Capitolo V - Secolo XVII

L'università di S. Anatolia nel seicento - Sacerdoti di S.Anatolia e visite pastorali nella prima metà del '600 - Peste orientale e Confraternità della Buona Morte - Sacerdoti di S.Anatolia e visite pastorali nella seconda metà del '600 - La famiglia Placidi e la Cappella della Madonna del Carmelo

L'università di S. Anatolia nel seicento

Nel 1615 Filippo Colonna aveva riacquistato, da Ascanio Valignano, la baronia di Sant'Anatolia, Spedino, Latusco e Cartore, riportando quei castelli all'interno della contea di Alba. Dopo aver ottenuto il giuramento dei sindaci, Filippo, la cui sfera di interesse si situava soprattutto nello Stato della Chiesa, tentò subito di rivendere la baronia a don Pietro Caffarelli, il quale era disposto a pagare una somma considerevole per riunire la baronia al castello di Torano di cui era già proprietario. Purtroppo per lui e per il Colonna, questa operazione, questo essere sballottati da un feudatario all'altro, fu percepita dagli abitanti dei quattro paesi come una umiliazione e furono incaricate le persone più autorevoli del territorio a rivolgersi al re per supplicarlo di voler dipendere direttamente da lui e di affrancare le quattro terre da nuovi e vecchi padroni (1).

«Illustrissimo et Eccellentissimo Signore. I sindici, eletti, et massari dell'università de Sant'Anatoglia, Spedino, e Latuschio, fanno intendere à Vostra Illustrissima come don Felippo Colonna, Gran Contestabile del Regno di Napoli, utile loro padrone, và trattando di vendere dette terre à Gio: Pietro Cafarella, ò altri, et così s'ha proposto, et manifestato, et come chè desiderano sotto la protettione de Sua Maestà, e de Vostra Illustrissima, e non sotto iurisdizione baronale, hanno fatto conclusione di aver ricorso à Vostra Illustrissima, e di domandare il Reale demanio, parola supplicando à fargli grazia concedercelo offirendo  de adempire à quanto sono tenuti, et intanto ordinare, che detto don Filippo non contraha, ne dia, ne trasfirisca possessione à persona alcuna, che lo riceveranno à gratia, ut Deus».

Le voci girarono in fretta, o forse furono direttamente i locali a contattarlo, fatto sta che il vecchio barone Ascanio Valignani venne a conoscenza della trattativa in corso tra Filippo Colonna e Pietro Caffarelli e anche lui, non per difendere i locali ma per venali interessi personali, intervenne contro questa operazione chiedendo a don Filippo la restituzione della baronia. In effetti la baronia appena riacquistata dal Colonna sarebbe stata rivenduta ai Caffarelli ad un prezzo maggiorato di ben 3.000 ducati e Ascanio riteneva che quel sovrapprezzo era giusto che lo ricevesse lui.

«Saperà Vostra Illustrissima, come ho per intiso per cosa certissima, che il Signor Contestabile habbia fatta la vendita delle terre che hebbe da me al Cafarello, e questo è contra li nostri patti e conventioni, però mentre Sua Eccellenza vol far esito di dette terre Io per il medesimo prezzo, che gli le vendei le repigliaro, dandoli la sua moneta, et Sua Eccellenza lo deve fare perche Vostra Illustrissima sape con quanta prontezza, et affettione gli vendei, ancorchè dal Cafarello me fusse offerto tremila ducati, di più, io li volli dare a Sua Eccellenza, e tanto più lo deve fare quanto che io di questa mia pronta voluntà non ne habbia havuta nessuna remuneratione l'ho voluto avvisare à Vostra Illustrissima acciò me avvisi, e favorischi in questo part.ne perchè lo quanto sia il sudddetto valore, tanto più che quelle genti resolutissimamente non vogliono il Cafarello, che mentre Sua Eccellenza non li vole, che non vole star sotto ad altro pardone, che al loro antico, mi pareno che tengono ragione, e quando Sua Eccellenza non li compiacerà di questo Io li moverò liti poichè ci è fide comisso della signora Beatrice Colonna b.m. et così anco dalla b.m. della mia Signora mia, oltra che dirò di latione, et che le castilla vogliono più, e che Sua Eccellenza mi paghi il de più con far raggirellare le dette terre mie è parso il tutto avvisarba Vostra Illustrissima acciò con  la sua prudentia al tutto remedij, che questo è quanto mi occorre ne aspetto grata risposta per la volta di Roma, dove à quest'hora sarei se non fosse persona caduta, che la fatto da cavallo che me have tenuto, e tiene con dolore mà spero che presto mi risolverò affine à Vostra Illustrissima prego à favorirme conforme al suo solito verso di me, abbacio le mani, e dallo Signore le prego ogni bene da Chieti 12 gennaio 1618. Ilustrissimo per servirla. Ascanio Valignani».

Non conosciamo altri dettagli sull'operazione, sappiamo però che tutto fu interrotto, i Colonna smisero di cercare nuovi acquirenti e i quattro paesi ottennero una certa autonomia rimanendo tecnicamente feudi della famiglia. Qualche anno dopo, il 29 agosto 1621, Filippo Colonna, forse per scusarsi dell'affare non andato a buon fine e per riconoscenza e stima verso la famiglia Caffarelli - «Havemo sempre desiderato occasione de mostrar con effetti la volontà, che tenemo alla Casa, e persona del Sig. Marchese Gio: Pietro Cafarelli in corrispondenza dell'affetto che detto signore e suoi passati han demostrato alli nostri antecessori, et a noi in particolare» - concesse, a titolo gratuito, a Giovan Pietro Caffarelli un grande terreno di 300 coppe (più di 15 ettari) del valore di circa 200 ducati, situato a San Biagio, al confine tra il territorio di Sant'Anatolia e Magliano (2).

1620 - Abruzzo Citra e Ultra - particolare

Carta topografica dell'Abruzzo Citra ed Ultra del Magini nel 1620 - Particolare della zona nei dintorni di S.Anatolia
S.Anatoglia, Turano, Latusci, Spendino, Risciolo, Lo Cervaro, Le Grotte,
Vellino, Collefecato, Vil. Col. Fec., C. Monardo, La Duchessa, Coll'Arso, Magliano, Marano, etc.

Filippo Colonna (1578-1639), «Duca de Paliano de Tagliacozzo, ò de Marsi, Principe de Paliano, e de Sonnino. Marchese de Cave e dell'Atessa. Conte d'Albe, de Manoppello, e de Ceccano. Barone della Valle de Roveto, de Carsoli, Cerro, e Plaisano. et Gran Contestabile del Regno de Napoli» (3) da sua moglie Lucrezia Tomacella (1580-1622), della casa di papa Bonifacio IX, ebbe undici figli: Federico (1601-1649), Girolamo (1604-1666), Marcantonio (ca.1605-1659), Carlo (1607-1686), Giovanni Battista (+1638), Prospero (+1658), Pietro, Anna (+1658), Ippolita, Clara Maria, Maria Teresa.

Nel 1629 assegnò in dote al figlio Marcantonio le terre di Corvaro, Sant'Anatolia, Latusco e Spedino. Questi, il 25 aprile di quell'anno, sposò a Palermo, probabilmente per procura, donna Isabella Gioeni Cardona, figlia ed erede di don Lorenzo, Principe di Castiglione. Il mese successivo Marcantonio dovette andare a Palermo a «consumar detto matrimonio» e, con atto stipulato il 27 maggio, fece procura a suo padre di gestire, in quel periodo di assenza, le terre per suo conto:

«Illustrissimo et Eccellentissimo Signore mio Padre, e Padrone. Havendome Vostra Eccellenza fatto gratia de assegnarme le terre del Corvaro, S. Natoglia, Latusco e Spedino in Abruzzo con le loro iurisdizioni et entrate in questa occasione del matrimonio, che è seguito tra me, e la Sig. D. Isabella figlia del Principe di Castiglione, e dovendo io partir per Sicilia per consumar detto matrimonio. Prego Vostra Eccellenza a contentarse che io la faccia, come in virtù della presente la costituisco mio Procuratore ad amministrar la Iurisditione delle Terre e Castelli, e deputar, e mutuar gli offitiali, aggratiar le pene, et a far tutto quello che potesse far io se fussi presente, dando a Vostra Eccellenza tutte le facoltà che haveva nelle dette terre perchè mel'assegnasse con le clausole necessarie et opportune facendo perfini a Vostra Eccellenza rimessa. Dato in Roma 27 maggio 1629. Marcantonio Colonna» (4).

Filippo Colonna morì l'11 aprile del 1639 e dopo la sua morte si scoprì che aveva nominato erede il figlio Girolamo, al posto del primogenito Federico. Questa decisione creò un conflitto di successione e mentre i fratelli maggiori combattevano per il controllo del ducato, Marcantonio portò il titolo di principe di Paliano e «Corbarij dux», occupandosi dei feudi (5).

Il 7 giugno del 1639 «Marcus Antonius Columna» fece procura al fratello «Illustrissimum et Reverendissimum Abbatem don Petrum Columnam» di governare, per suo conto, le terre di «Corbarij, Sancte Anatolie, Latuschi et Spedini» le quali, insieme, presero il titolo di ducato di Corvaro (6).

Due anni dopo, nel 1641, il primogenito Federico Colonna, che aveva sposato Margarita Branciforte d'Austria, morì senza lasciar figli e i titoli passarono, senza ulteriori discordie, al secondogenito Girolamo il quale, poichè ricopriva cariche ecclesiastiche di grande rilievo, era cardinale e arcivescovo, fece amministrare i suoi feudi dal fratello minore Marcantonio.

Marcantonio morì nel 1659 e Girolamo sette anni dopo. Alla morte di quest'ultimo i feudi andarono in eredità a Lorenzo Onofrio, figlio di Marcantonio, che nacque a Roma il 19 aprile 1637 e che, essendo figlio anche di Isabella Gioeni, acquisì il duplice cognome di Colonna Gioeni. Egli ereditò dal padre e dallo zio i seguenti titoli: «principe Romano, duca di Tagliacozzo, de' Marsi, e Ernici, e del Corvaio, principe di Paliano, Sonnino, e Castiglione, marchese dell'Atessa, e di Giuliana, conte di Rhegio, d'Albe, di Chiusa, e Manupello, grande di Spagna di prima classe, e gran contestabile del Regno di Napoli». Sposò Maria Mancini (1649-1715), nipote del cardinale Giulio Mazzarino, la quale gli diede tre figli: Filippo (1663-1714), Marcantonio (1664-1715) e Carlo (1665-1739) (7).

Muzio Febonio (latinizzato in Mutius Phoebonius), ecclesiastico, agiografo, storico e poeta marsicano, nacque ad Avezzano il 13 luglio 1597 e morì a Pescina il 3 gennaio 1663. Nella sua monografia "Historiae Marsorum", pubblicata nel 1678 dopo la sua morte, venne citata anche Sant'Anatolia (8).

Nel 1682 Giacomo Silvi romano scrisse ai Colonna in merito ad una abitazione di loro proprietà sita a Sant'Anatolia e utilizzata da un cittadino di nome Amico, figlio di Federico de Amicis (9). Siccome questi utilizzava la casa «senza che ne paghi peso nessuno», il Silvi suggerì ai Colonna di sfrattarlo e di chiedere anche un risarcimento «stante che l'ha deteriorata in modo che si è resa quasi che inhabitabile del tutto». L'Università di Sant'Anatolia si era proposta di prendere la casa in enfiteusi pagando il canone al Colonna. Il Colonna chiese al suo esattore Aurelio Onofri di consultare e chiedere spiegazioni al De Amicis e questi rispose: «ho fatto chiamare Amico di Federico d'Amici di Sant'Anatoglia possessore della suddetta casa, il quale mi dice, che fù donata al quondam Amico suo Avvo dall'Eccellentissimo signor don Federico Colonna, e che voleva sopra di ciò far le diligenze, se poteva ritrovarne scrittura, o memoria alcuna, che è quanto devo rappresentare all'Eccellenza Vostra, alla quale resta facendi humilissima riverenza. Tagliacozzo li 10 decembre 1682». Questa controversia, di cui non sappiamo gli esiti, con molta probabilità andò archiviata, in quanto i Colonna avevano interessi troppo grandi in Italia per poter badare a questioni di così poco conto.

