione, la strada non fu mai utilizzata e, negli anni a seguire, quando anche da noi arrivò il progresso, fu la vecchia strada ad essere asfaltata, quasi a richiamare il vecchio detto: «chi lascia la via vecchia per quella nuova, sa quello che perde, non sa quello che trova».

L'esodo ovvero fuga dall'Italia unita

Durante la guerra per la definitiva annessione del Regno delle Due Sicilie durata circa 10 anni, tra il 1860 ed il 1870, furono bruciati e rasi al suolo dall'esercito piemontese circa sessanta paesi del SUD, vennero arrestate circa 500.000 persone per motivi politici, e vennero uccise circa un milione di persone su nove milioni e mezzo di abitanti del Regno, oltre all'intera economia distrutta e alla diaspora di molte generazioni.

Antonio Gramsci scrisse:

«Lo Stato italiano è stata una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori venduti tentarono di infamare col marchio di briganti. Settecentomila civili massacrati (su una popolazione totale di nove milioni di abitanti), cinquecentomila cittadini arrestati, sessantadue paesi incendiati, centinaia di migliaia di patrioti deportati nei campi di sterminio piemontesi. Tutto ciò fu l'unità d'Italia» (4).

Per il popolo del sud non rimasero molte alternative:

  • Potevano chinare la testa e perdere la propria dignità, assistere impotenti alla cattura dei propri figli, strappati per 5 anni alla leva militare, e vederli poi morire in guerra. Perdere il lavoro, soffrire e subire in silenzio. Fare la fame, perchè alla fame erano stati ridotti.
  • Potevano ribellarsi o dire ai propri figli o fratelli più giovani di farlo, di darsi alla macchia, di non andare al militare, ma se proprio bisognava impugnare un'arma, di farlo per combattere il nemico piemontese ed essere partigiani, sperando di vincere e non di morire, come invece accadde ai più. E questi furono chiamati «Briganti» !
  • Potevano fuggire, il più lontano possibile, dall’altra parte del mondo. E questo in moltissimi fecero.

Durante il Regno delle Due Sicilie l'emigrazione era quasi assente in quanto le persone vivevano nel benessere e nella pace e non avevano nessuna intenzione di andare via. Dopo l'unione si stima che a causa della povertà, della mancanza di lavoro, del malessere generale, nonostante i nove milioni e mezzo di abitanti iniziali del Regno, circa 26 milioni di persone in varie ondate emigrarono in parte nel nord Italia, in parte in tutto il mondo e ancora oggi a distanza di 150 anni l’emigrazione non si è arrestata. Da una ricerca sommaria sulle persone nate a Sant'Anatolia che sbarcarono in Argentina tra il 1885 e il 1953 si rileva che emigrarono e si stabilirono in Argentina circa 200 individui tra cui a volte famiglie intere. Di questi una trentina tornarono a Sant'Anatolia, gli altri rimasero in Argentina.

Passaporto del 1948 di Cesira Sgrilletti con la figlia Anatolia
Fotografia gentilmente inviata da una discendente dall'Argentina

Allo stato attuale non abbiamo dati sull'emigrazione verso in nord Italia o verso altre nazioni, ma volendo azzardare un'ipotesi, i santanatoliesi che emigrarono verso Stati Uniti, Europa, Nord Italia, ecc. furono almeno altrettanti. Oggi la presenza di una folta comunità di compaesani a La Plata (Buenos Aires) è un dato conosciuto da tutti i santanatoliesi e grazie alla rete i discendenti degli emigranti possono finalmente riallacciare i rapporti con i discendenti dei compaesani rimasti in Italia.

Visita pastorale del vescovo Bonaventura Quintarelli

Tra il 1888 e il 1893 morirono i sacerdoti don Costantino Placidi e don Angelo Scafati che lasciarono, quale unico sacerdote di Sant'Anatolia, nonché abate parroco e vicario di Borgocollefegato, don Giovanni Battista Panei.

Don Costantino, figlio di Nicodemo Placidi (1778-/1864) e Maria Giovanna Organtini (1792-1864), era nato il 6 aprile del 1817 a Luco dei Marsi. Nel 1867 la sua famiglia abitava a S.Anatolia in via «Piedi la Terra». Fu abate parroco dal 1856 e lasciò la parrocchia spontaneamente nel 1874. Venne anche implicato in alcune vicende riguardanti il brigantaggio di cui si parla in altro capitolo. Fu anche ufficiale di stato civile di S.Anatolia dal 1870 al 1886. Morì il 18 luglio del 1888 a Sant'Anatolia e fu sepolto nel «Cimitero di S.Maria» (5).

Don Angelo, figlio di Ferdinando Scafati (1808-1899) e Maria di Cola (1810), era nato a Sant'Anatolia, nella strada «in mezzo la Terra», il 15 marzo del 1832. Il suo nome di battesimo era Angelo Agapito. Era canonico coadiutore del parroco e dal 1858 ricoprì anche la carica di vicario foraneo di Borgocollefegato. Era molto apprezzato sia per la sua mitezza che per le capacità letterarie tanto che il vescovo Mauri lo fece venire a Rieti ad insegnare «belle lettere» e in questo era considerato un «valentissimo» professore. Dal 1884 fu «preposto» della chiesa di Sant'Angelo in Borgo l'attuale San Michele Arcangelo di Rieti. Morì a Sant'Anatolia il 29 giugno del 1893. In una nota scritta nel registro degli stati di famiglia di Sant'Anatolia del 1860, a lui riferita, è riportato: «Angelo di nome e di costumi» (6).

Il primo giugno del 1888 il vescovo Mauri venne trasferito nella diocesi di Osimo e Cingoli e la sede vescovile rimase vacante per otto mesi. L'11 febbraio del 1889 venne nominato Carlo Bertuzzi che rimase in carica fino al 18 marzo del 1895, anche lui trasferito in altra diocesi di Foligno. Il 18 marzo del 1895 venne nominato il nuovo vescovo don Bonaventura Quintarelli (Bagnoregio, 29 marzo 1844 - Rieti, 31 ottobre 1915) che rimase in carica per venti anni (7).

«Terzo degli undici figli di Leopoldo e Pacifica Urbani, Bonaventura Quintarelli rappresenta, nella secolare storia dei vescovi che si sono avvicendati alla guida della Diocesi di Rieti, una figura di notevole prestigio e spessore culturale, che seppe fare intelligentemente da ponte fra le tensioni post-unitarie che chiusero il XIX secolo e le prime, caute aperture che anticiparono i Patti Lateranensi del 1929» (8).

La mattina del 22 agosto 1897 il vescovo Quintarelli, «celebrata la santa messa nella parrocchiale di Torano, alle h. 10.00 partì alla volta di Santa Anatolia», ove giunse in carrozza «ricevuto da un numerosissimo popolo e al suono delle campane».

«Alla porta di chiesa era ad attenderlo il parroco e vicario foraneo, don Giambattista Panei», che gli «porse a baciare il Santissimo Crocifisso. Premesse le altre cerimonie di rito, diede la duplice assoluzione ai defunti della parrocchia. Quindi ascoltò la santa messa celebrata dal reverendo abate, durante la quale si recitò il Santo Rosario» (9).

Nelle ore pomeridiane il vescovo tornò nella chiesa di San Nicola dove, dopo aver tenuto un lungo discorso al popolo presente, amministrò il sacramento della Cresima a «circa duecento bambini dell'uno e dell'altro sesso».

Visitò il «Santissimo Sagramento» e impartì al popolo la prima benedizione con la Pisside. Fece infine la visita «degli altari, dei confessionali, del fonte battesimale, dei sacri arredi e gli olii sacri». Siccome l'unico confessionale aveva bisogno di una piccola riparazione alla porticina, ordinò di farla.

Poi, a mezzogiorno, andò a casa dei signori Placidi dove fu ospitato nei tre giorni che rimase a Sant'Anatolia, il 22, 23 e 24 agosto. Nel suo resoconto il vescovo Quintarelli descrisse in questo modo la parrocchia e il paese di Sant'Anatolia:

Parrocchia e parroco.

«Trovasi questa terra a Sud-Est di Torano, e ne dista un'ora di viaggio. E' una valle di non piccola estensione, che giace fra le due borgate, qual valle giusta la più accreditata opinione è l'agro Torense, dove fu deportata e successivamente martirizzata S. Anatolia, Vergine Romana, sorella romana di S. Vittoria pure Vergine e Martire. Nella nostra diocesi si fa l'ufficio dell'una e dell'altra, ai 24 luglio e 16 ottobre rispettivamente. La terra di S. Anatolia sta sopra una collina, poco meno che alle falde, ad ovest di monte Velino che è una delle più alte montagne degli appennini. Fu per lungo tempo feudo di Casa Colonna: dalla soppressione di diritti feudali è frazione del comune e mandamento di Borgocollefegato, e però appartiene al circondario di Città Ducale, provincia di Aquila. Conta una popolazione di circa 1000 anime e sta nel confine delle due regioni Cicolano e Marsica.

La parrocchia è eretta sotto l'invocazione di S. Nicola di Bari. Durante il dominio feudale era jus patronato dei Colonna. Abolito dal dominio di Gioacchino Murat, la ristaurazione Borbonica, in base ad una sua ben nota disposizione in materia, invitò i Colonna a documentare che il jus patronato non era punto un diritto feudale, bensì un diritto su fondazione o dotazione. Pare che i già feudatari non potessero esibire la prova richiesta e così il jus patronato fu devoluto alla Corona. Questa però rinunciò a tal diritto con decreto 12 dicembre 1832, visita di quell'anno pag. 179, e così questa parrocchia o badia divenne di libera collezione dell'ordinario. Quanto alla concura è da notarsi che fino a mezzo secolo indietro v'era colà una specie di collegiata, la quale contava della parrocchia o badia, e di tre canonicati.

Santuario di S. Anatolia - Madonna del Latte

Questi ultimi li troviamo posseduti da don Arcangelo Amanzi, da don Giuseppe Placidi e da don Angelo Falcioni nel 1828. Il Placidi, anzi, ed il Falcioni erano canonici anche nel 1851. I 2 canonicati erano di jus patronato Colonna poi, vedi sopra, passarono ad esser di nomina della Corona, con decreto reale 1836, 17 settembre.

Il canonicato posseduto dall'Amanzi, detto di S. Nicola (in una ai benefici semplici di S. Costanzo e S. Lorenzo in Cartore, di juspatronato Colonna poi, come sopra, della Corona) fu unito in perpetuo alla parrocchia o badia di S. Anatolia.

Il Jus Palatinum di cui facevano uso i sovrani fino a quel tempo era, sto per dire, un'equipollente del Jus Pontificals, quindi conveniva ritenere tali unioni come canonicamente fatte ! Il Decreto Reale in copia, leggesi nella visita 1851 pag. 461. Il canonicato goduto dal Falcioni, detto oggi canonicato minore, sta da gran tempo in amministrazione presso l'economato.

Finalmente il canonicato goduto dal Placidi, detto oggi il canonicato maggiore, è quello che oggi forma la concura, in una al beneficio di S. Leonardo in Cartora uniti ad esso con decreto reale (era di nomina Colonna, poi della Corona come retro) 17 luglio 1858, bollario an. 1858 pag. 294. Abbate parroco è il sig. don Giambattista Panei del luogo, di anni circa 60, fin dal 1874.

Questi è vicario foraneo di Borgocollefegato, ma risiede, naturalmente, in S. Anatolia. Il medesimo gode le rendite della concura, dirò meglio, ne è l'economo curato con patente vescovile del febbraro ultimo, placitata dalla procura generale».

Registri.

Il vescovo, visionò i vari registri parrocchiali, delle messe pro populo, dei legati a carico del parroco e dei luoghi pii, dei legati del canonicato minore e del canonicato maggiore, del legato a carico della famiglia Placidi, delle messe per le anime sante del purgatorio, e li trovò per la maggior parte correttamente scritti e soddisfacenti. Fece degli appunti su alcune messe non fatte e su dei registri parzialmente da compilare meglio.

Chiesa di San Nicola.

«Trovasi nel paese verso il lato sud-ovest. La facciata è volta ad est. Ha una finestra in mezzo. Nelle pareti laterali della chiesa altre nove finestre simmetriche, la decima è finta perchè in quella parte, nord, v'è la torre campanaria attigua. La chiesa è lunga circa 18 metri, compreso il presbiterio, larga 8, senza le 6 cappelle ove sono gli altari laterali. E' coperta a volta a vari settori, formati da cerchi o fascioni che posano sopra pilastri addossati alle pareti laterali, i quali dividono fra loro le dette cappelle. Sotto la volta un discreto cornicione che gira intorno intorno la chiesa. Sopra l'ingresso decente orchestra con organo. Pianceto in mediocre stato.

