Capitolo I - Epoca romana

Tiora Matiene - L'archeologia nei racconti popolari - Sant’Anatolia nelle mappe catastali - Alba Fucense - Sant’Anatolia castrum albense - Epigrafi romane - Presenze archeologiche - Caduta dell'Impero Romano e secoli bui

Tiora Matiene

 

«Ἀπὸ δὲ Ῥεάτου πάλιν τὴν ἐπὶ Λατίνην ὁδὸν ἰοῦσι Βατία μὲν ἀπὸ τριάκοντα σταδίων, Τιώρα δὲ ἀπὸ τριακοσίων, ἡ καλουμένη Ματιήνη. ἐν ταύτῃ λέγεται χρηστήριον Ἄρεος γενέσθαι πάνυ ἀρχαῖον. Ὁ δὲ τρόπος αὐτοῦ παραπλήσιος ἦν ὥς φασι τῷ παρὰ Δωδωναίοις μυθολογουμένῳ ποτὲ γενέσθαι· πλὴν ὅσον ἐκεῖ μὲν ἐπὶ δρυὸς ἱερᾶς (πέλεια) καθεζομένη θεσπιῳδεῖν ἐλέγετο, παρὰ δὲ τοῖς Ἀβοριγῖσι θεόπεμπτος ὄρνις, ὃν αὐτοὶ μὲν πῖκον, Ἕλληνες δὲ δρυοκολάπτην καλοῦσιν, ἐπὶ κίονος ξυλίνου φαινόμενος τὸ αὐτὸ ἔδρα. Τέτταρας δ´ ἐπὶ τοῖς εἴκοσι σταδίοις ἀπέχουσα τῆς εἰρημένης πόλεως Λίστα, μητρόπολις Ἀβοριγίνων

«Ancora a partire da Rieti, per chi procede lungo la via Latina, dopo trenta stadi si trova Batia, e dopo trecento, Tiora, detta Matiene. In questa città si sostiene che sia esistito un oracolo di Ares molto antico, le cui caratteristiche erano, sempre secondo quanto narra la tradizione, assai prossime a quelle che, secondo le trattazioni mitiche, aveva un tempo l'oracolo di Dodona, tranne che per un particolare. Si dice, infatti, che nell'oracolo di Dodona vaticinasse una colomba, appollaiata su una quercia sacra, mentre in quello degli Aborigeni lo stesso servizio era reso da un uccello, inviato dalla divinità, che loro chiamavano Pico e i Greci invece "drykolapten", che si manifestava su una colonna lignea. A ventiquattro stadi da questa città si trovava Lista, la madre patria degli Aborigeni» (1).

Queste frasi furono scritte circa duemila anni or sono da uno storico greco di nome Dionisio la cui città di origine era Alicarnasso. Egli visse nel I secolo a.C. nel periodo in cui Roma da repubblica divenne impero, parlava e scriveva in lingua greca, e di lui c'è rimasta una «Storia di Roma Arcaica», libri unici ed importanti nel loro genere. Egli parlando di Tiora ripetè ciò che aveva scritto, in un'opera ora perduta, lo storico reatino Marco Terenzio Varrone il quale era vissuto circa cinquant'anni anni prima (2).

Tiora Matiene, il cui nome, gli storici del medioevo, tramutarono in Tyro, Tyra, Tyriam, Thuriensem, Thora e infine in Tora, era una delle poche città degli Aborigeni che aveva resistito alle ingiurie degli anni, delle guerre e delle distruzioni. Al tempo di Dionisio era considerata, soprattutto per quanto riguardava il tempio di Ares, una città antichissima, fondata circa tredici secoli prima da un popolo venuto dalla Grecia in Italia attraverso il mare: i Pelasgi, un popolo favoleggiato di cui si parlava come di un sogno.

Tiora esisteva quindi nel I secolo a.C. e fu li che, il 10 luglio del 251 d.C., al tempo dell'imperatore Decio, una giovane romana di nome Anatolia ed un marso di nome Audace, a causa della loro fede cristiana, furono processati e condannati a morte. La storia di questi martiri è stata già ampiamente descritta e approfondita da tanti autori ed io, non avendo nessuna novità sull'argomento, ho preferito non aggiungere nulla di mio. Ho colto invece l'occasione per inserire, nel capitolo successivo, il testo di uno storico, capitatomi tra le mani in formato dattiloscritto più di 30 anni fà, e, a quanto mi risulta, mai pubblicato. Ho ritenuto inoltre necessario riferire il mio pensiero sulla ubicazione dell'antica città di Thora, questione che per la gente del mio paese ha assunto una notevole importanza.

E' infatti da oltre trecento anni che preti, abati e vescovi alla ricerca del luogo del martirio della giovane Anatolia e storici e archeologi appassionati di storia locale, dibattono ampiamente sull'ubicazione dell'antica città di Thora. La controversia si pone soprattutto se Thora si trovasse nei pressi della chiesa di Sant'Anatolia a Castel di Tora, o nei pressi della chiesa di Sant'Anatolia nel villaggio omonimo (3).

Se si dovesse studiare l'etimologia dei nomi il dubbio non verrebbe soddisfatto poichè l'una si trova nella valle del fiume Turano e l'altra nei pressi del paese di nome Torano (in dialetto Turanu). Il termine Castel di Tora risale al 1864 quando al paese, che allora si chiamava Castelvecchio, fu mutato il nome poichè si era sicuri che lì vi fosse stata anticamente la città in questione. Anche Colle di Tora era allora chiamato con un altro nome, cioè Colle Piccolo, e il Monte di Tora, a metà dell'800, si chiamava Antuni. Vi era inoltre, nei pressi di Castelvecchio, un luogo nominato nei documenti antichi con il nome Rocca Tura, molto somigliante a Thora. Ma anche a Sant'Anatolia di Borgorose vi è un luogo chiamato Cartore ed un altro chiamato al catasto Dentro il Toro, in dialetto Dentre Tore, anch'essi molto somiglianti al termine Thora.

Chiese intitolate a S. Anatolia, la santa martirizzata in Thora, si trovano, come ho già detto, in ambedue le parti e sono molto antiche. Indagini archeologiche approfondite non sono state fatte e quindi si sa solamente che in entrambi i paesi sono state trovate delle epigrafi romane che provano che quelle zone in epoca imperiale erano abitate. Ma quale territorio in Italia non era abitato in epoca imperiale ?

Ponendo la controversia sui documenti, la tesi che Thora si trovasse a Castelvecchio risulta più avvalorata, poiché si scopre che essa, in un documento del 1153, era denominata «Plebem S. Anatholia in Tora», mentre la nostra nel 1182 era denominata «Monasterio de S. Anatholiae in Vilano» (4). Altri documenti medioevali a partire dall'VIII secolo d.C. ubicano una contrada denominata «Massa Turana» o «Torana» nei pressi di Castelvecchio ma un documento del 1110, riferito al 706 d.C., denomina anche la nostra chiesa con l'appellativo di Turano e cioè: «Sanctae Anatholiae de Turanu» (5).

Ma non tutte le carte sono state ancora giocate. E' noto infatti che insieme alla Santa venne martirizzato anche un altro uomo di nome Audace da lei convinto a seguire la religione cristiana. Ebbene, egli era nativo della Marsica e ciò è confermato anche dal fatto che era un incantatore di serpenti. E' noto che i marsi, vedi i serpentari di Cocullo durante la festa di San Domenico, siano stati maghi ed incantatori di serpenti. Il villaggio di Sant'Anatolia si trova nel Cicolano ai confini con la Marsica o addirittura nella Marsica stessa e, dato che per tutto il medioevo e l'età moderna essa apparteneva alla Contea di Alba che si trovava in piena giurisdizione marsicana, il fatto che un marso fosse stato chiamato per custodire ed uccidere la nostra Santa avvalora la tesi che Thora si trovasse nella nostra zona.

Abbiamo detto che l'unica fonte classica che cita la città di Tiora è la «Storia di Roma Arcaica» di Dionisio d'Alicarnasso. Nella stessa opera un'altra città di nome Orvinio viene posta alla distanza di duecentotrenta stadi da Rieti su una via che prima di raggiungerla attraversava le città di Tribula, Suesbula, Suna e Mefula.

