Capitolo VI - Secolo XVIII

Prima decade del settecento - Visita pastorale del vescovo Bernardino Guinigi - Seconda decade del settecento - Seconda visita pastorale del vescovo Bernardino Guinigi - La storia di frate Agostino di Torano - Don Carlo Giorgi interroga i testimoni - Le scuse, il perdono e la visita nel convento - I trentanni di reggenza del vescovo Antonino Serafino Camarda - Vita civile e religiosa nella seconda metà del '700 - Visita pastorale del vescovo Marini - Ultima decade del settecento - Sigilli dell'Università di S.Anatolia - Le voci di vettovaglie

Prima decade del settecento

Il 15 aprile del 1689 morì il principe Lorenzo Onofrio Colonna Gioeni al quale successe il figlio Filippo, nato a Roma il 7 aprile del 1663. Filippo II Colonna Gioeni sposò a Madrid nel 1681 Lorenza de La Cerda de Aragón y Cardona (1666-1697) la quale morì senza lasciargli figli. Nel 1697 sposò a Roma, in seconde nozze, Olimpia Pamphili (1672-1731) dalla quale ebbe otto figli: Lorenzo (1698-1699), Filippo (morto giovane), Fabrizio (1700), Agnese (1702), Antonio (morto giovane), Clemente (1704), Girolamo (morto giovane) e Anna (1706-1745) (1).

Fu in questo periodo, tra la fine del '600 e l'inizio del '700, che venne compilato il catasto antico di Sant'Anatolia. Nel registro, composto di ottantadue pagine manoscritte, vennero elencati sei proprietari terrieri residenti a S.Anatolia e circa cinquantotto tra enti religiosi e proprietari residenti in altri luoghi. Nel registro, oltre ad essere elencati molti nomi delle terre, emergono quasi tutti i cognomi attuali di S. Anatolia come da elenco seguente:

Cognomi ancora presenti o presenti fino a qualche anno fa a S. Anatolia:

  • AMANZI: Amanzio Antonio e Amanzio Carlo
  • DE AGOSTINI: Antonio Agostino di Giovanni e D'Agostino Antonio (eredi)
  • DE AMICIS: D'Amici Antonio - D'Amici Felice Antonio - D'Amici Gioseppe (eredi) - D'Amicis Amico
  • DI CRISTOFANO: Di Cristofano Francesco Antonio di Rosciolo - Di Cristofano Pietro di Castel Vecchio
  • DI GASBARRO: Di Gasbarro Giacomo
  • FALCIONI: Falcione Giovanni
  • FEDERICI: Federici Pietro Antonio (don)
  • FRACASSI: Fracassi Croce - Fracassi Francesco - Fracassi Paolo Antonio
  • GENTILE: Gentile Domenico - Gentile Giovanni - Gentile Giovanni Pietro, et Fratello
  • INNOCENZI: D'Innocenzo Vincenzo
  • LANCIOTTI: Lanciotti Francesco - Lanciotti Giovanni Battista
  • LUCE: Luce Angelo - Luce Gioseppe - Luce Giovanni Battista - Luce Pietro Antonio - Luce Stefano
  • PANEI: Paneo Bartolomeo di Rosciolo - Paneo Sestilio (don) di Rosciolo
  • PELLICCIONI: Pelliccione Salvatore di Rosciolo
  • PLACIDI: Michele d'Agabito Placidi
  • POZZI: Pozzi Pietro (mastro)
  • RUBEIS: Rubei Giovanni Jacomo - Rubeis Quizio
  • SCAFATI: Scafato Bastiano - Scafato Giovanni Antonio di Roma - Scafato Giovanni di Pietro (eredi) - Scafato Paolo d'Angelo
  • SPERA: Spera Francesco - Spera Lino - Spera Pietro

Cognomi del passato che si trovano nei documenti ma non più presenti a S. Anatolia da tanti anni:

  • CHERUBINI: Cherubbini Claudio
  • DRAGONETTI: Dragonetti Domenico Antonio (eredi)
  • MARINO: Marino Pietro (don) (eredi )
  • PRIGENZI: Perigenzio Giovanni Battista di Spedino
  • SILVY: Giacomo (don) di Castel Vecchio

Data l'ampiezza del registro e delle informazioni, si rimanda ad un capitolo a parte nella sezione appendici (2).

Il  20 giugno del 1702 morì il vescovo Ippolito Vicentini e la diocesi di Rieti rimase vacante per 5 anni, fino all'8 giugno del 1707 quando fu nominato vescovo Francesco Maria Antonio degli Abbati (1660-1735). Durante quel periodo di vacanza coprì quel ruolo provvisoriamente il vescovo di Sulmona e Valva Bonaventura Martinelli che, con bolla del 30 novembre 1703 (3), nominò don Tommaso Antonio Luce di Sant'Anatolia canonico della Cappella di S. Maria di Corvaro, beneficio di jus patronato dell'eccellentissimo signor Filippo Colonna Gioeni. La nomina avvenne per morte del precedente canonico don Vennilio Cordeschi. Nella bolla vescovile venne allegato l'atto di presentazione della famiglia Colonna che, avendo lo jus patronato della cappella, aveva il diritto di sceglierne il sacerdote rettore.

Il vescovo, che non era di Rieti ma di Sulmona, interpellò due testimoni «Antonius de Luce de castro S. Anatolia»«Francescus Antonius de Riccis de terra Corbarij» per sapere se veramente i Colonna godessero dello jus patronato della cappella ed essi, con atto del 30 settembre del 1703, risposero: «Noi semo a pieno informati che tutti, i singoli beneficij, anche con cura d'anime, canonicati et altri di qualsivoglia sorte, e specie esistenti nella terra, e territorij del Corvaro, Spedino, e S. Natoglia, diocesi di questa città, e spettanti al proprio dominio all'eccellentissimo signor contestabile Colonna, sono da Iure Patronato di detta casa, e contestabile, e tutti sono stati sempre conferiti, benchè siano abbadia, arcipretati, canonicati e simili a presentazione, e provvideazione dell'eccellentissimo signor contestabile Colonna, tanto in presente, quanto per il passato da contestabili antenati, et il canonicato vacante nella chiesa collegiata di S. Maria del Corvaro, al quale è stato presentato e nominato, dal suddetto signor contestabile, il clerico Tomasso Antonio Luce di S. Natoglia era per prima posseduto da don Vennilio Cordeschi di Lucolo che parimenti l'ottenne a presentazione, dell'eccellentissimo signor contestabile di quel tempo, e tutto ciò noi lo sapemo benissimo come paesani, e perchè cosa publica, e notoria in tutti li luoghi delle nostre parti». Tralasciando il resto della bolla vescovile, riportiamo qui di seguito la presentazione di Tommaso Antonio Luce al vescovo, firmata da don Filippo Colonna:

FILIPPO COLONNA GIOIENI PRENCIPE ROMANO,

Duca, e Prencipe di Paliano, Duca di Marino, di Tagliacozzo, de' Marsi, del Corvaro, Prencipe di Sonnino, e Castiglione, Marchese di Cave, della Atessa, e di Giuliana,
Conte di Ceccano, di Rhegio, d'Albe, di Chiusa e Manopello, Barone di Carsoli, della Valle di Roveto, di Val Corrente, dell'Oliviero, di Caltamauro, della Città d'Aydone,
del Burgio, di Monteallegro, della Contessa, di Cerro, della Nobara, di Plaisano, S. Caterina etc,

GRAN CONTESTABILE DEL REGNO DI NAPOLI, GRANDE DI SPAGNA DI PRIMA CLASSE,
E CAVALIER DEL TOSON D'ORO.

Avendo havuta notitia, che per morte di don Vennilio Cordeschi vachi un Benefitio, o sia Canonicato di Santa Maria della nostra Terra del Corvaro antico Juspatronato della nostra Casa, per ciò informati delle buone qualità, e sufficienza del chierico Tomaso Antonio Luce da Sant'Anatoglia nostra Terra, in virtù della presente, et in vigore di detto nostro Juspatronato lo nominiamo, e presentiamo in detto Benefitio, ò Canonicato à Monsignor Illustrissimo Vescovo di Rieti, suo Vicario Generale, ò altri ò chi spetta, pregandolo, che quando lo trovi idoneo secondo la disposizione del Sacro Concilio di Trento, glie ne spedisca le Bolle dell'Instituzione, col fare in esse espressa mentione di detto nostro Iuspatronato, che oltre al giusto ce ne farà piacere accettissimo. In fede. Dato in Roma dal nostro Palazzo à SS. Apostoli, li 27 giugno 1703.

(Firma di Filippo Colonna)

 

Il 6 dicembre del 1703, il regio generale giudice Giuseppe Lucchesi, pubblico notaio di Tagliacozzo, in presenza dei testimoni Muzio Rosa, Carlo Santini, Antonio Tutono di Tagliacozzo, formulò un contratto di enfiteusi «a terza generazione mascolina a Gioseppe Luce di una possessione vicino la fonte di S. Anatoglia per annuo canone di f. 3.50».

Qualche tempo prima infatti Giuseppe Luce di Sant'Anatolia era andato a Corvaro e, in presenza dell'ufficiale esattoriale dell'eccellentissimo signor gran contestabile Colonna «erario» don Angelo Desideri di Spedino, aveva fatto richiesta di «pigliar in enfiteusi da detto eccellentissimo signor una possessione su terreno sito in territorio di Sant'Anatoglia» e a seguito della relazione dell'ufficiale esattoriale ottenne «la stipulatione di detta concessione» «di un pezzo di terra in luogo detto le Vigne della Corte», ma nonostante il nome, «non solo non è vigna, ma la maggior parte è sodo e infruttuoso». «Detta terra è sita in territorio di S. Anatolia iuxta la fonte in loco detto le Vigne della Corte iuxta via publicam ad un latere, et à capite usque ad pedes bona detti Josephi Luce per illi compratis à D. D. Paulini de Malliano, à pede il Colle delle Grotti, e inculto ab alio latere, à capite Benedicti Galli de Talliacotio duas partes, et alios» (4).

Il 10 marzo del 1708 lo stesso terreno venne riconfermato in enfiteusi a Giuseppe Luce, con contratto stipulato dallo stesso notaio Giuseppe Lucchesi di Tagliacozzo e alla presenza del giudice Giovanni Battista Arioli e dei testimoni Giovanni Jacopo, Antonio Manastridi e Stefano Rossi di Tagliacozzo. Nel contratto risulta che il terreno detto «lavorativo» era di coppe diciotto con dodici alberi di noce, due di olmo e uno di pera selvatica. Il terreno denominato Vigne della Corte era situato «vicino alla fonte, iuxta la strada pubblica da una parte, da capo fino à piedi li beni di detto Giuseppe Luce comprati dal signor Paolini di Magliano, e da piede il Colle delle Grotti e l'inculto dall'altro, e da capo di Benedetto Galli di Tagliacozzo e altri». Questa volta l'esattore era Tommaso Fantauzzi di Massa d'Albe. Il canone fu di 35 carlini annui (5).

A novembre del 1710 morì il sacerdote don Pietro Antonio Federici e il nuovo vescovo di Rieti, Francesco Maria Antonio degli Abbati, con bolla del 20 dicembre 1710, incaricò il reverendo «Dominico Amanzi de castro S. Anatolia» quale rettore del vacante beneficio semplice ecclesiastico «canonicatus nuncupatus in ecclesia parrocchiali Sancti Nicolai supra castri Sancte Anatolie» (6). Per lo stesso motivo rimase vacante il «simplex ecclesiasticus beneficius sub titulo S. Pauli extra castri Spedini» che il vescovo, con bolla del 22 dicembre 1710, affidò al «clerico Antonio Panei, terre Masse Inferioris, Marsorum Diocesi» (7). E sempre per la morte di don Pietro Antonio rimase vacante il «simplex ecclesiasticus beneficius sub invocatione Sancti Laurentij di Cartore nuncupatj» che, con bolla del 22 gennaio 1711 (8), venne dato al reverendo sacerdote «Jacobo de Silvijs romano» residente nel castello di S.Anatolia. Questi, dopo la nomina all'importante beneficio di San Lorenzo, preferì dimettersi spontaneamente dalla reggenza del «Canonicatus nuncupatu Sancta Anatolia modo existent in ecclesia curata di Sancti Nicolai eiusdem terra seu Castri Sancta Anatolia» e dal «Canonicatus nuncupatu in Ecclesia Sancti Stephani dicta terra Corbarij» che con bolle del 22 gennaio (9) e del 6 settembre 1711 (10) passarono rispettivamente al «reverendo sacerdoti Francesco Antonio Luce de Castro S.Anatolia» e al «clerico Pasquali Vulpis de terra Corbarij». Tutti i benefici erano di jus patronato dell'eccellentissimo signore Filippo Colonna Gioeni.

Il 21 luglio del 1710 il nostro vescovo fu trasferito nella diocesi di Carpentras in Francia ma continuò a gestire la diocesi di Rieti fino al primo giugno del 1711 quando venne nominato il nuovo vescovo Bernardino Guinigi. Pertanto la nomina dei sacerdoti Domenico Amanzi, Antonio Panei, Jacobo de Silvijs e Francesco Antonio Luce venne effettuata dal vecchio vescovo, quella di Pasquali Vulpis dal nuovo.

Visita pastorale del vescovo Bernardino Guinigi

Il 24 settembre del 1712 il nuovo vescovo visitò il nostro paese (11) che nel frattempo era passato sotto la giurisdizione ecclesiastica del «Vicariati Suburby Collis Fegati». Il vicario foraneo era don Antonio Costantini di Borgo Colle Fegato (12), che sovrintendeva a dodici parrocchie per un totale di ben 2.232 «animae» (ossia residenti) (13).

  1. Colle Fegato, anime 68
  2. Borgo Colle Fegato, anime 237
  3. Ville di Colle Fegato, anime 168
  4. Poggio Valle, anime 78
  5. Castel Menardo, anime 222
  6. Corvaro, anime 357
  7. S. Stefano di Corvaro, anime 95
  8. Colle Maggiore, anime 226
  9. S. Anatolia, anime 304
  10. Spedino, anime 103
  11. Turano, anime 293
  12. Grotte di Turano, anime 81

Il villaggio di Sant'Anatolia, sotto il dominio dell'eccellentissimo contestabile Colonna, era governato da Francesco Ercoli di Ponticelli e la parrocchia principale era quella di San Nicola col parroco sessantunenne don Giovanni Antonini di Torano. Il villaggio era popolato da cinquanta famiglie composte da 98 uomini e 96 donne adulti da comunione, 58 fanciulli e 52 fanciulle minori che non si comunicavano, da 6 sacerdoti secolari e 2 chierici liberi. Anime in tutto 304. Vi erano quindi ben sette sacerdoti e due chierici: don Giovanni Antonini abate. Don Giacomo Silvi, don Leonardo Placidi, don Domenico Amanzi e don Francesco Antonio Luce, canonici. Don Alessio Innocenzi e don Tommaso Luce, sacerdoti senza beneficio. Berardino Luce e Vincenzo Innocenzi, chierici.

