Introduzione

Avevo circa quindici anni quando, a metà degli anni settanta, mi ponevo le prime domande esistenziali: cos'è l'amore? Perché siamo attratti dall'altro sesso? Cosa ci spinge a riprodurci? Cos'è l'amore genitoriale e cos'è l'amicizia e la socialità? Qual'è il senso della vita e della morte? La ricerca, dapprima interiore, in seguito divenne indagine su me stesso, su chi ero e da dove venivo. Fu così che cominciò il forte interesse per le mie radici poi sfociato nello studio della storia del mio luogo d'origine e degli uomini che lo popolavano e che lo popolano ancor oggi.

Ricordo che uno degli stimoli che mi fece passare dalla ricerca introspettiva alla ricerca storica lo ebbi dalla visione di «Radici», una miniserie trasmessa in tv nel 1978, in seguito alla quale lessi il romanzo omonimo. In esso, il ricercatore statunitense Alex Haley, narrava di come era riuscito ad andare in profondità nelle sue ricerche, tanto da scoprire il nome del proprio antenato africano, Kunta Kinte, catturato in Gambia nel 1750 e deportato in schiavitù in America.

Anch'io volevo sapere chi fossero i miei antenati e fu per questo che, aiutato e incoraggiato da mia madre, iniziai ad interrogare le persone più anziane della mia famiglia. Parallelamente, a partire dal 1979, cominciai a consultare i registri dello stato civile del comune di Borgorose e, a partire dal 1980, quando era parroco don Giovanni Di Gasbarro, i registri della parrocchia di San Nicola di Bari a Sant'Anatolia. All'epoca ero talmente preso dalla genealogia che lessi tutta la Bibbia, disegnando l'albero genealogico di Gesù Cristo, partendo da Dio e Adamo ed Eva. Sempre in quegli anni feci un albero genealogico di tutti i re e le famiglie nobili d'Europa, raccogliendo le informazioni da una vecchia enciclopedia che avevo in casa.

Nel 1979 acquistai il libro di Vincenzo Saletta «S. Anatolia» che, oltre a narrare la vita della santa, affrontava la storia del paese. Le note e rimandi ad altri libri furono per me uno spunto per approfondire. D'altra parte era in quel luogo che affondavano parte delle mie radici ed erano gli eventi ivi accaduti nel passato che mi avevano portato ad essere ciò che ero. La storia del mio paese era parte integrante della ricerca su me stesso.

Negli anni successivi divenni un topo di biblioteca. Appena avevo tempo mi chiudevo nella biblioteca nazionale di Roma dove rimanevo per ore a consultare testi, a volte dalle 9 del mattino fino alla chiusura serale senza interruzione. Sfogliai centinaia di volumi e quando la ricerca sulle fonti letterarie mi sembrò soddisfacente, avevo ormai raggiunto il punto di non ritorno, dovevo affrontare gli archivi. Nel frattempo, nel 1981, grazie ai racconti di mia nonna Luisa Luce e dei miei genitori, feci una prima ricostruzione descrittiva di com'era Sant'Anatolia prima del terremoto del 1915 e qualche anno dopo, nel 1986, tramite i racconti di mia zia Caterina Lanciotti e di altri anziani del paese, feci lo stesso per Cartore.

Nel 1986, su indicazione di Adolfo Luce, andai al Commissariato per la Liquidazione degli Usi Civici per Lazio, Toscana e Umbria, che si trovava a Roma nei pressi di Castel S. Angelo. Lì trovai una carta topografica molto bella del territorio di Sant'Anatolia risalente ai primi dell'800. In quel commissariato, che non era un archivio, ma un ente operativo Statale, fui accolto dagli impiegati con gentilezza e collaborazione.

Purtroppo non riuscii a tornarci, imbarazzato dal fatto che, a lor dire, ero il primo e unico storico che, fino ad allora, era andato a fare ricerche nei loro uffici. Ricordo che c'erano circa otto faldoni relativi al Comune di Borgorose, tutti inediti e ancora da consultare.

Nel 1988 e 1989 andai nell'archivio della Diocesi di Rieti e poi andai di nuovo, molti anni dopo, nel 2014 e 2015. A tutt'oggi ho consultato i bullarium, dalla metà del '500 ai primi del '700, e buona parte delle visite pastorali, trovando molte informazioni utili su chiese ed ecclesiastici, ma c'è molto materiale ancora da visionare.