Il presbiterio si innalza sulla platea di due gradini in pietra, che corrono tutta la larghezza della chiesa. Dietro l'altare maggiore, vi si entra da due porte laterali al medesimo, v'è la sagrestia, bello e spazioso vano a volta, largo 10 metri, lungo 5, con mattonato discreto, due finestre ad ovest che la illuminano più che a bastanza, due discreti armadi per gli arredi, qualche cassa, qualche panca. La torre campanaria è attigua alla parete nord del presbiterio, a cornu epistole dell'altare maggiore. Ha due buoni bronzi, che servono anche per l'orologio comunale. Vi si entra dalla chiesa».

Poi descrisse gli altari che erano otto:

  • «L'altare maggiore, dedicato a S. Niccola di Bari titolare della parrocchia, ed a S. Anatolia vergine e martire, è addossato nella parete in fondo al presbiterio. Questo non è che la continuazione della platea, quantunque si sollevi sopra di essa di due gradini, come si è detto. E' profondo circa 4 metri, largo 7, alto più che a sufficienza e coperto a volta. All'estremità laterali di esso due sfondi simetrici, ove sono collocati due altari i quali sfondi sono profondi 2 metri, larghi 3, alti a sufficienza e parimenti coperti a volta. All'Altare Maggiore, nel quale si conserva il Santissimo in un decente ciborio in legno, sovrasta un ampio riquadro: quasi in mezzo ad esso, piuttosto in alto, una tela di forma rotonda con relativa cornice in stucco, rappresentante la vergine col Santissimo Bambino, S. Niccola a destra e S. Anatolia a sinistra: ai lati della tela, piuttosto in basso ma sempre nel riquadro un affresco, rappresentante nella parte destra S. Antonio di Padova cui appare il Santissimo Bambino, nella parte sinistra due correligiosi del Santo, che lo guardano da una portiera alquanto sollevata. Sopra il riquadro, anzi sopra il cornicione, vi è rappresentante la Santissima Trinità. A destra e sinistra del riquadro, sopra le due porte della sagrestia, due nicchie coi simulacri in legno di S. Niccola e di S. Anatolia. Sulle mura di dette porte, alla base delle nicchie, due piccole tele, in cornici dorate, dei Sacri Cuori. Gli altari collocati nei due detti sfondi laterali all'Altare Maggiore sono dedicati, quello a cornu evangeli, a S. Antonio da Padova, con mediocre simulacro del santo in una nicchia sovrastante la mensa. L'altro, a cornu epistulae, è l'altare del Suffragio, v'è dipinta in tela la Vergine col Santissimo Bambino, e le anime purganti in basso: prospettive piccole, ma non riducenti .

Gli altri cinque altari ed il battistero sono collocati in sei sfondi simmetrici, pratticati nelle pareti laterali della platea, relativamente remoti del presbitero: sono profondi un metro e settanta centimetri, larghi metri 2 e 1/2, alti a sufficienza e coperti a volta.

Discrete le prospettive degli altari.

  • Il primo altare a cornu evangeli è dedicato alla Santissima Vergine del Rosario, la quale vi si venera, col Santissimo Bambino, effigiata in un simulacro in legno decentemente vestito, collocato in una nicchia soprastante la mensa, con cornice in legno munita di cristalli, e più in fuori altra cornice in stucco: intorno la nicchia in piccole tele sono dipinti i 15 misteri.
  • Il secondo altare a cornu evangeli è dedicato a S. Giovanni Battista, che v'è dipinto in un affresco quasi del tutto casso. Davanti a questo una tela con bella cornice dorata, di tal grandezza, che può passare, o quasi, come quadro dell'altare, la quale rappresenta la Santissima Immacolata, con S. Agnese Vergine e Martire, ed alcune fanciulle, le figlie di Maria. Questo altare era di jus patronato della famiglia Spera. Oggi è nullatenente, quindi non si pensa più a mantenerlo.
  • Al luogo del terzo altare a cornu evangeli sta il fonte battesimale, di vantaggiose proporzioni: fulcro e tasca di pietra, il di sopra in muratura, di lato sta la piscina.
  • Il primo altare a cornu epistolae è dedicato alla Beatissima Vergine del Carmine, la quale vi si trova dipinta in tela col Santissimo Bambino; il Beato Simone Stock a destra, S. Teresa a sinistra. Al posto del sotto-quadro la vergine del Sacro Cuore, col Santissimo Bambino in plastica. Il piccolo simulacro sta dentro campana di cristallo, ai lati due palme di fiori in giaconetta, entro campane di cristallo. Ai lati dell'altare due quadretti in tela con cornici dorate, rappresentanti S. Antonio da Padova e S. Rocco di Mompellieri. Ai fianchi della volta dello sfondo o cappella altre due piccole tele, rappresentanti S. Giuda Taddeo apostolo e S. Vincenzo Ferreri. L'altare è di jus patronato della famiglia Placidi, oggi signor Giuseppe, la quale lo mantiene con decoro.
  • Il secondo altare a cornu epistolae è dedicato a S. Luigi Gonzaga, che vi si trova effigiato in un simulacro in legno, collocato nella nicchia soprastante la mensa, cornice di legno con cristalli, più in fuori cornice in stucco. Il sotto-quadro è un'oleografia di S. Giuseppe con bella cornice dorata.
  • Il terzo altare a cornu epistolae è dedicato alla natività della Santissima Vergine. La relativa tela è di ristrette dimensioni. Al posto del sotto-quadro v'è un vecchio e piccolo simulacro della Santissima Immacolata.

Questa chiesa, di solida e regolare struttura, comunque vasta a sufficienza, ormai non contiene più tutta la popolazione se non a disagio. Reclamerebbe qualche risarcimento, di poca entità, e soprattutto una ripulitura generale: il che per altro non è per ora possibile, attese le gravissime spese a cui s'è dovuto sobbarcare il popolo per edificare la chiesa di S. Anatolia, di cui or ora, non ancora al completo necessario. La suppellettile è in stato mediocre, gli arredi in sufficienti condizioni. L'universa manutenzione, venute meno le rendite dei luoghi pii, è ormai a carico del parroco e del popolo».

Da circa dieci anni era stato costruito il campo santo che si trovava tra Torano e Sant'Anatolia ed era in comune con i due paesi. Il vescovo lo benedisse e lo trovò in buono stato. Era invece assente la casa parrocchiale e ciò era giustificato dal fatto che i vari sacerdoti erano sempre o quasi di Sant'Anatolia e avevano casa propria nel paese. Il vescovo continuò nella descrizione delle chiese.

Chiesa di S. Anatolia.

«Trovasi a nord est del paese in basso alla distanza di circa un chilometro. La facciata, che ha un disegno, è volta a nord-ovest. Ha nel mezzo una finestra di forma circolare lavorata in pietra ed in basso tre porte, corrispondenti alle tre navate della chiesa, la maggiore delle quali porte offre anche essa un lavoro in pietra degno di rimarco. La chiesa è a tre navate: sono lunghe un 17 metri (escluso il presbiterio per quella di mezzo), larghe la centrale 6 in 7 metri, le laterali 4 per ciascuna, senza calcolare lo spazio occupato dai pilastri e corrispondente agli archi soprapposti, che dividono esse navate. La navata centrale è coperta da svelta e bella volta divisa a settori da archi o fascioni, che poggiano sulle fronti dei pilastri già mensionati: sotto la volta 10 finestre simetriche, cinque cioè da ciascuna parte: bel cornicione a molte linee, che corre intorno l'intera navata.

Sopra l'ingresso ampia e decente orghestra in legno, con eccellente organo, sostenuta dal bussolone. Vi si entra da porta esterna pratticata da lato alla facciata, a nord-est. Le navate sui lati, ove finora non è costruito alcun altare, sono coperte da volte a settori, divisi da archi che poggiano sulle pareti laterali della chiesa, in pilastri a piccolo rilievo, e sui pilastri divisori, più volte ricordati, vi sono sette finestre a semicerchio, tre da una parte, e quattro dall'altra, l'ottava è finta. Il pianceto sta in eccellenti condizioni. Il presbiterio o cappella, ove è collocato l'altare maggiore, ed unico finora, non è che la continuazione della navata centrale e si alza su questa di due gradini in pietra, a semicerchio, che corrono tutta la larghezza di essa navata e del presbiterio. Questo è profondo metri 3 e 1/2 o 4, largo 6 in 7.

L'altare è staccato dalla parete retrostante di circa un metro. La sua mensa è foggiata ad urna, e vi si ascende per due gradini in pietra. Nella parte posteriore della mensa si innalza a mo' di postergale una edificazione larga quanto l'altare, alta circa 7 metri, e dello spessore di meno d'un metro. In essa edificazione quattro colonne con capitelli, cimasa e sopracimasa con intagli e fregi in stucco. In mezzo a questa edificazione o prospettiva si apre una capace nicchia, ove è collocato il simulacro in plastica di S. Anatolia, alto circa metri 2 e 1/2. Fuori la nicchia cornice in stucco, e poi due pilastrini piani a spigolo. Il simulacro è lavoro del professor Odoardo Alberto Sciaff di Boemia, lavoro che colà pregiano molto, e che forse ha il suo valore.

Ai lati dell'altare si aprono due porte, che immettono in due discreti vani. Quello a cornu epistulae è la sagrestia, coperta a volta, e bene illuminata, decente armadio pei sacri arredi. Qui pende la corda dell'unica campana, piuttosto piccola, sita in archetto sopra muro. L'altro vano, a cornu evangeli dell'altare, non è ancora compito. Non v'è che le mura ed il tetto.

A circa 6 metri dall'ingresso, a destra di chi entra, v'è nella navata centrale un'edicola o tempietto isolato. E' largo e lungo poco oltre 3 metri, ed alto 2 e 1/2. E' coperto a volta. Nel lato che guarda il presbiterio v'è il muro, al quale è addossato un'altarino, negli altri tre lati una cancellata di ferro battuto. Ai quattro angoli quattro colonnette in materiale simetriche, che sostengono la piccola volta. Nell'altarino un antico affresco rappresentante S. Anatolia, difeso da cristallo in cornice di legno. Nella volticella le immagini pure a fresco, in seguito ritoccate anzi deturpate, della Santissima Vergine a perpendicolo della mensa, e dei quattro evangelisti verso gli angoli. Questa edicola vanta una relativa antichità, ed è tenuta dai terrazzani e forastieri in molta venerazione».

«La bella e capace chiesa di cui parliamo è di recentissima costruzione. Fu incominciata e condotta allo stato in cui si trova in 20 anni o poco più. Della chiesa antica non furono utilizzate che le pareti laterali, ma solo in parte, rafforzandole ed innalzandole. Il disegno dell'attuale chiesa è dovuto al padre Luigi Ferrante, gesuita, zio materno dei sig. Placidi Giuseppe e fratelli. Quanto il disegno in discorso valga in arte lo ignoriamo. Quel che possiamo dire è che ci parve assai bello, e stiamo per dire grandioso, e fa la stessa impressione a tutti».

«Questa vasta e costosa edificazione fu tirata su con largizione ed elemosine di ogni genere sia dei nativi del luogo, in specie dei signori Placidi su ricordati, sia dei paesi circonvicini, i quali anche essi professano grande devozione alla gloriosa santa. La chiesa è sfornita di suppellettile e di sacri arredi. Non v'è che il necessario per funzionarla nelle solite ricorrenze, e per celebrarvi. Ma tutto da a credere che fra non molti anni avrà quanto occorre sotto tutti i rapporti. La chiesa, sugli avanzi della quale fu edificata l'attuale, vantava un'antichità. Si ritiene che il corpo della santa sia stato in essa conservato per più secoli, prima di essere trasportato nella chiesa dei benedettini in Subiaco, ove ora si venera. Era anche essa assai capace, ed avea pure tre navate. Appartenne per lunghi secoli ai benedettini, ed ancora si additano i ruderi dell'attiguo convento ad essi appartenuto».

«La nuova chiesa, venute meno le retribuzioni esistenti nella vecchia, delle quali a suo luogo, deve essere in tutto mantenuta con elemosine dei devoti».

Chiesa della Santissima Addolorata.

«Trovasi a sud-ovest del paese alla distanza di 7 od 8 cento metri. Fu fabbricata da circa 60 anni, e fino a pochi anni or sono, ossia fino a che fu costruito il camposanto fu la sepolcrale della parrocchia. Non ha, ne ebbe mai altro che mura e tetto. sta in cattivo stato, massime nel tetto: può ritenersi che tra non molti anni andrà in rovina. Non se ne ebbe cura per lo passato, e così sarà per l'avvenire, atteso che il popolo è tutt10o impegnato nel compiere, ornare, e provvedere la chiesa di S. Anatolia».