Nel 1683 vi fu una corrispondenza tra l'università di Sant'Anatolia e i Colonna in merito a dei possedimenti che circa mezzo secolo prima erano stati di proprietà del defunto notaio Quizio Rubeis (10). I terreni erano stati acquistati dalla famiglia Colonna e quindi rientravano tra i beni burgensatici ossia privati della famiglia, e non tra quelli di gestione feudale che oggi verrebbero detti demaniali. La famiglia Colonna, attraverso il personale dell'erario, i cosiddetti «erarij pro tempore» («notar Giovan Pietro Franchi, e Francesco Antonio Conti del Corvaro, erarij. Pompeo Resta, Oddo Mancini, Francesco Resta, et altri erarij di Tagliacozzo»), da circa cinquantanni aveva sempre incassato la quota di grano pattuita con gli affittuari che volta per volta gestivano i terreni, e «mai li grani pervenuti dalli detti terreni di detto Quitio Rubeis sono stati accredenzati all'Università», «mà sempre riportati nel fundico de grani di Tagliacozzo, senza che l'Università supplicante n'habbia ricevuto danno alcuno». Nel 1665 l'esattore Francesco Resta pretese di prelevare la quota direttamente dall'Università di S. Anatolia, invece che dall'affittuario dei terreni. Si pervenne ad una causa che si concluse con l'ordine dato all'esattore di non chiedere la quota all'Università ma direttamente all'affittuario dei terreni e l'ordine «fu osservato prontamente, e per detta causa l'Università supplicante non ne fu molestata». Nel 1682, verso la fine dell'anno, l'esattore dei Colonna, Aurelio Onofri, pretese di nuovo che l'Università di Sant'Anatolia pagasse la quota relativa ai terreni del fu Quizio Rubei. Il 6 gennaio 1683 l'Università scrisse quindi ai Colonna accusando l'esattore di pretendere una cosa non giusta e che già quindici anni prima era stata risolta con una causa. Allussero anche ad un conflitto d'interessi tra l'affittuario Giovanni Francesco Scafati e l'esattore Onofri in quanto il primo «è familiare, e quasi servitore attuale della sua casa avalendosene in molte, e diverse occasioni». «Si supplica per tanto Vostra Eccellenza acciò resti servita di nuovo ordinare all'Erario non molesti l'Università supplicante à pigliare detto grano in credenza che è pervenuto, e perviene dalli terreni di detto quondam Quitio, mà li riceva esso medesimo come s'è fatto per il passato, et il grano si trova in podere di esso Giovanni Scafato, et altri affittuarij lo facci pagare dalli medesimi».

I Colonna scrissero un appunto sulla lettera, dando ragione all'Università in quanto già quindici anni prima la causa era stata affrontata e risolta. Prima di archiviare il caso vollero però una delucidazione dall'Onofri che, il 26 gennaio, replicò giustificandosi che egli era stato spinto a richiedere la quota all'Università invece che all'affittuario, per motivi di risparmio e comodità. Infatti, essendo la quota parte spettante ai Colonna per i terreni che furono del defunto Quizio Rubeis, formata da «qualche soma» di grano, era troppo oneroso «il farlo trasportare nel fondaco di queste mole» di Tagliacozzo o Corvaro. Se invece il grano fosse prima versato all'Università di S. Anatolia, e «il medesimo Giovanni colone... si è dichiarato pronto alla detta Università in consegnar il grano dovuto per la risposta di dette possessioni», e poi, sommato a quello versato all'erario dagli altri cittadini per le imposte feudali, fosse trasportato tutto assieme, i costi di trasporto sarebbero stati di molto abbattuti. Infine, rispetto all'allusione al conflitto di interesse con l'affittuario Giovanni Francesco Scafati l'esattore rispose «se poi come dice detta Università deve conseguire altre some per altre cause dal detto Scafato, puole costringerlo a sua sadisfazione; non havendo io mai protetto tal huomo, ne impedito il corso della giustitia, et anco Vostra Eccellenza riconosca che sia così».

Il 15 aprile del 1689 morì Lorenzo Onofrio Colonna Gioeni a cui successe il figlio Filippo II (11). Questi ebbe due mogli cioè Lorenza figlia di Gian Luigi della Garda Aragona, morta giovane e senza figli, e Olimpia figlia del principe Giovan Battista Pamphili. Dalla seconda moglie ebbe otto figli: Lorenzo (1698-1699), Filippo (morto giovane), Fabrizio (1700), Agnese (1702), Antonio (morto giovane), Clemente (1704), Girolamo (morto giovane) e Anna (1706-1745) (12).

Sacerdoti di S.Anatolia e visite pastorali nella prima metà del '600

Nel 1609 la «parrochialis et curata ecclesia sancte Anatolie, abbazia nuncupatas», che era stata curata nell'ultimo ventennio dal defunto don Berardino Mario (ca.1525-1609), passò a don Innocenzo Innocenzi. Questi, in virtù del nuovo importante incarico, si dovette dimettere da quello di parroco di San Tommaso di Latuschio e di canonico della chiesa di S. Anatolia che passarono rispettivamente a don Giovanni Maria Georgeo di Corvaro e a don Pietro Dragonetti. Don Giovanni Maria Georgeo, nel divenire parroco di Latuschio, dovette a sua volta dimettersi dalla cura del canonicato di S. Maria di Corvaro che passò a don Antonio Luce di S. Anatolia. Infine, sempre a causa della morte di don Berardino Mario, Il vescovo di Rieti Gaspare Pasquale, con bolla del 30 giugno 1609, nominò don Giovanni Antonio Cesaris rettore del beneficio di «Sancti Constantij in territorio Villa Cartorij» (13).

Dopo la morte di Gaspare Pasquali, avvenuta nel giugno del 1612, la diocesi di Rieti venne affidata al vescovo Pier Paolo Crescenzi (1572-1645), che onorò tale incario fino al 1621, anno in cui venne trasferito alla diocesi di Orvieto (14). Nel 1613, come suo dovere, fece la visita pastorale della diocesi (15) e il 6 ottobre, proveniendo da Corvaro, arrivò a Cartore dove visitò le chiese di San Lorenzo e di San Nicola. Nel resoconto della visita il segretario del vescovo scrisse che la chiesa di San Lorenzo era retta da don Vincentius de Vincentijs, ma, non apparendo in altri documenti un personaggio con quel nome e non esistendo quel cognome nel nostro territorio, si ipotizza un errore di trascrizione: non Vincenzo de Vincentiis quindi ma Vincenzo Innocenzi, probabile nipote dell'omonimo parroco di Sant'Anatolia deceduto 25 anni prima.

La sera del 6 ottobre 1613 il vescovo raggiunse il castello di Sant'Anatolia dove visitò la chiesa di San Nicola e, il giorno dopo, le chiese di S. Anatolia, S. Atanasio e S. Maria del Colle. Trovò che alcuni altari come ad esempio quello di San Sebastiano, del Rosario e di San Giovanni mancavano di alcuni requisiti e ordinò di fornirli del necessario per potervi celebrare. L'altare di Santa Maria, al lato destro della chiesa di S. Anatolia, era mal ridotto e il vescovo ordinò di demolirlo e mettere al suo posto un altare portatile. Trovò invece che la sacrestia della chiesa di San Nicola era ben messa, tranne per una parete che ordinò di imbiancare. La chiesa di Sant'Atanasio con l'ospedale annesso, aveva l'altare e il tetto da sistemare e le pareti da imbiancare. La chiesa di Santa Maria del Colle, retta da don Domenico Riccio, aveva una situazione simile, con le pareti da imbiancare. Il vescovo ordinò che tutte le chiese, in particolar modo quelle fuori dal castello, fossero tenute ben chiuse a chiave, per evitare intrusioni da parte di  ladri o malintenzionati.

La parrocchia di S. Anatolia era retta da don Innocenzo Innocenzi il quale, nel frattempo, era diventato il sacerdote più importante del territorio. Infatti nel «Synodus Dioecesana» tenuto a Rieti il 10 giugno del 1614, risulta essere alla guida del vicariato del Corvaro, comprendente la maggior parte delle chiese poste nelle frazioni dell'odierno comune di Borgorose.

VICARIATUS CORBARIJ
Don Innocentius de Innocentijs, Abbas S. Anatolie, Vicarius Foraneus
Don Blaseus Garganus, Abbas S. Marie de Corbario et Canonicus S. Stephani
Don Joannes Maria Georgeus, Canonicus S. Stephani, et Rector S. Thome de Latusculo
Don Vincentius Chirice, Canonicus S. Stephani de Corbario et S. Anastasia de Collefegato
Don Taddeus Tolonettus, Canonicus S. Marie de Corbario
Don Alphonsus de Amicis, Archipreter S. Stephani
Don Iulius de Iulijs, Canonicus S. Stephani
Don Joannes Dominicus de Amicis, Rector S. Marie de Malito et Canonicus S. Anatolie
Don Iulius Aglanus, Rector S.
Don Sertorius Blasettus, Rector S. Nicolai de Fana
Don ...., Rector S. Antonij de Fiorentino
Don Petrus Riccius, Rector S. Crucis de Castel Manardo
Don Angelus de Santis, Rector S. Pauli de Otolis
Don Dominicus Riccius, Canonicus S. Anatolie
Don Alexander Odoardus, Rector S. Andree de Spedino
Don Iulius Fellius, Abbas S. Martini de Turano
Don Claudius Catinuis, Canonicus dicta ecclesia et Rector S. Nicolai de Griptibus
Don Petaccianus Bertoldus, Canonicus dicta ecclesia
Don Vincentius Venantius, Canonicus dicta ecclesia
Don Joannes Baptista Cacciatempus, Archipreter S. Anastasia del Collefegato
Don Pasqualis Felicis, Canonicus dicta ecclesia
Don Vincentius Roncetta, Canonicus eiusdem ecclesia
Don Placidus Catinus, Canonicus S. Joannis Leopardi
Don Jacobus Casalis, Rector S. Marie de Colle
Don Petrus Dragonettus, Canonicus S. Anatolie
Don Prosper Jusuis, Rector S. Egidij V. S. Marie de Pantanis, et S. Marie de Laureto V. Verriu, et alterius S. Nicolai de Riva; et S. Laurentij de Fano

Nel 1616 morì Don Giovanni Antonio Cesari di Sant'Anatolia e la cura della chiesa di S. Lorenzo, della chiesa di S. Costanzo e del canonicato di S. Anatolia, passarono rispettivamente a don Pietro Dragonetti, don Innocenzo Innocenzi e don Silvestro Cherubini (16).

Il 5 aprile del 1620, un tale Tibaldo Rocchi, nativo di Riofreddo ma residente a Magliano dei marsi, essendo in fin di vita e per redenzione della sua anima, espresse, davanti al notaio Josephi Georgei de Malleano, la volontà di donare i suoi beni alla cappella del Santissimo Rosario posta nella chiesa di S. Anatolia (17). In cambio chiese che ogni mese in perpetuo venissero recitate due messe in suo onore. Un mese dopo lo stesso era defunto. Il vescovo Crescenzi, con bolla del 4 maggio 1620, concesse a don Liberato Angeli di Sant'Anatolia, esecutore testamentario del defunto, lo jus patronato della cappella. La cappella già esisteva ma era senza dote, Tibaldus Rocchus la dotò dei seguenti beni:

Un pezzo di terra lavorativa nel territorio di S. Anatolia, in contrada "la Vallicella", confinante in due lati con i beni di N. Petri Federici, e con quelli di Jo: Paulo Donati dall'altro lato
Un pezzo di terra lavorativa nello stesso territorio, in contrada "il Vallone" confinante i beni di Jo: Bapta Ricci in più parti, e la via ai piedi.
Un pezzo di terra lavorativa nello stesso territorio, in contrada "le Pagliara" confinante con i beni di Centie Marini, la via da due parti, e altri confini
Un pezzo di terra lavorativa nello stesso territorio nel luogo detto "Soti", confinante con i beni di Jo: Dominici Moriconis da pià parti, e altri confini
Un pezzo di terra lavorativa nello stesso territorio, in contrada "le Lesche", confinante con i beni di d. Fucci Simonis e altri confini
Un pezzo di terra lavorativa nello stesso territorio, in contrada "lo Colle Verrano", confinante l'incolto, ed altri confini
Un pezzo di terra lavorativa nello stesso territorio, nel luogo detto "Tra le Vigne", confinante con i beni di Petri Moriconis, Alexandri Angeli, et altri confini
Un pezzo di terra lavorativa. in contrada "Colle Rotondo", confinante con i bweni della chiesa di S. Anatolia, con l'incolto, e altri confini
Un pezzo di terra lavorativa nello stesso territorio, in contrada "Volpe morta", confinante con l'incolto da due parti e alri confini

Il 27 settembre del 1620 il vescovo Crescenzi venne di nuovo a far visita al nostro territorio (18). Esso, dal punto di vista del clero, era amministrato dall'abate parroco don Innocenzo Innocenzi che aveva sempre la qualifica di «vicarius foraneus». Il vescovò visitò prima la chiesa di San Nicola che definì «ecclesiam parrochialem» poi quella di S. Anatolia che identificò come «ecclesia matricis». Nella chiesa di S. Anatolia fu ordinato che l'altare maggiore venisse fornito di «Umbella, et de Cruce cum Crucifixo».