«Orvinio, quaranta stadi da Mefula, città illustre e grande quant'altra mai in questa regione.
Si possono vedere le fondamenta delle mura, alcune tombe di stile molto arcaico ed i recinti con più sepolture
che si estendono su tumuli molto alti. Vi si trova anche un antico Tempio di Atena, edificato sulla sommità.»
(1)

Ora, la descrizione effettuata da Dionisio si adatta molto bene alla situazione del moderno paese di Corvaro sia per la distanza da Rieti di circa una cinquantina di chilometri (uno stadio greco corrisponde a circa 210 m. odierni: 230 stadi sono circa 49 Km. attuali) sia per la descrizione dei tumuli che ricalca esattamente la situazione attuale soprattutto dopo le ultime scoperte archeologiche. Nella zona di Corvaro e nei suoi immediati dintorni sono stati individuati circa una quindicina di tumuli sepolcrali di cui almeno uno pare risulti essere il più grande tumulo d'Europa. Il nome Corvaro si adatta benissimo al termine antico di Orvinio e forse l'antico tempio di Atena citato dalla fonte potrebbe corrispondere alla rocca del Corvaro, ora in rovina, situata sulla sommità. Inoltre Orvinio era una delle città più grandi in questa regione ed oggi Corvaro è il paese più grande dell'attuale Cicolano. Si potrebbe quindi prendere in considerazione, in attesa di prove più sicure, questa tesi, supportata ulteriormente da una epigrafe che recitava nel seguente modo:

C.CLOELIVS. L. F. CLA. CORVINVS. VESTINAE. HLENAE. CONIVGI. BENEMERENTI.

Questa lapide venne pubblicata da Felice Martelli che disse di averla osservata in un antico sepolcro rinvenuto tra Corvaro e Sant'Anatolia. Certo che lui non aveva una buona reputazione in quanto a storico tanto che da alcuni archeologi, in particolare Theodor Mommsen, non venne preso sul serio. A parere di quest'ultimo, sembra che, per supportare le proprie tesi, egli arrivasse a creare lapidi false per poi pubblicarle nella sua opera! Comunque è molto probabile che il territorio di Corvaro, fino almeno a Collepizzuto, appartenesse al tenimento di Orvinio e, se ciò fosse vero, ne verrebbero a seguire delle supposizioni contrarie rispetto alla tesi che asserisce che Tiora Matiene si trovasse nei pressi degli attuali paesi di S.Anatolia o Cartore. Tiora Matiene viene citata nella stessa opera di Dionisio. Egli scriveva:

«Ancora a partire da Rieti, per chi procede lungo la via Latina, dopo trenta stadi si trova Batia (Vazia) e, dopo trecento, TIORA, detta Matiene».
Poi: «A ventiquattro stadi da questa città si trovava la città che ha il nome di Lista, la madre patria degli Aborigeni».

E allora, se Tiora corrispondeva all'attuale paese di Sant'Anatolia, Dionisio avrebbe dovuto citarla subito dopo aver citato Orvinio. Invece la via che da Rieti portava ad Orvinio e che passava per le città di Tribula, Suesbula, Suna e Mefula, era diversa da quella che passava per le città di Vazia, Tiora e Lista. E' improbabile quindi che contemporaneamente Orvinio possa corrispondere a Corvaro e Tiora a S. Anatolia o Cartore, poiché le strade per giungere da Reate nelle due città secondo Dionisio erano diverse, mentre nella realtà, la strada che da Rieti porta a quei paesi, la via Cicolana, è una sola! Quindi, se fosse più realistica la tesi di Orvinio quale primitiva città di Corvaro, diventerebbe meno probabile l'altra di Tiora a S. Anatolia.

Per quanto riguarda coloro che ritengono che Tiora fosse posta nei pressi di Castel di Tora, quella tesi sembra ancora più errata vista la distanza troppo breve da Rieti, rispetto ai trecentotrenta stadi (70 Km.) quale Dionisio la riporta, se non fosse che alcuni storici di quella versione asseriscano che ci possa essere stato un errore nella trascrizione dal greco e che la verità sia che Tiora si trovasse a quaranta stadi da Reate e quindi nei pressi di Castel di Tora (6).

La via Calatina era la strada che dall'antica Reate portava verso il mar Adriatico. Se essa corrispondesse alla via Latina di Dionisio, come asseriscono alcuni, ed essendoci attualmente vicino a Rieti un paesino di nome VAZIA in quella direzione, mi sembra non assurdo supporre che forse la Tiora Matiene delle fonti si trovasse in tutt'altra zona. Forse nei pressi di Amiterno visto che lì vi è un paesino, nel comune di Pizzoli, di nome TEORA a 56 km. da Rieti, o forse nei pressi di Cascia dove c'è una piccola frazione di nome S. Anatolia a 59 Km. da Rieti. Lista, scrive Dionisio, venne assalita e conquistata dai Sabini abitanti di Amiterno e quindi supporre la Teora di Pizzoli quale candidata a Tiora, non è così improbabile.

Lista si trovava a circa 5 Km. da Tiora e quindi se si trovava a 5 Km. dall'attuale Teora era comunque molto vicina ad Amiterno e quindi facilmente attaccabile. Certo che fare ipotesi per me è molto azzardato non conoscendo i territori di cui sto parlando ma magari in futuro qualche storico locale su questa base potrà lavorare e magari scoprire l'antica città in una zona in cui mai nessuno avrebbe immaginato.

I dubbi comunque sono molti ed io ritengo che per almeno altri trecento anni essi non si scioglieranno. A mio parere solo in due modi potrà risolversi la questione:

a) Scavando: l'ipotesi è poco praticabile per Castel di Tora dato che la valle dove si troverebbe l'antica città è oggi completamente inondata dal lago artificiale del Turano. Nel villaggio, di Sant'Anatolia invece è possibile scavare visto che la valle Cantu Riu, dove si trova una delle due muraglie romane, è ancora libera da abitazioni. Si potrebbe scavare al fianco della muraglia cercandone le fondamenta per scoprire la profondità dello strato romano. Anche nel villaggio di Cartore è possibile scavare dato che quella valle è rimasta praticamente intatta e libera da costruzioni.

b) Analizzando le reliquie: nel racconto del ritrovamento dei corpi di Anatolia e Audace si narra che i cittadini di Thora, prima di costruire la chiesa, ebbero in dono dai monaci di Subiaco una reliquia ed esattamente una «Scapola» della Santa che poi custodirono gelosamente (7). Attualmente la chiesa di Castel di Tora, quella di Sant'Anatolia e chiese in altri paesi, possiedono delle reliquie della Santa. Ebbene se si analizzassero le varie reliquie e si scoprisse un osso scapolare, si scoprirebbe con molta sicurezza qual è la chiesa costruita dai Torensi e quindi automaticamente anche il luogo dove si trovava la città di Thora.

Da parte mia, non volendomi esporre a giudizi così incerti, ritengo che i popoli dei due paesi dovrebbero accontentarsi di sapere che in ambedue le parti in epoca imperiale vi era con certezza un centro abitato e le prove consistono sia nelle epigrafi che nelle muraglie romane ivi esistenti. Nell'uno queste vengono denominate Mura au pizzu, Mura a' rocca, Mura dei Franili e Rocca del Castellano (8). Nell'altro vengono denominate Mura di Cantu Riu e Ara della Turchetta.

Poi, quand'anche si scoprisse che il nostro villaggio corrisponda a Thora o Tiora, non bisogna montarsi la testa visto che comunque essa non era altro che un piccolo villaggio di provincia, poiché altrimenti, se ne sarebbe certamente parlato più spesso nei testi latini. Io infine, in attesa dei trecento anni necessari alle Belle Arti per fare ricerche archeologiche nei nostri siti, rinuncerò per il momento all'uso del termine Thora per denominare il nostro villaggio, preferendo utilizzare i termini Cartore, Vilano o Torano che sicuramente risultano con certezza dai documenti medioevali.

L'archeologia nei racconti popolari

Il 13 gennaio del 1915, lo stesso terremoto che colpì Avezzano causando circa 25.000 morti, distrusse anche il centro storico di Sant’Anatolia. Fino a qualche anno fa le informazioni sulla conformazione urbanistica e architettonica del paese erano poche e le uniche notizie provenivano da una serie di interviste fatte ai sopravvissuti negli anni ‘80 (9).

Nel 1990 ci fu una prima svolta in quanto una piccola casa editrice pubblicò un libricino contenente una serie di racconti di Filippo Falcioni tra cui uno, scritto nel 1987, che descriveva molto bene il terremoto, ma bisognerà attendere il 2002 per riscoprirlo e farlo conoscere alla popolazione attraverso la pubblicazione sul sito di S.Anatolia (10). In quello stesso anno vennero rese pubbliche due fotografie scattate prima del terremoto che rappresentavano il centro storico e il palazzo della famiglia Placidi. Somiglianti tra loro, vennero scattate una in estate dalla chiesa della Madonna Addolorata e l’altra in inverno forse dal casale dell’ara Placidi (11).