Elemosine in S. Anatolia:

«Abbiamo già notato che il Santuario, ossia chiesa di S. Anatolia, è luogo di gran devozione non solo pei naturali del luogo, ma anche pei paesi circonvicini: molte furono le elemosine raccolte per edificare la nuova chiesa, e non poche sono quelle che seguitano a collettarsi per compirla, nè per grazia di Dio cesseranno compite questa, come ve n'erano prima di incominciarla.

Monsignor Mauri, come risulta dagli appunti dell'ultima sua Sacra Visita del 1887, si astenne dal prenderne conto. Il ricordato signor don Costantino Placidi, la cui famiglia contribuiva generosamente alle spese della fabbrica della chiesa allora in costruzione, teneva tutto in mano. Epperò quel prelato, a cui dovea aliunde constare che le elemosine si erogavano come si doveva, non credè opportuno molestare il Placidi, il quale avrà erogati in detta fabbrica, e così posteriormente il signor Panei, la più gran parte delle rendite dei luoghi pii anche dopo la liquidazione. Cessato ora il bisogno di usare tale riguardo, può esser del caso provvedere che si apra colà il registro dell'introito ed esito, per poi esibire il dovuto resoconto al reverendissimo ordinario. Con che potrebbero le elemosine crescere di non poco, poichè è naturale che i devoti amano vedere cogli occhi e toccare colle mani, e sì che v'è il maggior bisogno di contarli al possibile, ite in dileguo le rendite dei luoghi pii».

Infine riepilogò tutti i benefici e le messe a carico dei benefici e rifece l'elenco di tutti i luoghi pii.

Benefici e Cappellanie:

  • Beneficio di S. Niccola, detto 2° canonicato: fu riunito alla parrocchia. Per questo beneficio il parroco aveva in carico 12 messe.
  • Beneficio, detto 3° canonicato ad oggi canonicato minore. Da oltre 40 anni è vacante, e sta in amministrazione presso l'economato. A questo canonicato è unito, non si sa come ne quando il piccolo Beneficio della Madonna di Loreto in altare omonimo nella chiesa vecchia di S. Anatolia. Il canonicato è gravato di 12 messe ed il beneficio di 6, e secondo gli appunti dell'ultima sacra visita l'economato fa celebrare solo 10 messe, non 12, pel canonicato.
  • Beneficio o cappellania di S. Giovanni Battista, eretto in altare omonimo nella parrocchiale. E' jus patronato della famiglia Spera. Questo diritto dagli Spera sembra sia andato in Giuseppe Scafati e sorella. Il patrono (o patroni) ha svincolato i beni (parte di questi furono venduti nel principio del secolo) per L.250. Dunque i beni rimasti valevano perlomeno L.800. Dopodichè li alienarono, e le messe 12 di cui era gravato il beneficio non sono state applicate dal 1881, epoca in cui morì l'ultimo investito, signor Francesco Giorgi extra diocesano.
  • Beneficio o cappellania della Santissima Vergine del Carmine. Era di jus patronato della famiglia Cherubini. In seguito questo diritto passò alla famiglia Placidi, oggi signor Giuseppe e fratelli. V'è l'onere di due legati, il 1° di due messe al mese, il 2° di tre messe all'anno. Sono in vigore. I predetti signori fratelli Placidi, dopo la morte del loro zio paterno signor don Costantino avvenuta nel 1888, svincolarono i beni sborzando L.800. Il che mostra che il valore di essi si accerta alle L.3.000, se non più poichè in quei luoghi spesso una notevole parte dei fondi non risultano a catasto. Fu suggerito al prelodato signor Giuseppe, uomo facoltoso, di sborsare una somma che rappresenti la dote perpetua dei due legati di messe, ed una percentuale di un'equa composizione: fece buon viso alla proposta, e chiese di essere informato sulla natura dell'istituzione in discorso. Il che potrà farsi.
  • Beneficio della Santissima Vergine di Loreto, riunito al canonicato minore.
  • Beneficio di S. Marie del Colle, chiesa ora diruta, di giuspatronato Colonna. Se ne ignora l'erezione. L'ultimo investito fu don Francesco Fabrizi di S. Stefano del Corvaro, il quale viveva nel 1828. L'epilogo del labreo pone una rendita di ducati 13.60, pari a L. 57.80. Onere, oltre la manutenzione della chiesa che più non esiste, due processioni dalla parrocchiale a S. Maria del Colle, già sita fra S. Anatolia e Torano, con due messe cantate. Elemosina all'abate parroco di ducati 2.40, pari a L.10.20. Queste processioni e messe avevano luogo il 25 marzo ed il 2 luglio. Nulla sapevamo di questa istituzione quando fummo colà. Gli appunti delle due ultime sacre visite non ne parlano. Il beneficio fu incamerato o riunito per decreto reale (la corona, come cennammo si sostituì ai Colonna nel Juspatronato) a qualche parrocchia dei vicini paesi, se non di S. Anatolia, come è avvenuto per quasi tutti i benefici di nomina regia in quei luoghi.
  • Beneficio di S. Costanzo in Cartora, fu unito alla parrocchia. Per questo beneficio il parroco aveva a carico 15 messe.
  • Beneficio di S. Lorenzo in Cartora, fu unito alla parrocchia. Per questo beneficio il parroco aveva a carico 12 messe.
  • Beneficio di S. Leonardo in Cartora, fu unito al canonicato maggiore o concura. Per questo beneficio la concura aveva a carico 20 messe.

Luoghi Pii:

  • Santissimo Sacramento all'altare maggiore nella parrocchiale. I legati che lo gravavano erano: a) Pel fu Antonio Placidi messe 4; b) Pel fu Francesco Gentili messa 1; c) Per la fu Antonia Amanzi messe 4; d) da celebrarsi nella chiesa di S. Atanasio, ora diruta, messa 1 solenne e 3 lette.
  • Santissimo Rosario all'altare omonimo nella parrocchiale, lo gravava 1 legato di 2 messe pel fu Carlo Amanzi. Nota bene: le 15 messe gravanti i due suddetti luoghi pii si celebrano ed applicano colà nelle seguenti ricorrenze: 1 cantata dall'abate e 2 lette dai due canonici ogni volta il 20 gennaro, festa di S. Sebastiano Martire. Il 28 aprile, anniversario della sagra della chiesa vecchia di S. Anatolia. Il 2 maggio, festa di S. Atanasio patriarca Alessandrino. Nella solennità del Corpus Domini, e nella prima domenica di ottobre, festa del Santissimo Rosario. Da ciò può argomentarsi che i legati in discorso gravavano anche i luoghi pii, dei quali or ora ai n. 3 e 5.
  • Di S. Anatolia, ossia del Santuario cioè per l'intera chiesa, e non per la sola edicola, come sembra esser certo.
  • Della Pietà o Santissima Addolorata nell'altare maggiore della vecchia chiesa di S. Anatolia. Era gravato di una messa ogni mercoledì pel fu Fabio Di Domenico. Questo legato fu ridotto a decennio da monsignor Mauri ai 17 giugno 1874, poi 27 settebre 1882, ad altro triennio a 30 messe all'anno: però nell'ultima sacra visita, 18 settebre 1887, si avvide che nel concedere queste riduzioni era partito da un errore di fatto, dall'esiguità della rendita cioè, mentre queste giungevano a L. 200 nette al mese, ed egli ne supponeva solo 32, ritenendo quindi di niun valore le riduzioni ingiunse al parroco Panei e al fu don Costantino Placidi di ricorrere a Roma per una sanatoria. E comandò al Panei di rimettere messe 28, tralasciate da lui, sulla parte che gli toccava delle 30 annue. Quanto alla sanatoria ci facciamo lecito osservare che essendosi altrimenti erogate, in buona fede, le rendite del luogo pio, non sembra fosse necessaria. A meno che i due ricordati sacerdoti, il che è incredibile, avessero ingannato il superiore, o almeno si fossero accorti che questi era in errore. Quanto a noi il Panei ci dichiarò che dall'ultima sacra visita questo luogo pio (ed anche gli altri) fu amministrato dal Placidi fino al 1888, e che lui fino al 1890. E che il legato fu puntualmente soddisfatto, ma non spiegò se in base alla riduzione di monsignor Mauri, o meno, noi, che ignoravamo la cosa, non gli domandammo ne questo, nè se avea applicate le messe 28 di cui sopra.
  • Di S. Sebastiano martire nell'altare omonimo in chiesa (vecchia) di S. Anatolia.

Popolazione nel 1901

Nel censimento del 1901 la popolazione del comune di Borgocollefe-gato era così ripartita (10):

Borgocollefegato

787

Collemaggiore

134

Villecollefegato

579

Villette

45

Poggiovalle

155

Colleviati

78

Collefegato

81

Collorso

62

Corvaro

1.468

Sant'Anatolia (e Cartore)

857

S. Stefano

315

Spedino (e Latuschio)

295

Castelmenardo

338

Torano

882

Pagliara

182

Grotti

234

   

TOTALE

 6.492

 

Non abbiamo allo stato attuale delle ricerche altri dati sulla consistenza della popolazione di Sant'Anatolia prima del 1915 tranne i resoconti di monsignor Quintarelli del 1897 e del 1903, nei quali risulta che la popolazione ascendeva a circa 1000 anime, compresi gli abitanti della frazione di Cartore.

Sant'Anatolia nella prima guida turistica moderna

Nel 1903 Enrico Abate scrisse la «Guida dell'Abruzzo» (11) che era una delle prime edizioni, forse proprio la prima, del Club Alpino Italiano. Riguardo Sant'Anatolia egli scrisse:

«S.Anatolia e Cartore. Alloggio in S. Anatolia presso Salvatore Ricci (12) e in Cartore presso Angelina Panei (13). Guida in Cartore Bernardino di Janni, in S. Anatolia Antonio Federici (14). Sia passando per la Badia descritta (15) (Km. 6 da Rosciolo) sia direttamente da Rosciolo (Km. 5) si può andare a S. Anatolia piccolo villaggio in bella posizione, ed anche a Cartore (Km. 2 1/2 da S.Anatolia) composto da poche case. Sono due graziosi paesi fra ondeggianti colline, alla base delle montagne della Duchessa. Le mura poligonali di un antico ieron di Tiora servirono di sostruzione alla chiesa dedicata a Santa Anatolia, che dicesi qui martirizzata sotto Decio imperatore per ordine del preside Faustiniano. Gli avanzi ritrovati han fatto supporre che nei tempi romani esistesse qualche villaggio che mutò poi il suo nome in S.Anatolia per la chiesa erettavi. Da S. Anatolia a Torano (Tiora) Km.5,4».

Carta dell'Istituto Geografico Militare del 1903 - Allegata alla guida dell'Abruzzo

«Torano. Piccolo paese degno di menzione solo perchè si crede che qui sorgesse un'importante città sabina, Tiora, della quale ci ha lasciato notizia il solo Dionigi d'Alicarnasso sulle memorie di Varrone, situandola a 300 stadi, cioè miglia 37,5, da Reate e a 24 da Lista. Era Tiora una città antichissima degli Aborigeni; ma i Sabini se ne impadronirono colle città vicine, quando estesero il proprio dominio sulle circostanti contrade. Tiora con l'aggiunta di Matiena era celebre per un antico oracolo di Marte, quasi nella forma di quello di Dodona, oracolo che si rendeva da un Pico, venuto miracolosamente dal cielo, sopra una colonna di legno. L'epoca di questo monumento si fa risalire al 1520 prima di G. C. L'antica città conserva tuttora il suo nome nell'odierno villaggio di Torano, composto da poche case. Le mura di Tiora erano costrutte di piccoli ma ben aggiustati poligoni; il sito era atto alla difesa e con una pianura per le coltivazioni, circondata da montagne, fra le quali si eleva alto e maestoso il Velino. Dell'oracolo di Marte si vede tutt'ora la cella, detta Ara della Turchetta, costruita in larghi e rozzi poligoni, appoggiati da rupi tagliate e a brevi distanze da Torano e S.Anatolia. A 200 passi, e presso poche ruine di Tiora, si vede ancora un Ieron o tempio dedicato allo stesso nume, le cui antiche mura poligonali servirono, come si è detto, di sostruzione alla chiesa dedicata a S. Anatolia».