La chiesa di S. Anatolia, nella quale anticamente si amministrava il SS. Sacramento («in qua antiquitus administrabant Santissimus Sacramentu»), che era scomoda in quanto situata fuori delle mura del castello («qua est extra dicta terram»), nonostante mantenesse la propria importanza quale chiesa più antica, dove venivano sepelliti i morti, la chiesa degli antenati, la «matrice» del paese, lentamente cedeva la qualifica di parrocchia, a quella di S. Nicola. Quest'ultima, che era la chiesa dove venivano battezzati i bambini, trovandosi al centro del paese, era più comoda ed accessibile a tutti. Inoltre, sempre per la sua posizione, era più protetta da furti e atti vandalici. Per definire e formalizzare definitivamente questo nuovo assetto, passerà però più di un secolo.

Nel marzo del 1621 Pier Paolo Crescenzi divenne vescovo di Orvieto e al suo posto si insediò nella diocesi di Rieti il nuovo vescovo Giovanni Battista Toschi. Tre anni dopo, l'8 marzo del 1624 don Silvestro Cherubini di S.Anatolia fu nominato parroco di S. Tommaso di Latuschio al posto del defunto don Giovanni Maria Georgeo di Corvaro. Prima della nomina il vescovo dovette chiedere l'assenzo al signor Filippo Colonna, feudatario del luogo (19).

Il 27 settembre del 1627 il vescovo raggiunse il villaggio di Latuschio, dove fece visita alla chiesa, e da dove partì per raggiungere San'Anatolia e Cartore (20). La chiesa era sempre retta da don Silvestro Cherubini il quale, insieme a don Pietro Dragonetti e a don Domenico Riccio, era anche canonico della parrocchia di S. Anatolia e S. Nicola. La parrocchia di S. Anatolia era retta da don Innocenzo Innocenzi, che era sempre vicario foraneo del vicariato di Corvaro. Il vescovo visitò la chiesa di S. Anatolia e i suoi altari: l'altare maggiore era sotto l'invocazione delle Natività di Nostro Signore Gesu Cristo, il vescovò ordinò di munirlo di due candelabri e della «Carta Gloria». Poi visitò l'altare del Rosario e quello sotto l'invocazione della Santa Maria Vergine di Loreto e ordinò di fornirli di ogni necessario. Per l'altare di S. Sebastiano ordinò di fornirlo dei candelabri, della Croce, della Carta Gloria e di un pallio dorato. Poi visitò la cappella di S. Anatolia che trovò ben messa. Il vescovo raggiunse la chiesa di S. Atanasio posta nei pressi delle mura del paese alla quale era annesso l'ospedale. La chiesa non aveva nessun reddito, non vi si celebrava ed era mancante delle suppellettili sacre. Visitò anche la chiesa di S. Nicola posta al centro del paese che trovò ben messa.

Il giorno dopo, il 28 settembre 1627, il vescovo visitò la chiesa di S. Maria del Colle che nel resoconto venne chiamata «S. Maria del Piano» e che era situata tra S. Anatolia e Torano. Aveva un beneficio semplice di cui usufruiva don Domenico Riccio di Sant'Anatolia. Il vescovo si diresse verso Torano e il giorno dopo, dopo aver visitato le chiese di Corvaro e Spedino, raggiunse la «villa diruta di Cartore» dove visitò le chiese di S. Lorenzo e San Nicola per le quali ordinò che si osservassero gli ordini già dati nella precedente visita del vescovo Crescenzi.

Giovanni Battista Toschi morì a Rieti il 13 dicembre del 1633 e al suo posto venne nominato, il 6 febbraio dell'anno successivo, Gregorio Naro (Roma 1581- Rieti 1634). Questi resse la diocesi solo per pochi mesi in quanto morì a Rieti il 7 agosto (21). La diocesi rimase vacante per circa otto mesi e in quel periodo si occupò provvisoriamente di essa il vicario Antonio Maria Prandoni. In quegli stessi giorni morì il sacerdote don Silvestro Cherubini lasciando scoperto uno dei tre canonicati di S. Anatolia. Il 24 agosto del 1634 il canonicato venne concesso al Clerico don Antonio Placidi (22).

Nell'aprile del 1635 Gianfrancesco Guidi di Bagno venne nominato vescovo di Rieti. Lo stesso anno, nella «Descrittione della Città di Rieti» di Pompeo Angelotti (23), venne redatto il «Catalogo de Castelli diocesani soggetti al vescovado di Rieti» e tra le terre elencate vi furono:

  • del Signor Contestabile Colonna: Corbaro
  • del Signor Duca Cesarino : Castel Manardo
  • de Signori Cesarini e Marieri: Colle Fegato, Borgo di Colle Fegato, Villa di Colle Fegato, Spedino
  • del Signor Contestabile Colonna: Latusco, Turano, S. Anatolia, Cartorio

Nei primi mesi del 1642 morì, all'età di circa 75 anni, don Innocenzo Innocenzi. Egli era stato parroco di S. Anatolia per ben 33 anni e lasciò la parrocchia a suo nipote don Alessio Innocenzi («don Alexis de Innocentijs Presbiterio de S. Anatolia») che, il 27 marzo di quell'anno, fu nominato parroco («parrochialis et curata ecclesia Sancte Anatolie abbazia nuncupatas») dal nuovo vescovo Giorgio Bolognetti. L'Illustrissimo Giorgio Bolognetti era subentrato alla diocesi di Rieti, il 28 febbraio del 1639, per dimissioni del precedente vescovo Gianfrancesco Guidi di Bagno.

La morte di don Innocenzo Innocenzi lasciò scoperti anche i ruoli di rettore della chiesa di «Sancti Constanzj de villa Cartorij» e della cappella di S. Giovanni nella chiesa di S. Nicola che furono affidati rispettivamente, con bolla del 24 marzo, a «don Petro Marino Presbiterio de S. Anatolia» e, con bolla del 27 marzo, a «don Petro Spera de S. Anatolia», quest'ultimo pronipote dell'omonimo fondatore dello jus patronato («Cappella sub invocatione Jovi Baptista in ecclesia Sancti Nicolai... de iure patronatus Francesci Spera pariter de Sancta Anatolia») (24).

In quello stesso anno il vescovo Giorgio Bolognetti venne a far visita al nostro territorio (25) e, dopo un sopralluogo nelle chiese di S. Maria di Brecciola e di S. Atanasio nel territorio di Spedino, il primo ottobre del 1642, passando per la valle al di sotto del «montem Ducissi», si diresse a Cartore dove raggiunse la chiesa di S. Lorenzo, il cui rettore era don Pietro Dragonetti. Trovò che il paese era completamente disabitato, forse a causa della peste che in quegli anni mieteva un gran numero di vittime, oppure per l'inevitabile abbandono derivato dal troppo isolamento che spinse i suoi ultimi abitanti a trasferirsi verso i castelli più grandi, quali ad esempio S. Anatolia o Corvaro. Il vescovo ordinò al rettore di fornire l'altare maggiore della pietra sacra e della tovaglia, di sistemare le pareti, il pavimento e il tetto, e di tenere la porta sempre ben chiusa a chiave  per difendere la chiesa dai «latronum, qui in illis partibus abbundant», e di fornire l'altare di tutti i paramenti e di ogni cosa necessaria per potervi celebrare messa. Ordinò poi che l'abbate parroco vi celebrasse almeno una messa nel giorno della festa del santo e che gli altri sacerdoti ne celebrassero almeno altre due.

Sempre nel territorio di Cartore vi era la chiesa diruta di S. Costanzo, che possedeva un beneficio semplice in cura a don Pietro Marino. Il vescovo ordinò di mettere una croce nel luogo dove si trovavano i ruderi della chiesa e di traferire il beneficio nell'altare maggiore della «ecclesiam matricis» di S. Anatolia. Sopra la valle di Cartore «in montem alpestris» vi era la «grypta S. Leonardi» con un beneficio in cura a don Alessio Innocenzi, che aveva un reddito annuale di ducati 10. Anch'esso venne trasferito nell'altare maggiore della chiesa di S. Anatolia. Il vescovo ordinò di celebrare almeno due messe all'anno in onore dei Santi Costanzo e Leonardo.

Lo stesso giorno il vescovo giunse a Sant'Anatolia e celebrò la messa nella chiesa di S. Nicola. Dopo aver amministrato la comunione e benedetto il popolo presente, iniziò il sopralluogo della chiesa visitando il Santissimo Sacramento che trovò ben conservato in una pisside situata all'interno del tabernacolo. Chiese di fornire la chiesa di un'altra pisside più grande e di mettere un crocifisso davanti al tabernacolo. L'altare doveva essere fornito di carta gloria, di telari, pallio, di una nuova pietra sacra e di uno sgabello. Visitò poi il Battistero dove suggerì di dipingere un'immagine di San Giovanni Battista. L'altare della Beata Vergine Maria, che doveva essere fornito di pietra sacra, telari, pallio, crocifisso e candelabri. L'altare del Santissimo Rosario, in cui vi era una confraternita. Il vescovo chiese che il parroco facesse un libro dove registrare i redditi di tale altare. L'altare di S. Giovanni Battista, che era jus patronato della famiglia Spera. Anche in questo caso il vescovo chiese di fornirlo del necessario per celebravi. Visitò il confessionale che il vescovo suggerì di posizionare sotto al pulpito. Per quanto riguarda La sacrestia, il vescovo chiese di fornirla di pianeta, manipolo e dalmatici bianchi. Visitò infine le sacre reliquie e i libri parrocchiali e per ogni cosa il vescovo fece le sue osservazioni.

Poi fece l'elenco del clero che era composto dall'abbate don Alessio Innocenzi e dai canonici don Domenico Riccio, don Antonio Placidi e don Pietro Dragonetti. La parrocchia aveva in cura 45 famiglie corrispondenti a trecento abitanti («focularia sunt 45, anime numero 300»).

Lo stesso giorno visitò la chiesa di S. Anatolia, che veniva anche detta «chiesa matrice», cioè chiesa madre o originaria. Visitò l'altare maggiore che doveva essere fornito di telari, pallio, crocifisso, candelabri e scanno. L'altare della Pietà, che doveva essere fornito di una tovaglia bianca. L'altare della Beata Vergine di Loreto, che doveva essere fornito di telari, pallio, crocifisso, candelabri e tovaglia. In esso vi era un beneficio semplice di jus patronato della famiglia Colonna di cui era titolare don Domenico Riccio di S. Anatolia. L'altare di S. Sebastiano era un altare portatile e doveva essere fornito di telari, pallio, crocifisso e candelabri. L'altare di S. Anatolia, la cui immagine era da restaurare, era ben dotato ma mancava dei candelabri.

Il vescovo visitò poi la chiesa di S. Liberatore il cui altare doveva essere fornito di candelabri, crocifisso, telari, pallio e tovaglie bianche. Il pavimento era da restaurare e le pareti da imbiancare. Sulla strada poi per andare verso Torano, visitò infine la chiesa di S. Maria del Colle, nella quale vi era un beneficio semplice del quale godeva don Domenico Riccio di Sant'Anatolia. Le pareti della chiesa erano in alcune parti da intonacare e imbiancare. Il pavimento in laterizio da sistemare. L'altare doveva essere fornito di pietra sacra. Il vescovo si raccomandò di chiudere sempre la chiesa a chiave.

Con bolla del 10 marzo 1647, Tancredi Tagliaferro, vicario del vescovo di Rieti Giorgio Bolognetti, nominò don Pietro Marini «don Petro Marino, presbiterio de S. Anatolia» rettore del beneficio chiamato «Canonicato» nella chiesa di S. Anatolia, beneficio di jus patronato del duca Marco Antonio Colonna. La nomina avvenne per morte del precedente rettore don Domenico Ricci (26).

Peste orientale e Confraternità della Buona Morte

Nel 1586 Scipione Mazzella, napoletano, scrisse una guida particolareggiata del Regno di Napoli, con l'elenco dei fuochi, cioè delle famiglie, di tutte le città e paesi del regno. Egli intitolò la sua opera «Descrittione del Regno di Napoli» e nel 1601 ne scrisse una edizione aggiornata. In seguito altri autori, dopo la sua morte, aggiornarono regolarmente la guida nel 1628, 1629, 1640, ecc. (27). Nel 1644 fu la volta di Ottavio Beltrano che inserì nella guida l'elenco dei fuochi degli ultimi due censimenti del 1561 e del 1595 e, nell'edizione aggiornata del 1671, l'elenco dei fuochi dei censimenti del 1648 e del 1669:

TERRA-CASTELLO Anno 1561 Anno 1595 Anno 1648 Anno 1669
Collefegato 93 92 50 63
Castelmenardo 82 61 50 67
Poggiovalle 26 17 12 16
Corvaro 164 124 124 53
Latusco 22 19 19 0
Magliano 291 126 210 120
Marano 53 38 30 19
Rosciolo 141 121 121 41
Spedino 29 21 12 13
Sant'Anatolia 130 114 90 43
Torano 100 84 84 61
TOTALE 1131 817 802 496

In quei cento anni, tra il 1561 e il 1669, la popolazione totale del circondario (vedi prospetto) era scesa da 1131 fuochi, cioè circa 6800 individui, a 496 fuochi, cioè circa 3000 individui. Latusco, che partiva da una popolazione di 22 famiglie, si ritrovò disabitato e lo stesso accadde a Cartore che, con una popolazione nel 1570 di circa 100 abitanti, nel 1642 era completamente abbandonato.

