Capitolo IX - Ultimi anni del Regno delle Due Sicilie

Prima decade del milleottocento - Processo ad Anna Vincenza Novelli - Il Catasto Provvisorio di S.Anatolia - Edward Lear ospite a Sant'Anatolia - Processo ad Alessandro Panei - Processo a Filippo Amanzi - Popolazione nel 1851 - Il Regno delle Due Sicilie prima dell'Unione d'Italia - Servizio militare prima e dopo la fine del Regno - Il brigantaggio - La banda di Cartore - I briganti di S. Anatolia - Il rapimento di Alessandro Panei - Il sacco del Palazzo Placidi - Fine del brigantaggio

Prima decade del milleottocento

Filippo Giuseppe III Colonna Gioieni, nato a Roma il 2 settembre 1760, sposò Caterina di Savoia-Carignano dalla quale ebbe tre figlie femmine: Margherita (1786-1864), principessa di Castiglione, andata in sposa a Giulio Cesare Rospigliosi, Vittoria (1791-1847) andata in sposa a Francesco Barberini, e Maria (1799-1840) andata in sposa a Giulio Lante della Rovere.

Alla morte del padre Filippo ereditò i seguenti titoli: «12° Principe e Duca di Paliano, Principe Assistente al Soglio Pontificio, Gran Connestabile del Regno di Napoli, Principe di Castiglione, 11° Duca di Tagliacozzo, Duca di Miraglia, Duca di Marino, Principe di Sonnino, Marchese di Cave e Giuliano, Conte di Ceccano, Barone di Santa Caterina, Nobile Romano Coscritto, Signore di Genazzano, Castro, Morulo, Fofi, Rocca di Cave, Rocca di Papa, Giuliano, Aydone, Burgio, Contisa, Valcorrente, Coltumaro, Val Demone, Val Mazzara, ecc.».

Nel 1806, a causa della rivoluzionaria legge sull'abolizione dei feudi, pubblicata da Giuseppe Bonaparte e da Gioacchino Murat, Filippo rimase spoglio di tutti i feudi che possedeva nel regno di Napoli. In quel tempo le terre e le ville comprese nel ducato dei Marsi, erano:

«Albe, Androsciano, Atessa, Avezzano, Canistro, Capistrello, Cappadocia, Cappelli, Carsoli, Castel a Fiume, Castel Nuove, Castel Vecchio, Cese, Civita d'Antino, Civitella, Val di Roveto, Colle, Corcumello, Corvaro, Fara Filiorum Petri, Forme, Gallo, Luco, Magliano, Manopello, Marano, Massa, Meta, Morono, Oricola, Orsognia, Paterno, Penna, Pereto, Peschio Canale, Poggio San Filippo, Puggitello, Pretoro, Rapino, Rocca de' Vivi, Rocca di Botte, Rocca di Cerro, Rocca di Monte Piano, Rosciolo, San Donato, San Giovanni, San Pelino, Sant'Anatolia, Sante Marie, S.to Stefano, Scanzano, Scurcula, Sorbo, Spedino, Tagliacozzo, Trasacco, Torre Reccio, Tremonti, Tubione, Villa Romana, Villa Sabinese, Villa San Sebastiano».

Il nuovo Regno d'Italia napoleonico fu investito da un rapido programma di riforme in tutti i principali settori a livello politico, sociale, civile, economico, finanziario, e religioso, con l'istituzione di nuovi ordinamenti di governo, di amministrazione centrale e locale, di gestione giuridica e fiscale.

Carta del Regno di Napoli del 1808 - Particolare della zona nei dintorni di S.Anatolia

Nei registri dello Stato Civile del 1809-1865, ogni frazione dell’attuale Comune di Borgorose risultava essere Comune a se stante o al massimo era accorpata con un’altra frazione ad essa adiacente (ad esempio Poggiovalle e Collorso, Spedino e Laduschio, Torano e Grotti, Borgocollefegato, Collefegato e Ville, Sant’Anatolia e Cartore, Corvaro e Santo Stefano, Castelmenardo, Collemaggiore, Pagliara, Colleviati e Villetta, ecc.). Negli stessi registri nel 1809-10 il Comune o Università di S. Natoglia risultava far parte della Provincia dell'Aquila, Circondario di Avezzano, Distretto di Cittaducale (1). In quegli anni gli Atti di Battesimo, forniti dal parroco allo stato civile, per i matrimoni di Sant'Anatolia e di Borgocollefegato, venivano registrati a Tagliacozzo, segno che ambedue i comuni, per le questioni amministrative, guardavano ancora verso la marsica e non c'è da stupirsi dato che Albe e Tagliacozzo erano state per secoli sede della loro Contea.

In effetti, nel «Bullettino delle Leggi del Regno di Napoli», redatto nel 1807 quando era regnante Giuseppe Bonaparte il fratello di Napoleone, il «23° Circondario della Seconda Provincia di Abruzzo Ulteriore», distinto con il nome di Avezzano, comprendeva: «Avezzano, Cappella, Cervaro, Anatolia, Turano, Ruscioli, Massa Superiore ed Inferiore, Magliano, Alba, Forme, Grotte, Androsano, Cese, Scurcola, Castelnuovo, Trasacco, S. Paolino, Luco, Capistrello. Borgo Collefegato e Poggio di Valle facevano parte del 28° Circondario di Mercato. Castelmenardo e Spedino facevano parte del 29 Circondario di Peschio Rocchiano» (2).

Sant’Anatolia, come anche gli altri «Comuni», aveva il proprio ufficiale di stato civile eletto tra i suoi gli abitanti e dal 1809 al 1865 se ne alternarono 11 diversi: Basilio Luce, Angelo Falcioni, Giovan Candido Amanzi, Pasquale Luce, Domenico Scafati, Giuseppe Panei, Gennaro Luce, Pietro Vincenzo Falcioni, Ferdinando Scafati, Giustino Rubeis e Giustiniano Di Gasbarro. Sempre nei registri dello stato civile si rileva che normalmente gli uomini davano il cognome ai figli, ma in più di un caso, nonostante fossero uniti in matrimonio, erano le donne a dare il cognome ai figli. Pare che questa scelta venisse fatta per evitare l’estinzione di un cognome, di una famiglia.

Consultando i processetti matrimoniali, la differenza tra uomo e donna invece non traspare. Quando le coppie si sposavano c’era bisogno dell’assenso dei quattro genitori, non bastava quello del padre, e nel caso di genitori morti, si cercava l’assenso dei nonni.

Nel 1811 il «Comune di S. Natoglia» risulta far parte della Provincia dell'Aquila, Distretto di Cittaducale, Circondario o Quartiere di «Peschio Rocchiano» (3).

In un documento dello stesso anno, che riporta una perizia su delle terre che il proprietario aveva lasciato in eredità ai quattro figli (famiglia Amanzi), traspare un senso di equità, di giustizia e un'organizzazione efficientissima con tribunale, cancelleria, periti, ecc. A Pescorocchiano c’era l’ufficio del Giudice di Pace (4).

Negli anni immediatamente successivi Sant'Anatolia continua a figurare Comune a se stante e si fa riferimento a Borgocollefegato per la prima volta il 24 gennaio del 1814 con un timbro con su scritto «COMUNE DI BORGOCOLLEFEGATO» apposto su un attestato di battesimo e la firma di colui che fu il primo «Sindaco» di Borgocollefegato Luigi Orsi. .

Che il sig. Luigi Orsi sia stato il primo sindaco si evidenzia dallo Stato Civile di Borgocollefegato dove a partire dal primo atto di nascita e di morte del gennaio del 1811 egli si firma Sindaco di Borgocollefegato. Negli atti precedenti al 1811 il responsabile dello Stato Civile viene denominato «L'Aggiunto» o «Aggiunto incaricato». Nel 1809 e nel 1810 l'Aggiunto fu sempre Francesco Antonini. Luigi Orsi appare anche nel primo atto di nascita del Comune di Borgocollefegato del 1809 quale testimone della nascita di Giovan Vincenzo Conti il 28 aprile 1809 (5).

Nel gennaio del 1815 divenne sindaco il sig. Bernardino Antonini (6). In tutto questo c'è un piccolo problema di date, come viene evidenziato nel censimento sottostante, poichè li risulta che già nel 1811 S.Anatolia fosse passata sotto la giurisdizione di Borgocollefegato.

Nel 1811 l'intera provincia del 2 Abruzzo Ulteriore fu divisa in tre distretti e cioè in quelli dell'Aquila, di Cittaducale e di Sulmona; tutte le università del Cicolano furono aggregate al distretto di Cittaducale e per esse furono stabiliti due circondari, cioè quello di Mercato, in cui vennero compresi i comuni centrali di Mercato e di Petrella, e quello di Borgocollefegato, in cui vennero compresi i comuni centrali di Borgocollefegato e Pescorocchiano.

Nello stesso anno venne eseguito il censimento dell'intera popolazione del Regno e il numero complessivo degli abitanti del circondario di Borgocollefegato risultò essere 6.169 ripartiti secondo il quadro statistico seguente (7):

1811 - Censimento del circondario di Borgocollefegato - 6.169 abitanti
Borgocollefegato 502 Pescorocchiano 756
Castelmenardo 520 Leofreni 307
Torano 480 Tonnicoda 283
S.Anatolia 398 Macchiatimone 652
Corvaro 809 Torre di Taglio 582
Spedino 156 Poggio S.Giovanni 250
Poggiovalle 127 Girgenti 347
Comune di Borgocollefegato
2.992 Comune di Pescorocchiano
3.177

Processo ad Anna Vincenza Novelli

Il 22 settembre del 1813 l'eletto di Sant'Anatolia Francesco Placidi (88) informò il giudice di Pace del Circondario di Borgocollefegato Pasquale Ceci, che Anna Vincenza Novelli aveva bastonato sua madre Modesta (9) con grande scandalo per la popolazione e che la stessa, per il «suo stato di libertinaggio», inquietava i suoi vicini di casa.

Vennero inizialmente chiamati a testimoniare Irene Pozzi, Piacentina Pozzi e Berardino Rosati e vennero ascoltati anche Giacinta D'Ascenzo, Francesca Passalacqua e Onorata Rubeis (10). Antonio Rubeis, «usciere preso la Giustizia di pace del circondario» consegnò loro le «cedole» con le quali vennero chiamati a testimoniare. I testimoni confermarono la dichiarazione dell'eletto aggiungendo che Anna Vincenza dette un morso a Piacentina Pozzi che cercava di separarle, e che questa utilizzò un mattarello («stennarello dei maccaroni») per picchiare la madre. Infine che il motivo della lite fu che la stessa Anna Vincenza non dava obbedienza alla madre perchè voleva «vivere di suo capriccio» particolarmente «per corrispondenza di amore che à con un giovine del paese».

Il 2 dicembre 1813 la Corte Criminale del 2° Abruzzo Ultra dichiarò che il rapporto d'indagine fin'ora pervenuto non era sufficiente per dar luogo a procedere.

Il 20 gennaio 1814 venne quindi chiamata a testimoniare la stessa Modesta Novelli. L'eletto di Sant'Anatolia Francesco Placidi invitò ad interrogare sui fatti anche Gabriele Scafati, Francesco Fracassi, Pasquale Luce, Francesco Maria Luce, parroco, Martino di Agostino, Giovanbiagio Luce e Sinibaldo Luce (11).

Il 16 maggio avvenne la seconda parte dell'indagine con l'interrogatorio del secondo gruppo di testimoni. Modesta venne interrogata per prima e dichiarò che la figlia era innocente, che non l'aveva assolutamente picchiata e che la lite tra le due era avvenuta per futili motivi. Dichiarò che nel giorno di San Giovanni di Dio, il 29 agosto del 1813, ella aveva acquistato un'arca per metterci le cibarie e che la figlia, a sua insaputa, ci aveva fatto mettere una serratura. Modesta per questo motivo si era arrabbiata con la figlia e alla fine la figlia le aveva tirato le chiavi addosso ed avevano cominciato ad urlare. I vicini accorsi pensavano che la figlia avesse percosso la madre, ma Modesta dichiarò di non aver avuto nessuna percossa.

Venne chiamato a testimoniare Gabriele Scafati figlio di Benedetto che dichiarò che Anna Vincenza è solita picchiare la madre, non darle obbedienza e di condurre una vita disonesta e dichiarò che ella godeva di cattiva fama, e che, specialmente nei giorni delle messe, andava rubando «de' mazzetti di spighe per le manoppine».

Francesco Fracassi, figlio di Croce, confermò le parole del precedente testimone, e nulla ebbe da aggiungere. Pasquale Luce figlio di Giuseppe, Francesco Maria Luce sacerdote figlio di Giuseppe, Martino di Agostino figlio di Agostino, Giovanbiagio Luce figlio di Pietrantonio e Sinibaldo Luce figlio di Giovambattista, confermarono anch'essi la versione di Gabriele.

La Corte Criminale del 2° Abruzzo Ultra visti gli atti, considerato che la madre Modesta Novelli aveva dichiarato di non aver ricevuto alcuna percossa dalla figlia, il giorno 20 settembre 1814 dispose che, non essendoci prove sufficienti, non si desse luogo a procedere contro l'imputata e che l'incartamento venisse archiviato.

Anna Vincenza, nata a S. Anatolia il 5 aprile del 1792 da Carlo Novelli di Tagliacozzo e Modesta Di Gregorio di Sant'Anatolia, all'epoca dei fatti aveva 21 anni e in effetti il suo comportamento, ritenuto «libertino», ebbe conferma alcuni anni dopo quando ebbe due figli da padre ignoto: nel 1816 un maschio e nel 1820 una femmina. Nel 1823 sposò Giuseppe Farinacci di Collefegato, che aveva 33 anni più di lei, e con il quale ebbe altri tre figli. Nel 1833, due anni dopo la morte del marito, Anna Vincenza ebbe un sesto figlio da padre ignoto. Anna Vincenza morì a Collefegato il 30 luglio 1842 , all'età di 50 anni (12).

Il Catasto Provvisorio di S.Anatolia

Nel 1741, Carlo di Borbone, emanando la prammatica reale «de catastis», aveva dato il via alla formulazione del Catasto onciario del Regno: il registro di Sant'Anatolia fu terminato nel 1753. Quando nel 1806 Napoleone, dopo aver occupato l'Italia, nominò il fratello maggiore Giuseppe Re di Napoli, sottraendo il trono a Ferdinando di Borbone, figlio di Carlo appunto, erano trascorsi circa sessant'anni da quel primo censimento: molte proprietà erano passate agli eredi, altre erano state vendute e acquisite dai più ricchi e nuovi «forestieri» avevano acquistato terre ed edifici.

Vendite, lasciti, cessioni, eredità, avevano costretto gli impiegati del catasto ad aggiornare e rimaneggiare più volte i registri, stravolgendoli, e mentre le copie del catasto onciario, conservate nell'archivio di Napoli, rimanevano intatte, quelle conservate negli archivi provinciali, nel nostro caso quello dell'Aquila, vennero in gran parte rimaneggiate, con cancellazioni, note e correzioni, per non parlare delle innumerevoli pagine strappate e sostituite.

Ma ciò che, fondamentalmente, impose la realizzazione di un nuovo catasto fu la necessità di forgiare una nuova organizzazione statale adeguandola alle novità introdotte dalla Rivoluzione francese e proseguite durante l'impero napoleonico.

Nel 1815 la distribuzione delle proprietà a Sant'Anatolia era cambiata rispetto a 60 anni prima. Nel 1753 infatti, quando venne formulato il catasto onciario, la ripartizione delle terre era più equilibrata e le differenze meno marcate. Nel 1815, probabilmente favorita dalle leggi napoleoniche che, abolendo la feudalità e limitando la ricchezza del clero, liberava spazi alla borghesia più rampante, la famiglia Placidi aveva decisamente surclassato tutte le altre famiglie di S.Anatolia.