Seconda visita pastorale  del vescovo Quintarelli

Nel pomeriggio del 25 agosto 1903 il vescovo Quintarelli, di nuovo in visita al nostro territorio (16), proveniente dal paese di Spedino, giunse a Sant'Anatolia alle ore 19 dopo circa un'ora di cammino, fatto in parte a cavallo e parte in carrozza.

«La sacra visita fu ricevuta al suono dei sacri bronzi e da moltissimo popolo che faceva a gara per baciare la sacra destra al suo pastore. Si andò direttamente in chiesa, ove si dissero le litanie alla Vergine Santissima. Poscia si recammo in casa paterna del reverendissimo abbate, ove si ebbe vitto ed alloggio».

La mattina del 26 si iniziò la visita della parrochia e dopo aver data l'assoluzione ai defunti, il vescovo celebrò la santa messa. Dopo la benedizione al popolo, amministrò la cresima a tredici bambini e poi tenne «un dotto discorso di circostanza». Poi fece la visita agli altari, ai confessionali, al fonte battesimale, ai sacri arredi, ecc. Il paese contava circa 1000 abitanti di cui una parte residente nella frazione di Cartore ed era sede della Vicaria Foranea. La chiesa parrocchiale era ormai definitivamente intitolata a San Nicola di Bari. Il parroco o abbate era il «molto reverendo don Giambattista Panei» il quale era nativo del luogo, e reggeva la parrocchia dal 1874. Aveva 66 anni.

Fino a qualche decennio prima, la parrocchia era una «collegiata» composta dal parroco e da tre canonici, i quali godevano di vari benefici. In seguito, nel XIX secolo, gradualmente, con la morte di don Arcangelo Amanzi nel 1829, di don Angelo Falcioni nel 1859 e di don Costantino Placidi nel 1888, i tre canonicati rimasero vacanti e i sacerdoti non vennero sostituiti. Ogni canonicato godeva di vari benefici consistenti per lo più in terreni di cui potevano usufruire i sacerdoti per sostenersi.

  • Il primo canonicato, detto «di San Nicola», venne riunito alla parrocchia nel 1836 e i suoi beni andarono ad ampliare i beni spettanti al parroco.
  • Il secondo canonicato, detto «minore», venne preso in gestione direttamente dal sub-economato della diocesi di Rieti.
  • Il terzo, detto «canonicato maggiore», e in seguito ribattezzato «concura», rimasto vacante dopo la morte di don Costantino, venne dato in cura anch'esso al parroco don Giambattista Panei con bolla del 1897 del vescovo Quintarelli.

Sia la parrocchia i se, che ogni singolo canonicato, possedevano dei beni o «benefici» che venivano gestiti dal curatore nominato dal vescovo, il quale doveva contraccambiare con l'obbligo di dire alcune messe. Le messe solitamente erano in onore del defunto benefattore che a suo tempo aveva donato per testamento degli appezzamenti di terra alla parrocchia, al singolo canonicato, o al singolo altare, chiesetta campestre o cappella, «pro redemptione animae suae». Alcuni obblighi erano direttamente a carico del parroco in quanto tale, ed erano relativi alle antiche chiese dirute di San Nicola, San Lorenzo e San Costanzo in Cartore, riunite alla parrocchia.

Queste sommavano l'obbligo di 39 messe annuali. «Questi tre legati sono stati dall'abbate Panei soddisfatti fino a tutto il 1902, ma però ha errato nella celebrazione, imperocché invece di applicare le 15 messe pel beneficio di S. Costanzo le ha applicate per il beneficio, e per il beneficio di S. Lorenzo, invece di applicarne 12 invertendo l'ordine, ne ha celebrate 10 annue, sicché in cinque o sei anni vi sarebbero 10 o 12 messe di meno».

Il vescovo si raccomandò di essere più precisi in seguito. Altri obblighi erano a relativi ai vari canonicati e luoghi pii, ma anch'essi erano in carico quasi per la totalità al parroco essendo rimasto l'unico sacerdote del paese. La concura aveva degli obblighi relativi al vecchio canonicato maggiore e all'antico monastero di San Leonardo in Cartore, per un totale di messe 32. Il parroco rassicurò di aver «fatto soddisfare i due legati fino a tutto il 1903».

Bolla di investitura di Giambattista Panei del 1897

La cappella della Pietà, che prima del restauro si trovava nella chiesa di S. Anatolia, aveva dei beni ai quali corrispondeva l'obbligo di celebrare 30 messe. «Costa d'apposito registro che sono state celebrate fino a tutto l'anno 1902».

Il canonicato minore aveva dei beni e degli obblighi sia relativamente al terzo canonicato che al beneficio della Madonna di Loreto che era stato ad esso unito, per un totale di 18 messe che, in questo caso, non erano a carico del parroco, ma dell'economato della diocesi. «Il sig. abbate dice che l'economato fa annualmente celebrare 12 e non 18 come dovrebbe. Dice ancora che le 6 messe della Madonna di Loreto non sono state mai celebrate neppure quando ne ra investito, don Angelo Falcioni».

L'altare di San Giovanni Battista, posto nella chiedsa di San Nicola, aveva dei beni con relativo obbligo di celebrare 12 messe. L'obbligo era a carico della famiglia Spera che ne era proprietaria. «Dice il sig. abbate che queste messe non si celebrano più da molti anni e non vi è speranza che si soddisfi più poiché il patrone ha venduto i beni, e se ne è andato in America».

La cappella della Madonna SS.ma del Carmine aveva dei beni ai quali corrispondeva l'obbligo di celebrare 27 messe annuali. Le messe dovevano essere fatte celebrare dalla famiglia Placidi proprietaria della cappella. «Visto ed esaminato il relativo registro si è trovato che dall'ultima sacra visita sono state celebrate le due messe trovate mancanti in essa, fino a tutto il 1892, più per gli anni 1898, 1899, 1900 e 1901, e sono stati soddisfatti per il 1902 ne sono celebrate soltanto 17. A tutto il corrente mese di agosto mancano messe 26».

Infine vi era un obbligo relativo all'antica chiesa ormai diruta, di Santa Maria del Colle. Bisognava celebrare 2 messe annuali e fare una processione nel giorno della madonna.

Il vescovo evidenziò che era «inutile parlare più di questo legato, poiché non si soddisfa più da tempo immemorabile». Il vescovo esaminò i registri parrocchiali e quelli delle «Messe pro populo» che trovò ben tenuti e chiese solamente di fornirli di un indice per semplificare la ricerca interna ad essi.

Poi verificò che per tenere la «Lampada» perennemente accesa, 40 lire provenivano dalla «congregazione di carità» e 95 lire dal demanio. Il vescovo annotò che vi era sia un maestro che una maestra «ambedue di buona condotta» e, anche se non specificò, noi sappiamo che erano il maestro Guglielmo Tupone e la maestra Maria Scafati (17).

Infine seppe che vi era un piccolo scandalo nel paese in quanto c'era «un caso di concubinato da giugno, ma il parroco sta facendo di tutto per rimuoverlo, e presto spererei che sarà rimosso».

Il terremoto del 1904

Il 24 febbraio del 1904 un grave terremoto di «magnitudo di 5.7, fece tremare l’Appennino Centromeridionale, fra Abruzzo e Lazio, danneggiando molti piccoli centri di montagna nella provincia di L’Aquila, specialmente la zona della Marsica. Non vi sono testimonianze che parlano di vittime, quindi presumibilmente non ci furono morti direttamente connesse all’evento sismico, tuttavia l’inverno particolarmente rigido di quell’anno, costrinse molte famiglie a vivere una grande situazione di disagio» (18).

Il quotidiano La Stampa del 31 marzo riportava:

«In seguito alle scosse di terremoto avvenute per quasi un mese a Rosciolo, Magliano, Scurcola, Cappelle, Sorbo, Poggio, San Donato, Gallo, più di 8000 persone sono ricoverate sotto le tende offerte dall'Amministrazione militare. Alcune famiglie di notte dormono sui carri, che lungo la giornata sono adibiti ai lavori campestri. Le famiglie senza tetto sarebbero in numero ancora maggiore se molte non fossero andate in America e in Germania a cercare lavoro... I danni sono calcolati nella ragione di oltre un milione. I lavori di agricoltura, il commercio e i pubblici uffici sono sospesi. Si attendono soccorsi dal Comitato Pro-Marsia, costituitosi a Roma». L'epicentro del terremoto fu a Rosciolo che, secondo i resoconti dell'epoca, venne letteralmente ridotto in «a un mucchio di macerie. Delle 500 case, più nessuna è abitabile, ed i soldati lavorano a demolire le case pericolanti» (19).

Il terremoto ebbe l'intensità del XI grado della scala Mercalli (20) e, ad appesantire ancor più la situazione, ci fu il maltempo:

«nella frazione di Rosciolo i danni sono ancora maggiori. Molte volte caddero e le case si sono screpolate. Il freddo è intenso e nevica. La popolazione è assai allarmata» (21). Molte case avevano lesioni impressionanti che andavano dal livello stradale fino ai tetti. Fu necessario puntellarle. Per fortuna solamente una donna riportò delle contusioni. Anche a Magliano de' Marsi, con un grado di intensità pari a quello di Rosciolo, i danni furono rilevanti. «Rovinarono totalmente o parzialmente parecchie case, moltissime altre furono gravemente danneggiate, sicché in complesso si ebbero circa seicento case inabitabili» (22). La cattedrale cadde e la Stazione dei Carabinieri fu notevolmente danneggiata con i militari costretti a sloggiare. Fu necessario puntellare le case della via principale da ogni parte perchè minacciavano rovina.

L'epicentro del terremoto a Rosciolo

«Le volte in gran parte crollarono, le porte d'ingresso alle case furono quasi tutte murate per evitare che qualche imprudente vi alloggiasse, sicché la popolazione fu costretta a riparare in aperta campagna come meglio potè, sotto le tende, o sotto capanne improvvisate con porte, finestre, assi tolti dai fabbricati caduti. Per fortuna non vi furono vittime, ma si ebbero a deplorare alcuni feriti, tra cui due piuttosto gravi per avere riportato la frattura delle gambe» (23).

A Marano, che si componeva di circa duecento case, poche furono quelle gravemente danneggiate, le altre non subirono danni sensibili (24). A Borgocollefegato «nessun danno si è verificato, però la scossa è stata fortissima e non lieve» (25).

A Torano «solamente la chiesa di San Martino è stata lesionata in più parti, ed oltre la demolizione di due cappelle interne, fu ordinato il puntellamento e gli archi principali della chiesa minaccianti rovina. I fabbricati componenti la frazione non hanno riportato che leggere lesioni» (26).

E a Sant'Anatolia cosa successe ? Il 2 marzo del 1904 il quotidiano La Stampa riportò che anche a Borgocollefegato era stata avvertita «una sensibile scossa. Molte case della frazione di Sant'Anatolia hanno riportato seri danni» (27). Alfonso Cavasino nel suo resoconto riportò che a Sant'Anatolia l'intensità del terremoto fu pari all'VIII grado della scala Mercalli. Egli trovò il paese in condizione peggiore di quello Torano. «Nella visita eseguita dall'ingegnere del Genio Civile si è verificato doversi abbattere sei case, altre cinque puntellare immediatamente, nonché, ventiquattro lesionate in più punti, per le quali fu ordinato di porre in opera le catene».

In altri documenti la situazione risulta più o meno la stessa: «A Borgorose in frazione Sant’Anatolia si verificarono nuove lesioni a 30 case, di cui 9 risultarono pericolanti» (28). Questo terremoto, con epicentro a circa tre km di distanza, nonostante la sua gravità, verrà dimenticato. Nessun vecchio a Sant'Anatolia lo ricordava e mai nessuno ne aveva parlato. Solamente da pochi anni è stato riscoperto grazie ad internet e alle informazioni che dal web stanno emergendo. Esso avvenne appena undici anni prima del terremoto del 1915 ma quest'ultimo farà danni talmente superiori e impressionanti, da sovrapporsi nella mente dei sopravvissuti al terremoto precedente, cancellandolo dai ricordi.