Per il sostegno del clero, per il mantenimento degli edifici religiosi e per la rendenzione della propria anima, nel passato erano stati fondati vari benefici, per la maggior parte per mezzo di lasciti testamentari, che consistevano soprattutto in terreni o case che venivano donati alle singole chiese, chiesette rurali, cappelle o altari. A Sant'Anatolia, dalle terre coltivate direttamente o date in affitto, si ricavavano in totale «salme undici di grano in circa, et uno scudo di prata e venti, inventicinque carlini d'incerti e trentacinque carlini di vigna». Il sacerdote, che era stato nominato rettore, in cambio del godimento del beneficio, doveva occuparsi delle riparazioni all'interno ed all'esterno delle chiese o altari e doveva celebrare delle messe in onore del donatore.

La chiesa di S.Anatolia nel 1712 aveva bisogno di qualche riparazione «la detta chiesa ave bisogno di qualche riparazione, et, il popolo al quale spetta sta in procinto di ripararla et i paramenti parte l'università i sacerdoti con le messe e parte le compagnie cosi per uso inveterato». Nel 1725 Pietro Placidi fece costruire o risistemare parte dell'edificio posto al lato sinistro della chiesa e nel 1727 veniva risistemata anche la cappellina di S.Anatolia posta all'interno della chiesa.

Cappella di S.Anatolia I morti venivano seppelliti soprattutto nella chiesa di Sant'Anatolia ma vi erano pile mortuarie anche nella chiesa di San Lorenzo a Cartore. Trovandosi la parrocchia fuori dal centro abitato, venne costruita dai suoi abitanti, più vicina al castello e proprio nella piazza centrale del villaggio, un'altra chiesa dedicata a San Nicola. Già in precedenza esisteva una chiesa dallo stesso nome sotto la Val di Fua a Cartore dipendente dai monaci di San Paolo di Roma ma che, coll'abbandono di Cartore, era ridotta ormai a macerie.

La chiesa di San Nicola nel 1712 era munita del fonte battesimale, privilegio che non aveva la chiesa di Sant'Anatolia, ma in essa non vi si poteva seppellire. In un certo senso si nasceva nella chiesa di San Nicola e si moriva in quella di Sant'Anatolia.

Nel 1712 l'abbate parroco Giovanni Antonini rispondendo al vescovo sullo stato generale della popolazione del paese scriveva:

«In detta parochia non vi sono meretrici ne persone scandalose e ne vi sono bestembie ereticali, tutti i maritati abitano assieme. Non vi sono ne usurai ne altre persone malefiche. Le feste pare che poco si osservino e l'inosservanza deriva dai lavori che si fanno: le censure e gli sbirri sarebbero l'opportuno rimedio. La mamma [l'ostetrica] è stata esaminata et in caso di bisogno è prattica della forma del battesimo, si chiama Margarita Fracassi e sono da otto anni che esercita. Amico di Federico e Beatrice Luce solamente non si sono comunicati fin hora. Vi è il maestro di scuola et è di buoni costumi ma non ave fatta la professione della fede essendo scuola di semplici fanciulli e si chiama Claudio Cherubbini. Non vi è medico. Non vi sono persone inosservanti. Non vi è persona alcuna che tenga libri proibiti».

Il 24 settembre del 1712, di sabato alle h. 22:00, provenendo da Corvaro, il vescovo Bernardino Guinigi raggiunse il castello di Sant'Anatolia ma, essendo molto tardi, andò a riposarsi nell'abitazione che gli era stata preparata. Il convisitatore invece ebbe il mandato di visitare la chiesa di S. Anatolia, situata fuori dal castello.

La chiesa era di antichissima matrice e, nonostante che ormai, per il vescovo, era la chiesa di S. Nicola ad essere considerata la parrocchiale, per i sacerdoti del paese anche la chiesa di S. Anatolia aveva quel titolo. Essa aveva al suo interno cinque altari cioè «il capo altare con il titolo della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo, la Cappella della Pietà a latere destro e a latere sinistro la Cappella di San Sebastiano e nell'ingresso della chiesa la Cappella di Santa Anatolia e dall'altro lato l'altare della Santa Vergine di Loreto». La chiesa di Sant'Anatolia aveva un proprio reddito, di cui beneficiava l'abbate, e che consisteva nei seguenti beni:

  • Un pezzo di terra nel luogo detto il Colle Ritondo, confinante con i beni di detta Chiesa per i Canonici, di coppe 4
  • Altro pezzo di terra che fu di Amico di Luca
  • Anche un pezzo di terra al Core mano, confinante Vincenzo Innocenzi ed altri
  • Un altro pezzo di terra al Carnale, confinante la via pubblica e i beni di detta Chiesa per i Canonici, di coppe 3
  • Anche un pezzo di terra nello stesso luogo con la Noce, di coppe 6
  • Inoltre due pezzi di terra nel luogo detto la Valle, confinante con la via pubblica e gli eredi di Marchitto, di coppe 11
  • Un altro pezzo di terra alla Valle Lenzita, confinante con Marco Antonio per altre terre e la via pubblica, di coppe 3
  • Un altro pezzo di terra nello stesso luogo, confinante Giulio Federici fù d'Amico di Luca
  • Altro pezzo di terra nello stesso luogo che fu dello stesso
  • Un pezzo di terra in Grossito, confinante con la via e Maria Salvina, di coppe 3
  • Un pezzo di terra al Frontile che fu di Nella, di coppe 3
  • Un pezzo di terra alla Cannavina, confinante con i beni di Ianni Berardini per la moglie e Don Giulio di Federici
  • Canapina in Valle, confinante il rio dell'acqua e la Chiesa per i Canonici, di coppe 3
  • Canapina dove si dice la Macerina, di coppe 3
  • Vigna in Valle d. Chiesa per i Canonici, di coppe 2
  • Nello stesso luogo, confinante detta Vigna e la via pubblica, di coppe 3 e mezza
  • Vigna dove si dice Valle de Santi, confinante Amico d'Amici e i Canonici, di coppe 1
  • Un altro pezzo di terra alla Pagliara, confinante la via pubblica e Silvestro di Luce, di coppe 2 e mezza
  • Terra a Capo il Voto, confinante il Santissimo Sacramento e la strada pubblica, di coppe 4 e mezza
  • Un altro pezzo di terra dove viene detto Piede la Costa che fu di Paniccia, confinante la Chiesa e il rivo dell'acqua
  • Un pezzo di terra in Colanesce che fu di Amico di Luca, di coppe 1 e mezza
  • Terra alla Valle d. dei Canonici, di coppe 2
  • Inoltre un pezzo di terra nel luogo detto le Casarine, confinante i beni di Scafati e la via da capo e da piedi, di coppe 4 e mezza
  • Un altro pezzo di terra ai Quadri, confinante i beni dei Placidi e i beni di Pietro, di coppe 1 e mezza
  • Un altro pezzo di terra nel luogo detto il Pontone, confinante Berardino e Marco Antonio, di coppe 6
  • Un altro pezzo di terra alle Fossata, confinante la via pubblica e l'incolto, di coppe 10
  • Prato nello stesso luogo, di coppe 3 e mezza
  • Terra al Core mano, confinante l'incolto e Marco Luce, di coppe 2
  • Un altro pezzo di terra allo Risciolo che fu di Berardino di Filippo, confinante Amanzi, di coppe 2
  • Terra nella Valle, confinante i Paolini di Magliano e l'incolto

Il convisitatore, dopo aver fatto l'assoluzione dei morti, visitò l'altare maggiore «intitolato alla Natività di Nostro Signore Gesù Cristo» che trovò ben fornito e adorno e privo di oneri e redditi. Visitò poi l'«Altare della Santissima Pietà», anch'esso ben fornito e adorno, tuttavia era stato interdetto fino a quando non fossero state rimosse le sepolture poste in entrambi i lati e sistemata la pietra sacra. Per esso vi era l'onere di celebrare una messa il mercoledì di ogni settimana per il legato del fù Fabio di Domizio, che lasciò ogni suo bene per l'annuo reddito di circa 25 ducati napoletani. Vi era una omonima confraternita amministrata, per procura annuale dei confratelli, dall'abbate e da un canonico. L'altare aveva i seguenti beni:

  • Terra al Favacquaro, confinante Bastiano Scafati e Maria di Magliano, di coppe
  • Terra a Capo la Vicenna di Caroso, confinante Amelio Scafati e la strada, di coppe 2
  • Terra alla Castagna, confinante Vincenzo Innocenzi e l'Università, di coppe 1
  • Terra a Mostatico, confinante Giovanni Falcione, e l'inculto, di coppe 2
  • Terra nello stesso luogo, confinante il Dol. Giovanni Filippo Minicucci, e l'incolto, di coppe 2
  • Terra a Collevenuri, confinante gli Amanzi e la strada, di coppe 5
  • Terra a Piede le Vigne, confinante Antonio Amanzi, Vincenzo Innocenzi, di coppe 2
  • Terra dove si dice la Vicenna, confinante i beni di S. Stefano e Giacomo Rubeis e la strada, di coppe 3
  • Terra al Pontone, confinante Quizio Rubeis, e la strada a due lati, di coppe 3
  • Terra alle Macchie, confinante la strada e li Reverendi Preti, di coppe 3
  • Terra a Valle martina, confinante la strada a due lati et altri, di coppe 2
  • Terra a S. Maria, confinante Nicola Scafati per la moglie, e i beni di S. Maria del Colle, di coppe 4
  • Terra nella Valle mozza, confinante i Dragonetti e altri, di coppe 1 e mezza
  • Terra alli Quadri, confinante Don Leonardo Placidi, Francesco Spera per la moglie, e l'incolto, di coppe 3
  • Terra a Capo la Vallamozza, confinante la strada ed il Santissimo Sacramento ed i Gentili, di coppe 4
  • Cannavina in Valle, confinante Giuseppe Spera per la moglie, il rio dell'acqua, di coppe 1 e mezza
  • Terra allo Carnale, confinante la strada a due lati, e li Reverendi Preti, di coppe 2
  • Terra all'acqua Santa, confinante la strada, confinante li Reverendi Preti, di coppe 5
  • Terra in Valle Cupa, confinante l'incolto, di coppe 4
  • Terra in Piano di Sodi, confinante Filippo di Giacomo, Vincenzo Intij, e la via, di coppe 15
  • Terra al Roparo, confinante Michele d'Agabito, Domenico Antonio Spera per la moglie, di coppe 3
  • Terra in Piano di Sodi, confinante Vincenzo Innocenzi, li Signori Paolini, di coppe 6
  • Terra in detto luogo, confinante la strada, Carlo Amanzi, ed altri, di coppe 4 e mezza
  • Terra nel medesimo luogo, confinante la strada da piede, Vincenzo Innocenzi, Giovanni Falcione a due lati, ed altri, di coppe 30
  • Terra in Sodi, confinante i beni del Santissimo Sacramento e li Reverendi Preti, di coppe 3
  • Terra alla Cerretina, confinante gli eredi di Pietro di Gregorio ed altri, di coppe 4
  • Terra a Piede la Cerretina ossia Carpenale, confinante Antonio Amanzi ed altri, di coppe 4
  • Terra in Grossito, confinante Michaele d'Agabito, i beni della Corte, e la strada, di coppe 9
  • Terra a Capo Fossaduni, confinante la strada, e Carlo Antonio Innocenzi ed altri, di coppe 2
  • Terra alli Signoretti, confinante gli Spera, l'incolto, il Santissimo Sacramento, ed altri, di coppe 10

Visitò l'altare della Beata Maria Vergine di Loreto, ben fornito e adorno, e l'unica richiesta fu quella di fornirlo del baldacchino. In esso vi era un beneficio semplice in possesso di don Leonardo Placidi, con un reddito annuo di 15 carlini, che era annesso e unito al canonicato da esso già in possesso nella chiesa parrocchiale. Visitò l'altare di S. Anatolia, circondato da una cancellata chiusa, ottimo, di forma decente e ben adorno. In esso vi era una confraternita omonima composta di uomini e mogli, che aveva dei beni immobili e un reddito annuale di una salma di grano, come da nota seguente:

  • Terra al Pontone, confinante la strada da due lati e la Chiesa, pervenuta da Vincenzo Innocenzi, coppe 9
  • Terra a Piedi la Cerretina, confinante la strada ed Antonio Amanzi ed altri pervenuta da Santo di Giuseppe, coppe 7
  • Terra allo Carnale, confinante la strada, e l'incolto ed altri, coppe 5

Visitò infine l'altare di San Sebastiano nel quale fu chiesto di fissare con del gesso la pietra sacra alla mensa dell'altare. Esso aveva qualche bene immobile, che veniva amministrato da un procuratore dell'abbate eletto ogni anno, al quale fu chiesto di esibire lo statuto e parlare dei suoi redditi:

  • Terra in Colanesce, che fu di Cesare Colaciatta, di coppe 3
  • Terra al Colle venuro, che fu di Giulia, di coppe 2
  • Terra in Mostatico, confinante Riccio, di coppe 2
  • Terra a Capo Mostatico, che fu di Maria d'Alessandro, di coppe 1
  • Terra in tre luoghi al Colle verrano, di coppe 6 e mezza
  • Terra in Grossito, di coppe 1
  • Terra in Piano di Soti, la tiene Amico, di coppe 1
  • Terra alle pietre delli Corbi, di coppe 2
  • Terra in Piede la Vigna, confinante S. Maria, di coppe 1
  • Terra alle Scagnelle, di coppe 1
  • Terra in Valle, confinante Berardino di Cola, di coppe 1
  • Terra alla Lesca roscia, confinante Francesco d'Amico, di coppe 4
  • Terra a Varvanello, di coppe 5
  • Terra al Colle delle Grotti, che fu di Fiorenza, di coppe
  • Terra à Volpe Morta, che fu di Intinella, di coppe 2
  • Terra in trefiaduni, che fu di Vittoria, di coppe 1
  • Terra a S. Maria, che fu d'Ercolitto, di coppe 2 e mezza
  • Terra al Folicari, assegnata da Rugina di Gioseppe Luce, di coppe 2

In tutti i predetti Altari fu ordinato di dipingere una croce nello stipite.

Il giorno dopo, domenica 25 settembre del 1712, il vescovo assieme al vicario, di buon mattino, si recò nella chiesa parrocchiale di San Nicola, posta nel castello di Sant'Anatolia, il cui rettore era l'abbate don Giovanni Antonini, che aveva reddito e proventi per circa 30 ducati. Baciò la croce e, dopo aver cantato l'inno «Te Deum laudamus», benedì il popolo. Subito dopo ricevette l'obbedienza dal parroco, dai canonici e dagli altri presbiterii. Celebrò il sacrificio della santa messa e ad un grande numero di persone offrì il sacramento dell'eucarestia. Durante la messa confermò la cresima a 152 ragazzi e ragazze. Nella chiesa, oltre al parroco, vi erano tre canonici coadiutori: don Leonardo Placidi, don Francesco Luce, e don Domenico Amanzi, i quali avevano un reddito di sei scudi. La chiesa aveva il campanile con due campane.