Nel 1989 andai nell'archivio del monastero di San Paolo fuori le mura a Roma dove potei verificare l'appartenenza del monastero di
S. Leonardo in Cartore ai monaci di San Paolo.

In quegli anni pensavo spesso che il materiale raccolto sarebbe stato sufficiente per scrivere un libro, eppure mai tentai, pensando che era improbabile trovare una casa editrice disponibile a pubblicare il mio lavoro, troppo di nicchia. Indeciso quindi sul da farsi alternavo lunghe pause, in cui la vita mi portava verso altri interessi, a periodi di ricerca più proficui.

Quando internet si affacciò nella mia vita, fu per me lampante che la cosa migliore da fare fosse di pubblicare progressivamente le ricerche online, rendendole accessibili a tutti e, il 12 luglio del 2001, attivai il dominio web santanatolia.it aprendomi al mondo.

Sempre nel 2001 andai a Sant'Anatolia per rivedere l'archivio della Parrocchia di San Nicola. Don Giovanni Di Gasbarro era appena andato in pensione e il nuovo parroco, che amministrò solo un anno, si fidò di me e della mia passione per la storia, permettendomi di fotocopiare l'intero archivio fino al 1932. Esso era composto da vari volumi manoscritti dov'erano riportati i battesimi, i matrimoni, i morti e gli stati di famiglia a partire dai primi dell'800.

Li rilegai, creando quindi una copia di sicurezza nel caso in cui i documenti originali venissero perduti. Poi, aiutato da mio fratello Alfredo, che mi diede sia il supporto informatico (un programma di raccolta dati specifico per la genealogia) che un aiuto pratico nell'inserimento dei dati, registrai quasi 5.000 nomi nel database, tutto il popolo di Sant'Anatolia dal 1750 al 1930. Mia madre e le mie zie, in particolare Vincenza, mi aiutarono a riconoscere le persone che scorrevano nei manoscritti e ad aggiungere le informazioni sullo stato più recente delle varie famiglie.

Qualche anno dopo andai di nuovo a consultare l'archivio dell'anagrafe del Comune di Borgorose e, grazie all'aiuto di mio cugino Tonino Spera, allora assessore, ebbi la possibilità di fotocopiare i registri di nascita dal 1809 al 1895.

Per avere un rapporto diretto con coloro che erano interessati alla propria genealogia, nel rispetto della privacy, decisi di mettere la password d'accesso al database, rendendo però noto sul sito che, su richiesta, chiunque poteva ricevere gratuitamente l'albero genealogico e altre informazioni sulla propria famiglia. Subito cominciarono a pervenirmi molte richieste per email da persone originarie di Sant'Anatolia. La soddisfazione più grande fu quella di scoprire che le richieste maggiori provenivano da persone che non risiedevano in Italia, ma soprattutto in Argentina, più precisamente, i nipoti o pronipoti degli emigranti che partirono da Sant'Anatolia all'inizio del secolo scorso. Molti mi hanno scritto anche dall'Italia e questo mi ha permesso di riallacciare dei rapporti che sembravano perduti.

Nel 2008, insieme ad altri amici, creammo un gruppo su Facebook dedicato ai «Santanatoliesi nel mondo» con l'intento di far nascere o ampliare le relazioni tra i residenti a Sant'Anatolia e gli emigrati, residenti in italia e all'estero, e i loro discendenti. Tramite il gruppo abbiamo potuto ampliare le informazioni sullo stato attuale delle famiglie, soprattutto quelle degli emigranti all'estero, con cui a volte si erano persi quasi del tutto i contatti. La rete ha innescato un circolo virtuoso di condivisione stimolando le persone a scrivere storie, inviare fotografie, ecc.

Nel 2012, nell'archivio di Stato dell'Aquila, ho consultato sia i catasti antichi che alcune sentenze dei tribunali ottocenteschi. In quell'occasione gli impiegati mi misero a conoscenza della presenza, disponibile online, di una seconda copia molto più completa dello «Stato Civile» dal quale ho potuto trarre ulteriori dati per la genealogia. In quell'archivio ci sono ancora tanti documenti da visionare, in particolare gli atti relativi al brigantaggio e gli atti notarili, un lavoro enorme tutto da iniziare.

Nel 2013, nell'archivio di Stato di Rieti, ho consultato lo stato civile post-unitario ed alcuni catasti napoleonici e post-unitari. Poi, utilizzando le mappe catastali ivi trovate, aiutato dal mio amico Filippo Martorana, ho potuto ridisegnare in tridimensione il paese com'era prima del terremoto del 1915. Anche in quell'archivio ci sono tanti documenti ancora da consultare, soprattutto per il periodo post-unitario.