1904 - Lazio - Provincia di Roma - particolare

Terza visita pastorale del Vescovo Quintarelli

Nel 1910 il vescovo Quintarelli fece la terza visita al nostro territorio (29) e, seguendo il solito percorso, dopo aver visitato Spedino, accompagnato dal «Vicario Foraneo Orsi», da «don Antonio Scafati», parroco di Paganico in Sabina (30), e da «don Pasquale Cremonini», parroco di Spedino (31), alle ore 6 del pomeriggio del 26 luglio, partì alla volta di S. Anatolia. «Le vetture non erano pronte, e si dovette aspettare alquanto, e poiché il mezzo di trasporto doveva venire da Sant'Anatolia, si cominciò a fare la strada a piedi nella speranza d'incontrarlo. Finalmente ci raggiunse una bighetta da Torano»

Il vescovo salì sulla bighetta e, giunto a destinazione, andò visitare il Santuario dove gli altri poi lo raggiunsero. Il vescovo, nel resoconto della visita, in base alle informazioni fornite dai parroci, stilò la seguente tabella con il numero degli abitanti del vicariato di Borgocollefegato (32):

VICARIA DI S. ANATOLIA

Parrocchie

Abitanti

Castel Menardo

400

Collorso

(1)70

Colle Maggiore

500

Colle Fegato

60

Corvaro

2.000

Borgo Colle Fegato

800

Grotte

250

Poggiovalle

150

S. Anatolia

1.000

S. Stefano

350

Spedino

320

Torano

1.000

Ville Colle Fegato

700

Totale

7.720

 

La chiesa di S. Anatolia era meta di molti pellegrini che venivano a venerare la Santa «continuamente, ma specialmente nel giorno della sua festa, 10 luglio, accorrono da ogni parte anche lontana. Molta è l'elemosina che fanno al Santuario, molte sono le messe che sono da celebrarsi. Monsignor vescovo per evitare abusi ha ordinato che il parroco apra apposito registro ove si notino le elemosine che si ricevono e nel corso dell'anno e nel giorno della sua festa».

«Terminata la visita, a piedi si salì al paese. Al primo ingresso del paese cominciò ad accorrere il popolo d'ogni sesso ed età per baciarne l'anello, e dinanzi alla casa dei Placidi era tanta la calca del popolo che dovette fermarsi per poter soddisfare la loro divozione, e man mano che si procedeva verso la chiesa era un continuo accorrere di popolo, il quale dopo aver baciato l'anello, lo seguiva. Giunti alla chiesa di fece visita al Santissimo e, recitate le litanie alla Vergine, dall'altare benedisse il popolo con la mano e, sempre accompagnato dal popolo si andò in casa del nuovo parroco, ove tutti ebbero cortese accoglienza, vitto ed alloggio».

La mattina del 27 alle ore 8:30, in compagnia di Pietro Stefani e di don Antonio Scafati, il vescovo raggiunse la chiesa di San Nicola dove, dopo aver data l'assoluzione ai defunti, celebrò la messa al popolo di S. Anatolia. Terminata la messa, visitò il «Sacro Ciborio e il Santissimo».

Quindi visitò gli altari, i confessionali, il fonte battesimale, gli Olii Santi, gli arredi sacri, le reliquie e, «dopo aver preso il caffè in sacrestia» amministrò la Cresima a quarantacinque bambini d'ambo i sessi. I bambini cresimati non erano molti, in quanto l'anno prima era passato un «vescovo missionario» che aveva anch'egli cresimato molti bambini. «Dopo la cresima tenne al popolo un opportuno discorso, alla fine del quale impartì loro la benedizione con 50 giorni d'indulgenza» e, alle 11.30 tornò in casa del parroco.

«S. Anatolia conta 199 famiglie con una popolazione di oltre 1000 anime tutte riunite in paese. La popolazione è buona, docile, laboriosa, amante del sacerdote e religiosa che frequenta la chiesa e i sacramenti. E' poi grandemente devota della loro protettrice S. Anatolia».

Il parroco fino a qualche mese prima era don Giovanni Battista Panei: «nativo del luogo, persona rispettabile, zelante, amato dal popolo e stimato dai superiori, che rivestiva la carica di vicario foraneo. Costui è morto il 23 febbraio 1910 e il nipote, don Alessandro Panei (33), parroco di S. Stefano, ha fatto il concorso con esito felice. Però ancora non riceve la Bolla da Roma. Intanto dalla morte del zio regge questa parrocchia in qualità di economo, ma ancora non gli è stata placitata la patente, e perciò non riceve nulla dal sub-economo. E' nativo del luogo».

Il vescovo prese in esame il registri parrocchiali che trovò per la maggio parte conformi, tranne il libro dei cresimati e dei matrimoni per i quali chiese di inserire l'indice dei nomi. Constatò poi che le messe a carico di don Giovanni Battista erano state per la quasi totalità assolte, tranne alcune che girò al nipote don Alessandro Panei.

Infine rifece gli elenchi e i controlli dei legati, canonicati, questue e procurazioni, che in linea di massima il defunto don Giovanni Battista Panei aveva regolarmente amministrato. Il vescovo constatò che nel paese, a distanza di pochi anni dall'ultima visita, gli insegnanti era sempre Guglielmo Tupone e Maria Scafati, ambedue di buona condotta. Solo lei però frequentava la chiesa e i sacramenti. Per quanto riguarda gli eventuali scandali, l'economo parroco assicurò: «che unioni illecite non ve ne sono, vi sono però alcune pratiche disoneste più o meno pubbliche. Si raccomanda a lui di usare di tutto il suo zelo per rimuovere dalla parrocchia questi scandali».

Il terremoto del 1915

Come già sappiamo, il 13 gennaio del 1915 alle h. 7:48, l'Italia centrale venne scossa da un violento terremoto, con epicentro nel bacino del Fucino. L'intensità del terremoto venne calcolata pari all'XI grado della scala Mercalli (7,0 Richter) e ci furono centinaia di repliche nei mesi successivi. Fu un evento tra i più catastrofici avvenuti sul territorio italiano in epoche storiche, e causò più di 30.000 vittime.

L’ondata sismica colpì gravemente vaste aree del Lazio e della Campania. I centri situati intorno al Fucino, in gran parte della Val Roveto e nei Piani Palentini fino ad Albe, Cappelle e Cese, furono rasi al suolo. Nella sola Avezzano perirono circa diecimila persone su dodicimila residenti. Si ebbero scosse di intensità pari al IX grado, con distruzioni gravi ad oltre il 50% degli edifici, a Corvaro, Spedino, S. Anatolia.

Di questo terremoto si è sentito molto parlare e, ricorrendo nel 2015 il centenario con molte manifestazioni svolte in tutta la Marsica e il Cicolano, anche il popolo di Sant'Anatolia non ha mancato di partecipare, organizzando una sentita commemorazione.

Martedì 13 gennaio 2015 è stata posta, presso la facciata della Chiesa di San Nicola, una epigrafe in pietra a perenne memoria delle 94 vittime del terremoto che colpì il nostro paese cento anni fà.

Il testo dell'epigrafe, scritto da me e revisionato da Marco Scafati, è stato posto all'approvazione pubblica del gruppo facebook «santanatoliesi nel mondo». Insieme alla pietra sono stati installati due pannelli in forex con l'elenco nominale delle 94 vittime ed un significativo e interessante racconto, scritto nel 1987, testimonianza diretta di Filippo Fal-cioni, allora quattordicenne, riportato successivamente. La realizzazione fisica e la scelta della pietra è stata a cura di Antonio e Luigi Spera. La lapide è stata montata da Francesco Grottini e Pasquale Viola. La spesa per la realizzazione della lapide e dei pannelli è stata di € 750,00 e per pagarla è stata organizzata una raccolta fondi a cui diversi cittadini hanno aderito versando una quota.

La commemorazione è iniziata la mattina alle 7:48, ora del disastro, quando Gianfelice Pozzi, su suggerimento di Luciano Tupone, ha fatto rintoccare per 94 volte le campane a morto in memoria delle vittime. Alle ore 14:30 un grande numero di cittadini si sono ritrovati nella piazza antistante la Parrocchia di San Nicola in attesa delle autorità.

E' arrivato dapprima il sindaco Mariano Calisse, l'assessore Aldo Pozzi e i rappresentanti dell'arma dei carabinieri e della polizia municipale, poi il vescovo di Rieti Delio Lucarelli, accolto dal parroco di Borgorose don Nazareno Nicolai.

All'arrivo del vescovo, Antonio Luce ha scoperto l'epigrafe precedentemente coperta con un drappo rosso. Il vescovo ha recitato una preghiera e poi ha asperso la pietra con l'acqua benedetta. Dopo l'applauso, le fotografie e un breve discorso di Erminia D'Ignazio, il Vescovo ha salutato i presenti dirigendosi verso Avezzano. La cerimonia è proseguita all'interno della chiesa parrocchiale dove ha preso la parola la prof.ssa Anna Amanzi che ha letto e poi commentato il racconto di Filippo Falcioni. Nel frattempo sempre all'interno della chiesa sono state proiettate delle slide, a cura di Stefano Ranieri, che hanno accompagnato il racconto. In seguito ha preso la parola Antonio Placidi con un intervento rivolto ai giovani, pieno di speranza per un futuro di rinascita economica e culturale del paese. Il Sindaco è intervenuto ringraziando i cittadini per aver organizzato la commemorazione e sottolineando che, grazie a questa iniziativa, anche il comune di Borgorose ha potuto commemorare il terremoto.

Sul Corriere di Rieti sono usciti alcuni articoli firmati da Francesca Sammarco presente alla cerimonia. Francesco e Erminio Tupone hanno partecipato attivamente all'organizzazione dell'evento. La documentazione fotografica è stata realizzata soprattutto a cura di Anna Di Bartolomeo. L'evento è stato organizzato e promosso dal gruppo facebook Santanatoliesi nel mondo, con la partecipazione attiva della Proloco di Sant'Anatolia e del suo Presidente, Gabriele Gatto.

S.Anatolia 1894 - Fotografia di Eduard Šaff

La testimonianza di Pippo Falcioni

IL TERREMOTO DEL 1915

Il mattino del 13 gennaio 1915 ero nella mia stalla in località “casevecchie” a stramare le mie bestie: due vacche ed una cavalla. Avevamo anche ottanta pecore in un’altra stalla in località “stallescure”. Andavo quasi sempre io alla stalla, di mattina, ragazzo di quattordici anni, perché mio padre era malato di asma e tosse 34. Verso le ore sette, se ricordo bene, mentre ero nella stalla, improvvisamente sentii un forte fragore: la cavalla scalpitava, il pavimento sussultava ed ondulava. Preso da grande paura corsi fuori dalla stalla e vidi Luce Raffaelluccia fu Luigi (35), anche lei uscita dalla sua stalla di fronte alla mia, che mi faceva segno con la mano verso la parte storica del paese di fronte e, nello stesso tempo, emise un forte grido, e piangeva.

Come ragazzo, poco o nulla esperto di terremoti, impressionato, guardai anch’io, e vidi, meravigliato e stupito, che la parte storica del paese era un ammasso di macerie e, a mano a mano che la grande nube di polvere diradava, spazzata via dalla forte tramontana, vi apparivano punte di travi più o meno lunghe.

La chiesa di San Nicola dopo il terremoto del 1915

La parte storica del paese sorgeva su una collina che dal lato nord era, ed è tutt’ora, molto scoscesa, mentre le stalle erano tutte situate nella zona della fontana Valle Rio, sparpagliate, come sono tutt’oggi. Quasi nessuna delle stalle fu diroccata dal movimento sismico, solamente qualcuna lesionata. Sant'Anatolia era l’unico paese del circondario fornito di fognature. Aveva una planimetria ben precisa: una via centrale, detta La Terra, che partiva da piazza S. Nicola lunga circa cento metri, intersecata da cinque vicoletti, le cui fognature erano collegate con quella centrale situata sotto la via La Terra.

Il giorno del terremoto era fiera a Magliano dei Marsi.

Molti abitanti si erano alzati presto per condurre il bestiame alla fiera, anzi, tanti erano già partiti, costretti poi dal terremoto a tornare subito in paese. Ritornando all’atto del terremoto, quelli che erano nelle stalle correvano tutti verso la parte terremotata per portare aiuto ai loro familiari.

Corsi anch’io e presi l’accorciatoia per la viottola “la costa”. Giunto alla casa di Di Gasbarro Giovanni (36), diroccata fino al pavimento del primo piano, sul quale Giovanni, già vecchio, nudo con addosso la sola camicia, tutto impolverato, andava avanti e indietro sul pavimento e ripeteva in continuazione: poreglie mi, poreglie mi, come faccio mo... La parete della casa verso “valle rio” era rimasta intera: in essa vi era un balconcino con una piccola ringhiera di ferro, lì stava Di Cristofano Mariassunta (37), ragazza di circa vent’anni, a tre metri dal suolo, che gridava e chiedeva aiuto: curri Felippù, curri , Felippù, aiutami ! In quel momento arrivò Peppinuccio, figlio di Giovanni (38), tutto ansante dalla corsa che aveva fatta, mi guardò con ansia e mi disse: io vado da mio padre, tu vedi di aiutare quella ragazza.