Visitò il Santissimo Sacramento dell'Eucarestia, conservato in un decente tabernacolo, e ordinò di aggiustare la sacra pisside, porre una chiave d'argento alle porte del tabernacolo e, nella parte superiore, di sostituire la croce con il crocifisso, ed apporne un'altra dorata, e decorare l'interno con un nuovo panno di seta. Visitò il fonte battesimale e il sacrario che trovò in buono stato. Visitò l'olio santo e l'olio degli infermi, situati a «cornu epistole» dell'altare maggiore, cioè a destra guardando l'altare, e ordinò che nella finestrella, dove erano conservati, vi fosse posto un panno di seta viola, e  che su ognuno vi fosse apposta l'iscrizione. Visitò le sacre reliquie, che ordinò di conservare in due reliquiari dorati. Riguardo le altre, essendo aperte e non avendo un reliquiario, ordinò in futuro di non esporle.

Visitò il Santissimo Sacramento dell'Eucarestia, conservato in un decente tabernacolo, e ordinò di aggiustare la sacra pisside, porre una chiave d'argento alle porte del tabernacolo e, nella parte superiore, di sostituire la croce con il crocifisso, ed apporne un'altra dorata, e decorare l'interno con un nuovo panno di seta. Visitò il fonte battesimale e il sacrario che trovò in buono stato. Visitò l'olio santo e l'olio degli infermi, situati a «cornu epistole» dell'altare maggiore, cioè a destra guardando l'altare, e ordinò che nella finestrella, dove erano conservati, vi fosse posto un panno di seta viola, e  che su ognuno vi fosse apposta l'iscrizione. Visitò le sacre reliquie, che ordinò di conservare in due reliquiari dorati. Riguardo le altre, essendo aperte e non avendo un reliquiario, ordinò in futuro di non esporle.

Visitò l'altare maggiore, dove si conservava il Santissimo Sacramento, che fu trovato ben adorno. C'era una confraternita, con lo stesso nome, che lo gestiva e che possedeva vari beni amministrati dal priore eletto dal parroco. Il vescovo ordinò di esibire lo statuto della confraternita e i libri di amministrazione. Vi era l'onere di quattro messe ogni anno per un legato lasciato dal defunto reverendo Antonio Placidi, che veniva soddisfatto dall'abbate e dai canonici. Inoltre c'era un altro onere di una messa ogni anno, per un lascito dell'anno precedente del defunto Francesco Gentile che aveva lasciato una sua proprietà di quattro coppe, con una rendita di due coppette di frumento l'anno. Sempre all'altare del Santissimo Sacramento, la defunta Maria de Catilano aveva donato la sua casa, contenente due alloggi, da godersi ella stessa durante la  vita e che, dopo la sua morte, sarebbe dovuta andare alla confraternita. Dopo la morte di Maria, il testamento era stato distrutto. Era però stato visto da vari testimoni fin dal 1705, ma per timore era stato rivelato solo all'arrivo del vescovo. Le rivelazioni mostrate al vescovo vennero giudicate originali e chiare. Infatti i testimoni avevano dato prova che quella casa fosse stata posseduta in vita dalla defunta, e che poi era stata occupata con la forza da Antonio e Carlo Amanzi. Il vescovo ordinò ai due, sotto pena di interdizione, di reintegrarla entro un mese alla confraternita.

Visitò l'altare della Beatissima Vergine di Loreto senza dote e senza oneri, che fu trovata in buone condizioni e fu ordinato solamente di dipingere una Croce sullo stipite. Visitò l'altare del Santissimo Rosario ben tenuto, per il quale fu ordinato di riparare la superfice e dipingere una Croce nello stipite. In essa c'era una confraternita, che aveva dei beni per un reddito annuo di quattro salme di frumento. Fu ordinato di mostrarne lo statuto e i libri di amministrazione. Nell'anno 1710 Carlo Amanzi, per mano del notaio Annibalis Spasse, aveva donato a detta confraternita vari beni per un totale di circa ventiquattro coppe e per un reddito annuo di sei coppette di frumento con l'onere di una messa ogni anno, che veniva celebrata dall'abbate. Segue l'elenco dei beni stabili della confraternita del Santissimo Rosario, provenienti da un legato di Tibaldo Rocchi:

  • Terra al Vallone, confinante Giovanni Battista Riccio
  • Terra alle Fossata, confinante Spertutu, e Nicola Coscetta
  • Terra alla Pagliara, confinante la via ai tre lati
  • Terra in tra le Vignie, confinante Alessandro d'Angelo
  • Terra in Soti, confinante Giovanni Domenico Moricone
  • Terra nello stesso luogo, confinante Domizio di Fabio
  • Terra nello stesso luogo, confinante Giovanni Domenico Moricone
  • Terra alle Lesche, confinante i Simeoni
  • Terra allo Coretondo, confinante la Chiesa e Pietro d'Ercole
  • Terra a Volpe Morta, confinante la Via, e l'incolto
  • Terra in Colleverrano, confinante l'incolto
  • Terra a Piede le Vignie, che fu lasciata da Laura Ricci per legato
  • Terra dove viene detto lo Vallone, confinante la Chiesa, e la vedova Laura Ricci, terra che fu di Lucia Spera
  • Terra in Piede le Vigne, confinante Francesco Spera, e Gentilesca delle Grotti fu di Palma d'Amico di capacità di coppe quattro
  • Terra allo Carnale, di coppe quattro, e mezza
  • Terra alli Signoretti, di coppe due e mezza
  • Terra a Grotta Serroni, di coppe due
  • Terra come sopra
  • Terra in Mostatico, di coppe due
  • Cannapina sopra Cartore
  • Terra à Valle Caprina
  • Vengono li sopraddetti sette redditi di terra per donazione di Carlo Amantij
  • Terra al Colle della Pagliarella, confinante li Nardoni, e l'incolto
  • Terra in Grossito, confinante Giovanni Spera e Pietro Salvini
  • Terra in Mostatico, confinante Pietro di Gregorio e Giuseppe d'Amico
  • Vengono le sopradette per lascita di Don Nicola Luce
  • Terra a Capo lo Vallone, confinante Ambrosio Dragonetti e l'incolto

Visitò l'altare di San Giovanni Battista, dove c'era un beneficio semplice sotto lo stesso titolo di jus patronato della famiglia Spera, con un reddito annuo di due scudi e con l'onere di una messa al mese, del quale era rettore don Jacopo Silvi, il quale fece celebrare la messa dal reverendo Leonardo Antonio Placidi. Il vescovo ordinò di fornire l'altare di tutto il necessario e di restaurare l'affresco pena il sequestro. Visitò l'altare della Beata Maria Vergine del Monte Carmelo, eretto con le elemosine degli abitanti nel 1694. Vi era un beneficio semplice di jus patronato della famiglia Placidi con un reddito annuo di ducati 5 e oboli dieci, con l'onere di due messe al mese e tre ogni anno ad libitum, del quale era possessore il canonico don Leonardo Placidi, al quale fu ordinato solamente di dipingere una croce nello stipite. Visitò l'altare della Beata Maria Vergine del Suffragio, eretto di recente dal parroco Giovanni Antonino a proprie spese. Il vescovo benedì l'altare e ordinò che venisse posta dinanzi all'altare una pietra consacrata.

Infine il vescovo visitò il confessionale, la sacrestia, i libri parrocchiali e la struttura generale della chiesa. Per quest'ultima ordinò di riparare il soffitto.

Terminata la visita si spostò nella chiesa di S. Atanasio, anche detta di S. Liberatore, posta al di fuori del castello ma adiacente alle mura, dove c'era un unico altare con l'onere di una messa. La chiesa, che già possedeva dei beni amministrati per procura dalla confraternita del Santissimo Sacramento, fu aggregata alla stessa confraternita. Il vescovo ordinò di fornire l'altare del baldacchino, di dipingere una croce nello stipite, di intonacare e imbiancare le pareti della chiesa, e di porre una serratura con chiave alla porta principale, in modo da poterla chiudere.

Il vescovo chiese informazioni in merito alla chiesa diruta di San Lorenzo in Cartore, presente nel territorio di S. Anatolia, che l'università aveva cominciato a riparare, e nella quale vi era un beneficio semplice di jus patronato dell'eccellentissimo contestabile Colonna, con un reddito annuo di salme 4 di frumento e con l'onere di una messa al mese, che il vescovo Bolognetti aveva trasferito all'altare maggiore della parrocchiale. Lo stesso onere dal rettore Jacopo Silvi, non era stato adempiuto. Il vescovo ordinò di apporre il sequestro sui frutti per due anni con l'effetto di convertirli al fine di riparare la chiesa e di adempiere alla celebrazione delle messe dovute, come da disposizioni. Sempre a Cartore il parroco ricordò al vescovo che vi era il beneficio intitolato a San Costanzo, del quale era rettore era don Cesiddio Antonini, e il beneficio semplice di S. Leonardo, retto dall'abbate di S. Anatolia, di jus patronato della famiglia Colonna, e la cui Instituzione spettava precedentemente ai monaci di S. Paolo di Roma. I beni di S. Leonardo erano i seguenti:

  • Un pezzo di terra alla Fonte di Spedino, confinante l'incolto e altri che si dice la Valle di S. Leonardo, di coppe 49
  • Un pezzo di terra alle Cerreta, confinante con la via, di coppe 43
  • Terra nello stesso luogo, confinante la via e Bartolomeo, di coppe 9
  • Inoltre un pezzo di terra a Varvanello, confinante la via, di coppe 42
  • Inoltre un pezzo di terra a Colle Pezzuto, confinante la via, di coppe 22
  • Inoltre un pezzo di terra a S. Maria della Briccia, confinante con i beni di Marc'Antonio e la via, di coppe 36
  • Un pezzo di terra alle Cerreta confinate la via e Bernardino Retundo, di coppe 17
  • Inoltre un pezzo di terra al Campo di S. Felice, confinante i beni di Zacagnini, di coppe 33
  • Un altro pezzo di terra nello stesso luogo, confinante Antonio Colli, di coppe 14
  • Un pezzo di terra all'Ara di Carbo, confinante i beni di Battista Dragonetti, di coppe 26
  • Terra nello stesso luogo, confinante i beni di Dragonetti, di coppe 13
  • Terra nello stesso luogo, confinante la via e i beni di San Lorenzo, di coppe 12
  • Inoltre un pezzo di terra alle Cerreta, confinante la via [blasis]
  • Inoltre un pezzo di terra alla Valle, confinante i beni di Angelo, di coppe 2
  • Inoltre un pezzo di terra al Favacquaro, confinante Nicola, di coppe 2
  • Inoltre un pezzo di terra non lavorativa in Valle Fida, di coppe 40
  • Vigna nel territorio di Turano che fu dei Catini, di coppe 4
  • Vigna nel territorio di Rosciolo, confinante Luigi della Terra di lavoro, di coppe 6
  • Un altro pezzo di terra dove si dice li Pratoluni che fu di Domenico di Valerio, di coppe 5
  • Un altro pezzo di terra in Colle Pezzuti, confinante l'incolto e la via, di coppe 22

Lo stesso giorno, domenica 25 Settembre del 1712, il vescovo si diresse verso il castello di Torano, e nel tragitto visitò la chiesa di S. Maria del Colle posta nel territorio di Sant'Anatolia, nella quale vi era un unico altare con l'icona della Beata Maria Vergine quasi del tutto corrosa. L'incona era dipinta su una tavola. Il vescovo ordinò di dipingere la tavola con un'immagine nuova e dipingere una croce sullo stipite dell'altare. La chiesa possedeva un beneficio semplice il cui rettore era don Jacopo Silvi. Il beneficio era di jus patronato della famiglia Colonna, con un reddito annuo di circa cinque scudi. Il vescovo rinnovò i decreti fatti nella visita precedente, e confermò l'ordine di sequestro sopra i frutti ad effetto immediato per la reiterazione nella stessa chiesa, e ordinò che si apponesse la serratura nella porta e che la chiave fosse a disposizione dell'abbate di S. Anatolia. Quando fu conclusa la visita il vescovo si diresse al castello di Torano, dove era stata preparata la casa, in quanto si era fatto troppo tardi.

Seconda decade del settecento

Il 6 novembre del 1714 morì il principe Filippo Colonna che lasciò tutti i suoi beni al figlio primogenito Fabrizio (14). Qesti nacque il 28 gennaio del 1700 e sposò Caterina Zefirina Salviati (1701) dalla quale ebbe ben 16 figli: Maria Vittoria Giuseppa (08.01.1721), Filippo (1722), Lorenzo II, 9º principe di Paliano (11.06.1723), Marcantonio Maria (16.08.1724), Pietro Maria Giuseppe Giacomo (07.12.1725), Giovanni Battista (1726), Francesco Giuseppe (20.01.1727), Isabella (03.03.1728), Pamfilo (10.10.1729), Felice (27.02.1731), Maria Teresa (1732), Lucrezia (29.01.1734), Agata (22.01.1736), Federico (12.05.1738), Chiara (03.09.1740) e Ippolita (22.09.1741) (15).

Fabrizio II Colonna ebbe i seguenti titoli nobiliari: Principe e Duca di Paliano, Gran Connestabile del Regno di Napoli, Principe Assistente al Soglio Pontificio, Duca di Tagliacozzo, Principe di Castiglione, Principe di Sonnino, Duca di Miraglia, Duca di Marino, Marchese di Giuliana, Marchese di Cave, Conte di Ceccano, Conte di Chiusa, Barone di Santa Caterina, Signore di Genazzano, Morulo, Piglio, Pofi, Rocca di Cave, Rocca di Papa, Anticoli, Castro, Giuliano, Sgurgola, Salvaterra, Aydone, Burgio, Contisa, Valcorrente, Coltumaro, Val Demone, Val di Mazzara dal 1714, Nobile Romano, Patrizio Napoletano, Patrizio Veneto, Grande di Spagna di prima classe dal 1739, Nobile Romano confermato nella Bolla papale del 1746, Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro dal 1721, Cavaliere dell’Ordine di San Gennaro dal 1738, Ambasciatore Straordinario del Re di Napoli per presentazione della Chinea al Papa nel 1721 e 1730 (16).

Nel 1715 il beneficio semplice di «Sancti Constantii» nel villaggio di Cartore, rimase vacante per dimissioni del clerico don Cesidio Antonini. Il vescovo Guinigi, con bolla del 28 settembre dello stesso anno, nominò rettore il «clerico Bernardino de Luce à Castro S.Anatolia». Il beneficio era di jus patronato dell'eccellentissimo don Fabrizio Colonna Gioieni, signore e padrone del castello di S. Anatolia (17).