Sempre nel 2013, nell'archivio di Stato di Napoli, grazie alla disponibilità degli archivisti, ho potuto fotografare l'intero registro del Catasto Onciario di Sant'Anatolia del 1753, dove sono elencati tutti i capifamiglia, con i componenti del nucleo familiare e le loro proprietà. Tutto ciò mi ha permesso di ampliare di molto il settore della genealogia, facendomi raggiungere ad oggi la cifra di oltre 10.000 nominativi inseriti nel database.

Nell'archivio di Napoli, ricchissimo di documenti inediti e da visionare, ho potuto fotografare anche una carta topografica del territorio di Sant'Anatolia del '700 e vari manoscritti antichi.

Nel 2015 sono stato nell'archivio della famiglia Colonna, che si trova nel monastero di Santa Scolastica a Subiaco, dove ho consultato tante pergamene e manoscritti che mi hanno permesso di arricchire le conoscenze sul periodo feudale, dal 1450 al 1800 e, sempre a proposito di archivi familiari, ho consultato telematicamente le pergamene degli Orsini, famiglia che governò il nostro territorio prima dei Colonna, e che si trovano presso l'archivio Capitolino. In questi archivi all'inizio sono stato accompagnato dai miei fratelli, in particolare Francesco, che mi ha sempre consigliato, ha corretto le bozze dei miei racconti prima di pubblicarli, e mi è stato sempre vicino incentivandomi a proseguire. Il lavoro sembra infinito. Ogni volta che vado in un archivio per consultare un documento, ne scopro altri e, quando arriva il tempo di andare via, saluto sempre i vari archivisti e impiegati con un «arrivederci, tornerò presto!».

Il 16 giugno del 2013 sono stato relatore in un convegno sul brigantaggio che si è tenuto a Sant'Anatolia nella chiesa parrocchiale di San Nicola. Nel 2015, grazie al web e ai rapporti ricostruiti con una parte della comunità di Sant'Anatolia, ho preso parte all'organizzazione di «A cent'anni dal terremoto», evento che prevedeva due iniziative per la commemorazione dei caduti del terremoto. La prima ebbe luogo il 13 gennaio e culminò con la collocazione, sulla facciata della parrocchia di San Nicola, di una epigrafe in pietra in ricordo del tragico evento e con la sua benedizione da parte del vescovo di Rieti. La seconda fu una iniziativa multimediale ed ebbe luogo l'8 agosto. Partecipai con la proiezione di un video in 3D nel quale si poteva rivedere il paese ricostruito come era prima del 1915. Molti sono stati gli interventi nelle due giornate e tutti sono stati riportati sul sito.

Quando iniziai le ricerche negli anni settanta il paese era vivo e pullulava di abitanti, quasi tutti contadini e allevatori. In montagna pascolavano decine di greggi di pecore, mandrie di mucche e di cavalli, e tutto sembrava, tranne che sarebbe arrivato il collasso. Ogni famiglia possedeva almeno un asino, una mucca, un maiale, galline e conigli. Tutti, anche i più piccoli, dovevano impegnare buona parte del loro tempo a mandare avanti quelle piccole imprese agricole-familiari che davano loro la sussistenza. Dovevano quindi partecipare ai lavori della terra, portare al pascolo gli animali, portare acqua e cibo ai maiali. Quello era l'unico sostentamento per le loro famiglie e non potevano, né volevano, sottrarsi. Pochi erano i giovani che, già affaticati dal lavoro e senza il supporto dello Stato, riuscivano a trovare ulteriore energia per impegnarsi negli studi superiori o nelle università ma quella era la loro normalità, era il loro modello educativo, era la vita che avevano fatto i loro padri e i loro avi da secoli e che facevano tutti i loro amici, escludendo i «romani» che, come me, vivevano lontano nella città, e venivano al paese solamente l'estate in vacanza.