La famiglia Di Gasbarro aveva la bottega di generi alimentari. La ragazza era andata a comprare il pane. La bottega però non era ancora aperta, la moglie di Giovanni l’aveva fatta salire in cucina al primo piano e fatta sedere vicino al focolare. In quell’istante avvenne la scossa di terremoto. La ragazza, sorpresa, corse al balconcino per accertarsi di quel rumore insolito e, mentre guardava fuori, la casa crollò e lei rimase là, attaccata alla ringhiera.Io andai dalla ragazza, che strillava e piangeva, e le dissi: stai calma, adesso vedrò come farti scendere. In quell’istante una nuova scossa, le cadde un pezzo di mattone in testa, presa da una forte paura, si appese alla ringhiera e si lasciò cadere. Si fece un po’ male, ma cosa non grave. L’aiutai e la presi per un braccio e andammo a prendere la strada del Trainello, per poter arrivare a piazza S. Nicola, perché per altre strade non era possibile passare.

A piazza S. Nicola era uno spettacolo orrendo. Quelli che erano potuti fuggire e mettersi in salvo, sanguinanti, impolverati, con macchie violacee sul viso e alle mani, qualcuno nudo, coperto con un lenzuolo, altri con una coperta e qualche altro seminudo. Lanciotti Luigione (39) avvolto con una imbottita e con la faccia macchiata di sangue. Luce Sinibaldo (40) ferito in più parti del corpo e seminudo, imbrattato di sangue sulla faccia e mani e sui calzoni, dalla paura e dal freddo non era più capace di parlare.

Danni del terremoto del 1915

I feriti erano tanti. Tutti si radunavano in Soprell'ara (il piazzale vicino alla fontana dell’acqua santa) dove furono accesi i fuochi da alcuni soccorritori per farli scaldare, perché il freddo era eccessivo, dovuto alla gelata ed alla forte tramontana.

Inoltrandomi poi insieme ad altri soccorritori per la via La Terra, giunto alla casa De Amicis, in una finestrella del pian terreno, De Amicis Annachiara e sua sorella Virginia (41) chiedevano aiuto con ripetuti strilli. In quel momento arrivò De Amicis Luigi (42), un giovane alto e robusto, parente delle due ragazze, con una pietra piegò i due ferri a croce della finestrella e le fece uscire.

Continuai per arrivare a casa mia in “vicolo Falcioni”, ma mi fu un po’ difficile, perché i soccorritori, scavando, buttavano pietre ed altro materiale con molta fretta, senza guardare dove andavano a finire.

Finalmente giunto a casa mia, i miei genitori, mio fratello Alessandro e mia sorella Caterina (43) di appena un anno erano già vestiti e subito li accompagnai temporaneamente a “soprell'ara”, dove erano i fuochi. La mia casa in un lato era crollata ed il resto molto lesionato.

Ritornando a casa mia per prendere coperte ed altra roba, in piazza S. Nicola, Amanzi Giuseppe camminava qua e là a testa bassa e si lamentava: Povero me, o povero me ! Che disgrazia, che disgrazia !

Egli stava alla stalla a stramare le sue bestie ed era accorso, come tutti gli altri, per poter salvare i propri genitori, la sorella Annina e l’altra sorella sposata con quattro figli, Mariuccia, il cui marito Luce Pietro, detto Mazzante, era negli USA. Purtroppo i suoi familiari erano tutti morti sotto le macerie delle loro case interamente crollate (44).

De Santis Fedele (45) era rimasto incastrato fra due travi ed altro materiale. I soccorritori riuscirono a liberarlo dopo cinque giorni, ma due ore dopo morì, per le lunghe ed estenuanti sofferenze. Peduzzi Antonio (46), detto Mastrantonio, e sua moglie Clotilde (47) ruzzolarono, avvolti nel loro letto, giù per il pendio in località Terrone, per ben cento e più metri fino a Valle Rio, uscendone incolumi, fortunatamente.

Complessivamente i morti, se ricordo bene, furono ottantasette.

Un giorno, mentre i soldati distribuivano il rancio ai terremotati, arrivò un’automobile dalla quale scesero un uomo bassotto accompagnato da un ufficiale e da un maresciallo dei carabinieri. Chi era quell’uomo bassotto? Era proprio il re Vittorio Emanuele III in in borghese (48).

Luce Antonio (49), detto Antonio di Gemma, uomo anziano lo riconobbe e lo salutò, levandosi il cappello: Buon giorno Maestà. Il re quando si accorse di essere riconosciuto, montò subito in macchina insieme alla scorta e ripartì. Amanzi Augusto (50), aiutante di battaglia, in licenza per causa del terremoto, stava spesso insieme agli ufficiali e aiutava anche a distribuire il rancio ai terremotati.

Ho ritenuto opportuno scrivere questo racconto del giorno del terremoto (13/1/1915), per tramandare ai posteri, soprattutto di Sant’Anatolia, notizie utili. Filippo Falcioni, addì 20 ottobre 1987 (51).

Le vittime del terremoto a Sant'Anatolia

Elenco tratto da: «Registro del morti del terremoto del 1915» - Borgocollefegato 29 maggio 1918 - «Gazzetta ufficiale n. 182 del 02/08/1917 e n. 195 del 18/08/1917 - 1° e 2°» pubblicazione dei morti del terremoto del comune di Borgocollefegato - «Il terremoto del 1915» racconto di Filippo Falcioni del 20/10/1987 - Falcioni ricorda che i morti furono circa 87 - «Registro dei morti della parrocchia di S.Anatolia» anno 1915.

1. Amanzi Anna (1890), fu Antonio e fu Spera Plautilla, di anni 25, nubile, di S.Anatolia
2. Amanzi Antonio (1850), fu Gennaro e fu Antonini o Antonucci Innocenza, di anni 65, marito di Spera Plautilla, di S.Anatolia
3. Amanzi Maria (1881), fu Antonio e fu Spera Plautilla, di anni 24, moglie di Luce Pietro, di S.Anatolia
4. Amanzi Teresa (1882), fu Antonio e fu Spera Plautilla, di anni 34, nubile, di S.Anatolia
5. Colangeli Cecilia (1884), di Giuseppe e Pozzi Teodoro, di anni 30, nubile, di S.Anatolia, deceduta ad Avezzano
6. D'Alfonso Antonia (1898), di Giuseppe e di Peduzzi Maria o Maria Crocifissa Sgrilletti, di anni 17, nubile, di S.Anatolia
7. D'Alfonso Pasquarosa (1895), di Giuseppe e di Peduzzi Maria o Maria Crocifissa Sgrilletti, di anni 20, nubile, di S.Anatolia
8. D'Agostino Maria Giuseppa (1873), fu Pasquale e fu Sgrilletti Mariangela, di anni 42, moglie di De Santis Lorenzo, di S.Anatolia
9. De Amicis Caterina (1892), fu Vincenzo e di Scafati Amelia, di anni 23, nubile, di S.Anatolia
10. De Amicis Maria (1847), fu Giuseppe e di Peduzzi Annachiara, di anni 78, moglie di Peduzzi Pasquale, di S.Anatolia
11. De Amicis Domenico (1837), fu Giuseppe e di Peduzzi Annachiara, di anni 84, vedovo di Lanciotti Rosa, di S.Anatolia
12. De Michelis Giacomo (1904), di Ludovico Antonio e di Di Martino Angela, di anni 11, celibe, di S.Anatolia
13. De Michelis Nazzareno (1907), di Ludovico Antonio e di Di Martino Angela, di anni 8, celibe, di S.Anatolia
14. De Santis Adriano (1867), di Giovanni Francesco e fu Pozzi Agnese, di anni 48, marito di Macioci Maria Luisa, di S.Anatolia
15. De Santis Anatolia (1910, di Adriano e di Maria Luisa Macioci, di anni 4, di S.Anatolia
16. De Santis Antonio (1909), di Lorenzo e di Maria Giuseppa D'Agostino, di anni 5, di S.Anatolia
17. De Santis Attilio o Attilia (1897), fu Adriano e Macioci Maria Luisa, di anni 18, celibe, di S.Anatolia
18. De Santis Fedele (1896), di Rinaldo e di Generosa Luce, di anni 19, di S.Anatolia
19. De Santis Luisa (1897), fu Giustino e fu Martinelli Maria, di anni 52, moglie di Peduzzi Luigi, di S.Anatolia
20. De Santis Nazzareno (1894), fu Adriano e di Macioci Maria Luisa, di anni 21, celibe, di S.Anatolia
21. De Santis Panfilo (1902), fu Adriano e di Macioci Maria Luisa, di anni 13, celibe, di S.Anatolia
22. Di Berardino Clementina (1888), di Alessandro e di Luce Luisa, di anni 27, moglie di Tiberti Francesco, di S.Anatolia
23. Di Carlo Nicolina (1876), fu Giuseppe e fu Faggi Giuseppa o Antonia, di anni 39, moglie di Roberti Antonio, di S.Anatolia
24. Di Gasbarro Margherita (1877), di Giovanni e di Scafati Berardina, di anni 38, moglie di Innocenzi Cesare, di S.Anatolia
25. Di Martino Angela (1865), fu Leonardo e fu Di Stefano Candida, di anni 50, moglie di De Michelis Ludovico Antonio, di S.Anatolia
26. Di Martino Candida (1890), fu Berardino e Lucia De Michelis, di anni 24, nubile, di S.Anatolia, deceduta ad Avezzano
27. Di Stefano Pasqua Rosa (1891), moglie di Luigi Passalacqua, di anni 24, di Corvaro, residente a S.Anatolia
28. Falcioni Nicolina (1883), di Giovanni e di Scafati Luisa, di anni 32, moglie di Innocenzi Giuseppe, di S.Anatolia
29. Faustini Ferdinando (1910), di Giovanni e Franchi Ascenza, di anni 4, celibe, di S.Anatolia, deceduto ad Avezzano
30. Federici Anacleto (1900), di Domenicantonio e di Peduzzi Geltrude, di anni 15, celibe, di S.Anatolia
31. Federici Andrea (1842), fu Giovanni e fu Fracassi Maria, di anni 73, marito di Lanciotti Chiara, di S.Anatolia
32. Federici Annunziata (1906), di Domenicantonio e di Peduzzi Geltrude, di anni 9, nubile, di S.Anatolia
33. Federici Caterina (1903), di Giovanni e di Innocenzi Saveria, di anni 12, nubile, di S.Anatolia
34. Federici Berardina (1855), fu Baldassarre e di Peduzzi Antonia, di anni 60, moglie di Innocenzi Urbano, di S.Anatolia
35. Federici Filippa (1898), di Domenicantonio e di Peduzzi Geltrude, di anni 17, nubile, di S.Anatolia
36. Federici Immacolata (1907), di Domenicantonio e di Peduzzi Geltrude, di anni 8, nubile, di S.Anatolia
37. Fracassi Pietro (1903), di Gioacchino e di Amanzi Filippa, di anni 12, celibe, di S.Anatolia
38. Franchi Ascenza (+1915), di Berardino, moglie di Faustino Giovanni di Torano, di S.Anatolia, deceduta ad Avezzano
39. Frezzini Angelo (1902), di Pietro e di Peduzzi Anastasia, di anni 13, celibe, di S.Anatolia
40. Innocenzi Angela Maria (1907), di Giuseppe e fu Falcioni Nicolina, di anni 8, nubile, di S.Anatolia
41. Innocenzi Antonio (1910), di Cesare e di Margherita di Gasbarro, di anni 4, di S.Anatolia
42. Innocenzi Cesare (1878), di Urbano e fu Federici Berardina, di anni 37, vedovo di Di Gasbarro Margherita, di S.Anatolia
43. Innocenzi Giovanni (1913), di Giuseppe e di Nicolina Falcioni, di mesi 19, di S.Anatolia
44. Innocenzi Paolina (1841), fu Vincenzo e fu Falcioni Angelamaria, di anni 74, moglie di Scafati Vincenzo, di S.Anatolia
45. Innocenzi Urbano (1913), di Cesare e di Margherita di Gasbarro, di mesi 19, di S.Anatolia
46. Innocenzi Vincenzo (1910), di Giuseppe e di Nicolina Falcioni. di anni 4, di S.Anatolia
47. Lanciotti Angelachiara (1844), fu Giustino e fu Valentini Anna, di anni 71, vedova di Federici Andrea, di S.Anatolia
48. Lanciotti Caterina (1906), di Nicola e di Erminia Luce, di anni 8, di S.Anatolia
49. Lanciotti Marianevia (1856), fu Gregorio e fu Amanzi Maria, di anni 59, moglie di Rubeis Bernardo, di S.Anatolia
50. Lanciotti Nicola (1875), di Vincenzo e fu Passalacqua Francesca, di anni 40, marito di Luce Carmina, di S.Anatolia
51. Lanciotti Vincenzo (1914), di Nicola e di Erminia Luce, di mesi 6, di S.Anatolia
52. Luce Angela (1908), di Pietro e fu Amanzi Maria, di anni 7, nubile, di S.Anatolia
53. Luce Antonio (1906), di Michelangelo e di Sgrilletti Agnese, di anni 9, celibe, di S.Anatolia
54. Luce Antonia (1858), fu Luca e fu Massimi Domenica, di anni 57, nubile, di S.Anatolia, residente a Corvaro
55. Luce Berardino (1905), fu Gennaro e Fracassi Maria Domenica, di anni 10, celibe, di S.Anatolia
56. Luce Ezio (1914), di Pietro e di Maria Amanzi, di mesi 2, di S.Anatolia
57. Luce Generosa (1851), fu Lorenzo e fu Rubeis Gaetana Emerenziana, di anni 64, vedova di Innocenzi Nicola, di S.Anatolia
58. Luce Giulia (1909), di Michelangelo e di Agnese Sgrilletti, di anni 5, di S.Anatolia
59. Luce Giuseppa (1911), di Pietro e di Maria Amanzi, di anni 3, di S.Anatolia
60. Luce Giustino (1914), di Pietro e di Maria Amanzi, di mesi 2, di S.Anatolia
61. Luce Leonilde (1914), di Michelangelo e di Agnese Sgrilletti, di mesi 4, di S.Anatolia
62. Luce Lucia (1911), di Alfonso e di Felicetta Scafati, di anni 3, di S.Anatolia
63. Luce Maria (1907), di Alfonso e di Scafati Felicetta, di anni 8, nubile, di S.Anatolia
64. Luce Maria (1848), fu Filippo e fu Fracassi Clementina, di anni 70, vedova di Stornelli Berardino, di S.Anatolia
65. Luce Nazarena (1912), di Alfonso e di Felicetta Scafati, di anni 2, di S.Anatolia
66. Luce Orlando (1912), di Michelangelo e di Agnese Sgrilletti, di anni 2, di S.Anatolia
67. Passalacqua Francesca (1849), fu Pietro e fu Amanzi Vittoria, di anni 66, moglie di Lanciotti Vincenzo detto Nunzio, di S.Anatolia
68. Peduzzi Anastasia (1874), di Berardino e fu Passalacqua Berarda, di anni 41, moglie di Frezzini Pietro, di S.Anatolia
69. Peduzzi Maria (1909), di Enrico e di Elena Luce, di anni 5, di S.Anatolia
70. Peduzzi Torquato (1913), figlia di Enrico e Elena Luce, di mesi 21, di S.Anatolia
71. Placidi Giovanni Battista (+1915), di S.Anatolia, deceduto ad Avezzano
72. Pozzi Leonilde (1842), fu Sante e fu Luce Domenica, di anni 63, moglie di Luce Giuseppe, di S.Anatolia
73. Proia Maria (1914), di Berardino e di Pasquccia Luce, di mesi 9, di S.Anatolia
74. Ricci Delia (1895), di Pietro e fu Corazza Maria, di anni 20, nubile, di S.Anatolia
75. Roberti Alessio (1904), fu Antonio e fu Di Carlo Nicolina, di anni 11, celibe, di S.Anatolia
76. Roberti Antonio (1864), fu Basilio e fu Scafati Domenica, di anni 51, vedovo di Di Carlo Nicolina, di S.Anatolia
77. Roberti Luigi (1901), fu Antonio e fu Di Carlo Nicolina, di anni 14, celibe, di S.Anatolia
78. Rosati Francesco (1837), fu Biagio e fu Scancella Maria, di anni 78, vedovo di Rossetti Maria, di S.Anatolia
79. Rossetti Maria in Rosati (1848), fu Pietro e fu De Luca Maria, di anni 67, moglie di Rosati Francesco, di S.Anatolia
80. Rubeis Annunziata (1892), di Berardino o Bernardo e fu Lanciotti Maria Nevia, di anni 23, nubile, di S.Anatolia
81. Scafati Berardina (1904), di Domenico e di Panei Rosa, di anni 11, nubile, di S.Anatolia
82. Scafati Concetta (1891), di Domenico e di Panei Rosa, di anni 24, nubile, di S.Anatolia
83. Scafati Pietropaolo (1840), fu Michelangelo e fu Lanciotti Angela, di anni 75, marito di Mariani Candida, di S.Anatolia
84. Sgrilletti Domenico (1841), fu Francesco e fu Passalacqua Eugenia, di anni 72, marito di Luce Rosa, di S.Anatolia
85. Spera Plautilla (1855), fu Giuseppe e fu Cimini Pasquarosa, di anni 70, moglie di Amanzi Antonio, di S.Anatolia
86. Tiberti Francesco (1888), di Paolo e di Rubeis Maria, di anni 27, vedovo di Di Berardino Clementina, di S.Anatolia
Morti in seguito al terremoto per stenti, maltempo e freddo
87. D'Agostino Erminio (1913), fu Antonio e Luce Giovanna, di mesi 18, di S.Anatolia
88. D'Agostino Giuseppe (1907), fu Antonio e Luce Giovanna, di anni 7, di S.Anatolia
89. De Sanctis Lorenza (1839), fu Vincenzo e Iacovella Eugenia, di anni 76, moglie di Francesco Luce, di Rosciolo residente a S.Anatolia
90. Di Cristofano Giovanni (1911), di Francesco e Scafati Domenica, di anni 3, di S.Anatolia
91. Luce Michelina (1912), di Giulio e Luce Modesta, di anni 2, di S.Anatolia
92. Luce Vincenzo (1914), di Luigi e Catini Santa, di mesi 9, di S.Anatolia
93. Macioci Perfetto (1844), di Alessandro e Petrosanti Marianna, di anni 71, vedovo di Luce Maria, di Magliano, residente a S.Anatolia
94. Scafati Maria Loreta (1838), fu Loreto e Passalacqua Eugenia, di anni 77, moglie di Sabatini Sabatino, di S.Anatolia