Essa aveva infatti più del doppio della ricchezza del secondo proprietario, Giuseppe Pace, e quest'ultimo per giunta, non era di S.Anatolia ma di Massa d'Albe, e la rendita dei suoi beni non andava quindi ad arricchire il nostro paese. Dopo di loro finalmente la maggior parte delle rimanenti proprietà erano in mano ai contadini santanatoliesi. Curioso leggere nell'elenco il nome di Filippo Colonna indicato con la carica di «Contestabile», quasi un fantasma del passato feudale.

n.

Proprietario
Estensione
Rendita
   
1 classe
2 classe
3 classe
 
01
Placidi Domenico
450,42
365,75
224,05
162,42
02
Pace Giuseppe
257,50
285,90
156,45
72,96
03
Amanzi Giovanni Candido
242,23
151,89
85,50
62,27
04
Innocenzi Cesare
78,00
69,75
62,25
42,72
05
Luce Maurizio
77,25
117,00
65,00
38,96
06
Amanzi Generoso
42,08
43,00
49,75
28,67
07
Luce Pasquale
153,55
47,25
16,50
27,13
08
Luce Vincenzo
53,18
59,05
67,87
24,03
09
Federici Francesco
59,50
46,00
34,00
22,35
10
Luce Pietrantonio
28,00
77,87
48,00
22,15
11
Panei Giovanni Angelo
77,30
70,90
33,25
20,11
12
Scafati Domenico
67,25
32,25
25,50
20,03
13
Colonna Filippo, Contestabile
114,25
38,25
28,75
19,72
14
Placidi Giuseppe
47,55
53,00
32,00
19,11
15
Panei Pietro
47,50
47,75
44,40
18,21
16
Scafati Giacomo
47,00
45,90
24,25
13,93
17
Spera Angelo Antonio
31,00
35,75
44,10
13,50
18
Mozzetti Vincenzo
0
19,00
25,00
11,33
19
Sgrilletti Andrea
13,75
20,35
17,00
10,02
20
Peduzzi Giuseppe
31,03
21,00
17,00
9,84
21
Rubeis Giacomo
19,25
47,00
8,95
9,59

Data l'ampiezza del registro e delle informazioni, si rimanda ad un capitolo a parte nella sezione appendici (13).

Edward Lear ospite a Sant'Anatolia

Il 16 agosto del 1843 un viaggiatore inglese di nome Edward Lear (1812-1888), famoso in Abruzzo per le stampe che ha lasciato rappresentanti molti dei paesi abruzzesi di quel periodo, partì a cavallo da Antrodoco alla volta di Tagliacozzo e, a metà del viaggio, fece tappa a S. Anatolia dove fu accolto dalla famiglia Placidi. Qui di seguito le memorie di questo viaggio, scritte di suo pugno, molto leggere, scorrevoli e curiose:

15 Agosto 1843 ... Dopo il pasto di mezzogiorno, che fu abbastanza allegro, a casa Todeschini, sonno e musica riempirono le ore fino a che fu tempo di ricominciare a disegnare. L'immobilità di un centro italiano in queste ore è impressionante. Tre o quattro bambini giocano con una mansueta pecorella sotto la mia finestra, facendo centinaia di graziosi gruppi e figure; le due vedove canticchiano debolmente al suono della chitarra; tutto il resto di Antrodoco sembra sprofondato nel sonno. Verso sera la magnificenza del passo, che è sopra il paese, è maggiore; tranne che nelle opere di Tiziano o Giorgione, raramente si possono vedere tali sfumature di rosso purpureo, azzurro e oro, come quelle che rivestono queste alte colline in un tramonto italiano.

Decisi di andare l'indomani col seguito dell'Intendente a Tagliacozzo (sebbene la mia prima intenzione fosse stata di tornare ad Aquila) poichè pensai che, con questo programma, avrei potuto vedere molto più persone. Così mi congedai dal barone Caccianini e, dopo aver pagato per il mio alloggio da Bagnante, mi ritirai a riposare; ma per metà della nottata fui svegliato ogni quarto d'ora dalla domanda: Eccellenza, a che ora vuole alzarsi ? di uno scocciatore, un vecchio domestico del Segretario, le cui ossequiose attenzioni mi avevano soffocato durante tutto il soggiorno. Permettete! Scusate! Eccellenza! erano continuamente sulla sua bocca; ma non ti rendeva alcun servizio.

16 agosto 1843. - Poichè s'era stabilito di partire un'ora prima del sorgere del sole, ci adunammo nel luogo del mercato all'ora fissata; ciononostante, due ore dopo che il sole s'era levato completamente, non eravamo ancora pronti. Grande era il fracasso nella stretta via dove l'Intendente era alloggiato: la sistemazione del suo bagaglio, il continuo rabbonire o minacciare muli testardi e cavalli nervosi, la raccolta di tutto il seguito di domestici di Sua Eccellenza, il caffè tutti insieme all'ultimo momento e gli interminabili addii degli spettatori Antrodochesi.

Quante selle si dovettero poi invertire, ponendole nel giusto verso sulla groppa di chi le portava! Quanta corda fu necessaria per fissare le parti malferme del bagaglio! E quante volte tutti i cavalli, i muli, gli asini, le valigie, gli staffieri, le guide, gli spettatori furono coinvolti nella più selvaggia baraonda dall'improvvisa impennata di uno o due quadrupedi imbizzarriti! Questi sono fatti che possono essere capiti solo da chi ha soggiornato in Italia. Alla fine fummo pronti: il Segretario e il Giudice su muli dall'aspetto molto trasandato; il cuoco e tutti i familiari di sesso maschile, con l'elaboratissimo accompagnamento di cibo e di utensili, su cavalcature di ogni genere; il Maestro di cavalleria con uno staffiere in sella, che conduceva il cavallo grigio del Principe Giardinelli, e altri due su piccole bestie tanto brutte quanto indemoniate (senza coda e con occhi un bel po' fuori dalle orbite), nobilitate col nome di cavallini della Pomerania e riservati a Donna Caterina. Quanto a me, avevo un cavallo nero molto decoroso, con una sella scomodissima, le cui staffe cedettero nel giro di un quarto d'ora, rotolando senza speranza giù in un burrone. Dietro venivano i gend'armes con le guide e i muli col bagaglio. Una cavalcata molto pittoresca la nostra, sebbene l'equipaggiamento mancasse di quella necessaria dignità, che è lecito aspettarsi dal seguito di un governatore.

Procedemmo lentamente a zig-zag, su verso il passo, fino a Rocca di Corno, dove ci fermammo per circa un'ora (ma per quale scopo, non ebbi la più pallida idea); in seguito, dopo aver proseguito per due o tre miglia sulla via per Aquila, piegammo su una mulattiera che conduceva a destra. Nell'ultima parte del nostro cammino avevamo variato il lento incedere del nostro viaggio con il trotto o il piccolo galoppo su una buona via maestra; ma, come cominciammo a scalare un'aspra e ripida montagna, pian piano ci rimettemmo in fila al passo, ad eccezione di quei maledetti cavallini Pomerani, che erano particolarmente svelti sia nello scalare i sentieri rocciosi che a tirare calci a profusione verso tutti quelli che sorpassavano. Ci sorbimmo un po' dell'accecante caldura del giorno per conquistare faticosamente questa montagna e, quando ci riuscimmo (ad eccezione di una fugace apparizione della catena del Gran Sasso, simile ad una muraglia), non ci fu niente che ci ripagasse della nostra sfacchinata: una lunga e monotona distesa di terreno irregolare, e nessun luogo attraente degno di ricordo. A mezzogiorno ci fermammo per il riposo e il pasto in una tenuta (cioè riparo per il bestiame) in rovina.

Percorso di Edward LearC'è sempre da divertirsi molto in un'eccitante e disordinata spedizione di questo tipo. L'eccellente montone freddo, il pane e gli agli non furono certo meno buoni per il fatto che li mangiavamo sul piano di un barile e seduti sul tronco di un albero. Il nostro vino, ahimè!, era quell'infame vino cotto, allo stesso tempo disgustoso e malsano; infatti, per poco che ne bevvi, dal momento che non c'era acqua, la pagai cara con un bel mal di testa. Ripartimmo nel pomeriggio, mentre la maggior parte della compagnia si lamentava amaramente per la fatica e non partecipava minimamente al mio entusiasmo per la bellezza delle vedute, che, scendendo, si aprivano su pianure dorate, racchiuse tra meravigliosi boschi di querce, che si stendevano da ogni lato ai piedi delle magnifiche montagne Marsicane; eravamo infatti entrati nell'antico territorio dei Marsi.

La nostra via si snodava attraverso uno di questi boschi sotto il caratteristico paese di Corbara del Conte; lasciando a distanza, alla nostra destra, Torano, le cui torri risplendevano al tramontare del sole, ci dirigemmo verso Sant'Anatolia, un paesino che si presentava pulito, dove dovevamo passare la notte. Tutta questa parte degli Abruzzi abbonda di antichissime vestigia, e gli studiosi fissano in queste valli l'ubicazione di molti insediamenti degli aborigeni d'Italia. Anche la storia dei Sicoli del Martelli dà molte informazioni in merito, se si ha il coraggio di setacciare queste notizie dai suoi due volumi, pieni di elaborate ricerche di scarsa importanza. Parte della compagnia, ed io con essa, cavalcò avanti per annunciare il nostro arrivo e per sollecitare a riceverci gli ospiti che non ci aspettavano; ma, poichè tutti i Don e le Donne Placidi (le persone più importanti del luogo) erano fuori per una passeggiata, non ottenemmo nulla col nostro affrettarci, e dovemmo attendere un bel po' in mezzo alla strada. Quanto a me, caddi in un sonno ristoratore; quando mi svegliai, il resto della nostra carovana, giunto in uno stato di grande spossatezza, era occupata a bere acqua fredda con liquore di anice, servito da una varietà di cortesi vecchiette, senza scarpe e senza calze.

Subito dopo arrivò la famiglia Placidi: un gruppo molto singolare, composto da una venerabilissima vecchia signora di 98 anni, con i lunghi capelli bianchi sciolti sulle spalle, e da due figli, entrambi sui settanta e, in apparenza, vecchi come la loro madre, che li chiamava fanciulli miei e figliuolini. Da questa buona gente fummo accompagnati al Palazzo Placidi, una casa enorme, irregolare e antica; le stanze degli ospiti erano sporche e scure, piene di vecchi mobili sistemati tutt'intorno alle pareti, divani di damasco, sedie di cuoio e tavole dalle gambe dorate; ma tutto sembrava che non fosse stato più usato fin dal tempo dei primi re Sicoli, i cui nomi D. F. Martelli cita diligentemente in una lista da Sem in poi. Il vuoto nelle stanze di questi palazzi, l'assenza di libri, di lavori ad ago, di un qualunque segno di occupazione mentale, così costante nelle nostre case, lo si nota sempre e suscita nel nostro animo inglese un'impressione di freddo disagio, tutt'altro che piacevole.

Niente, tuttavia, avrebbe potuto essere più accogliente e ben fornito della tavola da pranzo, che con piacere raggiungemmo. Donna Serafina de' Placidi era una meravigliosa vecchia signora, in pieno possesso di tutte le sue facoltà, e, mentre conversava, lavorava alacremente a maglia. Una camera dall'aspetto disordinato mi fu mostrata per la notte; conteneva un largo letto con velluto cremisi tutt'intorno, tanto da poter bastare per tre letti di quel genere; preferii riposarvi sopra, avvolto nel mio mantello, visto che la sua comodità e il suo decoro erano del tutto esteriori.

17 agosto 1843. - Ci alzammo presto. Prima che fosse giorno riprendemmo la nostra via senza caffè, circostanza insolita in Italia, dove, benchè nessuno mangi prima del giorno inoltrato, la mattutina tazza di caffè viene raramente dimenticata. Dopo aver visitato la cappella di Sant'Anatolia, la nostra cavalcata si trascinò per una o due ore in mezzo alla piacevole frescura dei boschi. Superato il paese di San Donato, scendemmo verso Tagliacozzo ... (14).

Processo ad Alessandro Panei

Il 2 maggio del 1850 il signor Sansone, sottintendente del distretto di Cittaducale, informò il regio giudice di Borgo Collefegato, nella persona del «supplente» Giuseppe Falcioni (15), di come il sig. Alessandro Panei (16) di S. Anatolia «abbia osato proferire le più esecrandi espressioni contro del nostro Augusto Sovrano, minacciandone i preziosi giorni e si additano come testimoni gl'individui scritti al margine: Baldassarre Federici, Francesco Scafati di Antonio, Gaetano Lucantonio di Beniamino Peduzzi e Angelo Maria Fracassi. Si aggiunge che esso Panei nel 1848 venne imprigionato perché detentore di armi e munizioni e che proclamatasi la costituzione tolse ad un certo Francesco Fracassi la nappa rossa che costui portava, lacerandola e calpestandola». Date queste gravi accuse il sottintendente ordinò l'arresto dello stesso Panei e di eventuali suoi complici e la perquisizione della sua abitazione «assicurando nelle forme legali quanto di criminoso si potesse rinvenire».

Il 4 maggio Giuseppe Falcioni, dopo aver inviato al Caporale Comandante della Pubblica Sicurezza di Borgocollefegato l'ordine di arresto, si recò a S.Anatolia assistito dal Cancelliere per mettere in atto la perquisizione della casa del Panei e convocò in qualità di testimoni «Filippo Passalacqua (17) di anni 39 figlio di Domenico e Basilio Luce (18) di anni 30 figlio di Tommaso». Il Falcioni relazionò scrivendo che, «penetrati in casa d'Alessandro Panei, e non avendovi rinvenuto costui, per essere andato a disimpegnare alcuni affari di famiglia in altro paese, siccome ci ha asserito la di lui moglie Domenica Santori, abbiamo a questa manifestato quanto dovevamo procedere, in seguito di aver fatto circondare, dalla forza pubblica la intera casa di abitazione». All'interno della casa «nella cucina, in un cantone di essa vi abbiamo rinvenuti due fucili alla paesana che la sunnominata Santori ci ha detto appartenenti alla Guardia Urbana di cui l'Alessandro Panei è Caposquadriglia». Sequestrati i fucili e consegnati all'altro Caposquadriglia di S.Anatolia Ferdinando Scafati (19), il Falcioni perquisì il resto della casa, compresi i sotterranei, le casse, i bauli e gli armadi non trovando altri oggetti «criminosi».

Il 24 maggio il Falcioni decise che erano necessari ulteriori approfondimenti e ordinò che fossero chiamati a testimoniare, prevenendoli che non comparendo sarebbero stati «assoggettati alle pene minacciate dalla Legge», i seguenti individui di S. Anatolia: Baldassarre Federici, Simone Scafati, Francesco Scafati, Antonio Peduzzi, Angelo Maria Fracassi, Gaetano Luce, Gennaro Luce, Sante Pozzi, Angelantonio Peduzzi, Francesco Fracassi e Domenico Peduzzi.