Nel dicembre del 1717 morì il parroco don Giovanni Antonini e l'anno dopo morirono a giugno don Bernardino Luce e a luglio don Jacopo Silvi. A causa della loro morte rimasero vacanti molti benefici che il vescovo si affrettò a ricoprire incaricando altri sacerdoti. Il 3 gennaio del 1718, incaricò il «reverendo don Thome de Luce de castro S.Anatolia» quale rettore della «parrocchia, et curata ecclesia, abbazia nuncupata, Sancta Anatolia»  (18). Il 10 aprile, incaricò il «reverendo don Francisco Luce de castro S.Anatolia» quale rettore del beneficio semplice «sub invocatione Santi Constantii in territorio dicti castri ville Cartorij» (19). Il 25 settembre, incaricò il «Clerico Aloysio Spera de Castro Sancta Anatolia» quale rettore del beneficio semplice di «Sancti Joannis Baptista in ecclesia Sancti Nicolai, in castro Sancta Anatolia de iure patronatus laicorum familia de Spera» (20). Il 9 ottobre, incaricò il «reverendo don Thome de Luce de castro S. Anatolia» quale rettore del beneficio semplice di «Sancti Laurentij di Cartore» (21).

Tutti i benefici, tranne quello di S. Giovanni, erano di jus patronato della famiglia Colonna che dovette essere consultata per la scelta dei rettori. Per quanto riguarda invece il beneficio dell'altare di San Giovanni Battista posto nella chiesa di San Nicola, di jus patronato della famiglia Spera, vennero consultati gli eredi «Josepho, Domenico Antonio Lino, et Francesco, germanis fratribus de Spera de decto castro»  ai quali spettava lo «jus, et facultate presentandi rectorem», i quali scelsero quale rettore uno della loro famiglia, don Luigi Spera.

Don Jacopo Silvi prima di morire verbalizzò, di fronte a vari testimoni, la sua volontà di lasciare, dopo la sua morte, ogni suo bene alla cappella di S. Anatolia, compreso il bestiame e ogni altro bene posseduto. Dopo la sua morte il notaio Giuseppe Maria Pacichelli formalizzò tale volontà testamentaria come segue: «S. Anatolia. Nel nome di Dio, Amen. Faccio Fede per il presente, io sottoscritto notaio pubblico per Cause della Curia Capitolina, in qualità di testimone del benemerito abbate Jacopo de Silvi, nell'atto da me chiuso e sigillato, consegnato il giorno 25 giugno 1718, e alla luce della sua morte e al riconoscimento del cadavere, con atto pubblico del 28 luglio 1718, nel quale i suoi eredi hanno incaricato Don Pietro Vanelli al fine di adempiere a tutto ciò che l'abbate ha detto verbalmente allo stesso Don Vanelli, al quale fu detto, tra le altre cose, ciò qui di seguito: "Item, per raggione di Legato, fatto alla Venerabile Cappella di S. Anatolia, situata nella terra di S. Anatolia, diocesi di Rieti, tutti li miei beni stabili, soccite d'animali, et ogni altro, che possiedo in detta terra suo territorio, e circonvicini, col peso, et obligo perpetuo al Priore di detta Cappella, di far celebrare con frutti di detti beni, due messe il mese per l'anima mia, da quelli sacerdoti, che al medesimo parevano". Questo è tutto e tra l'altro, molto più ampiamente descritto nelle parole di testimoni, e nei miei atti. In Fede, dato in questo giorno 26 settembre 1718. Giuseppe Maria Pacichelli: Cause Curia Capitolina».

Segue l'atto del testimone Pietro Vannelli: «Molto illustre signore padrone mio, per sua instruttione le do aviso esser verissimo che la buon'anima del Signor Abbate Silvi ha disposto di tutti li di lui beni stabili a favor della Vostra Cappella di S. Anatolia ma ella, per far eseguire la volonta del defonto, deve far precedere la licenza del Ordinario, e poi l'acettatione del legato del capitolo, quale unitamente con la licenza dell ordinario, in publica forma deva inviare a qualche persona con la procura accio io possa consegnar alla cappella il legato et eseguire la volontà del defonto, et acciò fratanto la robba non vada in dispersione, potrà servirsi della presente nella quale io do tutto il mio beneplacito al procuratore della sua Capella di invigilare a quanto occorerà la tal causa, inviandole la copia del testamento per il lator della presente e se voglio a servirla mi commandi di vostro servitore molto illustre. Roma 26 settembre 1718. Affettuosissimo et obbligatissimo servitore. Pietro Vannelli» (22).

Seconda visita pastorale del vescovo Bernardino Guinigi

Nel mese di maggio del 1721 il vescovo Guinigi, in visita alla sua diocesi reatina, incaricò il canonico don Ludovico Sanitio a fare il sopralluogo delle terre poste ai confini della diocesi verso il Regno di Napoli e, in particolare, alle parrocchie facenti parte dell'attuale comune di Borgorose. Il 10 maggio del 1721 l'incaricato del vescovo, dopo aver visitato le chiese di Spedino, raggiunse il castello di Sant'Anatolia (23) la cui parrocchia, composta di 356 anime, era governata dall'abbate parroco coadiuvato da cinque sacerdoti e due chierici:

  • Tommaso Luce, abbate parroco
  • Leonardo Antonio Placidi, canonico
  • Domenico Amanzi, canonico
  • Francesco Luzi, canonico
  • Alessio Innocenzi, sub diacono
  • Pietro Filippo Luzi, sub diacono
  • Agapito Antonio Placidi, chierico degli ordini minori
  • Luigi Spera, chierico degli ordini minori

Iniziò la visita pastorale dalla chiesa di S. Anatolia posta fuori dall'omonimo castello e dapprima visitò l'altare maggiore, intitolato alla Natività di Nostro Signore Gesù Cristo. Ordinò di fornirlo del baldacchino, di dipingere la croce nello stipite, di fornirlo di un crocifisso scolpito  e rimuoverne la raffigurazione.

Visitò l'altare della Santissima Pietà e ordinò di spostare la pietra sacra verso la parte anteriore per lo spazio di un palmo. C'era l'onere di una messa ogni settimana e, sia l'abbate, quanto i canonici, ne documentarono l'adempimento. Aggregata all'altare vi era la confraternita della Pietà, affiliata alla confraternita della Buona Morte di Roma. Dopo averne letto i «Capitoli», scritti nell'atto di fondazione, l'incaricato del vescovo esortò i confratelli acciocchè in futuro vi adempissero e li rispettassero. Ordinò poi di esibire i conteggi dei redditi dei beni dell'altare, che furono prontamente consegnati. Questi li esaminò e li ritenne idonei. Ebbe solamente da ridire che in futuro non venissero scritti su fogli sparsi, ma che venisse predisposto un registro dove annotarli.

Visitò l'altare della Beatissima Maria Vergine di Loreto e ordinò di togliere la polvere dall'icona e di riadattare in alcune parti che lo necessitavano lo scanno suppedaneo. Lo scanno era il gradino superiore dell’altare, spesso di legno, che faceva in modo che il sacerdote potesse esser visto da tutti i fedeli. L'incaricato del vescovo ordinò di fornire l'altare dei candelabri, del crocifisso, della «Carta gloria» e dell'«In principio», del lavabo, dei tovaglioli, dei cuscini e di quanto necessario entro due mesi, pena la sospensione. C'era un beneficio, chiamato canonicato, di jus patronato della famiglia Colonna, il cui possessore era don Leonardo Placidi.

Visitò l'altare di S. Anatolia, posto in una cancellata in mezzo alla chiesa, che fu trovato ottimamente adornato. C'era una confraternita, che non indossava il sacco, che aveva vari beni stabili con i frutti dei quali si provvedeva all'olio ed a quanto necessario, tanto per l'altare, quanto per il corpo della chiesa. L'immagine affrescata nell'altare era di grande devozione e molti concorrevano all'elemosina. Per questa ragione il procuratore, eletto dall'abbate, doveva rendere conto a questi, esibendo il libro e la motivazione dei pagamenti fatti. Nell'altare di S.Anatolia c'era l'onere di due messe al mese per il defunto don Jacopo Silvi. Il testamento era stato fatto visionare agli eredi all'inizio del 1721, da un giudice laico di S. Anatolia, ma poichè gli eredi non avevano intenzione di continuare a celebrare le messe, si erano accordati affinchè venisse diminuito anche il legato, ma si rimaneva in attesa della decisione ultima che spettava al vescovo.

Visitò l'altare di San Sebastiano, e ordinò di apporre della calce attorno alla pietra sacra per fissarla. Ordinò di porre una croce davanti all'altare e di fornirlo di crocifisso, dell'«In principio» e del lavabo. Esso possedeva diversi beni stabili e di anno in anno il parroco nominava un procuratore per amministrarne i frutti e i redditi. Visitò la sede del confessionale e fu ordinato di apporre la «Bulla in Coena Domini», casus reservatos, e le pie Immagini. Visitò la sacrestia e le suppellettili sacre, ordinò di indorare il calice e la patena, di fare una croce nel corporale, e nel pallio. Visitò infine il corpo della chiesa, e ordinò di riparare il tetto nella parte dove è necessario, dove è stato lacerato dagli alberi da frutta nella parte a settentrione, e di sradicare quelli attorno alle pareti. Ordinò di erigere una croce sopra il campanile.

In tarda ora, verso mezzogiorno, l'incaricato del vescovo si ritirò in casa del reverendo abbate, dove fu trattato molto bene. Pranzò, revisionò i conti, e poi andò a visitare la chiesa di San Nicola, dove, da qualche tempo, era stata trasferita la sede parrocchiale. Dopo aver fatto l'assoluzione dei morti visitò il Santissimo Sacramento, ordinando di fornirlo di una piccola pisside da portare ai malati in caso di necessità. Visitò il battistero, per il quale ordinò di fornirlo di una scodella di rame per i l'abluzione dei bambini e di rivestire l'armadio dove si conservava l'olio sacro con un panno di seta viola. Visitò l'olio degli infermi, e ordinò di coprire la fenestella con un panno di seta viola, e di porre sopra di esso l'iscrizione. Visitò poi le sacre reliquie, in merito alle quali ordinò di rimuovere la tavola intermedia per ricollocarle meglio, e di rivestire la fenestella con panno di seta color rubino con l'iscrizione.

Visitò l'altare maggiore, dove era conservato il Santissimo Sacramento, che fu trovato ben messo. In esso vi era una confraternita che indossava il sacco di colore bianco, e che camminava in processione nel tempo del Santissimo Corpo di Cristo. Possedeva vari beni, amministrati dal procuratore, che rendicontò sulla sua amministrazione e gestione computando ogni singolo anno, con l'assistenza dell'abbate. Vi era l'onere di cinque messe, come risultava nella tabella, fu dichiarato l'adempimento dall'abbate, e dai canonici, e fu ordinato che in futuro le spese effettuate fossero annotate in un libro apposito.

Visitò l'altare della Beata Vergine di Loreto, e ordinò di fornirlo della «carta gloria» e dell'«in principio», di riadattare  lo scanno suppedaneo entro due mesi, e di dipingere una croce nello stipite. Visitò l'altare del Santissimo Rosario, e ordinò di porvi una croce al centro, e di fornirlo del tensuario, della «carta gloria» e dell'«in principio», e del lavabo. Vi era una confraternita, aggregata alla chiesa di Santa Maria della Minerva di Roma, come era evidente nel privilegio. Possedeva diversi beni stabili della cui amministrazione era fatta da essi rendicondazione al'abbate. Vi era l'onere di una messa ogni anno ma ne fu documentata la soddisfazione di una sola dal reverendo Abbate. L'incaricato del vescovo ordinò alla confraternita di soddisfare entro l'anno le nove messe tralasciate.

Visitò l'altare di San Giovanni Battista, di jus patronato della famiglia Spera, il cui rettore era il chierico Luigi Spera, con un beneficio semplice e l'onere di una messa al mese. Il reverendo don Leonardo Antonio Placidi ne documentò l'adempimento. Non furono trovati adempiuti i decreti della precedente visita, circa il restauro della pittura nella parete, il rinnovo della «carta gloria» e dell'«in principio», la fornitura del lavabo, dei candelabri, del crocifisso e della croce nello stipite. Pertanto ordinò di procedere pena il sequestro dei frutti.

Visitò l'altare della Beata Maria Vergine del Monte Carmelo. Vi era un beneficio semplice di jus patronato della famiglia Placidi, con l'onere di ventisette messe all'anno, il cui possessore era il reverendo don Leonardo Antonio Placidi, e lo stesso nè documentò l'adempimento. L'incaricato del vescovo ordinò di predisporre un libro dove annotare le stesse e apporre una tabella a parte. Ordinò inoltre di dipingere una croce sullo stipite dell'altare. Visitò l'altare della Beatissima Vergine del Suffragio e ordinò di dipingere una croce sullo stipite dell'altare e ritrarre la pietra sacra verso il fronte dell'altare per lo spazio di un palmo circa. Visitò il confessionale e ordinò di fissare la grata. Visitò la sacrestia e le suppellettili sacre e ordinò di porre una croce nel corporale e nel pallio. Ordinò di fornirlo dell'umbrella e della capsula sepolcrale. Visitò i libri parrocchiali trovandoli in ordine.

Si era fatto tardi don Ludovico Sanitio prese alloggio nella casa del reverendo abbate don Tommaso Luce e dopo la cena andò a riposare.

La mattina dell'11 maggio 1721, proseguendo la Sacra Visita, entrò nella chiesa di S. Atanasio, posta nell'ambito della terra di S. Anatolia, nella quale c'era un unico altare. Don Ludovico Sanitio non trovò adempiuti i decreti della precedente visita, circa la fornitura del baldacchino e della croce nello stipite dell'altare. Pertanto rinnovò gli ordini, oltre a chiedere di rinforzare la porta e chiuderla la sera, e spolverare e pulire l'icona dell'altare.

Riguardo alla chiesa di San Lorenzo in Cartore, ebbe la relazione dell'abbate il quale riferì sul modo in cui era stata restaurata e sugli oneri delle messe da soddisfare nell'altare maggiore. Vi era un beneficio semplice, di jus patronato della famiglia Colonna, con l'onere di una messa ogni anno, e tale onere era stato trasferito al detto altare maggiore al tempo del vescovo Bolognetti, e il parroco ne documentò l'adempimento.

Essendo domenica l'incaricato del vescovo decise di trattenersi tutta la giornata a Sant'Anatolia riprendendo la Visita Pastorale il giorno dopo. 

Lunedì 12 maggio di mattina, si diresse verso Torano, e nel tragitto visitò la chiesa di Santa Maria del Colle, soggetta alla chiesa parrocchiale di S. Anatolia, e distante circa un miglio dal castello. Ordinò di porre una croce nello stipite, e di riparare il pavimento nei punti necessari. Vi era un beneficio semplice di jus patronato della famiglia Colonna, il cui rettore era don Leonardo Placidi, senza nessun onere di messa.