La prima guerra mondiale

Solamente cinquantacinque anni dopo l'unità d'italia, la prima guerra mondiale provocò tra i soldati italiani circa 650.000 morti, 947.000 feriti e 600.000 tra prigionieri e dispersi. Inoltre circa 240.000 soldati furono condannati a morte, all'ergastolo o al carcere in 870.000 processi per fuga, diserzione, rivolta, disubbidienza, ritardo, autolesionismo. Il 90% dei soldati morti, circa 500.000, erano del SUD, i cafoni meridionali a cui il Regno aveva promesso terre e condizioni di vita migliori (52).

C'era una particolare differenza nella concezione della guerra tra Borboni e Savoia. Si dice che i primi, nella loro umanità, avevano il motto «soldato che fugge è buono per un’altra battaglia» mentre i secondi davano incarico ai carabinieri di uccidere chi per paura fuggiva dal nemico o chi non aveva il coraggio di attaccare. E' famoso l’uso da parte dei Savoia della decimazione in caso di ammutinamento o di codardia dei propri soldati.

Cesare De Simone, giornalista e storico della Resistenza, scriveva a proposito della prima guerra mondiale:

«Tutte le volte che c'era un attacco arrivavano i carabinieri. Entravano nelle nostre trincee, i loro ufficiali li facevano mettere in fila dietro di noi e noi sapevamo che - quando sarebbe stata l'ora - avrebbero sparato addosso a chiunque si fosse attardato nei camminamenti invece di andare all'assalto. Questo succedeva spesso. C'erano dei soldati, ce n'erano sempre, che avevano paura di uscire fuori dalla trincea quando le mitragliatrici austriache sparavano all'impazzata contro di noi. Allora i carabinieri li prendevano e li fucilavano. A volte era l'ufficiale che li ammazzava a rivoltellate» (53).

Il fatto che nel nostro territorio da pochissimi mesi fosse accaduta la più grave disgrazia della sua storia, tanti erano stati i morti appena uccisi dal terremoto del 13 gennaio, non impietosì il nostro governo. Nessuno pensò di dover impedire ai nostri ragazzi di partecipare a quella guerra, tutt'altro. I ragazzi di Sant'Anatolia morti nella prima guerra mondiale furono diciannove (54):

Amanzi Augusto - D'Agostino Pasquale

De Amicis Giuseppe - Falcioni Giuseppe

Innocenzi Franco - Lanciotti Antonio - Luce Luigi

Luce Vincenzo - Peduzzi Domenico - Peduzzi Tommaso

Placidi Antonio - Placidi Filippo - Rubeis Giuseppe

Rubeis Luigi - Sabatini Amerigo - Spera Antonio

Spera Giuseppe - Spera Natale - Tupone Alfredo


Diciannove madri e padri persero un loro figlio e tanti fratelli, sorelle, nonni, amici, persero un loro caro.

Il 19 luglio del 1919 una epigrafe venne apposta in loro memoria sulla facciata del Santuario di Sant'Anatolia con i seguenti versi:

Cari a Dio e alla Patria, non morirono, non morranno,
sono nell'istante e nell'eternità, distanti e prossimi
luglio 1919

Epigrafe in memoria ai caduti nella I guerra mondiale

L'omaggio della Marsica alle salme di due eroici ufficiali

Avezzano 4 agosto 1932 - La Marsica ha vissuta, una delle sue grandi giornate. Il segretario politico di Avezzano, cav. uff. Umberto Jatosti, con un nobile manifesto, aveva invitato autorità, associazioni ed enti a trovarsi alla stazione per ricevere le salme dei due eroici ufficiali, cap. dott. Antonio Placidi (55) e sottotenente Filippo Placidi (56) che, dai cimiteri di Santa Andrea di Serravalle a Garolda di Barbasso tornano nella Marsica per essere tumulate nella tomba di famiglia nella vicina Santa Anatolia.

Nessuno è mancato: le autorità, la Milizia, un reparto del 13. Fanteria comandato dal cap. Pili, la sezione ufficiali in congedo, il Guf, la sezione bersaglieri, la sezione alpini, le sezioni combattenti, la sezione mutilati, il Fascio, la Società operaia il concerto cittadino.

Al giungere del treno una tromba squilla l'attenti e tutti i presenti si irrigidiscono nel saluto romano, Mario Placidi che ha scortato le salme dei due eroici fratelli è sceso dal treno visibilmente commosso e si è abbracciato con i congiunti, tra la reverente commozione dei presenti mentre bandiere e gagliardetti si inchinano, il carro viene aperto e privato del suo carico sacro di amore e di gloria. Le due casse, ravvolte nel tricolore, vengono portate a spalla dagli ufficiali della Milizia che le depongono poi nei due carri funebri. Fra la più intensa commozione, il corteo si compone e si snoda per le vie principali, fra due fitte ali di popolo che saluta reverente e commosso ripetendo i nomi degli eroi, che discendono, per la madre, da una delle più note famiglie avezzanesi: la famiglia Jatosti. All'altezza della Nazionale per Roma il corteo sosta. La medaglia d'argento Guido Di Matteo, che fu soldato del cap. Placidi, rievoca brevemente le virtù dell'estinto comandante. Scioltosi il corteo, i carri, con le salme, si avviano verso S. Anatolia seguite da automobili e carrozze con i congiunti e gli intimi. A Cappelle il mesto corteo deve sostare; il popolo riunito nella via principale vuole anch'esso rendere il suo tributo di amore agli eroici fratelli. Il parroco don Angelo Barbati, impartisce la benedizione alle salme mentre gentili signore e signorine depongono sulle bare fasci di fiore freschi.

A Magliano il corteo sosta nuovamente. Sulla piazza principale della patriottica cittadina, sono schierate tutte le autorità, gli enti e le associazioni, con il podestà cav. Pietrangeli ed il segretario politico cav. Michelangeli, nonché tutti gli ufficiali dell'eroico 13. fanteria con a capo il col. comm. Vaccaro ed il suo aiutante maggiore cav. Annibaldi. Presta servizio la musica del Corpo di Armata di Bari e rende gli onori una compagnia al comando del capitano Ballone. Si forma un lungo corteo che percorre la via principale del paese, fra la viva commozione della intiera popolazione, che saluta e getta fiori. All'uscita del paese il corteo sosta e le salme sfilano mentre la truppa rende gli onori e gli ufficiali salutano. Cessata la cerimonia solenne ed austera di Magliano, il corteo prosegue per Santa Anatolia. Dalle tombe dove erano stati fino ad ora custoditi, Antonio e Filippo Placidi tornano al loro paese per essere tumulati nella tomba di famiglia.Nei pressi di casa Placidi il corteo sosta. La mamma vuole baciare i suoi figli, e poichè nessuno osa trattenerla, li bacia, nelle bare, fra la più viva commozione dei presenti. Il Podestà di Borgocollefegato, cav Paolo Gagliardi, pronuncia un elevato discorso.