Poi, anche a Sant'Anatolia arrivò il «progresso», le auto, l'autostrada, la televisione, la pubblicità, il consumismo, e con esso, la paura di rimanere indietro e di non riuscire a progredire. Nelle persone cominciò ad insinuarsi il tarlo che essere contadino o allevatore quasi equivalesse ad essere ignorante. L'essere contadino e allevatore iniziò a diventare una cosa quasi da nascondere e da negare, di cui vergognarsi. Contemporaneamente, molti venivano ammaliati dalla modernità, dalle luci delle città, dalle possibilità che esse offrivano, dai lavori meno sporchi e più redditizi e chi aveva voglia di resistere e rimanere, non aveva altre opportunità nel proprio territorio, se non la terra o le bestie. Complice l'assenza, da parte dello Stato, di politiche mirate alla tutela delle aree interne, tutti cominciarono in massa a lasciare il paese e, in poco meno di un ventennio, la terra è stata quasi del tutto abbandonata.

Oggi, un po' come gli «ultimi dei Mohicani», sono pochissimi gli allevatori e gli agricoltori che resistono sulle nostre montagne. Alcuni non hanno avuto la forza o la voglia di andare via, altri sono tornati sconfitti. Altri ancora, andati in pensione, quasi con un senso di rimorso verso i propri avi, sono tornati a fare il lavoro che facevano quando erano ragazzi. Altri potrebbero invece tornare consapevoli che proprio li, nella loro terra, potrebbe esserci un nuovo inizio, un futuro più bello anche per i propri figli. Mi piace ricordarne due, eroi nel mio immaginario, passati ad altra vita: Sepio Di Carlo, l'ultimo abitante di Cartore, e il mio caro amico Gregorio Lanciotti, brigante buono e pastore. Poi non posso che inchinarmi ai miei cari zii, Remo e Mario Spera, poeti e pastori, ed a zia Lucrezia Rubeis che mi ha fatto gustare le sue caciotte fin da bambino, sempre sorridenti ed accoglienti anche nei momenti più difficili. Ancora porgo omaggio a mio cugino Pierino Rubeis che, dopo aver lavorato per tanti anni in FIAT, è tornato in pensione al suo lavoro di ragazzo, il pastore, e ai giovanissimi Matteo e Simone Innocenzi che rappresentano per me la speranza di un possibile interscambio generazionale, con i primi più anziani.

Io sono uno di quei tanti romani che venivano in vacanza l'estate, per tre mesi l'anno, ed ho assistito impotente al collasso del paese. Impossibilitato per lavoro e per legami relazionali ad andare via dalla mia città natale, ho cercato nel mio piccolo di dare un contributo, sia interessandomi alla storia del paese e raccontandola con l'intento di renderne orgogliosi gli abitanti, che cercando di riportare indietro, per lo meno virtualmente, coloro che lo hanno lasciato e i loro discendenti.

Poi qualche anno fa ho pensato che sarebbe stato utile tentare di costruire un'organizzazione che potesse agire e ridare un po' di speranza e, proprio con questo obiettivo, il 12 luglio 2016, insieme ad altre undici persone, di cui circa la metà di Sant'Anatolia, ho partecipato alla costituzione della Cooperativa di Comunità «Montagne della Duchessa», sperando possa essere un tassello utile per una nuova rinascita, consapevole che, senza il supporto della popolazione e di chi come me ama il paese e le sue montagne, sarà come aver costruito un castello di sabbia per fermare il mare.

Questi sono i soci fondatori della cooperativa che, come me, hanno scommesso su questo progetto e che ringrazio: Sergio Bellucci, Achille Federici, Fabio Innocenzi, Mario Innocenzi, Antonio Luce, detto Toto, Filippo Martorana, Luca Rubeis, Erminio Tupone, Francesco Tupone, Marco Tupone e Glauco Vapeni.

Sono tante le persone che ringrazio e che negli anni mi hanno aiutato in questa ardua impresa. Mando i miei ringraziamenti anche a coloro che non ci sono più, perchè passati a miglior vita e di cui troverete i nomi nelle note di questo libro. Ringrazio tutti coloro che sono qui, vicino a me, ad aiutarmi e incoraggiarmi sempre. In particolare i miei fratelli, ma anche molti miei parenti e amici.

Ringrazio tutte le persone che hanno visitato il sito e che mi hanno lasciato un messaggio di incoraggiamnento per il lavoro svolto. Ho ricevuto email anche dall'altro capo del mondo, dai discendenti degli emigranti, ciò mi ha spronato ad andare avanti e sono del tutto soddisfatto del risultato raggiunto.

Grazie a mia madre che mi ha sostenuto in tutti questi anni, alla mia compagna Letizia che subisce questo mio chiodo fisso da quando ci conosciamo e alla piccola Viola, mia figlia, che influenzata dal mio fare, ad appena sei anni, sogna da grande di diventare un'archeologa.

Il lavoro continua...

2016