Il 25 maggio ebbero luogo i seguenti interrogatori:

  • Baldassarre Federici (20), di anni 27 figlio di Giovanni, dichiarò che Alessandro Panei ne' tempi della passata anarchia (1848), portava i mustacchi (baffi allungati e attorcigliati) e la nappa a tre colori al cappello. Gli venne quindi letta la precedente dichiarazione del 4 maggio dove egli asseriva che il Panei aveva detto: «Dovevamo stare sotto ad un mulo (intendendo del Sovrano Augusto) che ci sgrassava in ogni anno; se ci potessi stare un'ora a solo gli vorrei far passare una palla in petto, e colla testa ci vorrei fare a boccia». Alla domanda se lui confermasse tale testimonianza il Federici rispose che essa fu data solamente allo scopo di vendicarsi del Panei dal quale aveva subito gravi torti ma che ora, di fronte all'obbligo del «giuramento», doveva mettere da parte l'inimicizia personale e dire il vero cioè che l'unica dichiarazione da prendere in considerazione fosse quella presentata ora. Alla domanda se il testimone fosse stato costretto con minaccia a ritrattare la precedente dichiarazione il Federici rispose negativamente. La testimonianza completa fatta in precedenza da Baldassarre Federici era la seguente: «due anni fà, e propriamente nel bollore dell'anarchia, rattrovandomi nel locale Cartore insieme ad Alessandro Panei, costui incominciò a dire bene della costituzione, assumendo di non pagarsi alcun tributo e soggiungendo queste precise parole - Dovevamo stare sotto ad un mulo (intendendo del Sovrano Augusto) che ci sgrassava in ogni anno; se potessi starci un'ora a solo gli vorrei far passare una palla in petto, e colla testa ci vorrei fare a boccia - Non vi erano altri presenti allora. Ma ho inteso che simili espressioni le fece pure a Gaetano Luce, Gennaro Luce, Simone Scafati ed a Sante Pozzi di S. Anatolia».
  • Simone Scafati (21), di anni 40 figlio del fu Sebastiano, bracciante, dichiarò che «egli altro non ha inteso dire da Alessandro Panei ne' tempi della passata anarchia, se non che di voler castigare quegli subordinati nazionali che non volevano ubbidirlo, avendo altra Legge. Di quale Legge intendeva il Panei di parlare, s'ignora dal testimone». Gli venne quindi letta la precedente dichiarazione del 6 maggio dove egli asseriva che il Panei aveva detto: «Che voleva stare sotto alla Repubblica perchè non si pagavano pesi, e non già sotto al Re che era un mulo fottuto». Alla domanda se lui confermasse tale testimonianza Simone Scafati rispose che essa fu data solamente allo scopo di vendicarsi del Panei dal quale aveva subito gravi torti ma che ora, di fronte all'obbligo del «giuramento», doveva mettere da parte l'inimicizia personale e dire il vero cioè che l'unica dichiarazione da prendere in considerazione fosse quella presentata ora. Alla domanda se il testimone fosse stato costretto con minaccia a ritrattare la precedente dichiarazione egli rispose negativamente. La testimonianza completa fatta in precedenza da Simone Scafati era la seguente: «nel bollore della passata anarchia, intesi dire da Alessandro Panei - che voleva stare sotto alla Repubblica, perchè non si pagavano pesi,e non già sotto al Re ch'era un mulo fottuto - Che essendo il Panei uno della Guardia nazionale, nel chiamare i suoi subalterni per disimpegnare qualche servizio, e i medesimi non volendogli dare ascolto, spergiurando i nomi de' Santi diceva - A pochi altri giorni vi voglio dare delle scoppettate - Che allorquando sentii dire da Panei quanto ha dedotto di sopra, stavamo in campagna, e non vi erano altri presenti».
  • Francesco Scafati (22), di anni 28 figlio del fu Antonio, bracciante, dichiarò di aver «veduto ne' tempi della costituzione, ossia nel 1848, che Alessandro Panei di lui paesano portava i mustacchi e la nappa a tre colori, e diceva che la costituzione istessa era una cosa buona. Non ha mai poi sentito dire dal medesimo delle esecrandi espressioni contra l'Augusto Sovrano; e neppure ha udito da chicchessia, che esso Panei avesse tali espressioni proferite».
  • Antonio Peduzzi (23), di anni 22 figlio di Beniamino, bracciante, dichiarò di «non aver mai inteso proferire, dal di lui paesano Alessandro Panei, delle parole ingiuriose contra il nostro Augusto Sovrano, nè verun altra circostanza gli è nota al riguardo».
  • Angelo Maria Fracassi (24), di anni 28 figlio del fu Marco, bracciante, dichiarò «che egli nulla conosce in ordine alle espressioni esecrandi profferite da Alessandro Panei di S. Anatolia contro il nostro Augusto Sovrano. Che sa essere stato lo stesso Panei imprigionato nell'anno 1848 qual detentore di armi e munizioni, ma nulla però gli costa della nappa rossa tolta a Francesco Fracassi. Che nel giorno ventuno giugno 1848, avendo veduto Alessandro Panei co' mustacchi, egli il testimone si arbitrò di rimproverarlo, ma il medesimo nulla gli rispose».
  • Gaetano Luce (25), di anni 38 figlio del fu Pasquale, proprietario, dichiarò «che nel bollore della passata anarchia Alesandro Panei di S. Anatolia minacciava chiunque non era del partito liberale, e spesse volte diceva - Il Re ha dato la Costituzione, e non ha più che fare con noi; e voi altri a chi volete star sotto, a chi vi fa pagare, od a chi non vi fa pagare ? - volendo significare che non si pagavano i dazi sotto la costituzione, e pria di essa si. Che egli ha perinteso che Alessandro Panei avesse proferito delle ingiurie contro del Re alla presenza di Angelantonio Peduzzi di S. Anatolia, ignorandosi dal testimone le precise parole».
  • Gennaro Luce (26), di anni 53 figlio del fu Pasquale, proprietario, dichiarò «che egli non ha inteso di proferire dal di lui paesano Alessandro Panei espressioni esecrandi contro del nostro Augusto Sovrano Ferdinando II. Domandando al testimone se nell'anno 1848 il Panei venisse imprigionato qual detentore di armi e munizioni e lacerasse a Francesco Scafati la nappa rossa, ha risposto che il Panei stesse in carcere, ignorando tutt'altro».
  • Sante Pozzi (27), di anni 54 figlio del fu Giampietro, bracciante, dichiarò «che egli conosce solamente che Alessandro Panei in tempo della passata anarchia fregiava il suo cappello colla nappa a tre colori. Che, in ordine alle ingiurie alla Sacra Persona del Re N. S., nulla è a di lui cognizione per non avergliene mai inteso di proferire, nè ha inteso da altri che il Panei avesse giò esternato».
  • Angelantonio Peduzzi (28), di anni 29 figlio di Francesco, bracciante, dichiarò «che in tempo della costituzione il di lui paesano Alessandro Panei non faceva nè più nè meno di ciò che praticavano tutti gli altri. Che non mai dal soggetto in parola ha inteso di proferire dell'espressioni esecrandi contro del nostro Augusto Sovrano».
  • Francesco Fracassi (29), di anni 57 figlio del fu Croce, bracciante, dichiarò «che nell'anno 1848 rattrovandosi egli il testimone detenuto in queste prigioni insieme al di lui paesano Alessandro Panei, Antonio di Francesco Peduzzi, e Domenico Peduzzi, ai primi del mese di febbraio di detto anno fu promulgata in questo capoluogo la costituzione emanata da Sua Maestà, il postale portava la nappa a tre colori, tolse dal cappello del Fracassi istesso quella rossa e la gittò. Che in seguito il suddetto Panei disse agli altri detenuti di scegliere la prigione dove stavano ristretti, e fuggirsene [...]».
  • Domenico Peduzzi (30), di anni 38 figlio del fu Francesco, bracciante, dichiarò «che trovandosi detenuto in queste prigioni insieme ad Alessandro Panei, Francesco Fracassi, ed Antonio Peduzzi di S. Anatolia nel tempo in cui fu in questo capoluogo promulgata la costituzione, il primo di essi, nel vedere che il corriere postale portava nel suo cappello la nappa a tre colori, tolse dall'altro del Francesco Fracassi la rossa che vi teneva dicendo in pari tempo - Che la porti più [alta] questa, bisogna metterci quella di tre colori. Che nulla sa delle parole ingiuriose che dicensi proferite dall'istesso Panei contro l'Augusto Monarca».

Il primo giugno del 1850 Gregorio Lanciotti, di anni 36, figlio del fu Vincenzo, bracciante, si presenta spontaneamente a Giuseppe Falcioni e depone che «per vieppiù comprovare quanto Alessandro Panei di lui paesano ha praticato contra il Re al Governo di Sua Maestà, nè tempi della passata anarchia, da in nota i seguenti testimoni, Paolo Amanzi, Pasquale Luce, Giovanna di Gregorio, Filippo Zuccaretti, Santa Spera, Lino Spera, Filippo Falcioni e Gabriele Piccinelli, tutti di S. Anatolia»

Il 4 giugno Falcioni ordinò che fossero chiamati a testimoniare, prevenendoli che non comparendo sarebbero stati «assoggettati alle pene minacciate dalla Legge», gli otto testimoni di cui sopra.

Il 5 giugno ebbero luogo i seguenti interrogatori:

  • Paolo Amanzi (31), di anni 29, figlio di Giovanni Battista, bracciante, dichiarò «che egli non conosce altro in ordine ad Alessandro Paneise non che di avere il medesimo, nè tempi della costituzione, portato la nappa a tre colori e i mustacchi».
  • Pasquale Luce (32), di anni 30, figlio del fu Sinibaldo, bracciante, dichiarò «che egli il testimone, nè primi tempi della costituzione, intese dire da Alessandro Panei, che i Francesi erano del partito de' liberali, e quindi soggiunse - quel bardascio che sta facendo in Napoli (intendendo del Re)».
  • Giovanna Zuccaretti (33), di anni 30, figlia di Domenico, moglie di Luigi Di Gregorio, filatrice, dichiarò «che nè primi tempi della costituzione, essa testimone vendeva il vino, ed un giorno si portò a beverlo il di lui paesano Alessandro Panei, e discorrendo con essa disse, che aspettava più la costituzione, che morire, e poi rinascere. Che un fratello di Lino Spera, il quale trovasi al servizio militare, negl'indicati tempi scrisse una lettera alla di lui madre dove diceva che i nazionali andavano contrari al Governo. Saputosi ciò Panei disse, che se sapeva di certo che il soldato Spera sapeva scrivere, l'avrebbe fatto frustare là per là, e tale parlare il Panei lo fece a essa testimone nella di lei bettola».
  • Filippo Zuccaretti (34), di anni 25, figlio di Domenico, bracciante, dichiarò «che nè tempi della costituzione il di lui paesano Alessandro Panei portava i mustacchi e la nappa a tre colori al cappello. Circa un mese addietro Baldassarre Federici di S. Anatolia manifestò al dichiarante di aver udito nè tempi indicati di sopra dall'Alessandro Panei, che avrebbe voluto dare una palla in petto al Re e colla testa ci avrebbe voluto fare a boccia. E che lo stesso Sovrano era un mulo [...]».
  • Santa Di Rocco (35), di anni 64, figlia del fu Francescangelo, vedova di Bonifacio Spera, filatrice, dichiarò «che avendo ella un figlio al servizio militare, costui in tempo della costituzione le scrisse una lettera dove fra l'altro diceva, che i nazionali andavano contro il Governo. Saputosi ciò da Alessandro Panei volle leggere tale lettera, e dopo che effettuito ebbe tutto ciò disse alla dichiarante, che se il figlio sapeva scrivere avrebbe potuto essere fucilato e che quella lettera era stata scritta da qualche ciarlone».
  • Lino Spera (36), di anni 27, figlio del fu Sante, bracciante, dichiarò «che un di lui fratello che trovasi al servizio militare, in tempo della passata anarchia scrisse alla madre, che i nazionali andavano contrari al Governo. Venuto in cognizione di tutto ciò Alessandro Panei disse al testimone, che se l'indicato di lui fratello tornava, in faccia agli amici dell'Aquila gli faceva fare la testa».
  • Filippo Falcioni (37), di anni 29, figlio del fu Nicola, bracciante, dichiarò «che egli nulla sa delle ingiurie che dicorsi proferite da Alessandro Panei contro l'Augusto Sovrano e nè tampoco ha inteso di parlarne. Che un giorno, dopo che avvenne il disarmo in questi luoghi, vide l'Alessandro Panei in Cartore armato di fucile».
  • Gabriele Piccinelli (38), di anni 50, figlio del fu Pietro, bracciante, dichiarò «che egli nulla sa di ciò che si è addebitato ad Alessandro Panei di S. Anatolia e neppure ne ha inteso di parlare».

Terminate le indagini e consegnati tutti i verbali alla Gran Corte di Giustizia il processo si avviò verso la sua conclusione. Il 23 ottobre del 1850 al termine di una lunga requisitoria venne emesso il seguente verdetto: «Attesocchè le svariate proposizioni più o meno importanti attribuite ad Alessandro Panei nei primi bollori della Costituzione non potrebbero altrimenti andar considerate nell'insieme, che come discorsi pubblici tendenti a spargere il mal contento contro il governo, punibili col secondo al 3° grado di prigionia per l'articolo 14 Leggi penali. Attesocchè tali fatti non vennero denunziati alla giustizia che in maggio del corrente anno 1850, e non pria del 25 di quel mese ebbe principio l'istruzione del processo, mercè la udizione giuridica dei testimoni accennati dalla Polizia. Attesocchè a dett'epoca trovavasi già compiuto il biennio per la prescrizione dell'azion penale per delitto, ai sensi dell'articolo 645 Leggi di procedura penale, mentre tutti i discorsi che ci dicono fatti da Panei rimontano a febbraio e parte di aprile del 1848, senza che nè la Polizia, nè la giustizia ne avesse avuto conoscenza in tempo più prossimo alla voluta pateazione del reato. Anzi, è rimarchevole che la condotta politica del Panei non dovè soffrire censura dalle autorità di Polizia della Provincia, allorchè fu annoverato nel camminante anno fra i novelli urbani di Collefegato, e prescelto a Capo Squadriglia della sua sezione giusta il certificato alligato in processo ai fol. 4 e 38. Per tali considerazioni la Gran Corte Criminale, alla unanimità dichiara prescritta l'azione penale, ed ordina la conservazione degli atti in archivio. Fatto in Aquila li 23 Ottobre 1850. Seguono le firme del Giudice Guarini con le funzioni di Presidente, dei giudici Gualtieri, Caputo, Fiorelli e Notacchi, e del Procuratore Generale del Re sig. Ginnari».

Processo a Filippo Amanzi

Nel 1850, Gregorio Lanciotti (39) di Sant'Anatolia accusò Filippo Amanzi (40) di esser repubblicano e nemico del sovrano e che intorno al 1820 sarebbe stato Gran Maestro della setta de' Carbonari. Inoltre l'accusò di esser andato spesso a Rieti dove avrebbe avuto rapporti col «noto Garibaldi» e che a ottobre del 1848 avrebbe detto che se il Re «non era stato ammazzato, egli si fidava di troncargli la testa» «e con la sua testa ci si deve fare a boccia».

Gregorio non fornì prove e non venne interrogato in quanto si trovava in servizio di leva. Giuseppe Falcioni, supplente del Giudicato Regio del Circondario di Borgocollefegato ebbe il compito di condurre le indagini.

Vennero interrogati Ferdinando Scafati (41), Gennaro Luce (42), Pasquale Luce (43), Nicola Pozzi (44) e Francesco Fracassi (45) che, più o meno all'unanimità, dichiararono che Filippo Amanzi era in generale una persona stimabile ma con il difetto «dell'ebrietà» e quindi, in quelle occasioni, era soggetto a sparlare ma senza essere offensivo con le persone che lo circondavano. Tutti confermarono che Filippo aveva fatto parte della Carboneria ma senza esserne Gran Maestro.

Venne richiesto al sindaco di ascoltare tre persone di Sant'Anatolia che potevano considerarsi «probe». Giuseppe Falcioni indicò i tre probi nelle persone di Pietro Vincenzo Falcioni (46), Cesare Innocenzi (47) e Francesco Federici (48) che confermarono ciò che già gli altri testimoni avevano dichiarato.