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S.Anatolia nell'estate del 1894 - Fotografia di Eduard Šaff
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S.Anatolia in inverno prima del 1915 - autore sconosciuto

 

Dai racconti si evince che il centro del paese, prima del terremoto, era costituito da una via principale chiamata Terrone e da alcune vie laterali con vari archi che separavano le case. Gli edifici più importanti erano la chiesa parrocchiale di S. Nicola e il palazzo della famiglia Placidi che il terremoto distrusse per due terzi. Il termine Terrone secondo alcuni proveniva dalla fusione della parola Torrione con quella di Terra che era un’altra denominazione del paese. Nel 1909 venne scoperta la sorgente dell’acqua santa che, dopo il terremoto, venne incanalata nella nuova fonte a’mmonte (12). Precedentemente l’unica fonte del paese per dissetarsi, cucinare o lavare i panni era quella della valle cantu riu e, per sopperire alla mancanza di acqua nel centro storico, c’era una cisterna sotterranea, utile soprattutto per avere a disposizione acqua in caso d’incendio.La cisterna si trovava di fronte all’ingresso della chiesa parrocchiale e lì sepolta si trova tutt’ora.

Ara della turchetta - Disegno del 1850 di anonimo

Altro particolare che emerge dai racconti è la presenza della fognatura in mattoni che, a partire dalla chiesa di S. Nicola, percorreva la strada del Terrone in discesa per scaricare nel dirupo, e sembra che Sant'Anatolia fosse l’unico paese del circondario con le latrine nelle case. Sembra che la conduttura di scarico fosse collegata alla cisterna in maniera che, quando l’acqua nella stessa superava un certo livello, fuoriusciva dal tubo di scarico e lo ripuliva.

Fuori dal centro storico, nella valle cantu riu, i vecchi raccontavano che l’altra cisterna, dove si immetteva la sorgente da cui partiva la conduttura che portava acqua alla fontana, era costruita con la stessa pietra usata per il muro sotto il Santuario, intendendo il muro poligonale esistente a valle, al di sotto della chiesa di S. Anatolia e della casa attuale della famiglia Placidi.

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Muro poligonale nella valle cantu riu

 

La conduttura dell’acqua, costruita in mattoni, era inoltre piuttosto grande da consentirne l’attraversamento anche alle persone. Si narra l’impresa di un uomo che, per vincere una scommessa, percorse a carponi il tratto dalla cisterna fino al retro della fontana. Un’altra storia narra che, sempre nell’area della fonte, nei pressi della scuola, venne trovata nel sottosuolo una grande anfora che si ruppe nello scavo. Dopo il terremoto i signori Placidi abbandonarono il palazzo crollato e si trasferirono definitivamente nell'altra casa che possedevano adiacente al Santuario. Decisero di ingrandirla e si racconta che, durante uno scavo, trovarono un pavimento a mosaico che, per timore della sospensione dei lavori e del sequestro dell’edificio, fecero sparire.

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Epigrafe romana posta sulla facciata del Santuario di S. Anatolia

Nei testi dove si descrivono le epigrafi dell’area degli Equi o Equicoli si parla tra l’altro di alcune epigrafi ritrovate a Sant'Anatolia di cui due particolarmente interessanti per la loro indicazione geografica:

  1. La prima si trovava incastonata nel pavimento della chiesa di S. Maria del Colle e riportava la dicitura: ALBENS FINES (confine di Alba Fucense). La chiesa di S. Maria del Colle si trovava dove si trova oggi il cimitero di S.Anatolia e Torano nei pressi del confine tra i due paesi.
  2. La seconda epigrafe si trova tuttora nella chiesa di S. Anatolia incassata nel muro esterno della facciata nei pressi della porta centrale e riporta la seguente dicitura: L.PETRONIVS.C.F - FAB.EX.TES. - HS.CCCC (Lucio Petronio, figlio di Caio Fabio, per testamento 400 sesterzi). Il Mommsen asserì che il Petronio dell'epigrafe abitasse nel territorio di Alba poiché apparteneva alla gens Fabia alla quale erano ascritti gli Equi Albensi (13).

La strada che porta a Cartore era l’antica via Cicolana (Equicolana) che, partendo da Reate e seguendo il fiume Salto, passava per il territorio degli Equicoli e si dirigeva ad Alba Fucens, colonia romana posta nel 303 a.C., insieme a quella di Carseoli, a controllo del popolo dei Marsi e degli Equi. Quando ancora non esisteva la strada era il fiume Salto, l’antico Imele, il punto di riferimento e orientamento per chi doveva spostarsi da Reate ad Alba o al lago Fucino (14).

Altra arteria importante era il tratturo, menzionato da Marco Terenzio Varrone nel 37 a.C., che permetteva la transumansa delle greggi dall’Abruzzo alla Puglia. Il tratturo partendo da Reate e passando per Alba Fucens, sfiorava la sponda del lago Fucino, passava nei pressi di Celano, dove attualmente è ben visibile, e si dirigeva verso la Puglia. Un anziano di Sant'Anatolia (15) ricorda che suo nonno gli aveva raccontato che a Cartore passava il tratturo, largo 90 metri, che si dirigeva verso Alba. Esso, nelle mappe militari e in quelle satellitari, sembra essere ancora ben visibile nella valle sottostante la Bocca di Teve che da Cartore porta verso Alba Fucense.

Carta del 1881 - Territorio controverso tra S. Anatolia e Rosciolo

Alcuni archeologi hanno supposto che la Valle Caprina, anticamente chiamata Valle Turanense o Torrente della valle, dove esiste una lingua di terra che dalla valle di Cartore si dirige verso il fiume Salto, apparentemente alveo di un antico fiume scomparso, facesse parte del tratturo.

La Valle Caprina delimita il territorio di Torano, Spedino e Corvaro da quello di S.Anatolia. I terreni all’interno della valle appartengono a S.Anatolia. In effetti un’altra città importante del Cicolano era l’attuale Nesce, antica Nersae ricordata da Virgilio nell’Eneide quale capitale del popolo degli Equicoli e, guardando la cartografia, è possibile che il tratturo passasse per Civitella di Nesce, Grotti, Torano per poi incanalarsi nella Valle Caprina verso Cartore e dirigersi ad Alba. Guardando le carte sembra che di tracce, seguendo questo percorso, non ne manchino e poi il nome stesso della valle potrebbe ricordare la transumanza delle capre.

Una conferma a questa tesi potrebbe essere il nome della via che da S.Anatolia si dirige verso l’ipotetico tratturo, si chiama proprio, in dialetto, Gli Tratturi ed inizia nei pressi del muro poligonale chiamato Muraglia de Turchi.

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Muro poligonale detto "muraglia dei turchi" adiacente alla strada chiamata "i tratturi"

Un’altra conferma a questa tesi è che la zona di Cartore che guarda verso Alba viene chiamata dagli anziani Trattura, mentre quella che guarda al lato opposto verso Spedino viene chiamata Trattora a Capo (16). Infine, nel tratto in cui l’antica strada cicolana esce dal territorio di Sant'Anatolia ed entra in quello di Rosciolo, sulla destra a circa 100 metri di distanza dal Fontanile delli Racani, un recinto in pietra di forma ovoidale dal nome antico di Capogiacciu e resti di edifici diruti, confermano la possibile presenza di un’area di sosta per chi dal reatino si dirigeva in Puglia.

Altri manufatti arcaici esistenti nel territorio di Sant’Anatolia sono:

  • La già citata Muraglia de’ Turchi, grande terrazzamento in opera poligonale situato all’inizio della via che porta a Cartore passando per Gli Tratturi e La Forcella;
  • Un secondo muro poligonale situato nella Valle Canturiu al di sotto del santuario di S.Anatolia;
  • I resti di un monumento sepolcrale romano (da me ancora non visto) situato nei dintorni della Grotta di S.Anatolia presso Colle Pizzuto;
  • Alcuni tumuli sepolcrali di epoca pre-romana presenti all’imbocco della valle di Cartore verso Corvaro;
  • I resti di una villa romana presente sempre all’inizio della valle di Cartore vicina ai tumuli.
  • Un terzo muro poligonale, una cisterna e un edificio in opera incerta, situati in un bosco nei pressi della Bocca di teve a circa cento metri dall’eremo di S. Costanzo (17).