Il corteo si dirige verso la chiesa parrocchiale e sosta sulla piazza. Le bare vengono deposte su un apposito palco. Tre squilli di tromba invitano ad un minuto di raccoglimento. Il centurione Giuseppe Canoni, fa l'appello dei caduti secondo il rito fascista. La folla risponde "presente!". Prende subito la parola il dott. Pasquale Ruggini che tratteggia mirabilmente la figura dei due eroici che tornano nel paese natale fra le cose care, fra la gente buona e affezionata. Il presidente della locale sezione combattenti, Tupone Erminio, ed un membro del direttorio della stessa sezione, Luce Alfonso, dicono, in un impeto di passione, il rimpianto di quelli che tornarono, per quelli che non ebbero questa gioia, ma ebbero quella più grande di salire al Cielo per assidersi fra i numi tutelari della Patria.

Parla infine il parroco di Santa Anatolia, don Luigi Righi, il parroco buono, solenne nei paramenti sacri, parla nel nome di Dio ed invita Toto e Pippo Placidi ad entrare nel Tempio, come allora, nel giorno della Prima Comunione. Come allora essi entrano infatti nel tempio, puri, portati da tutto il popolo, seguito dai parenti. Non si piange più. Il ministro di dio prega e benedice, e tutto il popolo a sua volta, in silenzio, asperge di acqua benedetta le due salme riunite in un unico catafalco ricoperto di fiori. La cerimonia di oggi é finita. Domani gli eroici fratelli riattraverseranno le vie note, per scendere al Cimitero, ove il padre li attende; questa notte essi, con i compagni di trincea, che a turno li veglieranno, rivivranno tutta la epopea del Carso, della Bainsizza, delle Alpi. Terminata la celebrazione degli uomini e composte le salme degli eroi nella chiesa che li accolse bambini, si inizia, mentre cade la sera, la celebrazione delle cose eterne che esaltano e proteggono (57).

Albo d'Oro 1915-1918 - Soldati di S.Anatolia morti nella I° Guerra Mondiale - 1915-1918

Alfredo Tupone

Alfredo Tupone, figlio di Guglielmo, era nato a Corvaro il 05.12.1892. La madre morì quando lui era ancora neonato e il padre risposò Filomena Di Gaetano di Corvaro con la quale ebbe nove figli. Nel 1903 Guglielmo, insegnante di scuola elementare, venne trasferito a Sant'Anatolia dove portò tutta la famiglia.

Nel 1915 la famiglia assistette al terremoto che distrusse il paese. Per fortuna la casa dove abitavano, che era di proprietà della famiglia Placidi, non crollò, ed ancora oggi è in piedi. Tre anni dopo il 26 ottobre del 1918 Alfredo morì, per ferite riportate in combattimento, sul Monte Asolone, durante la prima guerra mondiale, all'età di 25 anni. Era Caporale del 44° regimento di fanteria. Fu sepolto nel Sacrario militare di Cima Grappa. Era il fratello di mio padre.

Alfredo Tupone

Note

  1. Legge per l'unificazione dell'imposta sui fabbricati
  2. Archivio di Stato di Rieti - Catasto dei Fabbricati dell'ex Provincia dell'Aquila, Circondario di Cittaducale - Registro delle partite di Borgocollefegato, lettera F
  3. Archivio di Stato dell'Aquila - Sezione Planimetrie: Strada di Borgocollefegato - Registro n. 9
  4. Antonio GRAMSCI, L’Ordine Nuovo, rassegna settimanale di cultura socialista, anno 1920, Teti e C. Editore, Farigliano (Cn), 1976
  5. Archivio della Parrocchia di S. Anatolia - Libro dei Morti - Anno 1875-1908, n. 283
  6. Archivio di Stato dell'Aquila - Registro degli Atti di Nascita di S.Anatolia - Anno 1832 - n.4 - Archivio della Parrocchia di S. Anatolia - Registro degli Stati di famiglia del 1860 n. 80 - Nota dedicata Angelo Scafati: «Sacerdote e Canonico di questa chiesa, fu trasferito a Rieti da Monsignor Mauri per insegnare belle lettere - Professore in queste valentissimo. Proposto di S. Angelo in Borgo di detta Città. Morì ai 29 giugno del 1893 - Angelo di nome e di costumi».
  7. Wikipedia Italia - Voce «Diocesi di Rieti - Cronotassi dei vescovi»
  8. Ileana TOZZI, Beni culturali ecclesiastici ed archeologia a Rieti, estratto da «Le ricerche archeologiche nel territorio sabino: attività, risultati e prospettive, Atti della giornata di studi», Rieti 11 maggio 2013, p.179 e segg
  9. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 87 - 1897 Visita Quintarelli
  10. Rodolfo Pagano, la Relazione della inchiesta sull’amministrazione comunale di Borgocollefegato del 1909, in Quaderno valledelsalto.it n. 4, p. 281
  11. Enrico Abate, Guida dell'Abruzzo, Club Alpino Italiano, Roma 1903, p. 116-117
  12. Salvatore Ricci, nato a Magliano il 17.07.1857, figlio di Benedetto Ricci (1830-1882) e Rosa Scipioni (1825-1875), aveva sposato Clarissa Scafati, nata a S.Anatolia il 25.09.1867, figlia di Paolo Scafati (1840-1915) e Candida Mariani (Marano 1847)
  13. Angela Panei era Angela Amanzi, nata a Sant'Anatolia il 14.12.1852, figlia di Germano Amanzi (1819-1897) e Innocenza Antonucci (1817-1898). Era la moglie di Giovanni Panei (1838-1904), figlio di Alessandro Panei (1808-1863) e Anastasia Cavallari (1805-1844)
  14. Antonio Federici, nato a S.Anatolia il 14.01.1864, figlio di Francesco Federici (1814-1884) e Rosa Falcioni (1817-1901)
  15. Nella pagina precedente veniva descritta la chiesa di S. Maria in Valle Porclaneta
  16. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 88 - 1903 Visita Quintarelli
  17. Rodolfo Pagano, la Relazione della inchiesta sull’amministrazione comunale di Borgocollefegato del 1909, in Quaderno valledelsalto.it n. 4, Roma 2014, p. 243. Guglielmo Tupone, nato a Vasto il 07.12.1853, era figlio di Giuseppe (1810-1875) e Rita Pietrocola (1818). Era insegnante e dopo diversi spostamenti venne collocato nella scuola di Corvaro dove conobbe e sposò Filomena Di Gaetano. In seguito venne trasferito a Sant'Anatolia. Maria Scafati forse era una Maria Scafati, nata il 22.05.1875, figlia di Giacomo Scafati (1834) e Berardina Angela Innocenzi (1835-1896) ma di questo non siamo ancora certi.
  18. Sito web: www.meteoweb.eu articolo - 24 Febbraio 1904: il forte sisma a Magliano De’ Marsi articolo a cura di Luigi Andrea Luppino
  19. La Stampa, 31 marzo 1904, pag. 2
  20. Alfonso Cavasino, Il terremoto nella Marsica del 24 febbraio 1904, tipografica modenese, 1914, tratto dal dal sito dell'ingv.it
  21. La Stampa, 26 febbraio 1904, pag. 2
  22. Alfonso Cavasino, cit.
  23. Alfonso Cavasino, cit.
  24. Alfonso Cavasino, cit. - A Marano l'intensità fu pari all'VIII grado della scala Mercalli
  25. Alfonso Cavasino, cit. - A Borgo l'intensità fu pari all'VII grado della scala Mercalli
  26. Alfonso Cavasino, cit. - A Torano l'intensità fu pari all'VIII grado della scala Mercalli
  27. La Stampa, 2 marzo 1904, pag. 2
  28. Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Gabinetto, Ufficio cifra, 1904, Copialettere in arrivo dal 27 febbraio al 5 marzo, n.7806, n.7923 e n.8008, Telegramma del funzionario della Prefettura di L’Aquila Fioretti al Ministero dell’Interno Pubblica sicurezza, L’Aquila 28 febbraio 1904, dal sito web dell'INGV: http://storing.ingv.it/cfti4med/quakes/18757.html
  29. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 89 - 1910 Visita Quintarelli
  30. don Antonio Scafati era nato a S. Anatolia il 6 luglio del 1882 da Domenico e Giovanna Falcioni
  31. Mio padre mi raccontò che don Pasquale Cremonini, parroco di Spedino, morì nel 1918 per asfissia, nella cantina dei signori Placidi, in quantò respirò la CO2 formatasi nella cantina piena di botti di vino.
  32. Il dato fu tratto dalle dichiarazioni dei parroci, quindi è indicativo e non va preso alla lettera.
  33. don Alessandro Panei, nacque a S. Anatolia l'8 febbraio 1879 da Antonio (1841-1906) e Maria Blasetti (1850-1916). Il 7 febbraio del 1929 emigrò in Argentina, a La Plata, dove morì nel 1960
  34. Filippo Falcioni, nato il 14/02/1901, era figlio di Giovanni e di Anatolia Luce - Registro degli Atti di nascita del 1901 n.6
  35. Raffaella Luce (1889), figlia di Luigi e Giuseppa Federici
  36. Giovanni Antonio Di Gasbarro (1854), figlio di Giustiniano e Bibbiana Rubeis
  37. Maria Assunta di Cristofano (1897), figlia di Giovanni Pasquale e Rosa Peduzzi
  38. Giuseppe Di Gasbarro (1884), figlio di Giovanni Antonio e Berardina Scafati
  39. Luigi Lanciotti (1889), figlio di Berardino e Rosa Argentini
  40. Sinibaldo Luce (1853), figlio di Carlo Giuseppe e Luisa D'Agostino
  41. Anna Chiara (1898) e Virginia (1902) De Amicis, figlie di Giovanni Battista e Genoveffa Peduzzi
  42. Luigi De Amicis (1886), figlio di Vincenzo e Amelia Scafati
  43. Alessandro (1908) e Caterina Falcioni (1914), figli di Giovanni e Anatolia Luce
  44. Giuseppe (1887), Anna (1890) e Maria (1881) Amanzi, figli di Antonio e Plautilla Spera - Pietro Luce (1884), figlio di Angelo e Angela Amanzi
  45. Fedele De Santis (1896), figlio di Rinaldo e Generosa Luce
  46. Antonio Peduzzi (1868), figlio di Aurelio e Rachele Passalacqua
  47. Clotilde Scafati (1880), figlia di Pietro Paolo e Candida Mariani
  48. Il Re venne a Sant'Anatolia l'11 febbraio 1915 come si può leggere in un articolo del quotidiano "La Stampa" dell'11/02/1915 a pag.6
  49. Antonio Luce (1864), figlio di Maurizio e Gemma Federici
  50. Angusto Amanzi (1893), figlio di Antonio e Plautilla Spera
  51. Filippo Falcioni, Poesie. L'uomo e il cane. La volpe è furba ? Favole. Varie. Nelle varie vi è il racconto dal titolo «Il terremoto del 1915», Edizioni accademia città di Roma Il Machiavello, Roma 1990
  52. www.duesicilie.org - «4 Novembre: festa delle forze armate o lutto nazionale?» - blog.libero.it/BRIGANTESEMORE - «Un popolo distrutto»
  53. Cesare DE SIMONE, L'Isonzo mormorava. Fanti e generali a Caporetto, Roma 1970 - www.storiaxxisecolo.it - «Testimonianze di guerra»
  54. Archivio del comune di Borgorose, Albo d'Oro dei Caduti della prima guerra mondiale - Si trova anche online presso http://www.cadutigrandeguerra.it
  55. «Albo militari caduti nella guerra 1915-1918»: Placidi Antonio di Giuseppe - Capitano 112° reggimento fanteria, nato il 10 aprile 1892 a Borgocollefegato, distretto militare di Aquila, morto il 14 dicembre 1918 a Vittorio Veneto per malattia.
  56. «Albo militari caduti nella guerra 1915-1918»: Placidi Filippo di Giuseppe - Sottotenente 12° reggimento fanteria di marcia, nato il 11 marzo 1899 a Borgocollefegato, distretto militare di Aquila, morto il 16 luglio 1918 nell'ospedaletto da campo n. 58 per malattia.
  57. Il giornale d'Italia del 4 Agosto 1932 - Cronaca dell'Abruzzo - p. 4 - L'omaggio della Marsica alle salme di due eroici ufficiali - Articolo di Luigi Rossetti