Il processo venne archiviato per mancanza di prove e «fino alla sopravvenienza di nuovi lumi».

Alessandro Panei e Filippo Amanzi, ambedue imputati nei processi quali repubblicani e anti-borbonici, erano legati da amicizia e stima reciproca tanto che, nelle testimonianze del processo di Filippo, si evince che i due si isolavano dagli altri paesani per parlare insieme di politica. Il loro legame era tanto forte che Giovanni Panei, figlio di Alessandro, sposò Angela Amanzi, figlia di Germano, primogenito di Filippo. Un secolo dopo, a rinnovare questo legame familiare con un matrimonio, ci pensarono il maestro Antonio Amanzi, trisnipote di Filippo, e Berardina Panei detta «Bina», bisnipote di Alessandro .

Legame tra i Panei e gli Amanzi

Popolazione nel 1851

Nel censimento del Regno delle Due Sicilie del primo gennaio del 1851, la popolazione nella Provincia dell'Abruzzo Ulteriore Secondo, della quale capoluogo era L'Aquila, era di 329.131 abitanti. La media rispetto al territorio era di 273 abitanti per miglio quadrato. La provincia era suddivisa in quattro distretti e cioè il distretto dell'Aquila, di Sulmona, di Avezzano e di Città Ducale. I distretti a loro volta erano suddivisi in 32 circondari e questi in 124 comuni centrali e 141 comuni riuniti. A loro volta i comuni erano divisi in villaggi.

1853 - Abruzzo Ulteriore II - particolare

Carta topografica del 1853 dell'Abruzzo Ulteriore II con dettaglio del numero degli abitanti per singola frazione e comune
Particolare della zona nei dintorni di S.Anatolia

Il Circondario di Borgocollefegato, facente parte del distretto di Città Ducale, raccoglieva nella propria giurisdizione sia il proprio comune che quello di Pescorocchiano. Le frazioni facenti parte del Comune di Borgocollefegato erano: Borgocollefegato, Castelmenardo, Torano, S.Anatolia, Corvaro, Spedino e Poggio di valle. Quelle facenti parte del Comune di Pescorocchiano erano: Pescorocchiano, Leofreni, Tonnicoda, Torre di Taglio, Poggio S.Giovanni, Girgenti, Macchiatimone e Roccaberardi. L'intero distretto di Città Ducale era popolato da 56.680 abitanti. Infine, la popolazione del Circondario di Borgocollefegato, che rientravano nella giurisdizione religiosa della Diocesi di Rieti (Stato Pontificio), era ripartita secondo la seguente tabella (49):

1 gennaio 1851 - Censimento del circondario di Borgocollefegato - 8.285 abitanti
Borgocollefegato 858 Pescorocchiano 1066
Castelmenardo 732 Leofreni 372
Torano 599 Tonnicoda 388
S.Anatolia 572 Torre di Taglio 728
Corvaro 1171 Poggio S.Giovanni 247
Spedino 187 Girgenti 346
Poggio di valle 138 Macchiatimone e Roccaberardi 881
Comune di Borgocollefegato
4.257 Comune di Pescorocchiano
4.028

Il Regno delle Due Sicilie prima dell'Unione d'Italia

Il Regno delle due Sicilie fu uno dei Regni più lunghi della storia Europea. I suoi confini rimasero quasi immutati per 730 anni, dal 1130 al 1860. Fu culla di civiltà già nel medioevo dando alla luce i primi ed i più grandi poeti italiani e grandi scienziati e letterati.

La prima università statale e laica al mondo fu fondata a Napoli nel 1224 da Federico II ed è ancora attiva (50). La prima e più importante istituzione medica d'Europa fu la «Scuola Medica Salernitana» fondata nel secolo XI e soppressa da Gioacchino Murat nel 1811. Dopo la soppressione le «Cattedre di Medicina e Diritto» continuarono ad operare nel «Convitto nazionale Tasso» di Salerno per un cinquantennio, dal 1811 fino alla loro chiusura nel 1861, avvenuta per ordine di Francesco De Sanctis, ministro del neonato Regno d'Italia (51).

Il Regno delle due Sicilie era lo Stato maggiormente industrializzato d’Italia con circa 1.600.000 addetti e con i maggiori complessi industriali metalmeccanici d'Italia: Pietrarsa (vicino Napoli), Mongiana e Ferdinandea (in Calabria). Aveva la maggior industria navale d'Italia: Napoli e Castellammare.

Ebbe inoltre (52):

  • La prima linea ferroviaria d’Italia
  • La prima flotta mercantile d'Italia, seconda in Europa dopo l'inglese
  • La prima nave a vapore d'Europa (1818)
  • Il primo Transatlantico a vapore d'Italia (1854)
  • La prima Compagnia di Navigazione del Mediterraneo
  • Il primo Codice Marittimo Italiano (1781)
  • La terza flotta militare d'Europa, dopo Inghilterra e Francia
  • La prima istituzione del sistema pensionistico in Italia
  • La più alta percentuale d'Italia di medici per abitante
  • Il primo ponte sospeso in ferro d'Italia
  • Il più basso tasso di mortalità infantile d'Italia
  • Il più alto numero percentuale di amnistiati politici d'Italia
  • Le prime Legislazioni in Italia contro la tratta degli schiavi e il vassallaggio dei contadini
  • La minor pressione fiscale di tutti gli Stati Italiani
  • La prima assegnazione di "Case Popolari" in Italia
  • La prima istituzione di assistenza sanitaria gratuita
  • Il primo Ospedale Psichiatrico italiano
  • La prima galleria ferroviaria del mondo
  • Il primo telegrafo sottomarino d'Europa
  • Il Teatro San Carlo, primo al mondo, inaugurato nel 1737 ed ancora attivo
  • La prima Illuminazione a Gas di una città italiana, terza in Europa dopo Londra e Parigi, con 350 lampade

Nel primo censimento dello Stato unitario del 1861, l'ex capitale del regno, Napoli, era il maggior comune italiano per abitanti (447.065) e aveva più del doppio degli abitanti di Torino (204.715) che era il secondo comune più grande d'Italia. Dopo che anche Roma fu annessa al Regno, nel censimento del 1871, Napoli aveva 448.335 abitanti, Roma 244.484, Palermo 219.398 e Torino 212.644. Roma e Milano superarono Napoli solamente nel 1931, settanta anni dopo l'unità d'Italia (53).

Tra il 1834 e il 1860 furono disegnate delle carte topografiche in scala 1:20000 del Regno delle Due Sicilie. L'opera non fu portata a termine a causa della fine del Regno. La tavola relativa al nostro territorio venne eseguita tra il 1851 e il 1858 e oggi possiamo ammirarne la splendida fattezza, ricca di dettagli, che nulla ha da invidiare alle carte topografiche militari moderne (54).

Carta Topografica del 1851-1858 del Regno delle Due Sicilie in scala 1:20.000 - Particolare della zona di Sant'Anatolia

Il Regno delle Due Sicilie fu anche il primo stato Italiano per ricchezza tanto che al momento dell'annessione aveva circa il doppio in oro di tutti gli altri Stati della penisola messi assieme. Aveva l’equivalente di 445 milioni di lire in oro dell’epoca su 670 milioni in totale. Una delle prime azioni dell'esercito di Garibaldi, fu il furto del tesoro del Regno delle Due Sicilie, per la maggior parte custodito nel Banco omonimo, e che fu utilizzato per risanare i bilanci dei Savoia, in particolare del regno di Sardegna che era vicino al fallimento, e degli altri territori annessi, del pari indebitati (55).

Il sistema fiscale piemontese fece aumentare vertiginosamente le tasse a carico dei napoletani, ed il gettito fu utilizzato per diminuire l'esazione in Piemonte. Questo aumentò la crisi sociale ed industriale napoletana, mentre l'industria ed il commercio piemontese ebbero la possibilità di essere incrementati. Quando Napoli fu annessa al Regno d'Italia perse il proprio status di capitale. Come conseguenza, le strutture di governo statale presenti in città furono smantellate e moltissime attività commerciali ed industriali andarono in rovina o furono smontate e trasferite al nord, innescando una profonda crisi socio-economica (56).

Stemma dei Borbone del Regno delle Due Sicilie

Servizio militare prima e dopo la fine del Regno

Per reprimere le rivolte, più che per assicurare la difesa contro eventuali nemici esterni, Il Regno borbonico aveva bisogno di soldati che naturalmente dovevano essere giovani del regno. Il servizio militare non era obbligatorio per tutti, ma ogni anno il governo decideva di quanti uomini aveva bisogno e poi li ripartiva tra le varie province e quindi tra i vari comuni. Tutti i sudditi in età compresa tra i 18 ed i 25 anni erano soggetti all'obbligo del servizio militare, mediante estrazione a sorte nella misura di un prescelto ogni mille. Erano esclusi dalla leva di terra i distretti marittimi e le isole di Ponza e Ischia, destinati a fornire il contingente per la Real Armata di Mare. Per antico privilegio, i sudditi siciliani non erano soggetti agli obblighi di leva ma in circa 12.000 servivano nell’Esercito in qualità di volontari.

La durata del servizio militare era di 10 anni, di cui 5 in servizio attivo ed altri 5 in congedo illimitato nella riserva. Per la Cavalleria, il Genio, l'Artiglieria e la Gendarmeria, la ferma era di 8 anni, tutti di servizio attivo. L'arruolamento volontario e il prolungamento della ferma assorbiva un gran numero di aspiranti, tanto che la richiesta di coscritti era molto ridotta. Infatti contro un gettito di circa 50.000 reclute, il contingente di leva non era superiore alle 12.000 unità (57).

Il 26 maggio 1861, subito dopo l'unità venne autorizzata dai savoia una leva di cinquantaseimila uomini nelle province napoletane e il 30 giugno fu autorizzata la leva in Sicilia sui nati nel 1840. Il 13 luglio 1862 la leva militare divenne obbligatoria per tutti gli «italiani» nati nel 1842. La durata del servizio di leva venne fissata in undici anni di cui 5 effettivi e 6 di congedo. Durante il congedo il soldato tornava a casa ma rimaneva a disposizione in caso di necessità. Nel  1876 gli anni di servizio vennero portati a dodici di cui tre effettivi e nove di congedo. In generale, la leva doveva essere prestata lontana dai luoghi natii e fu obbligatoria per tutti i maschi ventenni. Dagli obblighi di leva ci si poteva sottrarre soltanto mediante l’esonero a seguito del pagamento di una cospicua somma: questo meccanismo introduceva uno strumento di divisione cetuale, perché soltanto i ceti abbienti erano in grado di far fronte all’onere finanziario.

L’introduzione della leva obbligatoria nel meridione sollevò un forte malcontento, dando luogo a frequenti fenomeni di renitenza e di diserzione. Le famiglie, specialmente nel Mezzogiorno agricolo, venivano private per alcuni anni di fondamentale forza lavoro, con il rischio di finire sul lastrico. Molti contadini dovettero vendere parte delle loro terre ai più ricchi per poter pagare l'esonero e tenere i figli a casa (58).

Suddivisione amministrativa del Regno delle Due Sicilie

Il brigantaggio

Gli anni posteriori al 1860 furono molto travagliati per il nostro Cicolano. La conquista del Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia dette origine ad una doppia reazione fra chi rimase fedele al re Francesco II di Borbone e chi, per motivi di interesse verso lo Stato Pontificio, tentò di rimettere sul trono il re consapevole di essere il prossimo obiettivo di conquista piemontese. La reazione inizialmente politica e militare ebbe culmine nel fenomeno del brigantaggio che fu favorito soprattutto nelle nostre contrade dal territorio montagnoso e poco accessibile e dalla posizione geografica quale zona di confine con l'ancora non annesso Stato Pontificio.

Lo Stato Pontificio ed a sua volta una gran parte del clero offrì rifugio e assistenza alle bande di briganti che, considerate come eroiche squadre militari, venivano premiate ed incitate nelle loro azioni. Anche il re Francesco dopo la conquista del regno si rifugiò nello Stato Pontificio e spesso invitava, nella sua dimora a Roma, i capo-briganti offrendo aiuti in armi e denaro, incitandoli alla rivolta contro i piemontesi (59).

Già nel 1861 una squadra di partigiani borbonici comandata dagli zingari Fiore e Nicola di Giorgio di Pescorocchiano, dopo esser passati per Villecollefegato e Torano, per disarmare i paesi e comporre una truppa in favore del re Francesco Borbone, erano giunti il 15 gennaio alle h. 3:00 di notte a suon di tamburo alla volta di S. Anatolia. Lì avevano tolto a Ferdinando Scafati, a Costantino Placidi e ad Alessandro Panei i fucili che possedevano aggregando alla loro truppa Angelo Passalacqua e dirigendosi poi verso Tagliacozzo. Nella casa di Alessandro Panei essi ebbero anche da mangiare e da bere (60).

Il 16 gennaio 1861 un'altra squadra comandata da Ascenzo Napoleone giunse a Borgocollefegato dove sostò fino al giorno seguente. Il 18 gennaio effettuarono il disarmo di Spedino e nello stesso giorno circa in quindici entrarono in S. Anatolia dove si presentarono a Ferdinando Scafati, cassiere comunale di Borgocollefegato, per sapere quali somme fossero nelle casse comunali. Questi rispose che nelle casse comunali non vi erano denari visto che nessun contribuente adempiva al proprio dovere a causa degli sconvolgimenti reazionari ma Ascenzo Napoleone volle comunque che gli fossero consegnati trenta ducati per far fronte alle urgenze di massa. Lo Scafati si recò da Costantino Placidi per chiedergli i trenta ducati ma questi non li volle prestare ed allora Ascenzo Napoleone si dovette accontentare di quattro ducati per i quali rilasciò formale ricevuta (61): Dichiarò io qui sotto scritto di aver riceuto docati quattro dalle sig. Fiore Scafati - lì 18 gennajo 1861 - Santa Anatolia - Il commandante delle truppe a massa Ascenzo Napoleone (62).

In seguito, sopraggiunto il resto della squadra di circa duecento individui, Ascenzo Napoleone seppe che Ferdinando Scafati aveva incassati, il giorno precedente, 150 ducati per un cespite comunale. Allora egli assumendo un'aria molto truce pretese altri cento ducati che lo Scafati, sotto minaccia di fucilazione, dovette farsi prestare da Costantino Placidi (63): Dichiaro io qui sotto scritto di avere riceuto la somma di docati cento dal signore Fiore Scafati nella qualità di casiere comunale di questo comune di Bolgo Collefecato, i quali docati cento servono per pacare la reggia massa - S. Anatolia li 18 gennajo 1861 - Il commandante della reggia massa di Francesco secondo, Ascenzo Napoleone (64). In seguito una parte della squadra passò in casa di Alessandro Panei che dovette consegnare un fucile e la somma di 50 piastre (65).

Nel febbraio del 1861 le truppe piemontesi giunsero nel Cicolano per reprimere la reazione e già nel marzo dello stesso anno le fucilazioni ed il carcere avevano definitivamente sbandato le piccole truppe borboniche e Ascenzo Napoleone, arrestato la notte del 19 marzo 1861 presso Civitella di Nesce, venne fucilato due giorni dopo (66). Ad aprile del 1861 la reazione ormai repressa si era trasformata definitivamente in brigantaggio. Non era più una guerra di carattere militare ma una guerriglia partigiana.

Ascenzo Napoleone era nato a Torre di Taglio il 9 maggio 1823 da Francesco Napoleone e Vittoria Cicerone. Francesco Napoleone (1788-1854) era figlio di Vincenzo e Domenica. Vincenzo Napoleone (1747-1827), nativo di Castelmenardo, era figlio di Bernardino e Maria Iannini. Ascenzo il 26 agosto 1855 sposò Maria Giuseppa Carducci e si trasferì da lei a Corvaro dove ebbe quattro figli: Domenico (1856-1858), Antonio (1857), Domenico Ascenzo (1859) e Maria Ascenza (1861) nata dopo la sua morte. Dopo la morte di Ascenzo la moglie si risposò con Ferdinando Ferrarese (1827) (67).