Sant’Anatolia nelle mappe catastali

I catasti finora consultati che riportano il territorio di S.Anatolia sono i seguenti (18):

  1. Il Catasto Antico o pre-onciario di fine ‘600, in forma descrittiva senza mappe, che si trova nell’Archivio di Stato dell’Aquila;
  2. Il Catasto Onciario del 1753, in forma descrittiva senza mappe, che si trova in versione integrale nell’Archivio di Stato di Napoli e in versione ridotta, con pagine sostituite e/o stralciate, nell'Archivio di Stato dell'Aquila;
  3. Il Catasto Provvisorio o Catasto Murattiano del 1815, in forma descrittiva senza mappe, che si trova nell’Archivio di Stato di Rieti;
  4. Il Catasto dei Fabbricati del 1870, in forma descrittiva senza mappe, che si trova nell’Archivio di Stato di Rieti;
  5. Il Nuovo Catasto Italiano dei terreni del 1930-1960, con fogli di mappa, che si trova nell’Archivio di Stato di Rieti.

I primi quattro riportano la topografia del territorio, i nomi delle strade e delle contrade e i toponimi delle terre, ma senza il quinto sarebbe difficile collocare il tutto geograficamente. Il Nuovo Catasto Italiano dei terreni si trova nella sala delle mappe dell’Archivio di Stato di Rieti. Il fascicolo del comune di Borgorose contiene le mappe in bianco e nero, nel formato di cm.70x100 e in scala di 1:2000. La prima é un quadro di unione che riporta la collocazione degli altri fogli di mappa. Questi sono ordinati per numero consecutivo ma la mappa del centro storico si trova a parte, insieme a quelle degli altri centri storici, alla fine del fascicolo. La mappa però é diversa, non é in bianco e nero come le altre, ha il colore rosso su alcune particelle e ha una scala raddoppiata di 1:1000. I riquadri in rosso sono la rappresentazione grafica dei tetti delle case e guardandoli ci si rende conto che il paese è quello descritto dai racconti degli anziani, precedente al terremoto, ma nonostante questo, sulla mappa è scritto: «aggiornata fino al 1936».

Esiste però sempre in archivio un altro fascicolo denominato «Borgocollefegato - Abbozzi di rilievo - 1912-’13-’14» dove si trova una bozza di mappa di Sant'Anatolia, redatta dal tecnico Vittorio Montiglio in data ottobre del 1913, su precedente bozza del geometra Luigi Patella. La mappa riportata è quasi identica a quella del 1936 e questo conferma la nostra tesi. Probabilmente, quando l'incaricato alla redazione delle mappe di Sant'Anatolia realizzò quella del centro, era il 1913 ma successivamente, ci vollero altri anni per completare le altre mappe della periferia e delle montagne adiacenti, ed il lavoro fu terminato nel 1936.

Al fine di ottenere una ricostruzione visiva ottimale del paese prima del terremoto del 1915, si è deciso di approfondire la ricerca sull’urbanistica di Sant’Anatolia tramite la realizzazione di una mappa tridimensionale animata, utilizzando gli strumenti più avanzati di grafica e modellazione 3D. Il lavoro di modellazione è iniziato ricalcando la mappa cartacea catastale in due dimensioni con un software CAD. Si è adottato il metodo di dividere l’immagine in vari layers (o livelli) contenenti le strade, le case, le chiese, i confini, in maniera di poterli colorare diversamente per distinguere i vari elementi e visualizzarli insieme o separatamente.

Al termine della fase di mappatura bidimensionale, visualizzando il solo layer delle strade, salta subito agli occhi la precisione in cui queste sono allineate, con una via centrale dritta, lunga circa cento metri, e sei vicoletti perfettamente perpendicolari ad essa.

Immediatamente vengono in mente gli accampamenti romani con le due strade principali, il decumano e il cardo massimo, e le altre strade che li tagliavano perpendicolarmente.

Anche nel periodo napoleonico i paesi e le città venivano costruiti come al tempo dei romani, in quanto Napoleone ne imitava i metodi e l’organizzazione, ma i nomi delle strade scritti sulla mappa sono gli stessi che si trovano nei catasti precedenti al periodo napoleonico, cioè l’impianto urbanistico del paese è precedente di molti secoli all’epoca contemporanea. E’ fuori da ogni dubbio, quindi, che il paese di Sant’Anatolia non è caratterizzato da una impronta urbanistica di tipo medioevale (abitazioni costruite spontaneamente attorno ad una rocca centrale), ma da una pianificazione urbana tipica dell’epoca romana (è stata prima progettata e disegnata e poi fondata).

Alba Fucense

In seguito alla fortunata campagna militare del console romano Sempronio Sofo, che portò nel 304 a.C. alla conquista e distruzione di trentuno città Equicole, nel 303 a.C. i Romani interposero tra questo popolo e quello confinante dei Marsi due colonie militari: Alba Fucens e Carseoli. L’anno dopo gli Equi tentarono disperatamente di riprendere queste postazioni, soprattutto la collina albense, ma furono respinti. Ad Alba vennero inviati un numero impressionante di coloni, 6.000 soldati che, con mogli, figli e schiavi, assommavano, in una stima al ribasso, a circa 30.000 individui. Non possiamo sapere quale fu il territorio assegnato ad Alba ma sappiamo che circa 450 anni dopo, in piena età imperiale, quando nel 149 d.C. venne parzialmente prosciugato il lago Fucino, le terre emerse vennero assegnate ad Alba, Angitia e Marruvio e vennero posti dei cippi a segnalarne i confini (19).

Di questi ne sono stati ritrovati quattro, uno a Luco dei Marsi (Lucus Angitia) e tre nell’alveo del Fucino (20). Un’altra pietra venne posta in età imprecisata a Colonnelle, nei pressi della Val di Varri, una zona tra Santo Stefano di Scansano e Leofreni e un’altra nella chiesa di S. Maria del Colle nel territorio di Sant’Anatolia. Le ultime due pietre avevano impressa la dicitura "ALBENSIUM FINES" (21).

Disegnando una linea immaginaria tra i vari cippi il territorio che ne viene comprende gli attuali: Albe, Antrosano, Avezzano, Cappelle, Capistrello, Celano, Magliano, Marano, Massa d’Albe, Rosciolo, Sant’Anatolia, Scanzano, Scurcola, Tagliacozzo e altri paesi per una circonferenza di circa 80 km. (22)

Un territorio molto vasto che si poneva al centro tra la terra degli Equicoli con capitale Nersae (attuale Nesce nel comune di Pescorocchiano) e la terra dei Marsi con capitale Marruvio (attuale San Benedetto dei Marsi). Dopo che gli Equi vennero sconfitti, tanto si diffuse la paura, che gli altri popoli preferirono scendere a patti con Roma. Alba quindi non ebbe grandi problemi sul versante dei Marsi ma gli Equi «aeterni hostes» (eterni nemici) dei romani, continuarono a combattere per riprendere la loro terra.

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Territorio di Alba Fucense

Alba, che aveva il controllo diretto dei Marsi, dominando dall’alto la piana del Fucino, dava le spalle agli Equi che si trovavano dietro le montagne e l’unico paese insieme a Cartore che si affacciava verso il Cicolano era Sant’Anatolia. Questo spiega perché gli albensi vi posero un accampamento militare stabile (hiberna), sia per dare rifugio e difesa ai contadini e agli allevatori dell’area, soggetti altrimenti a continui assalti e rapine (23), sia quale punto di avvistamento e controllo della valle Cicolana.

Sant’Anatolia castrum albense

A controllo del territorio degli Equicoli, propaggine difensiva di Alba Fucens, venne posto, nella valle che guardava al Cicolano, un accampamento stabile munito di porte e mura. Fu scelto uno sperone roccioso che permetteva di avere un piano rettilineo in discesa lungo circa 100 metri per 80 di larghezza. Venne dapprima scavata una cisterna, a monte dello sperone, che raccoglieva l’acqua piovana e che, quando si riempiva troppo, scaricava l’acqua in una tubazione posta sottoterra che fungeva anche da fognatura per le latrine delle caserme. Probabilmente c’era una distinzione tra abitazioni civili e abitazioni militari dove le prime stavano a valle, nei pressi della fonte del paese, e questo spiegherebbe il termine Case Vecchie e la posizione in pianura delle mura poligonali, mentre le seconde stavano a monte, nella fortezza del Torrione, e questo spiega la conformazione così lineare del centro storico del paese antico.