Era arrivata la peste! Così si esprime Giuseppe Gattinara nella sua «Storia di Tagliacozzo»: «1656. La peste orientale, cosi detta perchè originaria dell'Etiopia o dell'Egitto, assalì novellamente e con maggior furore le Marsicane contrade. I suoi sintomi erano bubboni, pustole maligne, petecchie e carboncelli su varie parti del corpo e segnatamente sui gangli linfatici. Per questa epidemia il villaggio Gallo (nei pressi di Marano) restò del tutto deserto ed in quello di San Donato sopravvissero solo otto persone» (28). Insomma, tale fu il numero dei contagiati che la peste del 1656 dimezzò la popolazione del Regno di Napoli (29).

Calcolando una media di sei abitanti per famiglia (30), Sant'Anatolia, la cui popolazione nel 1561 era di 130 famiglie, circa 780 individui, nel 1595 scese a 114 famiglie, circa 685 individui, e nel 1648 si ridusse ancora a 90 famiglie, circa 540 individui. Infine, nel 1669, nel decennio in cui imperversò la peste orientale, il paese quasi scomparve riducendosi a 43 famiglie, circa 260 individui. Anche Corvaro, Magliano, Marano, Rosciolo, Spedino e Torano subirono la stessa sorte, mentre Collefegato, Castelmenardo e Poggiovalle, furono in parte risparmiati dal terribile flagello (31).

In quel tempo non esisteva un servizio pubblico che provvedesse alla sepoltura dei cadaveri. Il triste compito era assolto in genere dalle confraternite o dai familiari del defunto. Per coloro che non appartenevano ad alcun sodalizio e per le famiglie a cui la miseria non permetteva il trasporto della salma, provvedeva la pubblica carità non organizzata. Qualche volonteroso raccoglieva le offerte dai passanti e, raggiunta una somma sufficiente, incaricava due facchini di portare il cadavere, steso su di una tavola, al cimitero per la sepoltura. In campagna la situazione era ancora più grave, sia per la minor possibilità di raccogliere offerte che per le grandi distanze che dividevano il luogo del decesso dal luogo di sepoltura. E’ per questo motivo che «Nell'anno del Signore 1538, alcuni devoti Christiani, vedendo che molti poveri, li quali o per la loro povertà, overo per la lontananza del luogo dove morivano, il più delle volte non erano sepolti in luogo sacro, overo restavano senza sepoltura, e forse cibo di animali, mossi da zelo di carità e pietà, instituirno in Roma una Compagnia sotto il titolo della Morte, la quale per particolare instituto facesse questa opera di misericordia tanto pia, e tanto grata alla Divina Maestà di seppellire li poveri morti». (32)

Anche nel nostro territorio, nel periodo in cui imperversò la peste, la situazione era pesante. Cartore, si spopolò completament e a Sant'Anatolia i morti furono a centinaia. I cadaveri erano in ogni casa e chi ne incrociava uno nei campi, era generalmente più propenso a cambiar strada, per evitare il contagio, che a seppellirlo. Dopo anni di tragedie, finalmente nel 1648 un gruppetto cittadini di Sant'Anatolia decise di affrontare il problema e, prendendo ad esempio la confraternita della buona morte di Roma, raccolse circa 80 adesioni dai cittadini per costituire anche qui una confraternità a cui avrebbero dato il nome di «Compagnia di S. Maria della Pietà».

Questa fu la richiesta scritta dai cittadini e approvata da Tancredi Tagliaferro, vicario del vescovo (33):

«Illustrissimo et Reverendissimo Signore. Il dr Giulio Federici, Pietr'Antonio Federici, Notar Quintio Rubeis, Amico d'Amis, Fabbio di Domitio, Francesco Dragonetti, Vincentio Rubeis, Pietro Silvestri, Marco Luce, Amantio Amantij et altri in numero d'ottanta in circa di S. Anatolia, descritti nella Compagnia di S. Maria della Pietà, dentro la chiesa di S. Anatolia, della medesima terra di S. Anatolia, diocese di Rieti, territori di V.S. Illustrissima, humilmenti gl'espongono: come hanno risoluto, spinti dà particular loro devotione, di erigere detta Compagnia, dà militare sotto le regole, et istituti della venerabil Archiconfraternita della Morte di Roma, et oltre li detti instituti formare alcune altre Capitulationi del tenore infrascritto, videlicet Capitoli dà osservarsi da tutti li fratelli della venerabil Compagnia di S. Maria della Pietà, dentro la Chiesa di S. Anatolia, della terra di S. Anatolia, Diocesi di Rieti, militando sotto le regole, et istituti della Venerabil Archiconfraternità della Morte di Roma. In primis che subito che Monsignor Illustrissimo, et Reverendissimo Vescovo di Rieti havrà riconosciuti li presenti Capitoli, e dato facultà di poter dar principio all'opere pie, che con gratia di Dio s'havranno à fare, il primo Guardiano, eligendo, debbia procurare privilegio, dà detta Archiconfraternità della Morte di Roma, di agregatione, per poter participare di tutte l'indulgenze, indulti, e Privilegij, che quella gode, concessoli da sommi Pontefici. Item, che detto primo Guardiano sia obligato, subbito hauto detto Privileggio di agregatione, procurare dalla medesima Archiconfraternità Copia autenticha delle costitutioni, e Capitulationi, che osservano li fratelli di essa, per doversi quindi osservare pontualmente dalli fratelli di essa Compagnia della Pietà, e secondo quelle costitutioni reggere detta Compagnia, con l'erogationi dell'elemosine dà farsi dalli fratelli secondo in quelle stà ordinato, restano però libera la facultà, et auttorità di Monsignor Illustrissimo e Reverendissimo Vescovo, tanto circa la moderatione, quanto circa l'osservanza. Item che oltre dette Capitulationi, e costitutioni dell'Archiconfraternità della Morte di Roma, dà osservarsi come sopra, debbiano li fratelli di detta Compagnia di S. Maria della Pietà osservare le cose infrascritte.

In primis che il guardiano debba provedere essa Compagnia di S. Maria della Pietà di dodici torcie di cera bianca, le quali si debbano accendere ogni volta ch'alcun fratello di essa Compagnia passerà dà questa à miglior vita accompagnandosi sino alla soppoltura. Item che il primo giorno dopo la morte d'alcuno delli fratelli di detta Compagnia si debbia celebrare una messa all'Altar Priviligiato per l'anima di esso defonto. Item che il guardiano pro tempore sarà possa eleggere un sacerdote per servire detta Compagnia il quale debbia celebrare una messa la settimana nel Giorno del Privileggio, che per ciò dal medesimo guardiano si dia al detto sacerdote la solita carità d'un giulio per messa, facendosi approvare da Monsignor Illustrissimo Vescovo di Rieti Confessore delli fratelli di detta Compagnia di S. Maria della Pietà. Item che il detto sacerdote sia tenuto assistere alli fratelli di detta Compagnia, mentre si ritrovino in agonie, esortando l'agonizante al ben morire, e non l'abbandoni se non è passato dà questa à miglior vita, che perciò anche si dia al sacerdote la Carità ad arbitrio del guardiano secondo li casi occoreranno. Item che il giorno del venerdì santo si debbia far la processione, la quale principij alla chiesa di S. Nicola, e visiti la chiesa di S. Atanasio, e della ne vadi à S. Maria del Colle, chiese di detta terra, et ultimo ritorni alla cappella di detta Compagnia di S. Maria della Pietà. Item che detta processione sia accompagnata da dodici poveri vestiti di bianco in honore delli dodici apostoli, et in fine della detta processione, il guardiano con ogni humiltà lavi li piedi à detti poveri nell'oratorio di detta Compagnia et il priore glie l'habbia dà asciugare con un panno polito. Item che dopo fatta detta lavatione si dia la refettione à detti dodici poveri, e mangiato ch'havranno s'habbiano dà licentiare con ogni carità. Item che dal primo guardiano di detta Compagnia si debbia procurare dalla santità di Nostro Signore il breve e l'indulgenza per fare altare Privilegiato la Cappella di S. Maria della Pietà di detta Compagnia esistente nella chiesa di Sant'Anatolia di detta terra. E perchè questa compagnia habbia dà regersi con la dovuta osservanza ricorrono dà V.S. Illustrissima e la supplicano à restar servita con la sua autorità ordinaria concederli possano erigere detta Compagnia di S. Maria della Pietà confirmandoli tutti li Capitulationi sudette, tanto più che non ripugnano alli sacri canoni, e sacri Concilij, che lo riceveranno a grà da V.S. Illustrissima qual Dius».

Nella stessa pagina, scritto con altra calligrafia: «La suddetta Cappella è ritenuta consona ai sacri canoni e senza ripugnanza confermiamo, approviamo, e ordiniamo di osservare, i decreti di cui sopra... In Fede, dato in Rieti presso il palazzo episcopale, il giorno 4 maggio 1648. Torquatus Tagliaferris»

Il vescovo di Rieti Giorgio Bolognetti, con bolla del 4 maggio 1648, concesse a: «Julij Federici, Petri Antonij Federici, notarij Quintij de Rubeis, Amici de Amicis, Fabij Domitij, Francisci Dragonetti, Vincentij de Rubeis, Petri Silvestri, Marci Luce, Amantij Amantij, et alior Christi Fidelium Terre S. Anatolia» (circa 80 persone non in elenco) l'assenso a formare, nella Cappella sotto l'invocazione della Beata Vergine della Pietà, una confraternita «Societates sub invocatione S.me Pietatis» (34).

Nello stesso anno 1648 morì Fabio Domizio, uno dei fondatori della confraternita, che, con testamento rogato dal notaio Quizio Rubeis, lasciò ogni suo bene all'altare della Pietà, per l'annuo reddito di circa 25 ducati napoletani. In cambio egli chiese che nell'altare venisse celebrata una messa in suo onore tutti i mercoledì dell'anno (35).

Nel 1712 il vescovo Guinigi fece l'elenco delle terre in possesso all'altare, che era il seguente (36):

TERRENI DELLA SANTISSIMA PIETA'
Nota delle possessioni della SS.ma Pietà, e sono:
 Coppe
In primis Terra al Favacquaro confinante Bastiano Scafati e Maria di Magliano C. 4
Terra a Capo la Vicenna di Caroso confinante Amelio Scafati e la strada C. 2
Terra alla Castagna confinante Vincenzo Innocenzi e l'Università C. 1
Terra a Mostatico confinante Giovanni Falcione, e l'inculto C. 2
Terra nello stesso luogo confinante il Dol. Giovanni Filippo Minicucci, e l'incolto C. 2
Terra a Collevenuri confinante gli Amanzi e la strada C. 5
Terra a Piede le Vigne confinante Antonio Amanzi, Vincenzo Innocenzi C. 2
Terra dove si dice la Vicenna confinante i beni di S. Stefano e Giacomo Rubeis e la strada C. 3
Terra al Pontone confinante Quizio Rubeis, e la strada a due lati C. 3
Terra alle Macchie confinante la strada e li Reverendi Preti C. 3
Terra a Valle martina confinante la strada a due lati et altri C. 2
Terra a S. Maria confinante Nicola Scafati per la moglie, e i beni di S. Maria del Colle C. 4
Terra nella Valle mozza confinante i Dragonetti e altri C. 1 ./.
Terra alli Quadri confinante Don Leonardo Placidi, Francesco Spera per la moglie, e l'incolto C. 3
Terra a Capo la Vallamozza confinante la strada ed il Santissimo Sacramento ed i Gentili C. 4
Cannavina in Valle confinante Giuseppe Spera per la moglie, il rio dell'acqua C. 1 ./.
Terra allo Carnale confinante la strada a due lati, e li Reverendi Preti C. 2
Terra all'acqua Santa confinante la strada confinante li Reverendi Preti C. 5
Terra in Valle Cupa confinante l'incolto C. 4
Terra in Piano di Sodi confinante Filippo di Giacomo, Vincenzo Intij, e la via C. 15
Terra al Roparo confinante Michele d'Agabito, Domenico Antonio Spera per la moglie C. 3
Terra in Piano di Sodi confinante Vincenzo Innocenzi, li Signori Paolini C. 6
Terra in detto luogo confinante la strada, Carlo Amanzi, ed altri C. 4 ./.
Terra nel medesimo luogo confinante la strada da piede, Vincenzo Innocenzi, Giovanni Falcione a due lati, ed altri C. 30
Terra in Sodi confinante i beni del Santissimo Sacramento e li Reverendi Preti C. 3
Terra alla Cerretina confinante gli eredi di Pietro di Gregorio ed altri C. 4
Terra a Piede la Cerretina ossia Carpenale confinante Antonio Amanzi ed altri C. 4
Terra in Grossito confinante Michaele d'Agabito, i beni della Corte, e la strada C. 9
Terra a Capo Fossaduni confinante la strada, e Carlo Antonio Innocenzi ed altri C. 2
Terra alli Signoretti confinante gli Spera, l'incolto, il Santissimo Sacramento, ed altri C. 10
CENZI DELLA SANTISSIMA PIETA'
Cenzi delli Suddetta Compagnia della Santissima Pietà
 