La banda di Cartore

La maggior parte dei briganti nel periodo invernale, cioè dai primi di novembre fino alla fine di aprile, rimanevano ospiti nello Stato Pontificio occupandosi di lavori campestri o di pastorizia ma, quando giungeva la primavera, col clima meno rigido e con la possibilità di nascondersi meglio nei boschi ricoperti di foglie, tornavano in piccole bande nel nostro Cicolano sia per ricongiungersi ai loro cari che per combattere contro coloro che erano ritenuti fautori del nuovo regime (68).

Le montagne della Duchessa erano sede di rifugio di alcune bande di briganti. C'era una banda in particolare detta banda di Cartora che scorrazzava sulle nostre montagne. Essa era composta da venti o trenta individui (69) e fra essi si distinguevano Giuseppe Luce di S. Anatolia ed altri provenienti dai paesi dei dintorni:

  1. Ferdinando Evangelisti di Lucoli, presso Sassa, era il capo della banda, alto di statura e con folta barba, riconoscibile per un dente anteriore mancante;
  2. Fiore Sallusti di Sambuco, presso Fiamigniano, anch'egli ricordato come uno dei capi della banda;
  3. Vincenzo Santori, forse di Poggiovalle, ex gendarme borbonico;
  4. Berardino Viola di Teglieto, presso Fiamignano, di corporatura pieno, di volto bruno, poca barba e piuttosto basso;
  5. Michelangelo Pietropaoli di Poggiovalle, nato il 30 settembre 1832 da Pasquale e Antonia Rosati, morto il 20 luglio 1863;
  6. Berardino Pietropaoli di Poggiovalle, nato il 28 dicembre 1838 da Pasquale e Antonia Rosati;
  7. Stefano Casagrande di Poggiovalle, nato il 16 marzo 1834 da Croce e Angela Rosa Casagrande, morto il 6 luglio 1863;
  8. Domenico De Felice di Poggiovalle, nato nel 1850, tredicenne, arrestato il 6 luglio 1863;
  9. Carmine Marcelli delle Grotti di Torano, nato il 26 giugno 1839 da Nicola e Arcangela Marcelli;
  10. Ferdinando Salvatore di Torano detto "Fiore", nato il 19 agosto 1836 da Carmine "Ferraio" e Carolina Castellani;
  11. Giuseppe Nicolai di Rosciolo, ex soldato borbonico, detto "Colonnitto", braccio destro di Giuseppe Luce.
  12. Giovanni Colajuda di Tornimparte, capo brigante, alto di statura, di costituzione possente, barba nera e colorito bruno;
  13. Albino Ruscitti di Castelnuovo, presso Avezzano, figlio di Teodoro;
  14. Un calabrese, di cui non si sa altro.

In quel tempo i più influenti personaggi di S. Anatolia erano l'abate parroco don Costantino Placidi, nato il 6 aprile 1817, figlio di Nicodemo, appartenente alla famiglia più ricca del paese e Alessandro Panei, nato il 1 luglio 1808, figlio di Giuseppe, anch'egli benestante e imparentato con i sacerdoti del paese.

La notte del 18 maggio 1863, nel molino del barone Francesco Antonini presso Torano, sette o otto briganti della banda di Cartore sequestrarono Alessandro Panei, lo condussero sulla montagna della Duchessa ed andarono a chiedere alla famiglia un pesante riscatto in denaro. La trattativa non andò a buon fine e il Panei venne barbaramente ucciso e poi bruciato. Il primo giugno il suo cadavere fu ritrovato nella valle Giaccio della Capra, tra il Colle Cardito e Fonte della Vena (70).

1894 - Palazzo Placidi

S.Anatolia nel 1894 - dettaglio - Fotografia di Albert Schaff - L'originale è nella casa della famiglia Placidi

Nella notte fra il 30 e 31 maggio 1863 la banda Pietropaoli, di cui faceva parte Giuseppe Luce, rubò nella casa di Francesco Silvi di Alzano poi, in Collemaggiore, sequestrò le armi a quattro elementi delle guardie nazionali piemontesi e infine, dopo averlo derubato, rapì il parroco Alessandro De Sanctis. Il parroco venne rilasciato il 1 giugno dopo aver sborsato trecento ducati di riscatto.

Nel pomeriggio del 31 maggio, nella zona S. Francesco Vecchio (presso Corvaro), la stessa banda penetrò nel casolare di Carlo Musier e nella vicina casa rurale di Niccola Romano rubando dal primo del pane, olio e sale e dal secondo una bottiglia di olio per mangiare (71).

La notte fra il 7 e l'8 giugno 1863 circa trenta briganti della stessa banda di Cartore riuscirono a penetrare nel palazzo dei signori Placidi dove si trovava il sacerdote don Costantino. Dopo aver saccheggiato il palazzo ed aver rubato tutto ciò che sembrava avere un certo valore, i briganti presero la strada che conduceva verso Rosciolo tenendo sequestrato il parroco con i suoi due garzoni.

In seguito il parroco venne rilasciato con la promessa che avrebbe pagato un riscatto per i beni sequestrati ma, dopo una lunga trattativa non andata a buon fine, venne punito per la mancata promessa con l'uccisione di circa 15 buoi (72). Qualche anno dopo, nella notte del 13 Agosto 1866, vicino al Lago della Duchessa, ignoti sgozzarono 1217 pecore per vendetta contro il possidente noto armentario Domenico Vulpiani. Si racconta che il Lago diventò rosso per la grande quantità di sangue versato (73).

I briganti di S. Anatolia

Gaetano Luce e Maria Peduzzi avevano sette figlie femmine e quattro maschi e se la passavano abbastanza bene, possedevano terreni che coltivavano con profitto, greggi di pecore e presumibilmente anche mucche. Le donne tessevano la canapa ed il lino che coltivavano nei loro campi e che raffinavano nel fiume Salto. Avevano cantine piene di formaggi, grano, granturco e vino.

Si racconta che attorno al 1861, due dei loro figli Giuseppe e Berardino Luce, che avevano già fatto due anni di servizio militare sotto i Borboni, dopo l'unità d'Italia, furono richiamati alle armi. Come si può immaginare i due non ne furono affatto felici, essendo fedeli ai Borboni, per i quali avevano combattuto e, non avendo nessuna intenzione di riconoscere gli usurpatori stranieri, come molti altri nella loro situazione, si diedero alla macchia.

La storia di Berardino Luce fu breve e tragica. Era nato a S.Anatolia il 4 marzo del 1843 e morì nello stesso giorno in cui decise di darsi alla macchia alla giovane età di circa vent'anni. Si stava dirigendo verso Rosciolo insieme ad un gruppo di altri ragazzi come lui, passando per Valle Maiura (Valle Maggiore) che poi sarebbe la strada che si dirige verso la fonte Valoce. Verso mezzogiorno, assetati ed affamati, si era nel periodo estivo, videro una capanna di pastori e pensarono di fermarsi per rifocillarsi e riposarsi. Erano tranquilli, sia perché si conoscevano tutti, che perché era il primo giorno della loro latitanza e non pensavano di doversi preoccupare più di tanto, inoltre erano giovani e incoscienti. Si avvicinarono, dunque, ridendo e scherzando, ma improvvisamente, dalla capanna uscirono dei gendarmi armati che senza profferire parola, puntarono loro addosso i fucili e fecero fuoco. I ragazzi non ebbero neanche il tempo di reagire e, d'altronde, non avrebbero potuto perché erano disarmati. Qualcuno morì, Bernardino fu ferito gravemente. I soldati, forse carabinieri, lo presero e lo caricarono di traverso, come un sacco, sul dorso di un asino e si diressero verso Sant'Anatolia. Bernardino mancato e sfortunato, soffriva talmente tanto sul dorso di quell'asino che non potendone più disse ai gendarmi: «O me cambiete posizione o m'accidete !». A quel punto uno dei gendarmi, senza pensarci un attimo, fece fuoco, mettendo fine alle sue sofferenze! (74).

In realtà, a distanza di cento cinquantanni, la realtà ha subito delle lievi distorsioni e, mentre per quanto riguarda Giuseppe è documentato che egli abbia fatto il militare nell'esercito borbonico prima dell'unità, è improbabile che lo stesso sia avvenuto per Berardino, troppo giovane per farlo. Berardino, nato nel 1843, venne chiamato alla leva militare, dal neonato Regno d'Italia, probabilmente all'età di venti anni nel 1863. Negli atti di morte risulta che Berardino morì nel carcere dell'Aquila il 30 giugno 1870 e quindi il soldato che gli sparò non lo uccise sul colpo, ma gli permise di giungere in carcere, dove morì all'età di 27 anni (75).

Giuseppe Luce nacque a S. Anatolia il 20 ottobre del 1840. Era «giusto di statura, colore cretaceo, poca barba». Era stato soldato sbandato dell'esercito borbonico fin dal 1860. Si dette al brigantaggio per non passare all'esercito italiano (76). Nell'ottobre del 1860 era sottocapo delle truppe reazionarie comandate da Ascenzo Napoleone (77) e il 18 gennaio del 1861 faceva probabilmente parte delle truppe di quest'ultimo, partecipando alla raccolta dei denari e delle armi anche a S. Anatolia. Nell'estate del 1862 era uno dei componenti della banda di Cartore. Nella notte fra il 9 e il 10 settembre di quell'anno, insieme ad altri venti briganti, giunse a Pagliara presso Castelmenardo dove partecipò al saccheggio delle case dei fratelli Domenico e Giuseppe Chiarelli e al furto di trenta piastre commesso contro Franco Pozone fu Marco «bettoliere» (78).

Nell'ottobre dello stesso anno, come buona parte dei briganti, Giuseppe Luce si rifugiò nello Stato Pontificio (79). Nel maggio del 1863 tornò nel Cicolano aggregato alla banda Colajuda ma, mentre la banda transitava per la montagna di Valdevarri, si unì alla banda di Pietropaoli che poi era sempre la comitiva che scorrazzava sul monte di Cartora.

1903 - Gruppo Velino Sirente - particolare

Carta dell'Istituto Geografico Militare - Allegata alla Guida dell'Abruzzo di Enrico Abate - edizione Roma 1903

Il rapimento di Alessandro Panei

La notte del 18 maggio Giuseppe partecipò al rapimento ed all'uccisione di Alessandro Panei.

La versione ufficiale tramandata da Domenico Lugini nel suo libro sul Cicolano, recità così: «Verso la metà dello stesso mese, la banda Pietropaoli riunita con quella di Sterpone di ritorno dallo Stato pontificio ed in cui si trovavano un tal Giuseppe Luce di S. Anatolia ed un altro di Rosciolo, sequestrava il Signor Alessandro Panei di S. Anatolia di Borgocollefegato, mentre trovavasi nel mulino del barone Francesco Antonini presso Torano. Lo condussero sulla montagna della Duchessa e mandarono a chiedere alla famiglia di costui una rilevante somma di denaro per il riscatto. Si affrettò la medesima a spedire ad essi oltre 3.000 lire, che accettarono, ma invece di mandarlo libero, dopo di averlo barbaramente martoriato, lo legarono ad un faggio e, ancora in vita, lo bruciarono. Il cadavere, quasi irriconoscibile, fu rinvenuto alcuni giorni dopo». Altre fonti narrano che gli assassini del Panei fossero stati oltre al Luce, Fiore Salvatore di Torano, Giuseppe Nicolai di Rosciolo ed Albino Ruscitti di Castelnuovo (80).

La storia reale, in parte documentata e in parte tramandata dai vecchi di S.Anatolia, ricorda questi fatti in maniera leggermente diversa.

Alessandro Panei era apertamente repubblicano e anti-borbonico e questo lo aveva dimostrato nel 1850, quando subì un processo per aver «osato proferire le più esecrandi espressioni» contro il sovrano del Regno delle Due Sicilie «minacciandone i preziosi giorni». Tra le cose dette da Alessandro c'erano queste parole: «dovevamo stare sotto ad un mulo (intendendo il sovrano) che ci sgrassava in ogni anno (che faceva pagare le tasse). Se ci potessi stare un'ora a solo gli vorrei far passare una palla in petto, e colla testa ci vorrei fare a boccia». Alessandro inoltre si illudeva, o usava questa tesi per convincere gli altri, che sotto la repubblica non si sarebbero pagate le tasse e si esprimeva così: «Il Re ha dato la Costituzione, e non ha più che fare con noi. E voi altri a chi volete star sotto, a chi vi fa pagare, o a chi non vi fa pagare ?». Un altro testimone diceva che il Panei:  «voleva stare sotto alla Repubblica perché non si pagavano pesi, e non già sotto al Re che era un mulo fottuto».

Durante i moti del 1848 Alessandro venne arrestato e per un breve periodo fu messo in cella insieme a Francesco Fracassi, Antonio Peduzzi e Domenico Peduzzi. Nei primi di febbraio dello stesso anno, quando venne promulgata da Ferdinando di Borbone la costituzione nel Regno delle Due Sicilie, egli, vedendo che il «postale portava la nappa a tre colori, tolse dal cappello del Fracassi istesso quella rossa e la gittò». La nappa tricolore simboleggiava la Repubblica.

Insomma, il pensiero di Alessandro era chiaro a tutti e, se non vi fossero stati impedimenti burocratici, egli avrebbe scontato il carcere. Alessandro invece venne assolto dalla giustizia borbonica sia perché il reato era andato in prescrizione, in quanto era accaduto nel 1848 cioè poco più di due anni prima, sia perché il giudice volle tener conto della buona condotta nel periodo successivo al 1848, comportamento che aveva portato Alessandro ad essere annoverato «fra i novelli urbani di Collefegato e prescelto a Capo Squadriglia della sua sezione».

Nel 1850 venne celebrato un secondo processo riguardante un altro cittadino di S. Anatolia. Fu quello contro Filippo Amanzi, accusato di «esser repubblicano e nemico del sovrano e che intorno al 1820 sarebbe stato Gran Maestro della setta de' Carbonari». Filippo era stato accusato anche di «esser andato spesso a Rieti dove avrebbe avuto rapporti col 'noto Garibaldi' e che a ottobre del 1848 avrebbe detto che se il Re... non era stato ammazzato, egli si fidava di troncargli la testa... e con la sua testa ci si deve fare a boccia». Tutti i testimoni confermarono che Filippo aveva fatto parte della Carboneria ma senza esserne Gran Maestro. Il processo venne archiviato per mancanza di prove e «fino alla sopravvenienza di nuovi lumi». Particolare interessante del processo fu che i testimoni raccontarono che Filippo ad un certo punto si appartò con Alessandro per parlare di politica. Filippo, di tredici anni più grande, era probabilmente il mentore del secondo, tanto che nei processi ambedue, parlando del Re Borbone, proferirono quasi le stesse parole, e cioè che: con la sua testa avrebbero voluto giocarci a bocce.

Altro fatto da notare è che sia Gaetano Luce che Baldassarre Federici si presentarono a testimoniare contro Alessandro Panei. Baldassarre poi ritrasse la sua testimonianza dicendo: «di averla data solamente allo scopo di vendicarsi del Panei dal quale aveva subito gravi torti». Cosa era accaduto tra Alessandro e Baldassarre da farli diventare nemici così accaniti ?