A valle, in prossimità delle case civili e delle stalle, per avere a disposizione abbondante acqua da bere, venne scavata una seconda cisterna (piscinae limariae) per regolamentare il flusso delle copiose acque sorgive e per consentire al fango e alle altre particelle di depositarsi. L’acqua, così decantata, passava per un acquedotto sotterraneo lungo 220 metri costruito in mattoni che la portava prima al castellum, dietro la fonte, poi alla grande fonte del paese.

S.Anatolia.png

Centro storico di S.Anatolia prima del terremoto del 1915

Non possiamo affermare con certezza se prima degli albensi il villaggio già esistesse, ma è molto probabile, essendoci l’acqua, che gli Equi non si fossero fatta sfuggire quella occasione. Se poi il nome del territorio fosse Vilano, Tora o altro, questo non possiamo affermarlo, il nome rimane ancora un mistero che solamente scavi archeologici potranno dirimere. Per conoscere gli eventi del villaggio romano dobbiamo quindi seguire passo passo le vicissitudini di Alba, di cui tanto hanno parlato scrittori di tutti i tempi, e dobbiamo attendere il 706 d.C. per leggere per la prima volta il nome della chiesa di S. Anatolia in un documento scritto (24).

Epigrafi romane

A confermare che in epoca romana il luogo era abitato, oltre alle muraglie e alla cisterna di Cantu Riu, prima del 1900 esistevano anche delle epigrafi commemorative e sepolcrali che oggi sono quasi del tutto scomparse. Come già detto sopra, nel pavimento della chiesa di S. Maria del Colle vi era, fino al 1907, una lapide scolpita con lettere molto grandi che segnalavano uno dei confini con Alba Fucense:

ALBENS FINES


La lapide fu vista intatta verso il 1850 dal canonico Stephani Anzimi di Scurcola e fu pubblicata nel 1859 da Raffaele Garrucci. Nel 1883 Theodor Mommsen la trovò segata in due parti e nel 1907 la vide ancora Domenico Lugini (25). La lapide conferma l'importanza che aveva in epoca romana la città di Alba Fucense e che già in quei tempi, come poi in tutto il medioevo, i territori di Sant'Anatolia e Cartore facevano parte della sua giurisdizione.

La seguente epigrafe, situata originariamente nella chiesa di S. Maria del Colle, venne trasportata dapprima nella villa della famiglia Placidi vicino al Santuario e in seguito, in data incerta, trasferita nel Museo Lapidario del Comune di Avezzano dove si trova tutt'ora.

Cod. 72 Epigrafe proveniente dal territorio di S. Anatolia

 

D. M.
L.CALLIO.L.F.CLA
RESTITVTO.VE
TERANO.AVG
EX.CHO.PRI.PR
MAG.I.D.Q
HOSTILIA.C.F.
PROCVLA.CON.B.M
CVM.QVO.VIX.AN.X//
FACIVNDVM
CVRAVIT


La lapide venne pubblicata dal Garrucci e dal Mommsen. Nel 1907 Domenico Lugini la descriveva in questo modo: «E' in pietra calcarea e con paleografia dei tempi Augustei». Nel 1968 Vincenzo Saletta la traduceva: «A Lucio Gallio Restituto, figlio di Lucio Claudio, veterano augustale, della Coorte prima principale, magistrato... duunviro quinquennale, la moglie Ostilia Procula al marito di buona memoria, con il quale visse 10 anni, curò che fosse fatto» (26). Della lapide originaria per tanti anni se ne era persa traccia e finalmente, il 4 settembre 2011, grazie ad internet, l'abbiamo riscovata presso il Museo Lapidario Comunale di Avezzano.

M. PIO . M...
CALVENO
OSSA.SITA
CALVENA.L.F.


Anche questa lapide sepolcrale si trovava nella chiesa di S. Maria del Colle. Venne pubblicata dal Garrucci e dal Lugini che disse che era «in pietra calcarea e con arcaica paleografia». Il Saletta la tradusse «A Marco Pio Calveno, figlio di Marco. Qui sono poste le sue ossa. La liberta Calvena fece» (27). Il fatto che Marco Pio Calveno fosse sepolto nella chiesa di S.Maria del Colle rende possibile l'ipotesi che questa chiesa possa risalire ad epoche romane.

La chiesa di S. Maria del Colle nel 1907 era già in fase avanzata di decadimento. In quel tempo, forse dopo il terremoto del 1915, il bisogno di nuove terre spinse la famiglia Placidi a coltivare anche sopra il suo sito e, se anche in precedenza vi resistevano le fondamenta, dopo, con l'intervento dell'aratro, della chiesa non rimase più traccia. Riguardo le epigrafi, esclusa quella ritrovata nel museo lapidario di Avezzano, le altre non sappiamo che fine abbiano fatto, se siano andate distrutte o cementate in qualche costruzione o se si trovino speriamo in qualche museo.

Anche nel Santuario antico di Sant'Anatolia vennero rinvenute iscrizioni romane fra cui una delle più importanti ci ricorda l'imperatore Marco Aurelio Antonino che probabilmente visitò il nostro villaggio:

IMP. CAES.
M.AVRELIO.ANTONI
IMP.CAES.L.SEPTIMI.SEVERI.PII
PERTINACIS.AVG.ARABICI
ADIABENICI.PARTHICI.MAXIMI
FILIO.COS.III


Fu pubblicata dal Mommsen che la trovò nel pavimento di fronte all'altare della Vergine Anatolia. Anche lui era convinto assertore che la nostra chiesa si trovava «in ruinis Torae oppidi» soprattutto per la somiglianza del nome della città a quello di Torano. Il Saletta la tradusse nel seguente modo: «All'imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino, augusto, pontefice massimo, figlio dell'imperatore Cesare Lucio Settimio Severo, Pio, Pertinace, Augusto, Arabico, Adiabenico, Partico, Massimo, nel terzo anno del suo consolato» (28). Marco Aurelio Antonino, figlio dell'imperatore Settimio Severo, nel 208 era al suo terzo anno di consolato e nel 211 divenne imperatore con il famoso nome di Caracalla. L'epigrafe quindi risale al 208 d.C.

Sempre il Mommsen vide che l'altare della chiesa antica di S.Anatolia, prima della distruzione del 1877, era sorretto da una grande lapide o colonna in pietra («basis magna in vico S.Anatoliae in valle Salti ex altari ecclesiae S.Anatoliae nuper extracta») sulla quale era incisa questa iscrizione. Il Saletta la tradusse «A Calvena Veneria, figlio di Tito, Lucio (Giunio) Giusto, figlio di Lucio, pose alla moglie di buona memoria» (29).

D.M.S.
CALVENE.T.F
VENERIAE
L/////NIVS
LF IVSTVS
CONIVGI
B.M.P.


La seguente epigrafe, di cui abbiamo accennato nei paragrafi precedenti, «in pietra calcarea» si trova tuttora nella chiesa di Sant'Anatolia incassata nel muro esterno della facciata sopra una delle porte d'ingresso.

Epigrafe Romana - 2

Essa venne pubblicata dal Mommsen il quale asserì che il Petronio dell'epigrafe abitasse nel territori di Alba poichè apparteneva alla tribù Fabia nella quale erano ascritti gli Equi Albensi. Il Saletta la tradusse scrivendo fabbro anzichè Fabio: «Lucio Petronio, figlio di Caio Fabio, per testamento 400 sesterzi» (30). Ancora un'altra conferma che il nostro villaggio si trovava in giurisdizione Albense:

L.PETRONIVS.C.F
FAB.EX.TES.
HS. CCCC

 

 

EVLOGI
C.N.T


Nei dintorni del Santuario fu rinvenuto un suggello di bronzo con questa piccola iscrizione; essa venne pubblicata dal Garrucci, dal Mommsen («Signaculum ad S.Anatoliae in Aequicolis: Eulogi C.N.T.»), dal Lugini e dal Saletta (31).

Nel 1877 la chiesetta di Sant'Anatolia, che aveva bisogno di qualche piccolo restauro, venne, alla maniera santanatoliese, praticamente distrutta per essere ricostruita più grande, accogliente e moderna. Alcune pareti si salvarono e con esse, per pura fortuna, anche l'epigrafe di Lucio Petronio. Essa si trovava incastonata nella parete esterna nei pressi della porta d'ingresso principale ma, non essendo gradita la sua posizione vicina al portale, venne ricoperta da un grosso strato di intonaco. Solo alcuni anni or sono l'epigrafe è stata riscoperta durante alcuni lavori di riverniciatura esterna. Delle altre epigrafi nella chiesa di Sant'Anatolia non se ne trova alcuna traccia.