La storia di frate Agostino di Torano

Lunedì 12 maggio 1721, il parroco di S. Anatolia, don Alessio Innocenzi, insieme ad altri sacerdoti, scortarono al castello di Torano l'incaricato del vescovo don Ludovico Sanitio (24). In quel tempo Torano aveva 273 abitanti ed era baronia della famiglia Caffarelli. Don Ludovico visitò dapprima la chiesa parrocchiale di S. Martino, il cui abbate era don Giuseppe Cattivera, e la trovò ben tenuta e fornita di tutto il necessario per potervi celebrare. Incontrò i componenti del clero locale che, oltre all'abbate, erano:

  • don Giovanbattista Felli, canonico coadiutore
  • don Francescantonio Felli, canonico
  • don Orazio Felli, canonico
  • don Loreto Bertoldi, diacono
  • Jacopo Catini, clerico

Il visitatore entrò nella chiesa di S. Sebastiano e ordinò di sospendervi le celebrazioni in attesa che fosse restaurata e fornita del necessario per celebrarvi. Visitò la chiesa di S. Paolo, posta al centro del paese, dove vi era un unico altare. Ordinò di imbiancarla e fornirla del necessario. Visitò la chiesa di S. Tommaso, parrocchia del castello diruto di Latuschio, che trovò mal messa nel tetto e nelle pareti e diede ordine di ripararla e di fornirla di porte e altre necessità, pena il sequestro dei benefici. Visitò l'oratorio della Madonna della Cappella che ordinò di imbiancare e fornire di alcune suppellettili mancanti. Visitò la chiesa di S. Maria del Mulino anch'essa sprovvista del necessario.

Infine, accompagnato dal parroco don Giuseppe Cattivera e dai sacerdoti don Carlo Giorgi e don Alessio Innocenzi, si accinse a visitare la chiesa di S. Pietro, alla quale era annesso il convento soppresso dei padri agostiniani, dove arrivò che erano circa le h. 21:00. Il visitatore trovò che le porte della chiesa e quelle del convento erano chiuse a chiave e, non sapendo dove era andato il padre priore don Agostino Moricone, decise di proseguire la visita negli altri paesi del circondario, iniziando dalle Grotte di Turano. Prima di partire incaricò il sacerdote don Carlo Giorgi di indagare sul motivo per il quale il priore non avesse atteso l'incaricato del vescovo, nonostante tutti sapessero della sua imminente visita.

Don Carlo Giorgi, sacerdote del monastero di San Salvatore in diocesi reatina, rimase quindi a Torano e quando incontrò il laico Lorenzo, conosciuto da tutti come frà Lorenzo, persona che abitava nel convento, gli chiese come mai le porte fossero state chiuse, nonostante fosse noto a tutti che era in atto la visita pastorale. Il laico rispose che essendo loro referenti i «superiori della religione agostiniana», essi non intendevano «ricevere visita di monsignor illustrissimo vescovo in detta chiesa e convento». Anche il diacono Loreto Bertoldi, inviato dal sacerdote a cercare il padre priore del convento, confermò che questi aveva risposto nella stessa identica maniera, e cioè che non intendeva far entrare l'incaricato del vescovo in quanto il convento e chiesa di San Pietro non dipendevano dalla sua diocesi, bensì dai frati superiori agostiniani.

Don Carlo immediatamente raggiunse don Ludovico, che nel frattempo aveva visitato Grotti, Poggiovalle, Ville e aveva raggiunto Borgo, e lo mise al corrente della incresciosa situazione. Don Ludovico Sanitio di rimbalzo, inviò il signor Giovanni Ciccarelli, promotore fiscale della curia vescovile, dal vescovo Guinigi, che si trovava in sacra visita a Borgo San Pietro nel Cicolano, chiedendo lumi su come comportarsi:

«13 maggio 1721. Sappia Vostra Illustrissima, e Reverendissima, che essendosi portato il Reverendissimo Canonico Ludovico Sanitij convisitatore eletto da Vostra Illustrissima per il luoghi della Diocesi Reatina esistenti nelle parti del Regno di Napoli alla visita del Monastero suppresso de Padri Agostiniani, e Chiesa annessa di S. Pietro del castello di Turano esistente nel vicariato del Corvaro parimente diocesi di Vostra Illustrissima, li fu dedotto à notizia , che il padre Agostino Moriconi Priore di detto convento, e f. Lorenzo laico pubblicamente avanzavano non voler ricevere la sacra visita tanto del monastero, che della chiesa suddetta e che se l'altri Priori non si erano opposti, si sarebbe opposto lui à Vostra Illustrissima, e non havrebbe permesso, che fusse entrato in detto monastero, e chiesa à far visita alcuna, comè in fatti il medesimo signor canonico nell'accesso, che fece per visitare detto convento, e la chiesa a oppresso, dopo il pranzo li 12 del suddetto mese corente circa l'hora 21 associato dal suo vice canonico, et altri sacerdoti, e signor abbate di detto loco, trovò esser à porte chiuse serrata la chiesa, e porta de detto monastero, e fatte tutte le diligenze, non fu potuto entrare per visitare, e gli convenne in presenza di tutti ritornarsene in dietro; e volendo meglio accertarsi del fatto occorso, comise il medesimo signor canonico al signor don Carlo Giorgi che si trattenesse ed esplorasse il detto Priore in sapere la causa di tener serrate la chiesa in atto di sacra visita, e gli fu risposto dal laico, che i loro visitatore non erano altri, che i loro superiori della Religione Agostiniana, e che loro non volevano ricevere visita di Monsignor Illustrissimo Vescovo in detta chiesa, e convento; come anche riferì il diacono Loreto Bertoldi per haver parlato al detto Padre Moriconi apedito à posta dal detto Signor Canonico, che intendeva visitare la detta chiesa, e monastero da cui fece riferire che non occorreva s'incomodasse detto signor canonico convisitatore, mentre non voleva permettere la visita di detta chiesa, e monastero per non spettare ò monsignor illustrissimo vescovo; Pertanto essendo il tutto vero, fò istanza che si castighino il detto padre Agostino Moriconi, e laico chiamato frà Lorenzo, e si proceda come sarà di raggione alle cenzure, e pene, contenute nè sacri canoni; costitutioni apostoliche, e nella Bolla in Coena Domini, per essere stati publicamente violatori, e perturbatori della jurisditione apostolica della Santa Sede, e Potestà Episcolape, e ditto ciò, ne sono informati il signor abbate Gioseppe Cattivera; il signor don Giovanni Battista de Felli; il signor don Francesco Antonio Felli; il signor don Oratio Felli; il signor don Carlo Giorgi, ed il signor Alesio Innocentij, et il diacono Loreto Bertoldi, et altri.»

Il vescovo Guinigi si affrettò a rispondere a don Ludovico al quale chiese di intraprendere di nuovo la visita facendosi questa volta accompagnare da più testimoni. Chiese inoltre di informarsi sui motivi per i quali il priore del convento don Agostino Moricone, che nella precedente visita del 1712 non aveva creato ostacoli, questa volta avesse deciso di opporsi alla visita.

«Illustrissimo Signor mio ossequiosissimo. Resto molto maravigliato, che il Priore Moriconi per esser mio paesano, e doppo havermi visitato nel Peschio senza farmi difficoltà alcuna circa la visita, pretendi poi impedirla quando sà, quanto fu operato da me nel 1712 nella visita di detto monastero. Perchè dunque suppongo, che la sua oppositione sia publica, potrà vostra illustrissima trasmetterli la monitione ad dicendum causam, con assegnarli sei hore di tempo, duo per il primo; due per il secondo, e due per il terzo domine, e non comparendo, ò non ricevendo la visita potrà dichiararlo in corso nella scommunica riservandosi poi à fare attaccare i cedoloni doppo che sarà tornato in Rieti. Se poi l'oppositione fatta non fosse publica, sarà bene, che Vostra Illustrissima vada di nuovo alla chiesa per visitare con testimonij prima di trasmettergli la monitione, e serrando la chiesa, e non volendo aprire, ò facendo altra oppositione di tutto farà prender nota nella visita con fare sottoscrivere i testimonij, e poi gli trasmetterà la detta citatione, e farà quanto sopra. Sò che lei non ha bisogno di queste istruzioni, tuttavia le dò questo cenno per conformarmi al suo desiderio, e resto con pienezza di stima. Domine Vostra Illustrissima. Borgo S. Pietro 13 maggio 1721».

Dalla lettera sembra che, essendo il vescovo Guinigi nativo della cittadina di Camaiore in provincia di Lucca, anche il padre Agostino Moricone, suo «paesano», fosse nativo dello stesso luogo e, a possibile conferma, varie persone di cognome Moriconi vivono oggi a Camaiore.

Il giorno dopo, mercoledì 14 maggio 1721 don Ludovico ritentò la visita questa volta accompagnato dai seguenti testimoni:

  • Giuseppe Cattivera, abbate di Torano
  • Alessio Innocenzi, abbate di S. Anatolia
  • don Francescantonio Felli, canonico
  • don Carlo de Gregorio, canonico
  • Filippo Proni, oste
  • Angelo Pietropaoli
  • Giovanni Battista Bernardini.

Purtroppo anche questa visita non andò a buon fine in quanto il priore aveva di nuovo chiuso le porte della chiesa e del convento ed aveva fatto sapere di non aver nessuna intenzione di aprirle. Il giorno dopo don Ludovico Sanitio scrisse una pubblica diffida indirizzandola sia al priore del convento che ai parroci e canonici del territorio, nella quale esortava il frate Agostino a far conoscere i motivi per i quali si era opposto e a rimediare. Don Ludovico diede al priore tre possibilità di due ora ciascuna per poterlo incontrare e dichiarò che, nel caso don Agostino Moricone non si fosse presentato, avrebbe subito la «excomunicationes maioris», la «suspensionis à divinis» e le altre punizioni previste nei sacri canoni, costituzioni e nella «bulla Coena Domini».

Venne incaricato per la consegna il balio di Torano al quale don Ludovico chiese la ricevuta di ritorno, scritta e controfirmata da testimoni, della avvenuta consegna:

«Io sottoscritto Domenico Antonio di Marcello, balio del castello di Turano, riferisco haver presentata copia simile, e lasciata nelle mano del padre Agostino Antonio Moriconi, priore nel convento e chiesa di questo castello di Turano, alla presenza di don Innocentis Leoni e del signor Marco Salvini, governatore in detto loco, et in fede questo dì 15 maggio 1721, ed haver affisso anche una copia alla chiesa di S. Pietro e S. Martino chiesa parrocchiale di detto loco. Io Domenico Antonio di Matteo di Marcello Balio. Nos Antonio Fellius, et Laurentius de Stephano ad presens Maxaris Universitatis castri Turani fidem facimus, et testamus supradictum Domenicum Antonium baiulim esse talem, qualem se fecit, ac proinde eius acta plenam habere fidem; Ideos hanc fecimus, nostrus solito popolari sigillo munivimusa. In quorum fidem datum Turani hac die 15 mensis maij 1721. Loco + Sigilli».

Don Carlo Giorgi interroga i testimoni

Il 15 maggio 1721, dopo aver spedito la diffida, don Ludovico Sanitio chiese al reverendo don Carlo Giorgi di proseguire le indagini, per capire meglio chi fosse frà Agostino Moricone e perché si comportasse in maniera così irrispettosa verso l'autorità vescovile.

Don Carlo andò quindi ad interrogare l'abbate parroco don Giuseppe Cattivera, nella sua casa in Torano, e iniziò dalla domanda rituale:

E' a conoscenza del motivo per cui io l'ho chiamata a deporre ?

«Signore io non sò perchè mi habbia fatto chiamare, ne posso sapere, che cosa da me voglia».

Per quale motivo lei è stato chiamato ad affiancare l'incaricato del vescovo nella sacra visita ?

«Per esser io prattico dè luoghi in queste parti, mi fu data l'incombenza, che mi portassi in compagnia di vostra reverendissima per insegnarli i luoghi che si devono visitare in questo vicariato del Corvaro».

Lei è a conoscenza del fatto che detto incaricato del vescovo giunse di fronte la chiesa di S. Pietro e del monastero soppresso nel castello di Torano con animo di visitarli ?

«Sono informato benissimo che vostra reverendissima si sia portato nella terra di Turano con animo di visitare la chiesa di S. Pietro, e suo monastero suppresso conforme ho visto, che ha pratticato nell'altre chiese, che sono state visitate da vostra illustrissima».

Racconti con sue parole l'ora e il giorno in cui avvenne e ciò che ha visto.

«L'ora che vostra illustrissima, la prima volta che si portò alla chiesa e monastero soppresso di S. Pietro suddetto, fù doppo pranzo circa le 21 hora, in giorno di lunedì di 12 del corrente mese, e poi è ritornato questa mattina circa l'hora 12, et ho visto tanto la prima volta che vostra illustrissima fù alla chiesa, quanto a questa seconda che il padre Agostino Moricone e suo laico, il quale mi haveva parlato antecedentemente che non toccava à monsignor vescovo il visitare la detta chiesa, e monastero, e per tale effetto ho visto anche che tenevano serrata la chiesa e porta del convento, e volendo vostra reverendissima entrare per visitare, e fatte tutte le diligenze per aprire le porte serrate, non ha potuto entrare, anzi vi era presente il medesimo padre priore questa mattina, con opponersi, e dire che monsignor vescovo non haveva chè fare in detta chiesa. Onde vostra reverendissima l'ho visto tornare à dietro, e si è portato in chiesa di S. Martino, parochiale di questo luogo di Turano, e poi in casa del signor abbate Cattivera.».

Racconti tutto ciò che sa e le circostanze.