Un cenzo in sorte di ducati sette d'annuo frutto grana quaranta nove con Giacomo di Gasbarro creato l'anno 1713 rogato da Alessio Innocenzi 49
Cenzo in sorte di ducati nove d'anno frutto carlini sei, e grana tre contro Prò, e fratelli di Gioseppe creato l'anno 1713 rogato dal notaio suddetto 63
Cenzo contro Marco Fragasso in sorte di ducati tredici, e Grana cinquanta d'annuo frutto di carlini nove, e grana quattro creato l'anno suddetto, e notaio suddetto 94
Cenzo in sorte di scudi quattordici d'annuo frutto di carlini nove, e grana otto con Francesco Lanciotto creato l'anno 1716 da suddetto notaio 98
Cenzo in sorte di scudi quindici, e carlini due d'annuo frutto carlini diece, e grana sette con Gioseppe Scafati creato sotto l'anno 1717 dal suddeto notaio 1-07

Sacerdoti di S.Anatolia e visite pastorali nella seconda metà del '600

Nel 1660 il vescovo Bolognetti si dimise dal suo incarico lasciando il posto ad Odoardo Vecchiarelli che governò la diocesi di Rieti dal 5 maggio 1660 alla morte. Questi sul finire dell'estate nel 1663, venne a far visita al nostro territorio e, dopo esser passato a Spedino, si diresse a S. Anatolia che raggiunse la sera del 25 settembre e, dopo la funzione religiosa ed eucaristica, celebrata nella chiesa parrocchiale, si accinse a riposare in una abitazione preparata per lui nel castello (37).

La mattina del 26 settembre visitò la chiesa di S. Anatolia posta fuori del castello e denominata con l'aggettivo di «matrice», nella quale venivano seppelliti i morti, cosa che non avveniva nella chiesa di San Nicola dove invece si conservava il SS. Sacramento. Il vescovo fece la cerimonia di assoluzione dei morti e poi iniziò la visita.

Ordinò di fornire l'altare maggiore di telari e pallio, di due candelabri, della carta gloria e di nuovi vangeli. Ordinò alla famiglia di Fabio Domizio, di fornire l'altare della Santissima Pietà entro sei mesi dello scanno, dei candelabri, dei telari, del pallio e dello sgabello suppedaneo. Fabio Domizio e sua moglie fecero donazione all'altare di vari beni con testamento rogato nel 1648 dal notaio Quizio Rubeis, con l'onere da parte del sacerdote beneficiario dei beni, di celebrare una messa tutti i mercoledì. Nell'altare della Beata Maria di Loreto vi era un beneficio semplice, di jus patronato della famiglia Colonna, di cui era beneficiario don Jacopo Mastrella. In esso mancava lo scanno, i candelabri, il telario, il pallio e andava eseguito il restauro dell'affresco. Ordinò di fornire l'altare di San Sebastiano di scanno, candelabri, carta gloria, telari e pallio. Di apporre croce e crocifisso davanti all'altare e di fornirlo di pietra sacra. Il vescovo ordinò che tutto andasse fatto entro sei mesì, pena la demolizione dello stesso. Ordinò di fornire l'altare di S. Anatolia del pallio e dei contenitori per le reliquie. Riguardo al corpo della chiesa il vescovo ordinò che fosse risistemato il pavimento nell'ala sinistra, che fossero riassestati i laterizi nell'altare di S. Anatolia e che la chiesa fosse rifornita dei paramenti mancanti.

Lo stesso giorno il vescovo raggiunse la chiesa parocchiale di S. Nicola, di cui era rettore don Alessio Innocenzi con il titolo di Abbate, e nella quale c'erano tre canonici cioè don Pietro Dragonetti, don Pietro Marino e don Antonio Placidi. Essi avevano in cura «focularia 33», anime in tutto 225.

Dopo aver celebrato la messa, il vescovo visitò il SS. Sacramento che trovò ben messo. L'altare del SS. Sacramento era curato dalla confraternita del SS. Sacramento che possedeva dei beni con i quali manteveva l'altare. Visitò poi il sacro battistero e gli oli santi, compreso l'olio degli infermi, che trovò ben conservati. Visitò le sante reliquie che trovò ben conservate in un reliquiario dorato. L'altare maggiore era tenuto decorosamente. Quello della Beata Maria Vergine e quello di San Sebastiano andavano forniti di croce e crocifisso e di due candelabri da mettere sopra la mensa. L'altare del Santissimo Rosario era curato da una confraternita. Il vescovo verificò se erano stati rispettati i voleri della visita del 1642 nella quale era stato chiesto che il parroco predisponesse un libro dove registrare le rendite di tale altare. Esso fu trovato ben fornito e adornato. Riguardo quello di San Giovanni Battista il vescovo ordinò di sistemare meglio la pietra sacra e la tabella e di fornirlo di sgabello suppedaneo. In esso vi era un beneficio semplice di jus patronato della famiglia Spera posseduto da don Pietro Spera con l'onere di una messa al mese. Visitò il confessionale che fu trovato ben messo. Visitò il corpo della chiesa, la sacrestia e i libri parrocchiali e riguardo questi ultimi ricordò di registrare anche i cresimati. Successivamente il vescovo impose la cresima ai ragazzi e alle ragazze del paese.

Prima di dirigersi a Torano visitò le chiese di San Liberatore e di Santa Maria del Colle poste nelle immediate vicinanze del castello ma fuori dalle mura. Il vescovo ordinò di tenerle sempre chiuse a chiave nei giorni in cui non vi si celebrava la messa. Nella prima vi era un unico altare che il vescovo ordinò di fornire di sgabello e candelabri. Ordinò inoltre di sistemare il pavimento. Riguardo la seconda, posta tra S. Anatolia e Torano, ordinò di fornirla di tutti i requisiti necessari alla celebrazione. Essa aveva un beneficio semplice posseduto da don Nicola Guerrini con un reddito di circa 5 ducati l'anno.

Il 31 luglio del 1667 morì il vescovo Vecchiarelli e al suo posto, il 12 marzo dell'anno successivo, fu nominato don Giulio Gabrielli (1603-1677). Due anni dopo morì anche don Alessio Innocenzi e il nuovo vescovo affidò la parrocchia al «reverendo don Antonio Placido, presbitero sacerdoti de Castro Sancta Anatolia» che, con bolla del 18 settembre 1669, fu nominato rettore della «parrocchialis et curata ecclesia abbazia nuncupatas Sancta Anatolia» la quale chiesa era di jus patronato del duca Lorenzo Onofrio Colonna (38). Don Antonio Placidi aveva però già in cura uno dei tre canonicati della parrocchia e questo era ritenuto incompatibile con la carica di parroco. Due anni dopo il vescovo, con bolla del 5 marzo 1671, mise a tacere le lagnanze affidando al «reverendo domino Petro Spera, presbitero sacerdoti loci S.Anatolia» la cura del «simplex beneficius canonicatus nuncupatu in Ecclesia Parrocchialis eiusdem loci S. Anatolia» (39).

Il 2 agosto del 1670 Giulio Gabrielli si dimise (40) e lasciò la dirigenza della diocesi di Rieti al vescovo Ippolito Vicentini il quale ebbe la nomina il 22 dicembre dello stesso anno. Tre anni dopo, come suo dovere, venne a far visita nel nostro territorio e il giorno di lunedì del 5 giugno 1673 (41) giunse nel castello di Sant'Anatolia e entrò nella chiesa di S. Nicola dove, dopo la la messa e le preghiere davanti al Santissimo Sacramento, fece l'assoluzione ai morti. Il rettore della chiesa era l'abbate don Antonio Placidi con un reddito di circa otto scudi. Egli aveva in cura trentacinque famiglie, per un totale di duecento invividui. Il parroco era coadiuvato da tre canonici Pietro Dragonetti, Pietro Marino e Pietro Spera che avevano un reddito di sei scudi ciascuno.

Il vescovo visitò il santissimo sacramento e il battistero che trovò conservati in maniera decorosa. L'olio battesimale era conservato in un una vascetta. Il vescovò ordinò di posizionarlo in una fenestella chiusa a chiave, in un sacrario con coperchio. L'olio degli infermi e le santissime reliquie erano ben conservato. L'altare maggiore andava bene, ma il vescovo chiese di coprire la pietra sacra con una tela cerata e di fornirlo di uno sgabello suppedaneo. L'altare era curato dalla confraternita del Santissimo Sacramento che viveva di donazioni ed elemosine e che possedeva dei terreni i cui redditi servivano a fornire l'altare del necessario. Il reddito annuale era di circa 15 scudi che venivano gestiti dall'abbate. Riguardo agli altari della Beata Maria Vergine e di San Sebastiano ordinò di fornirli di due candelabri e del pallio, di sistemare meglio gli sgabelli suppedanei, e di fornirle gli altari di tela cerata da sistemare sulla pietra sacra sopra la mensa. L'altare del Santissimo Rosario doveva essere fornito di tela cerata sopra la pietra sacra. C'era una confraternita con il suo nome che possedeva alcuni pezzi di terra i cui frutti servivano per mantenerlo decoroso e venivano gestiti direttamente dall'abbate. L'altare di San Giovanni Battista aveva bisogno di essere fornito di una nuova carta gloria e dei telari, e la pietra sacra doveva essere fissata meglio all'altare. Esso doveva essere ricoperto con una tela cerata e fornito di una pianeta. In esso vi era una beneficio semplice di jus patronato famiglia Spera che in quel tempo era posseduto da don Pietro Spera con l'onere di una messa ogni mese e con una rendita di circa due scudi. Il vescovo ordinò di intonacare e imbiancare il muro presso la fenestella a cornu epistole. Il confessionale fu trovato ben messo e la sacrestia ben provvista di ogni suppellettile, tranne che un calice con patena che ordinò di dorare. Il libri parrocchiali furono trovati in regola e ben riposti.

In seguito il vescovo entrò nella chiesa di S. Anatolia fuori del castello che era detta Matrice e nella quale venivano seppelliti i defunti. L'altare maggiore doveva essere fornito di una nuova carta gloria, della tabella, degli utlimi vangeli, di due candelabri e del telario per il pallio, il tutto entro un mese. L'altare della Santissima Pietà, di jus patronato della famiglia di Fabio di Domizio, doveva essere fornita di sgabello per i candelabri, di due candelabri, del telario per il pallio, di una nuova pietra sacra e di un nuovo sgabello suppedaneo, entro sei mesi pena la sospensione, e nel frattempo proibì di celebrarvi messa. C'era una confraternita, con lo stesso nome, nominata con privilegio, che possedeva diversi beni donati dal defunto Fabio di Domizio con una rendita annua di ducati 10 e con l'onere della celebrazione di una messa ogni settimana il giorno di mercoledì. Il vescovo ordinò di soddisfare detto onere nell'altare di S. Anatolia fino a soddisfazione di tutti i requisiti. L'altare della beata Maria di Loreto doveva essere fornito di tutti i requisiti necessari per la divina celebrazione. In esso vie era una beneficio semplice vacante per la morte di Carlo Mestrello. Aveva una rendita annua di ducati 1,50. Il vescovo ordinò di fornire l'altare del necessario e diede facoltà all'abate di provvedere alla scelta di un nuovo rettore. Nell'altare di S. Sebastiano il vescovo ordinò di sostituire la pietra sacra, di fornirlo di un nuovo pallio e di coprire la pietra sacra con una tela cerata. L'altare di S. Anatolia era ben tenuto e provvisto del necessario. Riguardo al corpo della chiesa il vescovo ordinò di aggiustare le pareti e il tetto nelle parti dove necessario.

Il vescovo entrò nella chiesa di S. Liberatore, fuori dal castello, nel quale vi era un altare ben fornito e ordinò di fissare la pietra sacra e di fornirla della tela cerata. I laterizi del pavimento andavano ricomposti e le pareti della chiesa dovevano essere intonacate e imbiancate e la serratura chiusa sempre a chiave.

Il giorno dopo, martedì 6 giugno 1673, il vescovo si recò nella chiesa parrocchiale di S. Nicola dove benedì la campana e, dopo aver celebrato la messa, amministrò la cresima a molte ragazze e ragazzi del luogo.