Il racconto di un discendente di Baldassarre sembra fare un po' di luce sulla questione. Si narra che Baldassarre aveva tre fratelli e che «lui, Andreone e Francesco erano dei giganti, il quarto, Antonio, era più piccolo di statura e veniva chiamato Campanella. Giovanni, il padre, aveva una vigna accanto alla vigna dei Panei. I Panei stavano sotto e i Federici sopra. Un giorno Campanella andò a guardare la vigna del padre. Alessandro Panei, che era nei paraggi, gli disse: "io devo andare alle vacche a Cartore, agliu fraiale, tu guarda pure la vigna mia". Alessandro era il "capitano" delle guardie cittadine di Sant'Anatolia. In quel tempo in ogni paese veniva nominata una persona che comandava su tutti gli abitanti. Alessandro quindi andava in giro armato con un "fucile caricato a bacchetta". Dopo aver incaricato Campanella di guardare la sua vigna, volle fargli un trabocchetto. Fece finta di andar via, come aveva detto, ma poi tornò indietro appostandosi di soppiatto per non essere visto. Campanella nel frattempo si era avvicinato alla vigna del Panei per controllarla. In quel tempo era usanza di portare un fazzoletto rosso attorno al collo, alla maniera dei garibaldini. Campanella cadde nella tentazione e allargò il fazzoletto ponendovi dentro un po' d'uva presa dalla vigna del Panei. Potevano essere due o tre kg., massimo cinque, e se anche fossero stati di più, non era un'azione così grave. Alessandro, uscito dal nascondiglio, puntò il fucile sul collo di Campanella e lo costrinse a girare per tutto il paese umiliandolo, insultandolo e accusandolo di essere un ladro. Quando Baldassarre venne a sapere di come il fratello era stato "sputtanato" si arrabbiò e giurò di vendicarsi». Altre fonti dicono l'inimicizia tra i due fosse nata dal fatto che, essendo Baldassarre un taglia legna, egli avesse tagliato alcuni alberi di proprietà di Alessandro. Insomma quando Alessandro venne rapito, l'inimicizia tra i due durava da circa quindici anni.

Giuseppe Luce invece, soldato borbonico dal 1860, partecipò alla difesa del Regno delle Due Sicilie contro l'invasione dei Piemontesi e, nel 1861, ebbe una parte da protagonista nella reazione, cioè nel tentativo di rimettere sul trono il legittimo sovrano Borbone. Suo fratello Berardino venne incarcerato e il padre dei due Gaetano era ovvio che prendesse la parte dei due figli.

Alessandro invece, che negli ultimi dieci anni sotto i Borboni era stato nominato Capitano di Squadriglia della Sezione di S. Anatolia, nonostante il cambio di governo, si ritrovò di nuovo nominato dai Savoia, Capitano della Guardia Nazionale Cittadina e questo, dal punto di vista di un legittimista borbonico, non poteva che esser visto come un tradimento, anche se a dire il vero, tutti conoscevano le idee politiche di Alessandro.

Insomma, la bomba era già pronta per scoppiare, e la miccia sembra che l'accese lo stesso Alessandro quando, attorno al 1863, incontrando Gaetano lo minacciò di far arrestare suo figlio Giuseppe, che si trovava in montagna.

Si narra che Baldassarre andava spesso a far legna nei boschi della montagna e, in quelle occasioni, veniva incaricato dalle famiglie dei ragazzi che si erano dati alla macchia, di portar loro un po' di pane e ciò che poteva servire.

«C'era un mulino ad acqua a Torano che, quando era inverno, macinava sempre 'alla stesa' mentre quando era estate, e l'acqua del fiume era poca, era stato creato un fossato, lo facevano riempire, poi aprivano le chiuse e il mulino poteva macinare a intermittenza». Per questo a volte bisognava attendere il proprio turno per ore. Quando Baldassare seppe che Alessandro era andato al mulino raggiunse il gruppo dei briganti, che casualmente si trovavano già a Torano, e disse loro: «guardate che quiu è glitu agliu mulinu! Andategliu a prende e faciategli una pestata de piedi». «Baldassare non voleva che Alessandro venisse ucciso, voleva solo vendicare il torto subito dal fratello».

Quattro briganti entrarono nel mulino, svegliarono Alessandro che dormiva sopra i sacchi del suo grano in attesa del suo turno, e lo intimarono a consegnare le armi. Poi insieme ad altri briganti lo portarono in montagna. I Panei, dato che Alessandro non tornava, andarono al mulino e il mugnaio disse loro: «guardate, sono venuti i briganti e lo hanno portato su in montagna».

Sembra che il giorno dopo Giuseppe Luce insieme agli altri, presi da timore e rimorso, forse anche perché il prigioniero aveva promesso loro qualcosa, decisero di liberarlo e lo stavano riaccompagnando giù, attraverso la val di Fua (Fiui) quando, a metà strada, incontrarono Baldassarre che risaliva verso il loro covo. Vedendo Alessandro Panei in mezzo ai briganti questi disse: «Do ju portete quissu ?!!». Giuseppe ripose: «Eh, ju seme liberatu, è meglie!». Baldassarre, allora, li guardò torvo e disse: «Camminate, reggiratevi e reportateju arrete. Quissu, appena arriva abballe, ci manna subbitu i carabbinieri e ci fannu fore tutti». Baldassarre aveva una certa autorità su Giuseppe, sia perché aveva 16 anni più di lui e fisicamente era un gigante, sia perché era lo zio acquisito di Giuseppe. Sua moglie Antonia Peduzzi era la sorella di Maria, la mamma di Giuseppe.

I briganti chiesero un riscatto ai Panei, ma Antonio, che era il figlio di Alessandro che conduceva le trattative, non volle inviare denaro senza avere la prova certa che suo padre fosse vivo. Inviò quindi vari compaesani per parlare con i briganti, ma la trattativa andò per le lunghe fino a quando i briganti, decisero a maggioranza che Alessandro doveva morire. Prima lo uccisero con una coltellata alla gola e con altri colpi inferti sul corpo, poi diedero fuoco al suo cadavere.

Si racconta che i Panei, probabilmente perché troppo esposti, non andavano personalmente a risolvere le questioni, ma mandavano sempre avanti qualcun altro. Mandarono un tale in montagna, con la scusa che andava cercando una mucca. Questo era un bravo oratore e, dopo aver chiesto se avessero visto la sua mucca, cominciò a raccontare del fattaccio accaduto a Campanella e parlò male di Alessando Panei, per farli cadere nella trappola e farli parlare. I briganti abboccarono e gli dissero: «ma tu, se lo vedessi ora dove sta, ce la butteresti una bracciata di legna?». «E certo che ce la butterei !». Lui dovette rispondere affermativamente, altrimenti avrebbe rischiato di essere ucciso.

Lo portarono quindi davanti all'albero dove era stato bruciato Alessandro, il fuoco ardeva ancora... lui per non essere tacciato di tradimento dovette prendere una bracciata di legna e metterla sul fuoco e più tardi, tornato dai Panei, disse loro: «guardate che l'hanno fatto fuori, l'hanno bruciato !».

Alessandro Panei, figlio di Giuseppe e Berardina Luce, era nato il 15 luglio del 1808. Fu ucciso all'età di 54 anni, il 4 giugno del 1863, lasciando sua moglie Domenica Santori vedova con nove figli. Giuseppina, la più piccola aveva quindici anni, ed era figlia di Domenica. Gli altri otto, Luigi (n. 1832), Maria Caterina (n. 1833), Filomena Rosalba (1835), Giovanni Battista (1837), Giovanni (1838-1904), Carolina Stefania (1840), Antonio (1841-1906) e Pietro (1843), erano figli di Alessandro e della prima moglie Anastasia Cavallari, morta nel 1844.

Narra la tradizione che in seguito Baldassarre, ricercato per aver avuto un ruolo nell'omicidio di Alessandro, dopo aver passato qualche mese lontano dalle nostre contrade, tornò di nascosto a S. Anatolia per ritrovare i suoi parenti. Era inverno e la terra era ricoperta di neve. Egli si nascose in una grotta nei pressi delle Case Vecchie dove venne accolto dai familiari e dove rimase per qualche mese. A maggio del 1864 fu fatta la spia ad Antonio Panei, il figlio di Alessandro, il quale, con un fucile in mano, si avviò verso la grotta per vendicarsi. Quando Baldassarre vide il Panei, lo salutò dicendo: «Come sta sor'Anto?». E questi gli rispose: «Lo sai solo tu!!!» e gli sparò uccidendolo (81).

Baldassarre Federici, figlio di Giovanni e Anna Siena Luce, era nato il 18 aprile del 1824. Fu ucciso all'età di 40 anni,  l'11 maggio del 1864, lasciando sua moglie Antonia Peduzzi vedova con tre figli piccoli: Berardina di nove anni, Pasquale di tre e Ascenza di uno (82).

Il sacco del Palazzo Placidi

Nel giugno del 1863, sempre insieme alla banda Pietropaoli di Poggiovalle, composta in quella occasione di circa trenta individui, Giuseppe Luce partecipò al sacco del palazzo di don Costantino Placidi parroco di Sant'Anatolia. Era la notte fra il 7 e l’8 giugno. Alcuni componenti della banda bussarono alla porta del palazzo di don Costantino Placidi chiedendo del cibo.

Questi ordinò al garzone Pietrantonio Piccinelli di aprire il cancello e di dare del pane ai briganti. Era una trappola poiché i briganti entrarono e misero a sacco il palazzo, rubando tutto quello che poterono. Dopo il sacco i briganti presero la strada che conduceva a Rosciolo. Tenevano sequestrati il parroco ed i suoi garzoni Pietrantonio Piccinelli e Domenicantonio Luce.

Dopo aver percorso circa un miglio di strada, rilasciarono don Costantino e Pietrantonio Piccinelli mentre il Luce, portato a spalla fin sul monte un sacco contenente cacio, fu rilasciato la mattina dell’8 giugno. Don Costantino fu rilasciato a condizione che, entro ventiquattr'ore, avesse sborsato mille ducati e che non avesse sporto denuncia del sacco subito. Egli si rifugiò a Luco e lì ricevette i seguenti biglietti: «Gendilissimo signiore don Costantino, sono a precarvi amandare tutto ciò che avete promesso. Se volete riavere tutto ciò, che avemo presso di noi, vi preco di non mangare, appena ricevete il spetito. Se: non mi corrispontete subbite; quello che è stato fatto non è niente. Penngate per la venire -- adio».

Don Costantino ricevette questo biglietto scritto ad inchiostro per mezzo di Candido D’Ascenzo a cui era stato dato da Pietrantonio Piccinelli, che l’aveva ricevuto da Gaetano di Cristoforo, porcaro. Dal biglietto si desume che i mille ducati pretesi dai briganti all’atto del rilascio del parroco dovevano servire per riscattare la refurtiva.

«Stimatissimo amico, non appena o ricevuto il biglietto, mi sono carrmato il sague, perché mi era esposto a farvvi un grosso tispiacere. Basta che voi corispontete a tutto ciò che sie tette, agora si erano esposti per uccitere le quindici giumente che stavano lo vostro casino, ma jo non ho fatte tochare per ora e per sempre, atteso la vostra parola. Voi mi dite che vi dica il posto dove ci troviamo. Io non posso assicurare il posto preciso ma vi assicuro a una ora fatto giorno dovete mandare lo spetito abbocca di Teve, non trovantoci al tetto posto, si porrta al vostro casino, e là deve attentere, e sia una perrsono sicura che ve ne potete fitare. Non mangare, sia subbito per riavere li vostri ogetti».

Il bigliettino fu scritto ad inchiostro della stessa mano che compilò il primo biglietto. Anche questo biglietto fu recapitato al parroco Placidi da Candido D’Ascenzo, che lo aveva avuto da Pietrantonio Piccinelli. Il biglietto mostra che il parroco aveva iniziato approcci con i briganti per ottenere la restituzione degli oggetti rubati.

E’ possibile che il Placidi avesse iniziato tali approcci per acquistare tempo e evitare che venissero fatti ulteriori danni alle proprietà. «Il Capobricante Guivanni Colauti. Carissimo abate, la vostra parola è stasta mancante. Noi avemo aspettato da jo avanti per sapere la vostra risposta. Fanne asapere se è di si, o di no, come voi mandasti adire, senò pezeremo noi altri asari e riceverete altri asari, di dispaceri, noi siamo cotenti che avete messala forza al casino. Ciricortevi della promessa quando tirilascesimo».

ll bigliettino fu scritto ad inchiostro da mano diversa da quella che ha compilato i primi due biglietti e fu recapitato al parroco Placidi verso la fine del giugno 1863 da Pietrantonio Piccinelli, che l’aveva avuto da Carlo Giuseppe Luce. Questi aveva avuto il biglietto da Antonio Peduzi, cavallaro comunale di Sant'Anatolia.
Il biglietto rappresenta la conferma che il parroco non inviò il denaro richiesto dai briganti per ottenere la restituzione della refurtiva. In seguito dopo la lunga trattativa con i briganti non andata in porto don Costantino Placidi venne punito per la mancata promessa con l'uccisione di circa 15 buoi (83).

Il palazzo dei Placidi nel 1894

Pochi giorni dopo, il 27/06/1863, Pietrantonio Piccinelli fu arrestato, con mandato di cattura spiccato dal giudice istruttore presso il tribunale del circondario di Aquila, sotto l’imputazione di associazione a banda armata, e grassazione. Il motivo dell’arresto fu che egli avrebbe aperto il cancello ai briganti per permettere loro di saccheggiare il palazzo Placidi. Durante il viaggio di traduzione dal carcere di Fiamignano a quello di Cittaducale, Pietrantonio morì per apoplessia cerebrale (ictus) nel casale Pallante. Era il 4 luglio 1863, la moglie Maria era incinta del suo quinto figlio. Nelle tasche della giacca gli fu rinvenuta la seguente lettera:

«Stimatissimo signore D. Costantino, vi fo conoscere lottimo stato di mia buona salute come spero che si di voi e di tutta la nostra famiglia. Vi fo conosciere che in carcere io ci soffrisco assai, dunque lo prego di fare limposibele di aiutarmi. Signore, io per fare sempre la vostra volontà mi ratrovo dentro a queste prigioni, dunque adesso è il tempo di spentere il denaro, perché colle denaro si fa tutto. Voi ne imprestate tanto quasi senza custo, adesso, se ne spentete pochi per me, credo che ci sia un poco di custo, e per la coscienza, se voi conziderate che io non ci sto per corba mia, ma bensì per corba vostra, che, se voi non mi ordinavi di carcilo, io certe sia che non saria caduto in questa desgrazia».

Nella sua dichiarazione del 21 aprile del 1864 Costantino Placidi asseriva: «Simili precisioni non furono date ad arte nelle precedenti dichiarazioni pel solo riflesso di non inciampare io nei rigori della legge Pica; e mi misi di accordo col detto garzone Piccinelli, onde dichiarasse egli di aver da sé aperto il portone ai briganti, mentre con mio desiderio che si menasse il pane dalla finestra» (84).

Fine del brigantaggio

Nel mese di luglio la repressione militare verso le bande brigantesche divenne molto più efficace. Il 2 luglio si costituì ai granatieri distaccati a Borgocollefegato il brigante Domenico di Cesare. Il 5 luglio venne arrestata sulla montagne di Poggiovalle Angela Pietropaoli moglie del brigante Stefano Casagrande. Il 6 luglio dopo uno scontro a fuoco quest'ultimo venne arrestato insieme al piccolo brigante Domenico De Felice tredicenne; Stefano Casagrande venne fucilato lo stesso giorno. Fra il 14 e il 17 luglio altri tre briganti della stessa banda si costituirono alle forze militari. Il 20 luglio, in un conflitto a fuoco con il distaccamento di granatieri di Borgocollefegato, sulla montagna di Poggiovalle, fu ucciso il capo banda Michele Pietropaoli (85).