IOVI.O.M. /
L.SABIDIVS.
TAVRVS


L'epigrafe prima del 1645 si trovava incisa su una colonna «basis parva» della «ecclesia» di Torano. Fu pubblicata per la prima volta dal Febonio nel 1678. Il Mommsen la ritrovò nell'orto della famiglia Cattivera. Il Lugini la vide ancora nel 1907. La traduzione del Saletta è la seguente: «A Giove, Ottimo, Massimo, Lucio Sabidio, Torense [Tauro]» (32).

A.VARIVS.L.F.CLA.VARRO
CENTHVRIO.LEG.IIII
GAVIA.Q.F.VXOR
EX.TESTAMENTO.SELEVCVS.L
FECIT


Nel 1907 Domenico Lugini la vide nella casa dei sig. Marchesi Antonini-Carradori di Torano (33).

SILVANO.SANCTO
THORANIVS
L.CLOELI
D.D.


Venne pubblicata dal Martelli che disse di averla rinvenuta in un bosco tra le Ville di Borgocollefegato ed il Villaggio delle Grotti. Lugini non la vide ma la pubblicò comunque nel 1907 (34).

T.ALBIVS.T.F.


Era un frammento di pietra calcarea e nel 1907 Lugini lo ritrovava nelle Peschie di Torano. Era stato in precedenza pubblicato dal Garucci (35).

saBIDIVS.C.F.PAP.PRIM.PIL
leG.V.ET.LEG.X.ET.LEG.VI.ITAVIT.IN
legX.PRIMVMPIL.DVCERET.EODEM
TEMPORE.PRINCEPS.ESSET.LEG.VI.PRAE.[F.Q.]Vinq
C.CAESAR.DIVI.AVG.f.ET.TI.CAESARIS
DO.M.SVA.PECVN.DONAVIT
CORNELIA.PVPILLA.M.P.V.S.K.
CRISPINI.NEPTIS


Fu pubblicata dal Febonio che la vide nel Corvaro alla porta che guardava verso Borgocollefegato. Il Lugini nel 1907 non riuscì a trovarla ma la pubblicò copiandola dal Febonio (36).

VERANA.C.F.
L.TETTAEDIVS.L.F.FILIVS
VNO.DIE.SEPVLTEI


Fu ritrovata in un terreno di Pietro Rocco di Corvaro insieme ad altre grandi pietre lavorate a scalpello che costituivano un sepolcro. Lugini la descrisse in questo modo: «è in pietra calcarea ben incorniciata e sormontata da una testa di vitello a rilievo e da una rosa; è lunga cm.59 e larga cm.26» (37).

DIANAE.NEMORESI.VESTAE
SACRVM.DICT


Venne pubblicata dal Martelli che disse di averla osservata sopra Borgocollefegato nell'antichissimo tempio di S.Giovanni in Leopardis. Il Lugini non la vide ma la pubblicò comunque (38).

C.CLOELIVS.L.F.CLA
CORVINVS
VESTINAE.HLENAE
CONIVGI.BENEMERENTI


Fu pubblicata dal Martelli che disse di averla osservata in un antico sepolcro rinvenuto tra il Corvaro e S.Anatolia. Il Lugini non la vide ma la pubblicò nel 1907 (39).

Presenze archeologiche

Nei dintorni di Sant'Anatolia vi erano altri insediamenti romani e pre-romani, testimoniati da fortificazioni, edifici, necropoli e santuari che ancora oggi si possono osservare.

Nelle vicinanze di Corvaro, sopra il paese di Santo Stefano, sorgeva a quota m. 1.167, l'oppidum di Monte Frontino, imponente insediamento Equicolo del quale si conserva parte della cinta muraria che lo recingeva con una circonferenza di circa 1 Km. Nei pressi di Spedino ed esattamente al di sopra del cimitero era situato, a quota m.951, il centro fortificato di Colle Civita del quale rimangono tracce della cinta muraria che si estendeva per una circonferenza di circa 500 metri. Nei pressi di Villerose a quota m. 932 si ergeva l'altra piccola fortezza o torre di avvistamento Equicola di Castelluccio.

Nella località S. Erasmo vicino Corvaro si trovano i resti di un santuario italico risalente dal IV al I sec. a.C. e nei suoi pressi alcuni anni fa fu scoperta la grande necropoli pre-romana di Monteriolo con resti di anfore, statue, armature, scudi, lance, spade, etc. risalente circa al VII secolo a.C. A Borgorose, la chiesa ormai diroccata di S. Giovanni in Leopardis, poggia le sue fondamenta sopra i resti di un santuario Italico

Muro poligonale a Bocca di Teve

Cisterna vicino il muro poligonale a Val di Teve

 

Villa romana di Colle PezzutoLungo la strada che da Cartore porta a Bocca di Teva, nei pressi delle località Vignali, Costarelle e Dentro il Toro, in un boschetto a monte della strada vicinale di Teve, si trova un muro in opera poligonale che sorregge un terrazzamento con al di sopra dei resti murari di difficile interpretazione ed una cisterna circolare scavata nella roccia. Nei pressi del manufatto sono stati rinvenuti numerosi frammenti di tegole e anfore, oggetti in ceramica, monete e oggetti in bronzo (40).

Nella valle di Cartore a Campo di Mezzo o Curolo, lungo l'antica via Cicolana, sono visibili i resti di una villa romana d'età imperiale con murature di epoca incerta, materiali domestici in ceramica e frammenti di pavimentazione.

Sul Colle Pezzuto, lungo la strada Pianara-Cartore, vi sono i resti di un'altra villa di tarda età repubblicana. A Borgorose, la chiesa di S. Maria delle Grazie utilizza le mura di un'antica villa romana, mentre anche a Castelmenardo, il cimitero di S. Savino, con i ruderi della sua chiesa, poggia le fondamenta su delle mura poligonali romane.

Infine, lungo la strada comunale Valle del Tordo sotto la villa romana di Colle Pezzuto sono presenti i resti di una tomba monumentale romana alta m. 2,5 e larga circa m. 6 per m. 5. (41)

Oracle de Tiora di Louis Hippolyte Lebas

Caduta dell'Impero Romano e secoli bui

Durante la dominazione romana le notizie sul nostro villaggio sono date solamente da fonti archeologiche ed epigrafiche, mentre l'unica città che viene citata nei documenti classici è ALBA FUCENSE che già in piena epoca imperiale estendeva la sua giurisdizione fino al nostro villaggio.

Alba Fucense

Alba Fucense - Veduta d'insieme

Alba Fucense - Strada romana

Agli inizi del V secolo d.C. l'Impero Romano d'Occidente si avviava verso una lenta fine. I romani, intenti a godersi le ricchezze accumulate, non prestavano da tempo il servizio militare affidando la difesa dei propri territori ai popoli confinanti i quali erano gli unici che, per bisogno di denaro, si prestavano a quella rude vita. Per tutto il V secolo quasi tutti i generali dell'esercito imperiale avevano cognomi barbari e ciò creò una forte dipendenza di Roma da essi ma in compenso, le stabili alleanze con questi popoli, avevano creato una sorta di cuscinetto intorno all'Impero che lo proteggeva da eventuali assalti esterni. La fama della sua potenza giungeva sempre più lontana e ad est, il miraggio della ricchezza facile, spingeva le orde mongoliche, respinte dalla Cina, a dirigersi verso l'impero. Quando i terribili Unni guidati da Attila si spostarono verso ovest misero un tale terrore che i popoli confinanti chiesero asilo e protezione a Roma la quale, per non dispiacere l'esercito composto soprattutto da barbari, li accolse nei propri confini determinando l'inizio delle prime invasioni.

Odoacre fu l'autore del crollo definitivo dell'Impero. Egli, generale dell'esercito imperiale, e capo del popolo degli Eruli, che nel frattempo si erano stanziati nei territori imperiali, nel 476 d.C., con un colpo di stato, depose l'ultimo imperatore d'Occidente Romolo Augustolo e governò l'Italia col titolo di patrizio in nome dell'imperatore d'Oriente Zenone. In seguito quest'ultimo, per togliersi di mezzo un altro alleato prepotente e fastidioso qual era Teodorico re degli Ostrogoti, che spesso invadeva e saccheggiava l'impero nella parte orientale, decise di mandarlo in Italia a spodestare Odoacre che nel frattempo gli era venuto in disgrazia. Teodorico invase e conquistò l'Italia, vi fondò un regno e la governò saggiamente ispirandosi alla tradizione romana.