«Già che ho da cominciare il fatto da capo, gli dirò tutto ciò che ho visto come ho detto, che essendo vostra reverendissima visitatore di monsignor illustrissimo doppo il ritorno da S. Anatolia portatosi in Turano, che sempre ho havuto la sorte di accompagnarlo, arrivato che fù nel castello di Turano, e visitata la chiesa parrocchiale di detto luogo doppo il pranzo circa hora si portò per visitare la chiesa, e monastero suddetto, e trovandola chiusa fù da me spinta fortemente, se si poteva aprire la porta della chiesa, e trovai che stava serrata à chiave, come anche la porta del convento, e sonato alla porta battitora non volse rispondere alcuno. Onde vostra reverendissima tornando indietro disse, che mi aspettasse per parlare al priore, che voleva visitarla in detto giorno, e trovato da me il laico chiamato frà Lorenzo li dissi, se dove era andato il priore, che poco fà andava per il castello à spasso, come io l'havevo visto, e l'havemo salutato, e mi rispose detto laico, che era andato in campagna à vedere i grani nelle loro possessioni; e soggiungendoli che era arrivato il visitatore per visitare la loro chiesa, e manastero, mi rispose, che i loro visitatori l'havevano nella Religione, e che lui era laico, e che discoresse con il priore, e fattosi tardi, perchè correva voce, che il priore si iattava publicamente di non volere permettere questa volta che lui era priore in detta chiesa la visita de vescovi, e che se era riuscito in tempo d'altri priori, non riuscirebbe al certo in tempo suo. Onde viddi che vostra illustrissima per accertarsi di tal fatto fece chiamare da don Francesco Felli il diacono Laureto Bertoldi, il quale portatosi à far sapere al detto priore la medesima sera  di maggio, che voleva essere il signor visitatore, ò visitare la detta chiesa e monastero, conforme trovava nella visita passata, et il medesimo riferì poco doppo, che tornò dal convento la sera in casa de signori Cattivera publicamente che assolutamente non voleva che fusse visitata la sua chiesa, e convento: Onde vostra illustrissima reverendissima per non trattenersi inutilmente volse intanto spedire à monsignor vescovo che dimorava al Borgo S. Pietro in visita, e la mattina proseguendo il viaggio, con lasciare sospeso la visita di detto monastero finchè havesse havuti altri ordini da monsignore illustrissimo, seguitò il viaggio verso le Grotti di Turano, Poggio di Valle, e Ville di Colle Fegato, e giunto la sera mentre si cenava nel Borgo di Colle Fegato in casa del signor Giacomo Antonini giunse il clerico Leoni del Corvaro, che s'era spedito à posta à monsignore e riportò la lettera responsiva come m'imagino del fatto che ho raccontato, e questa mattina per bon tempo mi ha dato l'ordine che trovati i cavalli si ritornasse verso Turano; Onde cavalcando fù andato à S. Giovanni Leopardo, e poi recto transite si è venuto alla chiesa e monastero di detti Padri Agostiniani soppressi, dove vostra illustrissima reverendissima assiame con il signor Marchetti vice cancelliere della visita, e signore don Alesio Innocentij amontati da cavallo sono andati à drittura alla chiesa suddetta, e monastero, dove erano parimenti le porte serrate, e mentre vostra illustrissima reverendissima si è trattenuto, è venuto il detto Priore Moriconi dalla Piazza del suddetto castello, e fattosi incontro con altra gente, che vi era accorsa apertamente ha detto che non intendeva di aprire la chiesa ad effetto che vostra illustrissima reverendissima la visitasse, mentre non voleva permettere questo pregiudizio in questa chiesa, e monastero; Onde sentita l'intenzione di vostra illustrissima reverendissima licienziandosi dal detto Padre si portò ad udir messa nella chiesa parrocchiale, e poi qui in casa del signor abbate Cattivera, dove vedo, che si trattiene».

Mi dica se lei conosce il padre Moricone e in quale occasione ha avuto a che fare con lui.

«Questo Padre è a me cognito in occasione che io mi sono portato in queste parti, et è mio amico per quanto porta di haversiqualche volta mangiato insieme».

Mi racconti qualcosa sul carattere e sul tipo di vita di questo priore Moricone.

«Questo è un Padre che gli piace l'allegria, e conversazione di questi luoghi nè poi posso dire quali costumi si ritrovi per non essere prattica mià continua, et habitante in questo luogo».

Mi dica se ci sono altri testimoni che ritiene sappiano dei fatti.

«Di questo fatto che io ho raccontato è pieno tutto il paese, e puol sentire il signor don Alesio Innocentij, che si è trovato al tutto, et il signor don Francesco Felli et altri».

Scalinata che porta alla chiesa di S. Pietro

Don Carlo chiamò quindi a testimoniare il parroco di Sant'Anatolia, l'abate don Alessio Innocenzi e iniziò dalla domanda rituale:

Lei è a conoscenza del motivo per cui io l'ho chiamata a deporre ?

«Non m'imagino, se perchè cosa si habbia fatto chiamare, onde non sò perchè io sia venuto».

Mentre accompagnava l'incaricato del vescovo, nella sua visita dal castello di Sant'Anatolia fino al borgo di Collefegato, accadde qualcosa di particolare nel castello di Collefegato o altrove ?

«Intorno a quello che vostra illustrissima reverendissima mi domanda, per haverla accompagnata in occasione che venne a S. Anatolia mia patria, con haverla seguitata à Turano, e di là à Colle Fegato et altre ville, posso dire, e raccontare il fatto che hò visto in Turano, di non volere ricevere la visita di monsignor mio illustrissimo vescovo, commessa à vostra illustrissima reverendissima, il padre priore Agostino Moricone nel monastero, e chiesa soppresso nel castello di Turano, dove vostra illustrissima m'interroga in casa del signore abbate Cattivera».

Racconti tutto ciò che sa e le circostanze.

«Il tempo, che io sò del fatto che raccontarò adesso, è occorso in questo modo: essendosi da Sant'Anatolia mia patria portato qui vostra illustrissima reverendissima con il suo compagno signor Marchetti, come visitatore di monsignore nostro, circa l'hora prima del pranzo li dodici corrente maggio, doppo il pranzo, incaminatosi verso la chiesa di S. Pietro di Turano, chiesa e monastero soppresso de Padri Agostiniani, giunto che fù alla porta della chiesa viddi, che era serrata, e benchè fusse provato ad aprirla, come anche quella della porta del convento con diverse spinte, ne l'una, ne l'altra fù potuta aprire, e battuto alla porta del convento, e data voce al priore, e altri, sè n'erano che aprissero per esser venuto il visitatore per visitare la detta chiesa, e convento soppresso, non vi fu nessuno, che volesse rispondere. Onde viddi, che vostra illustrissima reverendissima se ne tornò in dietro, e lasciato il signor don Carlo Giorgi che facesse sapere al suddetto priore se lo vedeva, che in quel giorno voleva visitare detta chiesa e convento, e mentre si portò all'altre visite fattosi tardi ritornò il detto don Carlo con riferire, che haveva parlato con frà Lorenzo laico, compagno di detto padre priore, et in risposta riportava che i loro visitatori, diceva il detto laico, che erano i Superiori della sua Religione, e non il Vescovo. Per altro che aspettasse di parlare con il priore per sentire quello che risolveva, e perchè viddi, e sentij, per le iattanze che correvano nel luogo à publica voce, che il priore havesse serrato à posta le porte della chiesa, e convento suddetto, e che lui fin chè havesse potuto non l'haverebbe mai fatta visitare da monsignor vescovo per non pregiudicarsi. Fù spedito il signor diacono Loreto Bertoldi, di detto luogo di Turano, amico, com si diceva, di detto padre Moriconi, à dire al medesimo che vostra illustrissima reverendissima voleva assolutamente far la visita della chiesa e convento suddetto, onde stassero preparati à ricevere vostra illustrissima reverendissima. Il quale, ritornando verso l'Ave Maria in casa del signor abbate Cattivara, sentij alta voce, che disse non volere ricevere in modo alcuno la visita di monsignore vescovo in detta chiesa e convento soppresso, benchè fusse stato altre volte visitato dal medesimo monsignore illustrissimo. Onde su questo fatto sentij che la mattina 13 del corrente se n'era scritto à monsignor illustrissimo dimorante in Borgo S. Pietro in atto di visita e, prosequendo il viaggio vostra illustrissima verso le Grotti e Colle Fegato, facendo l'altra visita, come io viddi la sera mentre si cenava, dove ero ancor io nella casa del signor Giacomo Antonini, ritornò il chierico Leoni del Corvaro, spedito per tal fatto, riportando lettera di sua signoria illustrissima, in vigore della quale mi sono imaginato che havesse havuto l'ordine questa mattina di far ritorno in questo castello di Turano, com in fatti ho visto, mentre poco prima mi ero portato à trovare, il detto padre Moriconi, come mio amico, à persuaderli che non s'impegnasse d'opponersi à monsignore vescovo illustrissimo, nostro padrone, à non ricever la visita, che per lui faceva vostra illustrissima in questi luoghi del vicariato del Corvaro, per trovarsi impedito monsignore come si diceva nella visita che presentemente faceva nel Peschio, e suo baronaggio. Mà havendolo trovato in convento questa mattina, ed esortatolo come ho detto, non l'ho potuto rimovere, essendosi, così ostinato di non voler essere visitato se non che da suoi Superiori, e doppo questo discorso portatomi alla chiesa parrocchiale di S. Martino di detto luogo, doppo mezz'hora è arrivata vostra illustrissima reverendissima con il signor don Carlo Giorgi, e suo Vice cancelliere, et incontinente senza scavalcare si è incaminato verso il convento di detti Padri Agostiniani soppresso, ed ivi ho trovato già serrate le porte, e visto che vostra illustrissima reverendissima non è potuto entrarvi, e mentre stava discorrendo se dove stava il priore, all'hora appunto si è visto comparire che veniva dalla piazza del castello, e giunto vicino alla porta della chiesa serrata, dove vostra illustrissima si tratteneva, il medesimo si è protestato, che non vuole visita di monsignore nostro illlustrissimo, e benchè sotto l'occhi del medesimo priore habbia fatto videre la visita fatta da monsignor nostro illustrissimo vescovo in detta chiesa e convento li 26 settembre 1712, non è voluto mai ricedere dalla sua intenzione. Onde ciò visto vostra illustrissima reverendissima si è protestato avanti à testimonij che voleva visitarlo, e che per tale resistenza haverebbe in corso in censura ecclesiastica, e lui rispondeva, che l'havrebbe strappate, ne fatto conto alcuno, anzi che se monsignore illustrissimo havesse interdetto la chiesa, l'havrebbe incontinente detto padre Moriconi da se ribenedetta».

Mi racconti del carattere e del modo di vivere del padre Moricone dato che lei ha detto che era suo amico.

«Intorno alla vita e costumi del padre Moriconi, è frate che lo vedo sempre vagare per il castello, e luoghi qui contorni, dove io son solito andare spesso, e che li piace il mangiare in conversazione per le case de parrocchiani, dove si vede entrare cred'io ogni giorno e se hà occasione di poter giocare, gioca publicamente à carte con secolari, e con chi bisogna, anzi da un poco in qua si è visto moderare dalla frequenza del gioco, non lascia però di andare à mangiare publicamente per i lochi, e case di detto castello».

Ha mai visto il padre Moricone gestire armi o frequentare persone un po' discole o dei malviventi ? E come ?

«L'essere detto padre risentito, io per tale lo giudico, mentre posso dire, come n'è publico e notorio; due anni sono in circa, trovandomi in piazza di questo luogo viddi, che si altergava fortemente trà quelli del popolo, e detto religioso, e sentij che il medesimo padre per difendersi in detta altergazione, e rissa, che haveva con il sacerdote don Oratio Felli, cavasse mano ad un stilo per offenderlo, e parato dal popolo non riuscendogli all'ora il colpo, tornato in convento, pigliò l'archibuggio, e riuscì per ammazzare detto don Oratio Felli. Siccome posso dire in altra occasione poco doppo al fatto raccontato, nel tempo che passavano li soldati della reggia annona, per un cane che il medesimo padre teneva che mordeva, mentre uno di detti soldati si difendeva, che detto cane non lo mozzicasse, con minacciarli di volerlo ammazzare, et accortosi di ciò il detto padre Moriconi, che stava dentro la casa publica della Corte del Castello di Turano, con parole ingiuriose sa pigliò con il detto soldato con minacciarli di tirargli un archibuggiata, come in fatti se non veniva parato l'havrebbe fatto, per haver ivi l'archibuggio del governatore preso in mano».

Chi erano i testimoni ?

«Quelli che sono stati presenti al fatto di non ricever la visita, oltre tutti li sacerdoti di detto luogo, vi era l'oste, et altra gente del luogo».

Lo stesso giorno Don Carlo chiamò a testimoniare l'abate sublacense don Filippo Proni e iniziò dalla solita domanda rituale:

Sai perché sei qui, e per qual motivo sei stato chiamato ?

«Io non sò la causa sopra che debba essere esaminato, e perché sono stato chiamato d'ordine di vostra illustrissima reverendissima, onde son venuto qui».

Tu conosci il reverendo padre Moricone ? Quale fama ha ?

«Io non posso dire niente sopra ciò, mentre io abbado a fatti miei, nè cerco quelli degl'altri».

Questa mattina lei vide che il reverendo don Alessio Innocenzi venne nel castello di Torano ? A quale ora ?

«Io ho visto benissimo questa mattina il signore don Alesio Innocentij circa le 12 hora».

Per quale motivo egli è venuto qui ?

«Mi è stato detto da mia figlia, che detto don Alesio era venuto avanti in detto luogo, a che appresso ritornavano li visitatori di monsignor vescovo per visitare la chiesa de frati».

Ha visto qualcosa di particolare ?

«Si signore che io questa mattina mentre stavo in piazza di rimpetto alla porta della chiesa de padri, ho visto vostra illustrissima reverendissima, assieme con altri sacerdoti, smontati da cavallo stavano avanti la chiesa di S. Pietro, e discorrevano con il padre priore agostiniano non potendo sentire cosa si dicesse, bensì ho visto che il visitatore, che era vostra illustrissima reverendissima, non è potuto entrare in chiesa per esser stata serrata à posta, come mi sono imaginato, acciò vostra illustrissima reverendissima non potesse entrare à visitarla, e così serrata ho visto che se n'è tornata in dietro, senza haverlo visto mai entrare, et in continente hò visto che vostra illustrissima reverendissima s'indirizzava verso la chiesa di S. Martino parochiale di questo castello».

C'erano altri testimoni ?

«Si sono trovati presenti Angelo Antonio Felli, et Angelo di Pietro Paulo».

Altare Maggio della chiesa di S. Pietro


Lo stesso giorno Don Carlo chiamò a testimoniare il reverendo don Francesco Antonio Felli di Torano e iniziò dalla solita domanda rituale:

Per quale causa lei è stato chiamato in esame ?

«Io sono stato chiamato d'ordine di vostra illustrissima reverendissima, che dovesse portarmi in questo luogo, che doveva parlarmi. Onde io non sò per qual ragione mi habbia fatto chiamare».

Era a conoscenza che sarebbe giunto in questo luogo un convisitatore inviato dall'illustrissimo vescovo e cosa egli doveva fare ?

«Sono informato benissimo, che monsignore nostro illustrissimo, per non potere in persona portassi qui in Turano, per essere il medesimo restato al Peschio Rocchiano, Baronia del signor duca Baldinotti sua Diocesi, poco distante da questo luogo di Turano, ha sostituito vostra illustrissima reverendissima come posso dire per haverlo visto esercitare la sacra visita nella parrochiale di detto luogo, e d'altre chiese annesse, come ha visto ogn'uno dell'altri sacerdoti, e secolari di questo castello».

Racconti di quale chiesa ha visitato e quale ha tralasciato.

«Le chiese, che sono state visitate in detto luogo sono state la parrochiale di S. Martino, S. Sebastiano, S. Paolo, la Madonna della Cappella, e S. Maria del Molino, quelle poi che ho visto, che non ha visitate è stato solamente la chiesa e monastero di S. Pietro suppresso de Padri Agostiniani di questo castello, e ciò per la resistenza, che ho visto farli due volte dal padre Agostino Moriconi, tanto il giorno 12 corrente, quanto questa mattina nel novo ritorno che vostra illustrissima reverendissima ha fatto in questo luogo per volere visitare detta chiesa, e convento».