Il 22 luglio, alla morte di questi, il fratello Berardino e l'amico Carmine Marcelli delle Grotti si costituirono nel paese di Pace a Vincenzo de Felice sottoprefetto del Circondario di Cittaducale (86). Vedendo la gravità della situazione, sul finire del luglio 1863, Giuseppe Luce, Albino Ruscitti di Castelnuovo, Giuseppe Nicolai di Rosciolo e Ferdinando Salvatore detto Fiore di Torano, si rifugiarono nello Stato Pontificio dove rimasero per circa un anno.

Il 26 aprile del 1864 Giuseppe Luce ed Albino Ruscitti che si trovavano a Roma s'incamminarono sulla via Valeria Tiburtina diretti verso le loro terre natie. Albino Ruscitti in seguito raccontò: «Partii da Roma domenica ultima di mattino, e, passando per Tivoli, giunsi con Giuseppe Luce al confine presso Verrecchie sul far della sera, e continuando sempre pe' monti, scendemmo per le pianure di Scurcola, giungendo alle ore sei della stessa notte a Castelnuovo» (87). Giuseppe ed Albino presero alloggio a Castelnuovo in casa del compare di quest'ultimo Angelo De Andreis e lì, probabilmente seguiti o spiati, vennero catturati ed arrestati.

Con sentenza del 15 ottobre 1865 Giuseppe Luce fu condannato alla pena dei lavori forzati a vita, alla perdita dei diritti politici e alla interdizione patrimoniale, solidamente alle spese del procedimento a favore dell'erario dello Stato e alle indennità dovute alle parti lese (88). I suoi amici briganti più intimi ebbero quasi la stessa sorte: Albino Ruscitti fu condannato a dodici anni di carcere, Ferdinando Salvatore ai lavori forzati a vita (89) e Giuseppe Nicolai, arrestato nel dicembre del 1870, venne condannato a 25 anni di lavori forzati (90).

Le ritorsioni per la famiglia di Giuseppe furono durissime. Tutti i loro beni furono confiscati. Si racconta anche che i carabinieri, o chi per loro, prendessero tutti i rotoli di tela tessuti dalle sorelle di Giuseppe e li sfettucciassero con le baionette, riducendoli a brandelli e facendoli rotolare lungo la strada insieme alle pezze di formaggio.

I genitori di Giuseppe, Gaetano Luce e Maria Peduzzi, vennero considerati fuori legge e briganti, anche perchè presero certamente le parti di Giuseppe coprendolo ed aiutandolo. Maria Peduzzi, la chiamavano la Brigantessa. Era figlia di Beniamino e Caterina Spera ed era nata a Sant'Anatolia il 6 novembre del 1814. Si racconta che avesse lunghe trecce di capelli corvini. Una volta, per sfuggire alla cattura da parte dei carabinieri, ella si infilò nel letto insieme alle sue figlie ed i carabinieri, pensando che fosse una delle ragazze, la lasciarono andare. Poi, però, fu presa ed imprigionata nell'Isola del Giglio ma fu rilasciata dopo poco tempo.

Anche Giuseppe venne imprigionato nell'isola del Giglio e da lì scrisse delle bellissime lettere alla famiglia ridotta in povertà. Dopo qualche anno ci fu una amnistia, probabilmente per la nascita di una figlia del Re d'Italia, e Giuseppe scrisse felice alla madre, contento perché di lì a poco sarebbe tornato a casa.

Era allora sindaco di Santa Anatolia un certo Luce forse di nome Alfonso. La moglie di costui venne a conoscenza del fatto che con l'amnistia Giuseppe sarebbe stato liberato e andò dalla famiglia Panei dicendo loro: «Le sapete, mo liberanu Giuseppo Luce!» (disse proprio Giuseppo, perchè non era originaria di Santa Anatolia).

I Panei si dettero subito da fare per impedirne la liberazione e misero in moto tutte le loro conoscenze, motivati dalla paura che se liberato Giuseppe si sarebbe poi vendicato. A Giuseppe fu negata la libertà ed il colpo fu talmente duro per il poveretto che si ammalò e di lì a breve morì di crepacuore (91).

 