Ma poichè, qualche tempo dopo, gli Ostrogoti volevano affrancarsi dalla dipendenza dell'imperatore d'Oriente, quest'ultimo, che allora era Giustiniano, nel 535 organizzò una spedizione in Italia con un esercito Greco che pose sotto il comando di Belisario e successivamente di Narsete. In un primo tempo sembrava che la fortuna arridesse ai Goti tanto che Roma, tenuta da Belisario, fu da essi assediata. A questo riguardo, Procopio di Cesarea riferisce che «Giovanni, maestro dei militi, inviato da Giustiniano in aiuto di Belisario, nel 537, con 800 cavalli e 1.200 uomini, stabiliva i suoi quartieri invernali ad Alba Fucense». La guerra gotica durò circa venti anni e l'Italia fu attraversata continuamente dai due eserciti che occupavano e rioccupavano i territori oggetto di conquista. La Marsica e le nostre zone non vennero risparmiate dalle incursioni degli avversari i quali massacravano spietatamente tutte le popolazioni che non si sottomettevano all'uno o all'altro di essi e distruggevano tutto ciò che trovavano nel loro passaggio (42).

Alla fine i Greci ebbero la meglio ma, dopo appena 15 anni, nel 568, scesero dal nord i Longobardi condotti dal loro re Alboino, che provenivano dalla Pannonia, attuale Ungheria, dove si erano stanziati da diversi anni in qualità di federati dell'Impero. Alboino inizialmente conquistò senza alcun ostacolo la provincia Friulana e nell'anno seguente, scese nella Venezia, nell'Emilia e nell'Umbria. Infine, impossessatosi di Milano, si dichiarò, nel settembre del 569, re d'Italia. Pavia resistette per tre anni ma stretta d'assedio alla fine nel 572 si arrese e fu eretta a capitale del regno. Alla morte di Alboino regnò Clefi, dal 572 al 574, anno della sua morte.