Esponga meglio i fatti e le circostanze.

«Mentri io ho da raccontare il tutto di quanto io sono stato presente à tutte le chiese, che vostra illustrissima reverendissima ha visitate di questo luogo, 12 del corrente doppo pranzo, essendosi portato circa l'ore 21 à visitare anche questa chiesa di S. Pietro, e convento soppresso, dove il luogo vi possiede l'altare del Rosario con aggegatione di compagnia laicale, con l'erettione anche del monte frumentario, oltre li stabili, che s'amministrano l'entrate che provengono dalli procuratori, eletti sempre dall'abbate curato di questo luogo, alli quali anche rivede il conto dell'amministrazioni annue. Viddi benissimo, che il padre suddetto haveva già serrate le porte del convento, e della chiesa, onde vostra illustrissima reverendissima non potendo entrare, con tutte le spinte fatte dare alle porte, e chiamate date al padre priore, che uscisse ad aprire al visitatore di monsignore illustrissimo vescovo ritornò in dietro, e lasciò detto à don Carlo Giorgi che trovasse il priore, che poco prima girava per il luogo, che venisse ad aprire la suddetta chiesa per visitarla, come l'altre volte haveva monsignore nostro illustrissimo fatto, il quale mi ricordo benissimo, che visitò la chiesa con tutti l'altari, monastero con tutti li libri delle loro entrate, e fattosi tardi, mentre vostra illustrissima si portava à S. Tomaso del Latuscolo tornò il detto don Carlo Giorgi à riportargli l'avviso che il priore non l'haveva trovato, ma solo frà Lorenzo laico del suddetto monastero gli haveva detto, noi non siamo sogetti alla visita di monsignor vescovo, ma bensì alli Superiori. Onde perchè s'era divulgato publicamente, ed à me fu detto dal Governatore di detto luogo, che non voleva essere visitato, e nell'arrivo suo serravò subbito le porte della chiesa, e convento, il che per meglio potersene accertare sentij, e viddi, che fece chiamare il diacono don Loreto Bertoldi, il quale si partì subito conforme gl'haveva detto vostra illustrissima reverendissima, che si portasse dal detto priore, ha notificarli che vostra illustrissima era per visitare la chiesa, e convento suddetto e tornato incontinente il suddetto diacono, che già haveva fatta l'ambasciata al priore suddetto, riferì in casa del signor abbate Cattivera avanti vostra illustrissima reverendissima, che non voleva esser visitato da monsignor vescovo per non essere soggetto alla sua visita. Onde ciò sentendo ho visto che incontinente, cioè la mattina à buon ora, si partì da questo luogo di Turano con ragguagliare monsignor vescovo del fatto accaduto havendo spedito à posta il chierico Leoni del Corvaro. Questa mattina poi 15 corrente l'ho vista ritornare, e l'ho incontrato alla chiesa parrochiale di S. Martino in strada, che veniva dal Borgo Colle Fegato accompagnato dal suo signor vice cancelliere, e signor don Carlo Giorgi, su l'hora 12 in circa, e l'ho accompagnato per strada, mentre si portava di nuovo à visitare la chiesa, e convento di S. Pietro, e con me vi si sono aggiunti di compagnia il signor don Alesio Innocentij, et il signor abbate Cattivera, ed ho vista serrata di nuovo la chiesa, e convento duddetto ed essendosi vostra illustrissima reverendissima accostato alla porta, ho visto, che non ha potuto entrare per essere serrata, e mentre stava aspettando si è fatto incontro il padre Agostino Moriconi priore, ed ho inteso apertamente che lui diceva che monsignor vescovo non haveva giurisditione in detta chiesa, e convento. Onde vostra illustrissima reverendissima s'è protestato di volerla visitare con le facoltà che haveva di monsignor illustrissimo con farli vedere il libro, che il suo cancelliere portava della visita passata del 1712 dove ho visto, che gli ha fatto vedere sottocchi del medesimo priore, che era stata visitata la chiesa, altari, e tutto il convento, e doppo questo fatto non potendo entrare, s'è riservato di procedere per l'esame da testimonij, di quanto s'era operato dal detto priore».

Ha mai sentito che detto padre priore si vantasse che, durante il tempo del suo priorato, non avrebbe permesso all'illustrissimo signore di visitare il convento, nonostante che i suoi predecessori l'avessero permesso ?

«E' verissimo, che questo padre priore s'è vantato, che sin che lui sarà priore non vi sarà pericolo, che v'entri visitatore mai monsignore nostro vescovo in detta chiesa per visitarla, et io se fossi stato priore in tempo delli suoi successori il simile havrei pratticato».

Ci parli della vita e dell'onestà di detto reverendo priore Moriconi.

«La vita che lui tiene, non mi pare di religioso, mentre ho osservato, come è pubblico e notorio che prescendendo dal peso della chiesa, dove non dice altro che la semplice messa li tre giorni di domenica, martedì, e venerdì che è stato solito sempre recitarsi il Rosario in detta chiesa dal priore pro tempore con concorso di tutto il popolo, da molto tempo in quà, cioè da otto anni che vi dimora questo padre Moriconi, il Rosario si è lasciato alle volte anche per tre mesi continui, e quando si dice, lo fà dire da frà Lorenzo laico, se poi il laico si trova in giro per la questua fuori del luogo, tutti quelli giorni che manca, il Rosario si lascia, con mormoratione, e scandalo di tutto il popolo. Circa poi all'honestà posso dirli di vederlo sempre fuori di convento girando per le case, anche in tempo di notte e facendo continuamente ridotti in luoghi de secolari, come sarebbe à dire nell'osteria, e forno luogo publico dell'università, dove vi stanno ad abitare diverse donne giovani. Posso anche dire, perchè per causa di gioco da tre anni sono hà havuto che dire col fornaro chiamato Antonio Carletti con il quale giocava assieme con altri secolari dentro la publica osteria verso le 4 hore della notte al gioco di carte, e fù in rissa mentre io viddi dalla finestra di casa mia, che il fornaro suddetto tirò una sassata in testa di detto priore, e lo ferì a sangue, e io viddi à lume di luna, e poi cominciò à gridare aiuto chiamate il chirurgo. La mattina, curioso di questo fatto, dimandai detto fornaro, se per che causa gli haveva tirata la sassata essendo religioso, e mi rispose non sai il fatto, io ciò mi mossi à fare per havermelo visto correre dietro con un coltello sfoderato, mentre io rientrai in casa, e chiusi la porta per salvarmi la vita, e questo è notorio in questo luogo».

E' a conoscenza che detto reverendo padre Moriconi a volte faccia uso di armi ?

«Che il padre suddetto habbia commesso delitto con l'armi non posso dirlo, ben vero insulti, e minaccie, che fà con l'arme con persone, che c'havesse che dire, mentre tutti di questo luogo ne tremano, e si fà portare rispetto con parole arroganti, e di poco rispetto. Quello poi che accadde in ordine à questo discorso fu due anni sono, che il medesimo priore havendo parole col sacerdote don Oratio Felli, parimente avventatosi addosso al medesimo con dar di mano al coltello, che teneva in saccoccia, che sfoderato avessi detto don Oratio senza offenderlo per la para della donna Giovanna Bertoldi, che restò ferita leggiermente in un dito col coltello impugnato da detto padre priore, ne questo io lo posso attestare per esser stato presente, ma solo per haverlo inteso dire, e creduto per haverlo incontinente visto passare detto priore con l'archibugio a cane calato, che teneva in convento per andare ad ammazzare il suddetto don Oratio Felli, e corse la para di molte persone fu trattenuto, e riportato in convento».

Faccia i nomi dei testimoni della resistenza fatta alla visita e dei fatti sopra narrati

«Le persone che possono esser state presenti à questo fatto della resistenza fatta alla sacra visita della chiesa, e convento sono stati il signor abbate Cattivera, Filippo Pronij oste, Giovanni Battista di Bernardino et Angelo di Pietro Paolo».

Lo stesso giorno Don Carlo chiamò a testimoniare il reverendo don Orazio Felli del castello Torano e, dopo averlo fatto giurare di dire tutta la verità, iniziò dalla solita domanda rituale:

Ha qualche idea del motivo per il quale lei è stato convocato in questo luogo ?

«Io non posso sapere, se perchè vostra illustrissima reverendissima mi habbia fatto chiamare in questo luogo, ne posso presumere se perchè causa».

Lei sapeva che sarebbe venuto il visitatore inviato dall'illustrissimo e reverendissimo vescovo reatino per visitare questi luoghi ?

«Io so benissimo, che vostra illustrissima reverendissima è venuto qui in qualità di visitatore per visitare le chiese di questo luogo di Turano mandato da monsignore illustrissimo nostro vescovo di Rieti».

Lei era presente quando venne espletata la visita delle chiese di questo luogo dal rev. e illustrissimo sig. canonico convisitatore ? Ci fu qualche incidente ? e quale ?

«io alle visite che vostra illustrissima reverendissima qui ha fatte nelle chiese d'ordine di monsignore illustrissimo vescovo, io non ci ero presente nel giorno di lunedì 12 corrente mese di maggio, onde non posso dirli che cosa succedesse. Mercordi poi, che fu hieri, ritornato qui a casa sentij per bocca del medesimo padre priore, e laico, che non haveva voluto aprire la chiesa di S. Pietro dove vostra illustrissima reverendissima era stata per visitarla, per haver serrata la porta della chiesa, e l'altra del convento, e benché il detto padre priore si ritrovasse in Turano non volze andare ad aprire la porta, della chiesa suddetta, con dire che non era sogetto à ricevere visita di monsignor illustrissimo vescovo, e soggiungedogli, che in tempo di questo monsignor vescovo, quando era priore in detto convento il padre Domenico Ionzi, fu visitata la chiesa con tutto il convento da detto illustrissimo vescovo, e fui presente al tutto. Onde non poteva ricusare di lasciar visitare anche adesso la chiesa, al che rispose "se sono stati matti l'altri priori, non sono matto io, e non permetterò mai finchè io sarò priore che monsignor vescovo habbia da visitare questa chiesa, e convento", e questo fatto l'ho inteso raccontare anche da altri publicamente».

Lei era presente quando il convisitatore tornò di nuovo a visitare la suddetta chiesa e monastero ?

«Si signore che posso dire che sia stata per visitare di novo detta chiesa da vostra illustrissima reverendissima questa mattina su l'hora 12 in circa, quando è venuto dal Borgo per la strada di S. Martino parrochiale di questo luogo, e si è portato à cavallo, a drittura al convento di S. Pietro, che poco prima era serrato, ed ho visto mentre ero presente, che smontato da cavallo vostra illustrissima reverendissima con il signor don Carlo Giorgi, e suo vice cancelliere con il signor don Alesio Innocentij, e mentre non ha potuto entrare in detta chiesa per essere serrata, come hò detto, io non ho badato ad altro, e me ne sono andato per dir la messa a S. Martino».

Ci hanno detto che lei ha avuto a che fare con il suddetto reverendo padre Moriconi, ci racconti tutto.

«Quello che ho passato con questo padre Moriconi, che una volta da due anni in circa per causa, che il detto padre priore Moricone lo trovai à discorrere con Domenica Catini mia parente, dissi à questa mia parente alcune parole pungenti, che adesso io non mi ricordo, se quali se pigliò a se il detto padre in mala parte, et incontenente alteratosi diede mano nella strada publica dove eravamo uno distante dall'altro al cortello proibito evaginato, che cavò di saccoccia, e corse addosso alla mia vita per offendermi, et io scanzando occorsero molte persone, e Carlo Salvatore e per grazia di Dio scampai dall'insulto del detto padre, e solo nella para, che si era fatta dalle donne, e detto Carlo vi restò ferita leggermente in un dito Giovanna Bertoldi. E non contento di detto insulto si partì detto padre alla volta del convento, e ritornò in piazza, che sta in faccia al convento con l'archibuggio in braccio per tirarmi e se non era la gente, che vi accorse à portarlo, e tirarlo in casa del signor governatore, dove poi si fece la pace, mi havrebbe ammazzato».

C'erano testimoni ?

«al fatto che ho detto fu presente Carlo Salvatore».

Lo stesso giorno esortò a testimoniare il reverendo don Loreto Bertoldi, diacono del castello di Torano, il quale fece giuramento, toccandosi il petto, di dire tutta la verità.

Iniziò l'interrogatorio dalla solita domanda rituale:

Conosce la causa e ragione per la quale è stato chiamato in questo luogo per essere esaminato ?

«Io non so per qual causa vostra illustrissima reverendissima mi habbia fatto chiamare, ne posso saperla se non me la domanda».

Lei sapeva che sarebbe venuto il visitatore inviato dall'illustrissimo e reverendissimo vescovo reatino per visitare questi luoghi ?

«So benissimo, che vostro illustrissimo reverendissimo è visitatore mandato da monsignor illustrissimo nostro vescovo per visitare le chiese, come ho visto, mentre sono stato presente alla visita, che ha fatta lunedì mattina, et il giorno doppo il pranzo».

Sono state visitate tutte le chiese di questo luogo.

«Sono state visitate tutte le chiese di questo luogo da vostra illustrissima reverendissima, eccetto però quella che tengono i padri di S. Agostino detta di S. Pietro per non haver voluto fare visitare la chiesa, e convento il detto padre priore Moriconi».

In quale modo seppe che il suddetto reverendo padre Moricone non permise di entrare in detta chiesa di S. Pietro al signor convisitatore illustrissimo del signor vescovo reatino ?

«io non sono stato presente, quando vostra illustrissima reverendissima andò lunedì doppo pranzo, 12 del corrente, alla visita della chiesa di S. Pietro, mà bensi posso dire, che vostra illustrissima per non essere potuto entrare à causa che si teneva serrata la porta della chiesa, e convento come fu detto, chiamò me che andassi da parte sua à dire al padre priore, che senza  far strepito si fosse contentato di far fare la visita al modo solito, che fu pratticato dal medesimo nostro illustrissimo vescovo, senza venire ad altri in convenienti e mi rispose, "dite pure al detto signor visitatore che la chiesa, e convento non sono sogetti à visita", e tornato la sera qui in casa del signor abbate Cattivera dove vostra illustrissima reverendissima era allogiato, gli riferij quanto ho detto».

Rispetta l'onere di recitare il Rosario per se e per gli altri.

«I giorni feriali, se si ritrova assente il laico, spesso si lascia il Rosario».

Raccontami dei luoghi dove il reverendo padre Moricone si diverte, della sua fama, dei suoi amici, della sua solitudine, se è un cacciatore.