Note

  1. Archivio di Stato dell'Aquila - Registro dello Stato civile di S. Anatolia - Registri delle dichiarazione delle Nascite e delle Morti e dei Processetti Matrimoniali del 1809
  2. Bullettino delle Leggi del Regno di Napoli - Anno 1807 - Dal mese di gennaio a tutto il mese di giugno - TOMO I  - Seconda edizione - Napoli 1813 - Link interno - Google Libri
  3. Archivio di Stato dell'Aquila - Registro dello Stato civile di S. Anatolia - Registri delle dichiarazione delle Nascite e delle Morti del 1811
  4. Archivio di Stato dell'Aquila - Perizia riguardante i terreni dei fratelli Amanzi nel 1811
  5. Archivio di Stato dell'Aquila - Registro dello Stato civile di S. Anatolia - Registro dei Processetti Matrimoniali 1813-1814 - Registri dei Nati e dei Morti - Indici del 1815. Registro dello Stato civile di Borgocollefegato - Registri dei Nati e dei Morti - del 1809-1810-1811
  6. Archivio di Stato dell'Aquila - Registro dello Stato civile di Borgocollefegato - Registro dei Nati del 1815 - Risultano poi Sindaci di Borgocollefegato: dal 7 gennaio 1818 Vincenzo Antonini. Dal 12 marzo 1818 Nicola Antonini.  Dal 13 ottobre 1821 Giovanni Cecconi. Dal 4 marzo 1824 Giovanni Battista Antonini.
  7. Nel 1816 la popolazione di S.Anatolia passa a 414 abitanti e S.Anatolia risulta essere Comune a se stante nel Circondario di Borgocollefegato (Baldassarre VENEZIA di Trani, Dizionario statistico dei paesi del Regno delle Due Sicilie al di qua del Faro, Napoli 1818, p.158-159). Nel 1830 passa a 459 abitanti di cui 236 maschi e 223 femmine (Giuseppe DEL RE, Descrizione topografica, fisica, economica, politica de' reali dominj al di qua del faro, nel Regno delle Due Sicilie, Tomo II - p. II, Descrizione della Provincia del 2° Abruzzo Ulteriore, Napoli 1835, p.123). Nel 1840 risulta essere riunita al Comune di Borgocollefegato (Gabriello DE SANCTIS, Dizionario statistico dei paesi del Regno delle Due Sicilie, Napoli 1840, p.42). Nel 1858 risulta di 532 abitanti e riunito al comune di Borgocollefegato (Achille MOLTEDO, Dizionario Geografico-Storico-Statistico dè Comuni del Regno delle Due Sicilie, Napoli 1858, p.15)
  8.  Francesco Placidi (1780-1844) era figlio di Domenico e Berardina Castrucci (1756-1844) ed era sposato con Antonia Blasetti (1778-1843) dalla quale proprio nel 1813, il 31 gennaio, ebbe una figlia di nome Angela.
  9. Modesta Di Gregorio era nata a Sant'Anatolia nel 1757 ed era moglie di Carlo Novelli di Tagliacozzo con il quale aveva due figlie Anna Vincenza (1792-1842) e Maria Loreta (1793). Modesta morì all'età di 60 anni il 10 agosto 1817.
  10. Irene Pozzi (1787-1852) era figlia di Giovanni Pietro (1760) e Celestina Spera (1774-1834). Piacentina Pozzi (1791-1817) era figlia di Leonardo (1759-1829) e Teodora Di Gasbarro (1761-1811). Berardino Rosati 81766-1830) era figlio di Nicola (1696-1796) e Lucrezia Zacchè. Giacinta Panei (1773-1856) era figlia di Giovannangelo (1745-1816) e Ascenza Massimiani (1753-1793). Francesca Rossetti, moglie di Domenico Passalacqua, era nata a Collefegato il 05/10/1781. Onoranda Rubeis (1769-1819) era figlia di Giovanni (ca.1723) e Rosalia Innocenzi.
  11. Gabriele Scafati (1784-1845) era figlio di Benedetto (ca.1747) e Gesualda Scafati (1754-1829). Francesco Fracassi (1787-1875) era figlio di Croce (1772-1851) e Pasqua De Angelis (1777-1843). Pasquale Luce (1759-1829) e Francesco Maria Luce, parroco, (1756-1826) erano figli di Giuseppe (1720-1765) e Caterina Placidi (ca.1735). Martino di Agostino (1746-1827) era figlio di Agostino (ca.1721) e Teodora. Giovanbiagio Luce (1789-1823) era figlio di Pietrantonio (1741-1797) e Margherita Innocenzi (1758-1816). Sinibaldo Luce (1781-1822) era figlio di Giovanni Battista (1753-1824) e Giacoma Corazza (1753-1817).
  12. Anna Vincenza Novelli, nacque a S. Anatolia il 05/04/1792 da Carlo Novelli (ca 1757-1794) e Modesta Di Gregorio (1757-1817). Anna Vincenza ebbe due figli da padre ignoto: Gaetano Di Gregorio, nato a S.Anatolia il 20/01/1816, e Maria Giuseppa Novelli nata a S.Anatolia il 15/12/1820. Il 18 novembre 1823 sposò a S.Anatolia Giuseppe Farinacci, nato a Collefegato il 10/11/1759. Si trasferì a Collefegato dove ebbe tre figli Domenico Antonio (n.1824),  Modesta (n.1826) e Carlo Antonio (n.1829). Nel 1831 morì il marito Giuseppe Farinacci, ma Anna Vincenza due anni dopo ebbe un'altra figlia Maria (n.1833) figlia di padre ignoto. Anna Vincenza morì a Collefegato il 30 luglio 1842 , all'età di 50 anni.
  13. Archivio di Stato di Rieti - Catasto provvisorio del circondario di Cittaducale - Stato di Sezioni - 1809-1928 - regg. 360 - Inventario 73 - Borgocollefegato n. 133 - Sezione F: Sant'Anatolia - Link
  14. Edward Lear - Viaggio nei tre Abruzzi - pag. 67-70 - Biblioteca comunale di Rieti
  15. Nonostante che a S. Anatolia il cognome Falcioni appaia fin dal 1720, Giuseppe non risulta nei vari registri dello stato civile o parrocchiali. Allo stato attuale delle ricerche possiamo quindi fare solamente delle ipotesi: a) Giuseppe non appare nei registri in quanto nacque a S.Anatolia prima del 1809 (data d'inizio dello Stato Civile dell'Aquila), non si sposò e morì tra il 1865 (data di termine dello Stato Civile dell'Aquila) e il 1875 (data d'inizio del Registro dei morti della parrocchia di S. Anatolia); b) Giuseppe non appare nei registri poichè nacque a S. Anatolia prima del 1809 e si sposò e morì in altro luogo; c) Giuseppe non era nativo di S. Anatolia.
  16. Alessandro Panei (1808-1863), figlio di Giuseppe (n.1782) e Berardina Luce (1770-1846), sposò Anastasia Cavallari (1805-1844) dalla quale ebbe nove figli: Giovanni Battista (1831-1831), Luigi (n.1832), Maria Caterina (n.1833), Filomena Rosalba (n.1835), Don Giovanni Battista (n.1837), Giovanni (1838-1904), Carolina Stefana (n.1840), Antonio (1841-1906) e Pietro (n.1843). Alessandro venne ucciso il 14 giugno del 1863 dai briganti fautori del ritorno al trono dei Borbone.
  17. Filippo Passalacqua (n.1811), figlio di Domenico (1782-1855) e Francesca Rossetti (1781-1842), sposò Caterina Scafati (1811-1880) dalla quale ebbe nove figli: Carmine (n.1837), Rachele (n.1840), Giuseppe (n.1842), Annunziata (1844-1845), Annunziata (n.1845), Pasquale (n.1847), Francesco (n.1848), Vittoria Vincenza (n.1850) e Berardina
  18. Basilio Luce (1820-1888), figlio di Tommaso Luce (1770-1850) e Angela Scafati (1785-1838), sposò Maria Di Gasbarro (1821-1890) dalla quale ebbe sei figli: Angelo Antonio (1847), Maddalena (1850), Domenico Angelo (1851-1884), Giovanna (1855-1856), Cecilia (1857) e Francescantonio (1859-1860)
  19. Ferdinando Scafati (1808-1899), figlio di Domenico (1777-1843) e Agnese Luce (1773-1852), sposò Maria Di Cola (1810) dalla quale ebbe otto figli: Don Angelo (1832-1893), Pasquale (1834), Caterina (1836-1904), Amelio (1840), Berardina (1842), Domenico (1845), Cristina (1847) e Luisa (1850)
  20. Baldassarre Federici (1824-1864), figlio di Giovanni (1792-1879) e Annasiena Luce (1794-1832), sposò Antonia Peduzzi (1823-1902) dalla quale ebbe cinque figli: Anna (1852-1856), Berardina (1855-1915), Anna Siena (1859-1860), Pasquale (1861) e Ascenza (1863)
  21. Simone Scafati (1806-1862), figlio di  Sebastiano (1762-1842) e Domenica Di Gasbarro (1764-1835), sposò in prime nozze Maria Innocenzi (1812-1848) dalla quale ebbe cinque figli: Domenica (1840), Anna (1842), Sebastiano (1845-1846), Giacinta (1847) e Giovanna. In seguito alla morte della moglie sposò in seconde nozze Maria Antonia Di Berardini (1822-1891) dalla quale ebbe tre figli: Vincenza (1852), Maria (1858-1863) e Simone (1863)
  22. Francesco Scafati (1820-1905), figlio di Antonio (1796-1856) e Angela Spera (1790-1862), sposò Maria Rosa Carducci (ca.1824-1890) dalla quale ebbe cinque figli: Domenica Antonia (1849), Amelia (1851), Berardino (1854), Antonia (1858) e Domenico Antonio (1860)
  23. Antonio Sebastiano Peduzzi (1828-1908), figlio di Beniamino (1790-1856) e Caterina Spera (1784-1847), sposò Giovanna Maria Amanzi (1826-1907) dalla quale ebbe sei figli: Giuseppe (1857), Giuseppe (1858), Caterina (1860), Anatolia (1862), Vittoria (1866) e Filomena
  24. Angelo Maria Fracassi (1822-1880), figlio di Marco (1761-1840) e Irene Pozzi (1787-1852), sposò Ascenza Luce (1824-1906) dalla quale ebbe sette figli: Anna Maria (1848), Domenico (1852), Filomena (1854), Luisa (1856-1891), Marco (1861), Berardina (1864-1864) e Giovanni Caterino (1866)
  25. Gaetano Luce (1811-1878), figlio di Pasquale (1759-1829) e Ascenza D'Orazio (1766-1826), sposò Maria Peduzzi (1814-1897) dalla quale ebbe undici figli: Caterina (1834-1899), Pasquale (1836-1907), Domenica Rosa (1838), Giuseppe (1840), Berardino (1843-ca.1861), Antonia (1846-1861), Annunziata (1848), Angela (1850), Loreta (1853-1885), Giacomo (1853-1893) e Carolina (1858)
  26. Gennaro Luce (1796-1861), figlio di Pasquale (1759-1829) e Ascenza D'Orazio (1766-1826), sposò in prime nozze Carolina Panei (1789-1835) dalla quale ebbe una figlia: Maria Custodia (1819-1821). Sposò poi in seconde nozze Maria Nanni (1815-1892) dalla quale ebbe sette figli: Ascenza (1837), Francesco (1838-1894), Vincenzo (1840-1907), Felice Faustina (1843),  Giovanni (1846), Antonio (1850) e Maria Giuseppa (1853-1854)
  27. Sante Pozzi (1795), figlio di Giovanni Pietro (1760) e Celestina Spera (1774-1834), sposò Domenica Luce (1800-1887) dalla quale ebbe undici figli: Giovanni (1820), Francesco (1822), Andrea (1824-1827), Angela Leonilda (1826), Agata (1830), Giovanni (1831-1832), Agnese (1833-1906), Maria Caterina (1839-1842), Leonilda (1842-1915) e Caterina (1842)
  28. Angelantonio Peduzzi (1820-1894), figlio di Francesco (1794-1861) e Berardina Fracassi (1793), sposò in prime nozze Chiara Cemini (1824-1864) dalla quale ebbe quattro figli: Maria Giuseppa (1855-1862), Annunziata (1857-1897), Vincenzo (1859-1859) e Vincenza (1861-1934). Sposò poi in seconde nozze Maria Domenica Rubeis (1841) dalla quale ebbe sei figli: Francesco (1866), Marco (1869-1896), Pasqua (1871), Ermete (1874), Chiara (1878) e Berardino (1882)
  29. Francesco Fracassi (1787-1875), figlio di Croce (1772-1851) e Pasqua De Angelis (1777-1843), sposò Berardina Fracassi (1790-1853) dalla quale ebbe sette figli: Clementina (1816-1890), Ferdinando (1816-1817), Sinforosa (1818), Costantino (1820-1890), Anna Rosa (1821-1880), Angela Felicia (1823-1901) e Caterina (1828)
  30. Domenico Peduzzi (1802-1875), figlio di Francesco (1768-1843) e Geltrude Amanzi (1772-1843), sposò Rufina Scafati (1818-1888) dalla quale ebbe sei figli: Antonia (1843), Giuseppe (1846), Berardina (1850-1898), Vincenzo (1852), Rosa (1856) e Angelo (1861-1898)
  31. Paolo Amanzi (1819-1900), figlio di Giovanni Battista (1792-1864) e Anatolia Di Pietrantonio (1797), sposò Filippa Navilia Spera (1822-1893) dalla quale ebbe dieci figli: Giovanni (1849), Angela (1850-1895), Maria Annunziata (1853-1853), Maria Annunziata (1854), Mattia Antonio (1856-1863), Annunziata (1859-1893), Filomena (1860-1861), Anatolia (1861), Domenica Antonia (1864) e Giovanni Battista (1866)
  32. Pasquale Luce (1821-1865), figlio di Sinibaldo (1781-1822) e Camilla Fracassi (1793), sposò Giovanna Maria Luce (1824-1890) dalla quale ebbe quattro figli: Paola (1844-1887), Sinibaldo Nestore Modesto (1846-1846), Luigi Domenico (1852) e Lorenza (1859)
  33. Giovanna Zuccaretti (1820), figlia di Domenico (1795-1876) e Maddalena Di Nicola (1803), sposò in prime nozze Luigi Di Gregorio (1807-1860) da cui ebbe due figli: Francesca (1841-1903) e Teresa (1848). Sposò poi Giovanni Candido De Sanctis (Rosciolo 1807) con il quale non risulta che ebbe figli.
  34. Filippo Zuccaretti (1824-1904), figlio di Domenico (1795-1876) e Maddalena Di Nicola (1803), sposò Maria Di Gregorio (1815-1887) dalla quale ebbe un figlio Giovanni. Ebbe in seguito un legame con Concetta Colagiacomo (di Rovere) dalla quale ebbe un figlio Domenico (1894-1895).
  35. Santa Di Rocco (1790-1854), figlia di Francescangelo (1748-1824) e Palma D'Angelo (1748-1822), sposò Bonifacio Spera (1782-1844) dal quale ebbe sei figli: Nicola, Angelantonio (1820-1903), Lino (1822-1895), Antonio (1824-1826), Pietro Felice (1825) e Francescangelo (1827-1894)
  36. Lino Spera (1822-1895), figlio di Bonifacio Spera (1782-1844) e Santa Di Rocco (1790-1854), sposò in prime nozze Giovanna Paola Piccinelli (1824-1864) dalla quale ebbe cinque figli: Nicola (1855), Luigi (1856), Anatolia (1858-1859), Berardino (1860-1863) e Antonio (1862-1863). Sposò poi Grazia D'Agostino (1829-1901) dalla quale ebbe quattro figli: Antonio (1865), Ascenza (1868), Berardino (1870) e Francesco (1874)
  37. Filippo Falcioni (1824-1899), figlio di Nicola (1775-1830) e Lucia Scafati (1780), sposò in prime nozze Caterina Scafati (1827) dalla quale ebbe cinque figli: Domenico Antonio (1856), Lucia (1860), Pasquale (1863), Pasquale (1865-1875) e Giovanni (1869). Sposò poi Crocifissa Cremonini (1824-1890) dalla quale non ebbe figli.
  38. Gabriele Piccinelli (1785-1877), figlio di Pietro (1750-1818) e Maria Lucia Salvatore (1761-1833), sposò Vittoria Di Pietrantonio (1798) dalla quale ebbe nove figli: Caterina (1822), Giovanna Paola (1824-1864), Pietrantonio (1826-1863), Domenica (1830-1831), Domenico (1832), Maria Lucia (1835-1840), Domenicantonia (1838), Maria Lucia (1841) e Luca
  39. Gregorio Lanciotti, figlio di Vincenzo Lanciotti (1781-1834) e Francesca Sbariggi (1780-1848) nacque a S. Anatolia il 24 maggio 1822 e ivi morì il 14 giugno 1902. Sposò Maria Amanzi (1831-1907) dalla quale ebbe cinque figli: Marianevia (1856-1915), Francesco (1859), Filomena (1862-1872), Antonio (1865-1866) e Antonio Lorenzo (1867-1891)
  40. Filippo Amanzi, figlio di Generoso Amanzi (1768-1825) e Angelica Muzi (1764-1829) nacque a S. Anatolia l'8 luglio 1795 e ivi morì l'11 novembre 1873. Sposò Angela Luce (1795-1850) da cui ebbe sette figli: Germano (1819-1897), Maria (1822-1823), Francesco (1824-1826), Michele (1826-1826), Annunziata (1828-1836), Pietro (1832-1880) e Giancarlo (1835)
  41. Ferdinando Scafati, figlio di Domenico Scafati (1777-1843) e Agnese Luce (1773-1852), nacque a S.Anatolia il 2 ottobre 1808 e ivi morì il 30 giugno 1899.  Sposò Maria Di Cola (1810) dalla quale ebbe otto figli: Don Angelo (1832-1893), Pasquale (1834), Caterina (1836-1904), Amelio (1840), Berardina (1842), Domenico (1845), Cristina (1847) e Luisa (1850).
  42. Gennaro Luce, figlio di Pasquale Luce (1759-1829) e Ascenza D'Orazio (1766-1826), nacque a S. Anatolia il 19 settembre 1796 e ivi morì il 13 marzo 1861. Sposò Carolina Panei (1789-1835) da cui ebbe Maria Custodia (1819-1821). Sposò in seconde nozze Maria Nanni (1813-1892) dalla quale ebbe sette figli: Ascenza (1837), Francesco (1838-1894), Vincenzo (1840-1907), Felice Faustina (1843), Giovanni (1846), Antonio (1850) e Maria Giuseppa (1853-1854).
  43. Pasquale Luce, figlio di Sinibaldo Luce (1781-1822) e Camilla Fracassi (1793), nacque a S. Anatolia il 27 marzo 1821 e ivi morì il 27 dicembre 1865. Sposò Giovanna Maria Luce (1824-1890) dalla quale ebbe quattro figli: Paola (1844-1887), Sinibaldo Nestore Modesto (1846-1846), Luigi Domenico (1852) e Lorenza (1859)
  44. Nicola Pozzi, figlio di Angela Vittoria Pozzi (1788-1852) e di padre ignoto, nacque a S. Anatolia il 12 aprile 1817 e ivi morì il 10 settembre 1890. Sposò Vittoria Prigenzi (1821-1889) dalla quale ebbe sei figli: Leonardo (1845-1879), Piacentina (1847), Teodora (1851), Francesco (1853), Achille (1857) e Ambrogio (1860)
  45. Francesco Fracassi (1787-1875), figlio di Croce (1772-1851) e Pasqua De Angelis (1777-1843), sposò Berardina Fracassi (1790-1853) dalla quale ebbe sette figli: Clementina (1816-1890), Ferdinando (1816-1817), Sinforosa (1818), Costantino (1820-1890), Anna Rosa (1821-1880), Angela Felicia (1823-1901) e Caterina (1828)
  46. Pietro Vincenzo Falcioni, figlio di Nicola Falcioni (1775-1830) e Lucia Scafati (1780), nacque a S. Anatolia il 14 dicembre 1803 e ivi morì il 15 febbraio 1888. Sposò Francesca Scafati (1804-1874) dalla quale ebbe sei figli: Nicola (1836-1870), Maria Maddalena (1838), Stefano Celestino (1840-1841), Maria (1842-1874), Antonio (1844) e Teresa (1846)
  47. Cesare Innocenzi, figlio di Nicola Amanzi (1744-1798) e Berardina Angela Innocenzi (1764-1823), nacque a S. Anatolia il 13 febbraio 1787 e ivi morì il 18 maggio 1863. Sposò Saveria Luce (1776-1850) dalla quale ebbe cinque figli: Nicola Antonio (1811-1816), Maria (1812-1848), Vincenzo Anastasio (1814), Vincenzo (1815-1898) e Anna Peppa (1817)
  48. Francesco Federici, figlio di Berardino Federici (1794-1844) e Anna Antonia Gentile (1785-1872), nacque a S. Anatolia il 4 ottobre 1814 e ivi morì il 21 maggio 1884. Sposò Rosa Falcioni (1817-1901) dalla quale ebbe otto figli: Maria (1843), Berardino (1845-1866), Teresa (1848), Pasquale (1851), Giuseppa (1853), Annunziata (1856), Luigi (1859) e Antonio (1864)
  49. Teodoro BONANNI, Le antiche industrie dell'Aquila, 1888 - All'interno del libro ci sono varie carte topografiche tra cui una del 1853 dell'Abruzzo Ulteriore II con dettaglio del numero degli abitanti per singola frazione e comune - Nel 1847 la popolazione era la seguente: Distretto di Cittaducale con 55.602 residenti - Circondario di Borgocollefegato con 8.099 residenti con due comuni principali: Borgocollefegato abitanti 857 con i seguenti Comuni riuniti: Castel menardo ab. 691, Torano ab. 567, S. Anatolia ab. 532, Corvaro ab. 1.148, Spedino ab. 172, Poggio di Valle ab. 139 (totale 4.106 residenti) - Pescorocchiano abitanti 1.055 con i seguenti Comuni riuniti: Leofreni ab. 370, Tonnicoda ab. 369, Torre di Taglio ab. 717, Poggio S. Giovanni ab. 254, Girgenti ab. 347, Macchiatimone e Roccaberardi ab. 881 (totale 3.993 residenti) - Fonte: Giornale degli atti dell'Intendenza della Provincia del Secondo Abruzzo Ulteriore, anno 1848, xiii de Regno di S. M. Ferdinando II, Aquila 1848, p. 338, L'Aquila "Stato della Popolazione a tutto dicembre 1847".
  50. Wikipedia Italia - Voce «Università degli Studi di Napoli Federico II» - Link
  51. Wikipedia Italia - Voce «Scuola medica salernitana» - Link
  52. "Il Portale del Sud" (http://www.ilportaledelsud.org/primati.htm) - "La voce di Megaride" (http://www.vocedimegaride.it/html/primatidelregno.htm)
  53. Corriere della Sera - 1861-2001 L'Italia e gli italiani ai censimenti - Gli abitanti, gli studi, il lavoro, la vita quotidiana: 14 fotografie di una nazione (http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerThread.php?threadId=censimento1)
  54. Istituto Geografico Militare Italiano - Firenze, archivio cartografico in Piazza San Marco, armadio 93, cartella 75, documento 9471 - 1834-1860 - carta 1:20.000 del Regno di Napoli - F. 5 foglio 21 - http://www.igmi.org/ancient/scheda.php?cod=2063
  55. Wikipedia Italia - Voce «Regno delle Due Sicilie» - Link - "Il Portale del Sud" (http://www.ilportaledelsud.org/benessere_due_sicilie.htm)
  56. Wikipedia Italia - Voce «Napoli» - Link
  57. Wikipedia Italia - Voce «Esercito delle Due Sicilie» - Link 
  58. L'organizzazione dello Stato unitario di Aldo Sandulli e Giulio Vesperini (http://dspace.unitus.it/bitstream/2067/1886/1/RTDP-Giulio.pdf) - Wikipedia Italia - Voce «Servizio militare di leva in Italia» - Link
  59. Le notizie sul brigantaggio sono state prese da: Domenico LUGINI, Memorie storiche della regione Equicola, ora Cicolano, Rieti 1907 e Luciano SAREGO, Reazione e brigantaggio nel Cicolano (1860-1867), Rieti 1976.
  60. L. SAREGO, p. 76 - 77 - Ferdinando Scafati (1808-1899) era figlio di Domenico e Agnese Luce - Costantino Placidi (1817-1888) era figlio di Nicodemo e Maria Giovanna Organtini - Alessandro Panei (1808-1863) era figlio di Giuseppe e Berardina Luce - Angelo Passalaqua (1839) era figlio di Matteo e Marta Chiara Peduzzi
  61. L. SAREGO, p. 75 - 76
  62. L. SAREGO, p. 101
  63. L. SAREGO, p. 76 - D. LUGINI, p. 378
  64. L. SAREGO, p. 101
  65. L. SAREGO, p. 76
  66. L. SAREGO, p. 91-92 nota 25 - D. LUGINI, p. 390
  67. Archivio di Stato dell'Aquila - Stato Civile della Restaurazione - Registro degli Atti di Nascita di Torre di Taglio - 1823 n. 14 - Registro degli Atti di Matrimonio di Corvaro - 1855 n. 6
  68. D. LUGINI, p. 395
  69. L. SAREGO, p. 37-39, p. 133 n. 19
  70. L. SAREGO, p.116 - D. Lugini pag. 403
  71. L. SAREGO, p. 117
  72. L. SAREGO, p. 117 - D. Lugini pag. 403 - Per altre notizie vedi: Appendice I - Racconti e tradizioni orali - Le famiglie Spera e Luce - D'Ascenzo Maria e Piccinelli Pietrantonio
  73. Internet - Terre Marsicane
  74. Appendice I - Racconti e tradizioni orali - Giuseppe Luce, il brigante dal cuore tenero
  75. Archivio di Stato di Rieti - Registro dei morti di Sant'Anatolia del 1870 n.9 - Registro dei morti di L'Aquila del 1870 n.199
  76. L. SAREGO, p. 184
  77. D. LUGINI, p. 371 e 476: "nell'ottobre 1860 bande di patrioti nel Cicolano avevano formato un piccolo esercito con quartier generale a Fiamignano, con capi e vari sottocapi (in tutto circa 2000 individui): " Era sottocapo ... Giuseppe Luce per Sant'Anatolia..."
  78. L. SAREGO, p.115
  79. L. SAREGO, p. 184
  80. L. SAREGO, p. 116 - 136 n. 37 - 184 - D. Lugini pag. 403
  81. D. Lugini pag. 403
  82. Da un racconto di Angelo Amanzi figlio di Ercole e Candida Fracassi - Appendice I - Racconti e tradizioni orali - Giuseppe Luce, il brigante dal cuore tenero - Baldassarre, Campanella e Alessandro Panei
  83. L. SAREGO, p. 117 - 139 n. 41-50
  84. L. SAREGO, p. 117 - 118
  85. L. SAREGO, p. 118
  86. L. SAREGO, p. 200 n. 42
  87. L. SAREGO, p. 184 - 185
  88. L. SAREGO, p. 185
  89. L. SAREGO, p. 174
  90. Appendice I - Racconti e tradizioni orali - Giuseppe Luce, il brigante dal cuore tenero