Nei pressi di Sant'Anatolia vi era una villa chiamata Cartore che era diruta. Tuttavia vi era una chiesa sotto il titolo di S. Lorenzo il cui rettore era il reverendo Pietro Dragonetti che aveva una rendita di scudi cinque. Il vescovo fece la visita della chiesa e ordinò di coprire con tegole parte del tetto e fornire l'unico l'altare di pietra sacra e di ogni altro requisito, e di chiudere le porte sempre a chiave, come già era stato ordinato nella precedente visita e, dal momento in cui il vicario foraneo aveva in possesso cinque scudi dei frutti di quel beneficio, ordinò a lui di fare ogni cosa e, se non sufficienti, ordinò di fare il sequestro con esecuzione immediata dando i beni in gestione al reverendo Vicario Foraneo. Sempre a Cartore c'era la chiesa di S. Costanzo, diruta, nella quale sussisteva un beneficio semplice con l'onere di due messe al mese, che era posseduto e adempiuto da don Pietro Marino presso l'altare maggiore di S. Anatolia. Vi era un altro beneficio semplice sotto il titolo di San Leonardo posseduto dal reverendo don Antonio Placidi abbate.

Il vescovo finita la visita di diresse verso il castello di Torano e nel tragitto incontrò la chiesa di S. Maria del Colle, posta nel territorio di Sant'Anatolia, nella quale c'era un beneficio semplice con un reddito annuo di 5 ducati, posseduto dal reverendo Nicola Guerrino. Prima di dirigersi verso Torano il vescovo ordinò che venissero rispettati tutti gli ordini dati nella precedente visita pastorale pena il sequestro dei beni della chiesa.

Nel 1678 morì don Pietro Dragonetti e, con bolla del 7 dicembre dello stesso anno, il vescovò concesse la cura della «Ecclesia S. Laurentij de Villa Cartorij» al «Reverendo domino clerico Petro Antonio de Federicis de terra S.Anatolia» (42). Quattro mesi dopo, con bolla del 20 aprile 1679, il vescovo Vicentini nominò il «clerico Nicolao de Luce de castro S. Anatolia» rettore del «Canonicatus nuncupatu in ecclesia S.Anatolia», beneficio di jus patronato del duca Lorenzo Onofrio Colonna. La nomina avvenne per incompatibilità con la nuova nomina di don Pietro Antonio Federici (43). Il 15 maggio 1679, don Antonio Placidi venne nominato rettore della «Canonicatus nuncupatu in ecclesia parrocchiali S.Stephani Terre Corbarij», beneficio di jus patronato del duca Lorenzo Onofrio Colonna. La nomina avvenne per morte del precedente rettore don «Francesco Antonio Justus à Malleano Marsicanus Diocesis»  (44).

Nel 1679 fu redatto il «CABREO, seu inventario di tutti li beni si mobili come stabili della comenda di San Tomasso del Aquila e suoi granci», che era un registro dei beni posseduti dall'Ordine dei Cavalieri di Malta, che aveva sede in L'Aquila. Nel registro risulta che la «Commenda» , oltre a molti beni in altri luoghi, possedeva anche delle terre a Corvaro e nei pressi di Spedino e l'unico riferimento a Sant'Anatolia è nel nome di uno dei proprietari confinanti: «Terra à piedi li Colli di Spedino, confino à tramontana l'heredi di Martio Luce, à ponente Tomasso di Jacomo, e Felippo di Ciccho, à mezzo giorno, e Levante Francesco Verace - Coppe 00:48» (45).

Nel 1682 il parroco di Sant'Anatolia don Antonio Placidi risulta essere il vicario foraneo di Corvaro, cioè il sacerdote più importante del territorio corrispondente all'attuale comune di Borgorose: «Collefegato, Castel Manardo, Corbario e S. Stephani, Spedino e villa Latusculo, S. Anatolie e villa Cartorio, Turano e Griptibus» (46).

Nel 1683 il vescovo Vicentini, con bolla del 8 maggio, nominò il «reverendo domine clerico Jacopo de Silvijs» rettore della chiesa di «sancta Maria de Colle», beneficio di jus patronato del duca Lorenzo Onofrio Colonna. La nomina avvenne per morte del precedente rettore «reverendus Hippolyti Reati presbiteri Terra Campitosti» (47).

Nel 1685 Angelo Desideri di Spedino, figlio di Pietro e Virgilia Fantocchia («Petrus Desiderius filius quondam Desiderij de Spedino Reatina diocesis, et Virgilia Fantocchia eius uxor, filia quondam Angeli Sanctis, ac Magdalena de Gratiosis»), ebbe l'incarico di decorare e fornire di suppellettili sacre l'altare della Santissima Annunciazione posto in una cappella all'interno della chiesa parrocchiale di S. Andrea di Spedino «picturis decorasse et de omnibus suppellectilibus sacrij providisse». Pietro Desideri, Virgilia Fantocchia e Maddalena Graziosi avevano donato vari terreni alla cappella e per questo, con bolla vescovile del 7 dicembre 1685, ne ebbero lo jus patronato. Tra i terreni in elenco vi furono anche delle particelle poste nel territorio di S. Anatolia e Cartore, cioè le seguenti: «petium terre in territorio S. Anatolie in loco nuncupato l'Ara di Santi cupparum sex, aliud in dicto territorio in loco ditto Cesa Cotta cupparum quinque, aliud paris in dicto territorio cupparum sex in loco detto Valle di Cartora, aliud in dicto territorio in loco dicto il Spinaro cuppam deces» (48).

Il giorno, dopo, l'8 dicembre del 1685, il vescovo di Rieti nominò il «clerico Petro de Luce de castro Santa Anatolia» rettore del «simplex ecclesiasticus beneficius Canonicatus nuncupatu in ecclesia parrocchialis loci S. Anatolia» e della «cappellania Beatissime Virginis Lauretane in eadem ecclesia parrocchialis Sancti Anatolia», benefici di jus patronato del duca Lorenzo Onofrio Colonna. La nomina avvenne per morte dei precedenti rettori che erano rispettivamente don Pietro Spera e don Jacopo Mastrelli (49).

Nel 1686 morì don Antonio Placidi, il primo con questo cognome che compare nei documenti associati a Sant'Anatolia, e, con due bolle del 13 aprile dello stesso anno, il vescovo Vicentini nominò «don clerico Jacobo de Silvijs romano incola castri Sancta Anatolia» rettore del «simplex ecclesiasticus beneficius sub titulo, et invocatione sancti Constantii in villa Cartoris» (50) e del «simplex beneficius ecclesiasticus canonicatus nuncupatu in ecclesia parocchiali villa Sancti Stephani in Corbarij» (51). Nelle ultime righe del primo documento si evince che il beneficio di San Costanzo era stato traslato nell'Altare Maggiore della Chiesa Parrocchiale di S. Anatolia, con l'onere di due messe al mese, come sancito nella vista pastorale del 26 settembre 1663. I due benefici erano di jus patronato del duca Lorenzo Onofrio Colonna.

Nel 1686 il vescovo Ippolito Vicentini fece la sua seconda visita nel nostro territorio e, dopo aver visitato Corvaro, il 23 giugno raggiunse il castello di Sant'Anatolia. Entrò nella chiesa parrocchiale di San Nicola, fece il rito dell'assoluzione dei morti e visitò il Santissimo Sacramento che trovò ben conservato. Visitò poi il fonte battesimale con l'olio santo e il sacrario che trovò ben messo e, dopo aver celebrato la messa, fece la sacra cresima a tanti ragazzi e ragazze del paese (52).

L'abbate parroco era don Giovanni Antonini di Torano il quale era subentrato, pochi mesi prima, al defunto don Antonio Placidi. Vi erano tre canonici che lo coadiuvavano, don Pietro Antonio Federici, don Nicola Luce e don Pietro Luce, che avevano un reddito di sei scudi ciascuno. Il paese era abitato da trentacinque famiglie per un totale di 225 individui.

Il vescovo si diresse all'altare maggiore che trovò ben fornito. Ordinò di coprire la pietra sacra con una tela cerata. Vi era una confraternita che manteneva l'altare la quale era amministrata da don Luigi. Essa possedeva vari terreni per una rendita annuale di quindici scudi. Riguardo all'altare della beata Maria vergine e di San Sebastiano ordinò di apporre la tela cerata sopra la pietra sacra e di fornirli di ogni requisito. L'altare del Santissimo Rosario fu ben trovato e ordinò solamente di apporvi la tela cerata, fare la croce e rinnovare la tabella degli ultimi Vangeli. All'altare era aggregata una confraternita che possedeva alcuni pezzi di terra con i quali veniva mantenuto l'altare. Essa era amministrata direttamente dal parroco che era stato eletto e che doveva rendere conto dei redditi tutti gli anni. Il vescovo visitò l'altare di San Giovanni Battista che ordinò di fornire di una migliore carta gloria e della tabella degli ultimi Vangeli. Vi era un beneficio semplice di jus patronato della famiglia Spera che era amministrato da don Marco Salvini, che aveva l'onere di una messa al mese e aveva una rendita di due scudi l'anno. Visitò la sagrestia che lodò in quanto la trovò ben sistemata e fornita delle suppellettili. Infine vide il confessionale che trovò ben messo.

Successivamente entrò nella chiesa di S. Anatolia, che era considerata la «Matrice», e nella quale venivano tumulati i morti. Visitò l'altare maggiore, e ordinò di fornirlo della carta gloria, della tabella degli ultimi Vangeli, dei candelabri, del telario per la manutenzione del pallio e della tela cerata, il tutto entro due mesi. L'altare della Santissima Pietà, era della famiglia di Fabio. Il vescovo ordinò di fornirlo di tutti i requisiti per potervi celebrare, entro sei mesi, e nel frattempo proibi di celebrarvi. C'era una confraternita agregata all'altare, che era governata da una persona nominata dall'abbate curato, che provvedeva a gestire i diversi beni donati dal defunto «Fabrizio Dionicis» e sua moglie per una rendita annua di 10 ducati e con l'onere di una messa alla settimana da celebrare il giorno di mercoledì. Rispetto all'altare della beata Maria di Loreto ordinò di fornirlo di ogni requisito. In esso c'era un beneficio semplice posseduto da don Pietro Luce e con una rendita di 1:50 ducati. Rispetto all'altare di San Sebastiano ordinò di fissare la pietra sacra e sostituire la planeta e fornirlo di un nuiovo pallio e della tela cerata. L'altare di S. Anatolia fu trovato tollerabile e di buona qualità locale. Riguardo infine al corpo della chiesa non fu ordinato nulla, tranne la riparazione della torre campanaria nelle parti in cui ne aveva bisogno. A differenza di alune visite precedenti, la struttura della chiesa fu trovata rinnovata e in salvo dal pericolo di andare in rovina.

Il vescovo entrò nella chiesa di San Liberatore, nella quale c'era un unico altare malmesso, che non permetteva di potervi celebrare e anche le suppellettili sacre erano danneggiate. Ordinò di imbiancare le pareti e livellare il pavimento  e sistemate le parti della chiesa dove c'era bisogno.

Il vescovo si diresse infine verso il castello di Torano e, nel tragitto, visitò la chiesa di S. Maria del Colle che si trovava ancora nel territorio di Sant'Anatolia. Fu trovata in pessimo stato e non vi si poteva celebrare. Vi era un beneficio semplice del valore di 5 ducati posseduto da don Iacopo de Silvi (testo barrato: Nicola Guerrini), e riguardo alla chiesa rinnovò gli ordini dati nella precedente visita pastorale, apponendo il sequestro ad effetto immediato e fino alla risistemazione della chiesa. Il 16 febbraio 1687 il sequestro venne revocato per apposito ordine del vescovo.

Nel 1688 il «reverendo don Jacobo de Silvijs romano», ricordato in quanto già aveva in affidamento i benefici di S. Maria del Colle e di S. Costanzo nel territorio di S. Anatolia, con bolla del 9 marzo (53), venne nominato rettore della «parrochialis curata ecclesia abbazia nuncupata S. Martini terre Turani», beneficio di jus patronato del marchese Giovan Pietro Caffarelli. La nomina avvenne per morte del precedente rettore «reverendus Josephus Michalò de Suburbio Collis Fegati». Il 22 aprile del 1689 (54) il vescovo Vicentini nominò il «clerico Francesco Magno Mediolanea» rettore della «canonicatus et prebenda curata ecclesia in abbazia curata ecclesia S. Martini terre Turani», beneficio di jus patronato del marchese Giovan Pietro Caffarelli. La nomina avvenne per incompatibilità del precedente rettore «don abbate Joanne Antonino de Turano» a cui tre anni prima era stata assegnata la cura della parrocchia di S. Anatolia.