Note

  1. Dionisio di Alicarnasso, Storia di Roma Arcaica, traduzione Rusconi, lib. I, cap. 14, 5, p. 46
  2. Dionisio, figlio di Alessandro, nacque tra il 60 ed il 55 a.C. ad Alicarnasso che era una città della Caria nella provincia romana dell'Asia. Morì intorno al 10 a.C. - Marco Terenzio Varrone storico Reatino, nacque nel 116 a.C. e morì il 27 a.C.
  3. Vedi Appendice II - Documenti bibliografici
  4. Vedi Appendice IV - Cronologia - anno 1182
  5. Vedi Appendice IV - Cronologia - anno 706
  6. Pietro CARROZZONI, Collepiccolo e la valle del Turano, Rieti, Il Velino, 1986, p. 21
  7. Vincenzo SALETTA, S.Anatolia, Roma, C.E.S.M. Casa editrice studi meridionali, 1968, cap. 14, p. 145-149
  8. P. CARROZZONI, Collepiccolo e la valle del Turano, Rieti, Il Velino, 1986, cap. 3, p. 19-34
  9. La raccolta di interviste è riportata nella Appendice I - Racconti e tradizioni orali - Descrizioni topografiche.
  10. Filippo FALCIONI (detto Pippo), Il terremoto del 1915, 20 ottobre 1987, pubblicato su un opuscolo edito dalle Edizioni accademia città di Roma "Il Machiavello" nel 1990 e pubblicato sul sito di S.Anatolia il 22.10.2002.
  11. La prima foto venne scattata nell’estate del 1894 dall’ungherese Eduard Šaff e si trova nella casa della famiglia Placidi. La seconda foto scattata d’inverno, con le montagne innevate, è di autore ignoto.
  12. Rodolfo Pagano e Cesare Silvi, Relazione dell'inchiesta sull’amministrazione comunale di Borgocollefegato (1909), Estratto dal Quaderno valledelsalto.it n. 4, p. 271: «Torano [...] Nel contempo l’amministrazione dovrà, essendosi scoperta una nuova sorgente vicino all’abitato di S. Anatolia, far eseguire l’analisi delle acque e studiare se non sia il caso, come sembra conveniente, di utilizzare per la detta frazione la sorgente, servendosi invece dell’attuale fontana di S. Anatolia, posta a valle del paese per alimentare la conduttura di Torano».
  13. Le altre epigrafi sono riportate nei paragrafi successivi.
  14. Una mappa del 1759 riporta il nome della via Cicolana che passava per Cartore - Sito di S. Anatolia - Galleria - Carte topografiche
  15. Bonifacio Federici (1926), figlio di Achille e Maria Spera
  16. Potrebbe anche essere il contrario - l’informazione la ebbi Angelo Rubeis tanti anni fà.
  17. Sito di S. Anatolia - Contributi - «Ipotesi riguardanti un antico manufatto posto nei pressi della bocca di teve in seguito ad un primo sopralluogo effettuato in data 18.04.2013 e ad un secondo effettuato in data 04.01.2015». In realtà recenti ricerche effettuate nell’archivio della diocesi di Rieti dimostrano che i ruderi situati al di sopra del muro poligonale sono i resti della chiesa di San Costanzo, mentre la grotta era un oratorio che nel ‘500 era chiamato Sancti Sepulcri.
  18. Sito di S. Anatolia - Appendici - Appendice VIII "Il Catasto Antico di Sant'Anatolia del 1700" - Appendice IX "Il Catasto Onciario di Sant'Anatolia del 1753" - Appendice X "Il Catasto Provvisorio di Sant'Anatolia del 1815" - Appendice XI "Il Catasto dei Fabbricati di Sant'Anatolia del 1870"
  19. FRONTINUS, Liber coloniarum, II, 253: «Albensis ager lociis variis limitibus intercisivis est assignatus, terminis vero Tiburtinis, qui Cilicii nuncupantur et in limitibus constituti sunt. Aliis vero locis sacra sepulchrave vel rigores. Quorum ratio distat a se in pedes MCCL et infra. Et quam maxime limitibus est assignatus. Terminatio autem eius facta est VI id. octob. per Cilicium Saturninum centurionem cohortis VII praet. et XX mensoribus intervenientibus. Et termini a Cilicio Cilicii nuncupantur. Haec determinatio facta est Orfitio Seniore et Quinto Scitio Prisco consulibus». Traduzione: «Il territorio albense in diverse zone fu ripartito con suddivisioni minori, mediante termini di travertino, che sono chiamati "cilicii" e che sono posti per (delimitare i) confini. In altre zone (ci sono come confini) tempietti, sepolcri o anche tratti rettilinei. La distanza fra loro è fissata in 1.250 piedi e anche meno. E per la massima parte (il territorio) è stato assegnato e delimitato con confini precisi: questa operazione di ripartizione è stata completata il 10 ottobre per opera di Cilicio Saturnino, centurione della VII° coorte pretoria, con l’intervento di 20 agrimensori: E i termini di confine dal nome di Cilicio sono detti "cilicii". Questa suddivisione fu eseguita durante il consolato di Orfito il Vecchio e di Quinto Scitio Prisco» - http://www.fucino.altervista.org
  20. "Fucinus Lacus" Il primo prosciugamento - La ripartizione delle nuove terre sotto Antonino Pio - http://www.fucino.altervista.org
  21. Domenico LUGINI, Memorie storiche della Regione Equicola, ora Cicolano, parte I. «Monumenti Epigrafici del Cicolano - Epigrafi di Tiora - LXXVIII - ALBENS - La prima notizia che ci sia pervenuta di una iscrizione determinante i confini del territorio Albense, si deve al Febonio, il quale la disse trovata in un luogo posto tra S. Stefano di Scanzano e Leofreni denominato Colonnelle (Phoeb. Hist. Mars. p.158). Ivi si leggeva ALBENSIUM FINES. Il Mommsen sebbene non neghi l’autenticità di questa epigrafe, non pertanto si rifiuta a prestarvi un positivo assenso (I.N.6610). Un’altra simile epigrafe trovasi presso S. Anatolia nella chiesa rurale di S. Maria del Colle, ove trovasi posta come lastra di pavimento. Al presente però la lapide trovasi segata in due parti. A testimonianza del Garrucci (Bull. cit. p.159) fu vista intera e trascritta dal Can. Stefano Anzini di Scurcola, da cui n’ebbe copia. Da questa epigrafe risulta che l’agro Albense si estendeva dalla parte del Cicolano fin presso S. Anatolia; e l’epigrafe antecedente che ricorda Lucio Petronio ascritto alla tribù Fabia propria degli Albensi, ne è una ben valida conferma; in quanto che gli Equicoli abitatori del bacino del Salto appartennero alla tribù Claudia».
  22. Nel medioevo il municipio di Alba, con i confini ben delimitati da cippi e da pietre e un’identità consolidata da secoli di unità, continuò ad essere un punto di riferimento per le terre del suo ex municipio. PROCOPIO di Cesarea riferì che «Giovanni, maestro dei militi, inviato da Giustiniano in aiuto di Belisario, nel 537, con 800 cavalli e 1.200 uomini, stabiliva i suoi quartieri invernali ad Alba Fucense». Dopo quell’anno bisogna andare all’881 per sapere che i Saraceni assediarono, saccheggiarono e incendiarono Alba. Ma questa informazione, letta al contrario ci comunica che Alba aveva resistito per altri 350 anni. Dopo neanche un secolo un ramo dei Conti dei Marsi risiedeva ad Alba. Alla conquista normanna risale la prima notizia della Contea di Alba in quanto nel 1173 ne divenne conte Ruggerio. La contea di Albe comprendeva: «Albe, Castellum Novum, Paternum, Petram Aquarum, Tresacco, Luco, Capranicum, Pesclum Canalem, Carcerem, Podio Sancti Biasii, e Dispendium». Nel 1268 Alba venne distrutta da Carlo d’Angiò in quanto la stessa si era schierata con il suo antagonista Corradino ma anche questa informazione ci suggerisce che ancora Alba aveva resistito («Quando Carlo seppelo, Alve fece guastare» - BUCCIO di Ranallo). Nel 1293 troviamo che era contessa d’Albe, Filippa di Celano, discendente di Tommaso di Celano, già conte di Celano e d'Albe nel 1221. Filippa discendeva anche da Ruggiero, conte di Alba nel 1266. Il suo primo marito era stato Pietro di Beaumont. Nel 1293 Oddo di Toucy, secondo marito di Filippa e perciò conte d'Albe, possedeva le seguenti terre: «Alba cum Cappella, Avezanum, Transaque, Lucum, Turanum, Vallis Sorana, Civitas Antine, Castellum Novum, Murreum, Rendenaria, Lameta, Civitella, Pesculum Canale, Capistrellum, Caliponium, Curcumello, Altum Sanctae Marie, Castellum vetus, Canzanum, Podium, Sculcula, Fuce, Agellum» (Ludovico Antonio ANTINORI, Corografia). Il territorio della contea quindi, dopo circa un millennio, continuava con poche differenze a ricalcare l’antico municipio albense
  23. VIRGILIO, vissuto tra il 70 e il 19 a.C., così descriveva gli Equicoli nell’Eneide: «Et te montosae misere in proelia Nersae, Ufens, insignem fama et felicibus armis; horrida precipue cui gens adsuetaque multo venatu nemorem, duris Aequicula glaebis: armati terram exercent semperque recentis convectare iuvat praedas et vivere rapto» traduzione: «Ed anche a te d’armi e vittorie insigne, alpestre Nerse, o Ufente, in guerra spinse. Selvaggia è l’Equicola tua gente e avvezza ai solchi del duro suol ed a silvestre cacce. Arano in armi i campi e portar prede, e viver di rapine è lor diletto». Equi e romani alternarono periodi di pace con periodi di guerra per almeno tre secoli
  24. Questo capitolo, in forma di opuscolo, è stato presentato al pubblico di Sant’Anatolia l’8 agosto 2015 in occasione della manifestazione «Cento anni fà» organizzata per il centenario del terremoto del 1915.
  25. Raffaele GARRUCCI, Bullettino Archeologico Napoletano, p. 159 - Theodor MOMMSEN, Corpus Inscriptionum Latinarum, n. 3930 - D. LUGINI, Memorie, p. 108
  26. R. GARRUCCI, Bullettino Archeologico Napoletano, p. 179 - T. MOMMSEN, Corpus Inscriptionum Latinarum, n. 4120 - D. LUGINI, Memorie, p. 106 - Vincenzo SALETTA, S.Anatolia, p. 49
  27. R. GARRUCCI, Bullettino Archeologico Napoletano, p. 181 - D. LUGINI, Memorie, p.107 - V. SALETTA, S.Anatolia, p. 50
  28. T. MOMMSEN, Corpus Inscriptionum Latinarum, n. 4117 - V. SALETTA, S.Anatolia, p. 52
  29. T. MOMMSEN, Corpus Inscriptionum Latinarum, n. 3979 - V. SALETTA, S.Anatolia, p. 50 nota 12
  30. T. MOMMSEN, Corpus Inscriptionum Latinarum, n. 4017 - D. LUGINI, Memorie, p.108 - V. SALETTA, S.Anatolia, p. 50
  31. R. GARRUCCI, Bullettino Archeologico Napoletano, p. 181 - T. MOMMSEN, Corpus Inscriptionum Latinarum, n. 394 - D. LUGINI, Memorie, p.108 - V. SALETTA, S.Anatolia, p. 51
  32. Muzio FEBONIO, Historiae Marsorum - T. MOMMSEN, Corpus Inscriptionum Latinarum, n. 4106 - D. LUGINI, Memorie, p.105 - V. SALETTA, S.Anatolia, p. 51 3
  33. D. LUGINI, Memorie, p. 105
  34. Felice MARTELLI, Antichità de' Sicoli, t. II p. 161 - D. LUGINI, Memorie, p. 107 - V. SALETTA, S.Anatolia, p. 51
  35. R. GARRUCCI, Bullettino Archeologico Napoletano, p. 180 - D. LUGINI, Memorie, p.106
  36. F. MARTELLI, Antichità de' Sicoli, t. II, p. 159 - M. FEBONIO, Historiae Marsorum, p. 177 - R. GARRUCCI, Bullettino Archeologico Napoletano, p. 157 - T. MOMMSEN, Corpus Inscriptionum Latinarum, n. 6779 - D. LUGINI, Memorie, p.104
  37. D. LUGINI, Memorie, p. 105
  38. F. MARTELLI, Antichità de' Sicoli, t. II, p. 189 - D. LUGINI, Memorie, p. 107
  39. F. MARTELLI, Antichità de' Sicoli, t. II, p. 160 - D. LUGINI, Memorie, p. 105 - V. SALETTA, S.Anatolia, p. 48
  40. Vedi Contributi - Documentazioni storiche - Muro poligonale a Bocca di Teve
  41. Alcuni archeologi moderni aiutati dalle nuove tecniche di sondaggio del territorio hanno iniziato da alcuni anni a fare ricerche e studi seri su questi nostri monumenti. C'è ancora molto da scoprire ma nel frattempo chi vuole approfondire l'argomento si legga le loro pubblicazioni: Giuseppe GROSSI, Insediamenti Italici nel Cicolano, L'Aquila 1984 - Andrea STAFFA, L'assetto territoriale della Valle del Salto fra la tarda antichità e il medioevo, in Xenia semestrale d'antichità, vol. 13, p. 45, anno 1987, 1 semestre - Edda ARMANI MARTIRE, Resti Archeologici in località Monte Fratta di Alzano, in Xenia semestrale d'antichità, vol. 3, p. 37, anno 1982, 1 semestre - Anna Maria REGGIANI, Annotazioni sulla Sabina e sul territorio degli Equicoli, in Enea nel Lazio, archeologia e mito, Roma 1981, p. 56 - G. FILIPPI, Recenti acquisizioni su abitati e luoghi di culto nell'Ager Aequiculanus in Archeologia Laziale, VI, Roma 1984, p. 165 - G. ALVINO, Corvaro di Borgorose: seconda campagna di scavo al tumulo, in Archeologia Laziale, VIII, Roma 1986 - Anna Maria REGGIANI, Santuario degli Equicoli a Corvaro, in Lavori e Studi di Archeologia ..., L.S.A., 11, Roma 1988 - etc.Questo capitolo, in forma di opuscolo, è stato presentato al pubblico di Sant’Anatolia l’8 agosto 2015 in occasione della manifestazione «Cento anni fà» organizzata per il centenario del terremoto del 1915.Raffaele GARRUCCI, Bullettino Archeologico Napoletano, p. 159 - Theodor MOMMSEN, Corpus Inscriptionum Latinarum, n. 3930 - D. LUGINI, Memorie, p. 108
  42. PROCOPIO di Cesarea, De Bello Gotico, lib. II p. 281, in Rerum Italicarum Scriptores - Paolo FIORANI, Una città romana - Magliano de' Marsi - Dalle origini al medioevo, p. 127-128