La famiglia Placidi e la Cappella della Madonna del Carmelo

La famiglia Placidi era originaria di Radi, una frazione del comune di Monteroni d'Arbia distante circa 20 km da Siena. Il primo che risulta avere questo cognome fu Ugo, figlio di Aldello, che nel 1232 era uno dei  trenta  cittadini  senesi  eletti  dal  Consiglio  del  Magistrato che, quando l'imperatore Federico II di Svevia scese in Italia, fece pressione per fargli la guerra (55). Si narra, nei racconti familiari, che il primo Placidi nostrano fu il conte Domenico, originario di Radi, che giunse a Sant'Anatolia alla fine del secolo XIV (56). Di questa notizia non possiamo dare certezza in quanto, allo stato attuale delle ricerche, non abbiamo documenti comprovanti l'esistenza di tale personaggio. Sappiamo invece che i primi Placidi residenti a S. Anatolia che compaiono nei documenti fin'ora visionati, furono Antonio e Battista due fratelli vissuti in pieno secolo XVII.

Don Antonio Placidi (ca.1615-1686), dal 1634 fu rettore di uno dei tre canonicati della chiesa di S. Anatolia e, alla morte di don Alessio Innocenzi, divenne parroco di Sant'Anatola con bolla del vescovo Gabrielli del 18 settembre del 1669. Dal 1679 fu anche rettore del canonicato nella chiesa di S. Stefano di Corvaro e nel 1682 risulta essere rettore del vicariato di Corvaro. Il vicario foraneo di Corvaro era la massima carica clericale del nostro territorio in quanto era una sorta di vicario del vescovo per quasi tutte le chiese comprese nell'odierno comune di Borgorose. Questa carica era già stata data a sacerdoti di S. Anatolia come ad esempio nel 1614 a don Innocenzo Innocenzi.

Il 10 maggio del 1680, raggiunti i sessantanni, scrisse il proprio testamento che perfezionò il 10 luglio del 1685. Va notato e che egli perfezionò il suo testamento in un clima di grande fervore religioso dato che il 10 luglio ricorreva la festa della patrona S. Anatolia. Egli divise l'eredità in due parti, una per Camilla, figlia di Battista, e l'altra per Agapito Placidi suoi nipoti.

Riguardo alla parte di Camilla pose la condizione che, con i frutti dei terreni, ella doveva soddisfare delle messe per l'anima del testatore e, dopo la sua morte, i beni dovevano essere devoluti alla chiesa per l'istituzione di un beneficio semplice con il quale mantenere la cappella della Madonna del Carmine e per far celebrare ulteriori messe anche per l'anima di Camilla. Con i beni donati i Placidi avrebbero ottenuto lo jus patronato della cappella con l'onore di poter scegliere il rettore del beneficio.

I beni oggetto della donazione furono i seguenti:

  • Un terreno vignato di tre coppe in località «li Salimei», confinante i beni del Santissimo Sacramento, Michele di Agabito e altri.
  • Un terreno di circa due coppe in località «alle Cannavine», confinante con i beni della chiesa di S. Anatolia e il corso d'acqua.
  • Due terreni di circa due coppe in località «sotto San Liberatore», confinante con Antonio di Pietro per la moglie, ed altri
  • Un terreno di circa sette coppe in località «Piano di Soti», confinante con i beni degli eredi di Domenico Antonio Dragonetti, la via e altro
  • Un terreno di circa otto coppe in località «L'Azzariola o Lazzariola», confinante con Marco Luce, e altri
  • Un terreno di otto coppe in località «Soti», confinante con Pietro Antonio Luce per la moglie, la Pia unione, Antonio Amanzi e Giovanni Battista Amiconi
  • Un terreno di due coppe in località «Colle Venuro», confinante con Antonio Amanzi, e altri
  • Un terreno di due coppe in località «Introfiaduni», confinante con Filippo di Francesco e Paolo Antonio Fracassi
  • Un terreno di due coppe in località «le Scagnelle», confinante con il maestro Alessandro e altri
  • Un terreno di quattro coppe in località «li Collicelli», confinante con i beni di S. Leonardi, di S. Anatolie, e altri
  • Un terreno di quattro coppe in località «li Collicelli», confinante con Angeli Gismundi, e i beni di S. Andrea di Spedino
  • Un terreno di due quinte in località «Cannapina à Piedi la Vigna alli Salineci», confinante con Domenico di Gaspare per la moglie, e altri
  • Una casa al centro del paese dove abitava Camilla insieme al marito Claudio Cherubini, entro i suoi confini
  • Due pagliai con stalla confinante con Domenico Antonio Spera, con gli eredi di Dominico Antonio Dragonetti, con Santa Maria della Pietò, e la via
  • Una stalla confinante le mura della terra di S. Anatolia, Bartolomeo di Agabito e altri

Don Antonio Placidi morì l'anno dopo, nel 1686, lasciando la reggenza della parrocchia di S. Anatolia a don Giovanni Antonini di Torano e il beneficio di San Costanzo in Cartore e il canonicato della chiesa di Santo Stefano del Corvaro a don Jacopo Silvi.

Undici anni dopo, nel 1697, morì anche Camilla e l'abate don Jacopo Silvi si adoperò per adempiere alle disposizioni testamentarie ordinando, con atto rogato il diciassette agosto di quell'anno in casa del notaio Francesco Antonio Iuliano di Fagge in Equicoli, e alla presenza dei testimoni Domenico Pallotta, figlio del defunto Marco di Sambuco, e Francesco Giuseppe, figlio del defunto Giuseppe di Brusciano, ambedue della diocesi reatina, che con i beni e i proventi della parte di eredità spettata alla defunta Camilla, fosse eretto il beneficio semplice ecclesiastico nella cappella sotto l'invocazione di Santa Maria del monte Carmelo, già esistente nella chiesa di San Nicola in Sant'Anatolia.

Colui che fosse stato nominato rettore del beneficio avrebbe avuto l'onere di celebrare due messe al mese per i defunti in perpetuo, sia per l'anima di Camilla che del reverendo don Antonio Placidi. Nell'atto, che riportava le ultime volontà di don Antonio, era previsto che il rettore doveva essere scelto e presentato al vescovo da don Claudio Cherubini, marito della defunta, e, dopo la morte di Claudio, da Michele e Bartolomeo, figli dell'altro erede Agapito Placidi e nipoti dei defunti, e poi dai figli e sucessori di questi in linea diretta, con la condizione che il primo beneficiario fosse il chierico don Leonardo Placidi. Una ulteriore condizione posta fu che la casa di Camilla fosse lasciata al marito durante la sua vita e, dopo la morte, fosse utilizzata per soddisfare l'onere di ulteriori tre messe all'anno in onore dei defunti. Il parroco Silvi incaricò quindi don Claudio, erede ed usufruttuario dei beni di Camilla, a recarsi dal vescovo per adempiere alle disposizioni testamentarie di Antonio Placidi e formalizzare l'istituzione dello jus patronato.

Claudio Cherubini, prima di andare dal vescovo, decise di incaricare due persone di Sant'Anatolia per stimare le terre oggetto dell'eredità. Chiamò quindi Carlo di anni 35, figlio del defunto Giovan Domenico Amanzi, e Giovan Battista di anni 40, figlio del defunto Marco Luce, che, il 7 agosto 1797 di fronte al notaio e ai testimoni, dopo aver giurato di dire tutta la verità, esposero quanto segue:

Carlo Amanzi: «Signore per verita di quanto Vostra Signoria mi domanda posso dirti, come essendo jo stato chiamato assiemi con Gio: Battista Luce da Claudio Cherubini à stimare li infrascritti beni stabili lasciati dell'quondam don Antonio Placidi, e Camilla sua nipote dal detto Claudio donati, et assegnati alla Venerabile Cappella della Madonna del Carmine esistente nella Chiesa di S. Nicola di Santa Anatoglia, postosi nell'infrascritti luochi, li quali havendo poi misurato, e stimato secondo la mia coscienza, et peritia, habbiamo stimato, che fruttano nel modo infradetto versus: in primis un pezzo di vigna posta in loco detto li Salimei terra di Santa Anatoglia, confino il Santissimo Sacramento, e Michaele d'Agabito, son coppe tre, vale scuti ventiquattro, rende de frutto giulij dodici l'anno. Item il Prato in loco detto le Cannapine sono coppe due, confino la Chiesa et il rio, vale scudi otto, frutta giulij sei ogn'anno. Item due pezzetti di terra sotto San Liberatore sono coppe due, confino Antonio di Pietro per la moglie, et altri, vale scudi sei, rendono di frutto ogn'anno coppetta una di grano, valia giulij due. Item un pezzo di terra in loco detto Piano di Soti, sono coppe sette, confino heredi di Domenico Antonio Dragonetti, la via, et altri, vale scudi otto, e baiocchi quaranta, frutta coppette tre di grano l'hanno, vagliono giulij cinque. Item un altro pezzo di terra loco detto Lazzariola di coppe otto, confino Andrea Luce, et altri, vale scudi diece, rende di frutto ogn'anno coppette quattro di grano, vagliono giulij sette. Item un altro pezzo di terra loco detto Soti di coppe otto, confino Pietro Antonio Luce, Domenico Amantii, et altri, vale scudi diece, rende di frutto [Pag.227] ogn'anno coppette tre mezza di grano,vale giulij sei. Item un altro pezzo di terra in loco detto Colle Venuro, sono coppe diece, confino Antonio Amantij, et altri, vale scudi diece, rende di frutto coppette tre mezza di grano l'anno, vagliono giulij sei. Item un altro pezzo di terra in loco detto Trafiaduni, sono coppe due, confino Filippo di Francesco, et Paolo Antonio Fracassa, vale scudo uno, e baiocchi quaranta, rende de frutto coppetta una di grano l'anno, vale giulij due. Item un pezzo di terra nelle Scagnielle sono coppe due, confino Mro Alessandro, et altri, vale scudo uno, e baiocchi sessanta, rende di frutto coppetta una di grano l'anno, vale giulij due. Item un pezzo di terra alli Collicelli sono coppe quattro confino li beni di S. Leonardo, e di Santa Anatolia in territorio de Spedino, vale scudi quattro, rende di frutto ogn'anno coppette due di grano, vagliono giulij tre mezzo. Item un altro pezzo nel medesimo loco sono coppe quattro, confino Angelo di Gesmondo, li beni di S. Andrea, vale scudi quattro, rende di frutto ogn'anno coppette due di grano l'anno, vale baiocchi trentacinque. Item un pezzetto di Cannapina di quinte due posta alli Salimei nel territorio di S. Anatoglia, confino Domenico di Gasbarro per la moglie, vale scudo uno, e baiocchi quaranta, rende di frutto coppetta mezza di grano l'anno, vale un giulio. Item la casa in celo a terra di più membri esistente nella terra di S. Anatoglia, dove al presente habita il detto Claudio Cherubini, vale scudi quaranta, [si può] affittare ogn'anno giulij quindeci. Item due pagliari piccioli con stalla, confino Domenico Antonio Spera, heredi di Domenico Antonio Dragonetti, e la Madonna della Pietà, vagliono scudi sedici, s'affittano scudo uno l'anno. Item una stalla vicino le Muraglie della terra, confino Bartolomeo d'Agabito, e la strada, vale scudi quattro, s'affitta giulij tre l'anno. Siche tutti li sopraddetti beni ascendono alla somma, e valore di scudi cento quarant'otto, e baiocchi [Pag.227 b] ottanta, e rendono di frutto in conformità della stima da me fatta scudi otto, e baiocchi quaranta l'anno, tra quanto al fertile con l'infertile, e so che di detti beni sono pervenuti dall'heredità del quondam Reverendo don Antonio Placidi di S. Anatoglia, dal quale furono lasciati alla quondam Camilla sua nipote, che poi vagliono, e rendono in conformità della stima da me fatta, lo so per haverli visti misurati, e stimati, e come pratico, e Paesano, che ho visto più [certa] la rendita di essi».

Giovanni Battista Luce: « Per verità di quanto Vostra Signoria mi domanda posso dirli, come essendo io stato chiamato da Claudio Cherubini di Santa Anatoglia a stimare, assieme con Carlo Amantij li infrascritti beni, rimessi nell'heredità del quondam Don Antonio Placidi, e Camilla sua nipote, dal detto Claudio ceduti, et assegnati alla Venerabile Cappella della Madonna del Carmine esistente nella Chiesa di S. Nicola di detta terra di S.Anatoglia, havendo io quelli misurati, ben visti, e considerati, assieme con detto Carlo, ho stimati, che vagliano, et rendano di frutto l'infrascritta somma versus: in primis la Vignia alli Salimei, territorio di S. Anatoglia, sono coppe tre, vale scudi ventiquattro, frutta scudo uno, e baiocchi venti l'anno. Item il prato alle Cannapine, sono coppe due, vale scudi otto, frutta giulij sei l'anno. Item li pezzetti di terra sotto S. Liberatore, sono coppe due, vale scudi sei, frutta una coppetta di grano l'anno, vale giulij due. Item la terra il loco detto Piano di Soti sono coppe sette, vale scudi otto, e baiocchi quaranta, rende di frutto coppette tre di grano l'anno [Pag.228] vagliono giulij cinque. Item la terra in loco detto Lazzariola, sono coppe otto, vale scudi diece, rende di frutto ogn'anno coppette di grano quattro, vagliono giulij sette. Item la terra in loco detto Soti sono coppe otto, vale scudi diece, rende de frutto coppette tre mezza di grano l'anno, vale giulij sei. Item la terra il loco detto Colle Venuro, sono coppe diece, vale scudi diece, frutta coppette tre mezza di grano l'anno, vagliono giulij sei. Item la terra in Trafiaduni, sono coppe due, vale scudo uno, e baiocchi quaranta, frutta ogn'anno coppetta una grano, vale giulij due. Item la terra nelle Scagnielle, sono coppe due, vale scudo uno, e baiocchi sessanta, frutta coppetta una grano l'anno, vale giulij due. Item la terra alli Collicelli, sono coppe quattro, vale scudi quattro, rende di frutto coppette due grano l'anno vagliono baiocchi trentacinque. Item l'altra terra nell'istesso luogo sono coppe quattro, vale scudi quattro, frutta coppette due grano l'anno, vagliono baiocchi trentacinque. Item due quinte di Cannapina a piedi la Vigna alli Salimei, vale scudo uno, e baiocchi quaranta frutta coppa mezza di grano l'anno, vale un giulio. Item la casa da celo a terra di più membri in Santa Anatoglia, dove habita il detto Claudio, vale scudi quaranta, s'affitta giulij quindeci. Item li dui pagliari piccioli con stalla sotto, vagliono scudi sedici, s'affittano scudi uno l'anno. Item la stalla vicino la Muraglia della terra, vale scudi quattro, rende giulij tre l'anno. Siche tutti li beni predetti ascendono alla somma di scudi cento quarant'otto, e baiocchi ottanta, et rendono di frutto scudi otto, et baiocchi quaranta, e questo io lo so non solo per haverli misurati, esaminati, e stimati come ho deposto, ma anche perchè come Paesano ho visto più volte le rendite di esse, anche in tempo, che li godevano tutti il detto Reverendo Don Antonio Placidi, quondam la detta Camilla, dall'heredità de questi so, che provengono, come ho detto che questo posso deponere».

Qualche mese dopo, il vedovo don Claudio Cherubini, maestro di scuola, figlio di Marco Antonio di Pergola della provincia di Urbino, venne ricevuto dall'illustrissimo don Ippolito Vicentini, vescovo di Rieti. Mise a conoscenza il vescovo che il defunto abbate parroco don Antonio Placidi, zio della sua defunta moglie, morto 12 anni prima, aveva lasciato un testamento nel quale aveva espresso la volontà di donare parte dei suoi averi per la fondazione di un beneficio semplice nell'altare intitolato alla Madonna del Carmine, posto nella chiesa parrocchiale di San Nicola («Cappella seu ad altare Beata Maria de monte Carmelo in ecclesia S. Nicolai») con l'onere di due messe al mese per i defunti e tre messe all'anno per officiare la cappella «in perpetuum». Espresse anche la volontà che il primo rettore di tale beneficio fosse il clerico don Leonardo Placidi, suo nipote. La stesura finale dell'atto che riunificava il testamento e le stime delle rendite era stato rogato il 5 gennaio 1698 dal notaio Francesco Antonio Iuliano di Fagge in Equicoli con la precisazione che la messa in suffragio fosse celebrata in onore delle anime del reverendo testatore e di sua nipote Camilla.

Il vescovo, valutò che la consistenza dei terreni e della casa elargiti alla cappella, erano sufficienti sia a mantenere la cappella che all'onere di celebrare le messe previste a suffragio. Ordinò quindi che il beneficio venisse eretto. Poi valutò che il clerico Leonardo Placidi era idoneo a sopportare l'onere e l'onore e concesse a lui, come previsto nel testamento, la reggenza del beneficio e allo stesso tempo concesse lo jus patronato della cappella alla famiglia Placidi il tutto con bolla del 2 aprile del 1698 («dato in Rieti nel palazzo episcopale, nell'anno dalla nascita del Signore nostro Gesù Cristo, mille seicento novantotto, nell'indizione sesta, il secondo giorno del mese di aprile, durante il pontificato di sua Santità padre in Cristo e Signore dei Signori, Innocenzo, per divina provvidenza Papa XII, nel settimo anno del suo pontificato, in presenza dei testimoni don Giuseppe Antonio Rucitano, e don Agostino Riva di Rieti») (57).

Epigrafe Placidi 1725

Nel 1725 Pietro Placidi costruì o restaurò l'attuale casa dei Placidi di Sant'Anatolia adiacente al Santuario. Egli pose uno stemma sul portone della casa. Fece scolpire in basso due stelle, in alto nel mezzo una stella cometa ed ai lati due lettere P. che stavano per Pietro Placidi. Non avendo documenti che ci informano sul legame tra lui e gli altri Placidi, abbiamo ipotizzato che fosse un quarto figlio di Battista anche se potrebbe anche esser stato figlio di un altro fratello di don Antonio. Abbiamo anche ipotizzato che Pietro fosse stato il padre di Domenico Antonio (1695), di don Agabito (1699) e di Francesco (1702), che tra loro erano con certezza fratelli. Domenico Antonio ebbe cinque figli: Lucia Concetta (1720), Giovanni (1725), Don Filippo (1725), Caterina (1728) e Antonio (1731).

Albero genealogico della famiglia Placidi delle prime quattro generazioni
da Antonio, nato nel 1731, segnalato con freccia, discende il ramo degli attuali Placidi di S. Anatolia

Dalla famiglia benestante di Antonio Placidi e Angela Antonia Gagliardi, nacque Domenico (Sant'Anatolia 1754-1828) il quale sposò Berardina Castrucci (Antrodoco 1756 - Sant'Anatolia 1844), figlia di Paolo Antonio e Margherita Castrucci. I due ebbero quattro figli Giuseppe (1777-1854), Nicodemo (1778-/1864), Francesco (1780-1844) e Pietro (1782-1848). Giuseppe e Pietro divennero sacerdoti. Francesco sposò Antonia Blasetti (1778-1843) dalla quale ebbe una figlia di nome Angela (1813). Nicodemo sposò Maria Giovanna Organtini (Luco dei Marsi 1792-1864) e dai due discende il ramo degli attuali Placidi di S. Anatolia (58).

Firma di Don Pietro Placidi (1782-1848) figlio di Domenico, e stemma con le iniziali

Note

  1. Biblioteca del Monastero di S. Scolastica di Subiaco - Archivio Colonna - Serie III BB - Busta 41 - numero 13 - Link
  2. Biblioteca del Monastero di S. Scolastica di Subiaco - Archivio Colonna - Serie III BB - Busta 42 - numero 25 - Link
  3. Biblioteca del Monastero di S. Scolastica di Subiaco - Archivio Colonna - Serie III BB - Busta 42 - numero 25 - Link
  4.  Biblioteca del Monastero di S. Scolastica di Subiaco - Archivio Colonna - Serie III AA - Busta 96 - Documento 51 - Link
  5. Wikipedia Italia - Voce «Marcantonio V Colonna» - Link
  6.  Biblioteca del Monastero di S. Scolastica di Subiaco - Archivio Colonna - Serie III AA - Busta 96 - Documento 60 - Link
  7. Wikipedia Italia - Voce «Girolamo Colonna» - Link - Wikipedia Italia - Voce «Lorenzo Onofrio Colonna» - Link
  8. Mutio PHOEBONIO (Muzio Febonio), Historiae Marsorum, Napoli 1678 - Link
  9. Biblioteca del Monastero di S. Scolastica di Subiaco - Archivio Colonna - Serie III AA - Busta 81 - Documento OO - Link
  10. Biblioteca del Monastero di S. Scolastica di Subiaco - Archivio Colonna - Serie II A - Busta 62 - Fascicolo 11 - Pag. 1-2-3-4 - Link
  11. Funerale di Lorenzo Onofrio Colonna: Biblioteca del Monastero di S. Scolastica di Subiaco - Archivio Colonna - Serie III AA - Busta 193 - Documento 64a - Link
  12. D. LUGINI, Memorie, p. 313 - Sito web di genealogia dei Colonna - Link
  13. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1604-1612 - Pag.108-110-111-111b-112b
  14. Wikipedia Italia - Voce «Diocesi di Rieti» - Link
  15. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 7 - 1613 Visita Crescenzi - Link
  16. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1612-1621 - Pag.101b-102-102b
  17. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1612-1621 - Pag.165b - Link
  18. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 7 - 1620 Visita Crescenzi - Link
  19. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1622-1633 - Pag.93-93b - Link
  20. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 8 - 1627 Visita Toschi - Link
  21. Wikipedia Italia - Voce «Diocesi di Rieti» - Link
  22. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1633-1634 - Pag.18-18b - Link
  23. Pompeo ANGELOTTI, Descrittione della città di Rieti, Roma 1635, p.118 e segg. - Link
  24. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1633-1634 - Pag.272b-273 - Pag.273b-274 - Pag.274b-275
  25. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 10 - 1642 Visita Bolognetti - Link
  26. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1644-1652 - Pag.113b-114b - Link
  27. Ottavio BELTRANO, Breve descrizione del Regno di Napoli, Napoli 1644, p. 282 e segg. - D. LUGINI, Memorie, pag. 170 - Scipione Mazzella fu il primo a scrivere una guida particolareggiata del Regno di Napoli, con l'elenco dei fuochi di tutte le terre. Link: 1586, 1601, 1628, 1629, 1640, 1644, 1671, 1798, 1823, ecc.
  28. D. LUGINI, Memorie, p. 170
  29. Wikipedia Italia - Voce «Peste del 1656» - Link
  30. Nella visita pastorale del 1570 Sant'Anatolia aveva una popolazione di 115 famiglie per un numero di individui pari a 600 e per una media di 5,2 individui a famiglia. Lo stesso anno Cartore era abitato da 15 famiglie per un totale di 100 abitanti, per una media di 6,6 individui. Nella visita pastorale del 1642 Sant'Anatolia aveva 45 famiglie, pari a 300 individui, per una media di 6,6 individui a famiglia
  31. G. GATTINARA, Storia di Tagliacozzo, 1894, p. 95
  32. Matizia MARONI LUMBROSO, Le Confraternite romane nelle loro chiese, Roma 1963, p. 256 - «Statuti della Ven. Arciconfraternita della Morte ed Oratione, prima approvati, e confermati l'anno 1590» - Link
  33. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 22 - 1717 Visita Guinigi - Link
  34. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1644-1652 - Pag.155-155b - Link
  35. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 12 - 1663 Visita Vecchiarelli - Link
  36. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 22 - 1717 Visita Guinigi - Link
  37. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 12 - 1663 Visita Vecchiarelli - Link
  38. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1668-1680 - Pag.46-46b - Link
  39. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1668-1680 - Pag.49-49b-50 - Link
  40. Wikipedia Italia - Voce «Diocesi di Rieti» - Link
  41. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 13 - 1673 Visita Vicentini - Link
  42. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1668-1680 - Pag.229b-230 - Link
  43. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1668-1680 - Pag.241 - Link
  44. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1668-1680 - Pag.244b - Link
  45. Archivio di Stato dell'Aquila - Il Cabreo della Commenda di S. Tommaso all'Aquila dell'Ordine dei Cavalieri di Malta, 1679, p. 44v e segg. - Link
  46. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1680-1693 - Pag.78b-79-79b - Link
  47. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1680-1693 - Pag.112-112b - Link
  48. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1680-1693 - Pag.136-136b-137 - Link
  49. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1680-1693 - Pag.178-178b-179 - Link
  50. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1680-1693 - Pag.189-189b - Link
  51. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1680-1693 - Pag.190-190b - Link
  52. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 14 - 1686 Visita Vicentini - Link
  53. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1680-1693 - Pag.284-284b - Link
  54. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1680-1693 - Pag.318-318b-319 - Link
  55. Storia della famiglie illustri italiane, fascicolo dei Placidi di Siena, Firenze 1872 - Link
  56. Notizia tratta dal sito web: Tenuta Placidi - Link
  57. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1693-1706 - Pag.222 e segg. - Link
  58. Archivio di stato di Napoli - Catasto Onciario di S. Anatolia del 1753 pag. 28 e 35 - Archivio della Parrocchia di S.Anatolia - Reg. Stati di famiglia 1860 n.1 - Registro degli Atti di Matrimonio di S.Anatolia - Anno 1810 - n.5 - Archivio di Stato dell'Aquila - Registro degli Atti di Morte - S.Anatolia 1828 - n.2 - Ecc.