«il suddetto padre si suol divertire in conversazioni da suoi amici del luogo, e se si trattiene à mangiare di giorno, e di notte, e i luoghi che suol frequentare, sono il forno, e la corte, e circa la buona stima, e fama, che corre io non ci conosco altro difetto che di essere giocatore, come in fatti l'ho visto qualche volta giocare al gioco delle carte in convento, e fuori. In quanto all'essere ritirato in convento io non posso asserire, perchè dentro non vi habito, ma per lo più quando è tempo di conversazione, stà sempre fuori di convento dove è chiamato, e pare à lui. Per altro ne meno sò che sia cacciatore

Le canne dell'organo della chiesa di S. Pietro di Torano

Lo stesso giorno esortò a testimoniare Bernardino Greco del castello di Torano, il quale fece giuramento, toccandosi il petto, di dire tutta la verità.

Iniziò l'interrogatorio dalla solita domanda rituale:

Conosce la causa e ragione per la quale è stato convocato in questo luogo per essere esaminato ?

«Non sò dire à vostra illustrissima perchè mi habbia fatto chiamare, e sopra di che debba essere esaminato».

Lei conosce il reverendo padre Agostino Antonio Moricone priore del convento di S. Pietro di questo castello di Torano ?

«Io conosco benissimo il padre Agostino Moriconi priore del convento di S. Pietro de padri Agostiniani per esser longo tempo che egli dimora in questo convento con un solo laico, e nessun altro, e l'occasione che io ho di conoscerlo, è che io continuamente sono chiamato ad opera continuamente dal medesimo, e gli faccio quello che mi ordina».

Cosa sa della vita e del comportamento del suddetto padre Moriconi ?

«Circa la vita che tiene per esserne io informato, come hò detto prima frequentava spesso l'osteria di questo paese, e si tratteneva à mangiare publicamente di giorno, e di notte, e ben vero, che in tempo di questo oste chiamato Filippo Proli di Treveri per haverci havute parole si astiene di seguitare più il mangiare in detta osteria. Va però continuamente à mangiare di giorno, e di notte nelle case di questo castello, e vi gioca a carte, e circa l'onestà io non posso asserirli certamente che vita tenghi, posso bensì dirgli che prattica con tutta liberta nelle case di questo luogo quando anche non vi sono i mariti, particolarmente in queste tre di Giovanni Catini, di Carlo Antonio Bertoldi, ed Antonio di Tomaso, nelle quali tre case vi sono zitelle giovanette da marito, nè posso come ho detto presumere che se ci facci male alcuno per esser gente onorata, e di dette case è tanto padrone, che ci resta di giorno, e di notte».

Dentro il chiostro del suddetto convento vide entrare ed uscire giovani mogli ? E in quale occasione e con quale effetto ?

«E' verissimo, che in detto monastero vi ho visto entrare, ed uscire le donne giovani, in occasione che il detto padre ha il comodo del pozzo dell'acqua dentro il convento, e queste quando hanno bisogno dell'acqua nei tempi, che va mancando alle fontane di questo paese, come ognuno sà: e nella settimana Santa Madalena con due sue figlie giovani, ed una sua nipote della Villa di Marano diocesi di Pescina venute qui per confessarsi, furono tenute à pranzo dal detto priore nella sagrestia della chiesa suddetta di S. Pietro, e pranzato che fà le dette femine le portò in convento a girare per tutto, dove vi andiede anche Maria d'Antonio di questo luogo giovane zitella, amica di queste donne; in occasione di conciare i grani hò inteso, che ci entrino parimente le donne, del resto io non sò dirgli altro».

Cosa si faceva nel convento il suddetto padre Moriconi, ci giocava ?

«In detto convento prima si giocava publicamente alle carte, ed era ridotto di tutti infrascati preti, e secolari».

Il suddetto reverendo padre Agostino quando giocava vinceva, o perdeva ?  E se perdeva come faceva con i soldi ?

«A dirgli la verità erano più le volte, che perdeva, che vinceva, e delli quatrini che ci volevano per giocare io non so se come facesse. E già che mi domanda intorno a questa materia faccia grazia di prendere questo memoriale».

Cosa contiene e cosa c'è scritto ?

«Questo Memoriale contiene la vendita di diversi beni stabili, e parte impegnati da questo padre priore Moriconi come anche della vendita del bancone dell'organo, e mantaci, e bettole che frequenta, come si è detto, acciò Monsignore illustrissimo ci ponga rimedio, che detto padre non seguiti à dissipare quel poco, che vi è restato».

E' capitato qualcosa di brutto al suddetto reverendo padre priore, nei luoghi dove abitualmente andava a fare la spesa o nei luoghi dove rimaneva la notte  ?

«Tre anni sono in circa una sera su le tre hora di notte mi ricordo benissimo che detto priore haute parole con Antonio Salzetta fornaro di questo luogo, cacciò mano à cortello, e gli fù alla vita, e se detto fornaro non era pronto à fuggire e serrargli la porta in faccia con cortello, l'haverebbe benissimo in quella furia ferito. Onde il detto fornaro dalla fenestra della sua casa, dove s'era riservato li tirò un sasso in testa, e restò ferito il detto padre priore per molti giorni, e tutto ciò io viddi mentre ero presente à lume di luna, et il sasso che fu tirato dal fornaro al detto padre, come anche il sangue, che faceva la ferita. Ed all'ora in poi non sò che altro sia accaduto».

Lui è un religioso pacifico o discolo ?

«Questo Religioso, e poco quieto, e più tosto è discolo per il poco procedere con carità e da religioso, mentre si fà largo con minaccie».

Lo stesso giorno esortò a testimoniare Carlo Salvatore del castello di Torano che prestò giuramento, toccandosi il petto.

Iniziò l'interrogatorio dalla solita domanda rituale:

Conosce la causa per la quale è stato convocato in questo luogo ?

«Io non sò la causa per la quale mi habbia fatto chiamare bensì, se me la domanda, se io la sapessi glie la direi».

Lei conosce il reverendo padre Moricone priore del convento di S. Pietro di questo luogo ?

«Conosco benissimo il padre priore, chiamato padre Agostino Moriconi Agostiniano».

Ci risulta che il suddetto padre abbia mai commesso un fatto scandaloso e delittuoso. Cosa successe?

«Tre anni sono in circa, se mal non mi ricordo, questo religioso ebbe che dire con don Oratio Felli vicino alla casa delli frati dentro detta terra e gli fu alla vita per stringersegli con un cortello, ma detto don Oratio, scanzando, hebbe tempo, che accorresse gente, tra quali fui uno ancor io, e certe poche donne, una delle quali chiamata Giovanna di Bertoldo lo tratteneva per la cinta, ma il padre se ne ritirò in convento, e fu detto, che riuscisse con l'archibuggio per tirare una archibuggiata a detto Felli».

Detto padre faceva entrare delle giovani donne nel convento ?

«Sento dire, che quando fà conciare il grano fà entrare in detto convento le donne di questo paese».

Da quando vide detto padre frequentare l'osteria ?

«Sono pochi mesi da che ci è quest'oste chiamato Filippo Pronio da Treveri, che non si ci vede andare all'osteria come prima si ci vedeva mangiare, e bevere con oste, et altra gente del paese di giorno, e sera».

Si dice che detto padre è un giocatore di dadi d'azzardo. Dove gioca ?

«Io ho visto giocare il detto padre Moriconi al gioco delle carte in piazza sopra la pietra, e ci erano in compagnia il governatore passato, Giovanni Battista Santis del Castel Manardo, et altri, che non mi ricordo».

Siccome si era fatto tardi, don Carlo Giorgi licenziò i presenti e rimandò l'interrogatorio al giorno successivo.


Il giorno dopo, venerdì 16 maggio 1721, esortò a testimoniare Geronimo del Moro del castello di Torano che prestò giuramento, toccandosi il petto.

Iniziò l'interrogatorio dalla solita domanda rituale:

Conosce la causa per la quale è stato convocato in questo luogo ?

«Io non so dire à Vostra illustrissima perchè mi habbia fatto chimare dal Balio di questo luogo».

Lei ha sottoscritto un libello in cui esponeva dei fatti contro il reverendo padre Agostino Moricone, di cosa concerne lo stesso ?

«Si signore che io hò sottoscritto un memoriale concernente la vendita de beni, che hà il monastero di S. Pietro de Padri Agostiniani, e della cassa dell'organo venduta dal padre Moriconi, e la vita scandalosa, che lui tiene di gioco ostaria, e conversazioni, e di giorno per le case, anche quando non vi sono gl'uomini, ma le sole donne».

Ecco, guardi il detto libello da lei sottoscritto. Riconosce la sua calligrafia ? Conferma che tutti i suoi contenuti sono veri ?

«Se Vostra illustrissima me lo facesse vedere, e sentissi tutto il contenuto non havrei difficoltà di confermare, che tutto l'esposto sia la verità».

Dopo aver letto il memoriale, consegnato al suddetto Geronimo, questi ha riconosciuto la calligrafia e confermato ciò che vi era scritto all'interno.

In cosa consisterebbe lo scandalo di detto padre Moriconi, che è scritto nel libello, dove si dice che egli commise un'azione scandalosa per l'immagine dell'università?

«L'operazioni scandalose, che si commettono dal padre Agostino Moriconi ogn'uno le sa in questo luogo, conforme se nè esposto memoriale, che lei mi ha letto à nome di tutto il popolo, mentre il detto Moriconi è giocatore di carte, e frequenta ostaria, e prattica dentro le case in tempo anche che le donne stanno sole, e questa cosa dà occasione di mormorare publicamente».

Il detto Moricone fu coinvolto con uomini di questo castello e ha ricevuto offese, ha preso le armi ?

«Dirò il fatto che questo padre Agostino commise due anni sono, e fu una sassata tiratagli in testa da Antonio Sarzetta fornaro per parole, che antecedentemente hebbero trà di loro nell'osteria, e detto padre ci restò ferito à sangue nella testa, e molti giorni fù curato a letto dal chirurgo. E un altra volta havuto che dire con don Oratio Felli sacerdote, che saranno due anni in circa, se io non erro su l'ora del doppo pranzo cavasse mano à coltello, come intesi dire dalle donne, che corsero à parare detto padre Agostino Moriconi, che correva alla vita di detto don Oratio per ammazzarlo. Fù detto anche che andasse doppo che non gli riuscì di haver offeso con il coltello detto don Oratio Bartollo anche con archibuggio, che pure fù parato, e trattenuto, che non offendesse detto don Oratio».

Nel convento vide introdursi delle femmine, e in quale occasione ?

«Io ho visto entrare le femine in detto Manastero quando bisogna d'acqua per il commodo del pozzo che dentro il monastero si trova, come è publico».

E' solito frequenare le case delle mogli quando i loro mariti sono assenti, e qual'è il so comportamento ?

«Queste sono le case, che detto padre Agostino è solito ad andarvi, quando non vi sono i loro mariti: una è di Antonio di Tomaso, la cui moglie è Caterina d'anni trenta in circa. La seconda è la casa di Marco Antonio Bertoldo, padre del diacono Loreto, dove vi sono gente avanzata in età. E la terza casa dove prattica è quella di Giovanni Catini, la cui moglie è chiamata Domenica è di età di trenta cinque anni in circa, e la sua nipote chiamata Madalena di anni quattordici in circa, et si suol trattenersi anche a mangiare quando vi s'incontra l'occasione, come fà anche in altre case di questo paese».

Firma questi interrogatori il cancellierus Ludovicus Sanitius convisitator e Laurentius Marchettus, vice cancellierius.

Le scuse, il perdono e la visita nel convento

Quando il priore don Agostino Antonio Moriconi ricevette la lettera, in cui veniva minacciato di essere scomunicato e sospeso dal poter celebrare messa, si spaventò e corse ai ripari. Prima si diresse a Rieti dove cercò invano di avere un colloquio con il vescovo poi, non essendo riuscito a farsi ricevere, partì per Roma dirigendosi dai suoi superiori, gli Eremitari dell'Ordine di Sant'Agostino, ai quali raccontò i fatti dal proprio punto di vista, fatti che questi poi riportarono al vescovo di Rieti:

«A di 12 maggio corrente giunto nella terra di Turano diocesi di Rieti il signor canonico Ludovico Sannitio si portò al doppo pranzo trà le ore 20 in circa al convento di S. Pietro de Padri Agostiniani; e non potendo avere ingresso, per esser chiusa la porta à causa di non esservi veruno in convento, mandò la sera in essa un suo chierico à dire al padre Agostino Moriconi priore, ch'egli la mattina seguente sarebbe venuto à visitare il detto convento spettante alla sua giurisdizione, come suppresso, al cui chierico fù risposto che il signor canonico non vi fusse incomodato, perchè detto convento si visitava dal suo superiore, ne sapeva che commistione anche il detto signor Sannitio; ciò seguito, si portò al di 15 seguente per la mattina il medesimo signor canonico nel suddetto convento, e vi abboccò con detto padre priore, ed dirli, che veniva à visitare la sua chiesa, e convento, à chi il detto priore li rispose non constarli di tale commisione, che li fosse stata ingionta da monsignor illustrissimo di Rieti, à chi unicamente spettava; Partito dunque detto signor canonico spedì nella sera medesima, poco prima del tramontar del sole un'intimazione, al suddetto priore à comparire trà ore sei avanti di lui, ò di monsignor illustrissimo diocesano, sotto censure, e cessazione à divinij, e con tutto ciò che fusse un tempo si limitato si portò detto priore alla casa dove alloggiava in Turano detto signor canonico, e doppo mezz'ora che bussò, e si trattenne, mai li fu risposto; ritornato dunque il detto priore al suo convento, e doppo d'avere alla mattina del sedici, immediato seguente celebrato, partì per Rieti per sentire da monsignor illustrissimo, se fusse stata così la commmissine spedita, mentre dal detto signor canonico non li fù manifestata, conforme doveva; e non avendo meritato detto padre priore il parlare con monsignor illustrissimo, appena potè sentire per mezzo del padre Bac. Pellegrini, che sua signoria illustrissima avrebbe mandato altra persona à visitare quella chiesa, e convento; e sul timore detto padre priore che forsi fosse potuto incorrere in qualche censura per la benchè unica volta doppo l'accennata intimazione, aver celebrato, si è portato in Roma da suoi superiori personali, per sentirne il rimedio, e protettione appresso quell'illustrissimo prelato».

Una settimana dopo, il 23 maggio 1721, il padre Fulgenzio Bellelli (25), procuratore generale dell'Ordine degli Agostiniani, scrisse una lettera molto ponderata al vescovo Guinigi cercando di trovare la forma migliore per calmare le acque. Frate Fulgenzio era nato a Buccino, un piccolo comune in provincia di Salerno, ed era laureato dal 1707 con la qualifica di «magister in sacra teologia».

«All'Illustrissimo e Reverendissimo Signore. Mi si porge la congiuntura, che abbraccio ben volentieri, di comparir supplichevole avanti alla generosa e signorile benignità di Vostra Illustrissima, e Reverendissima, con pregarla à consolare il padre Agostino Moriconi Religioso del mio ordina Priore del convento di Turano, quale secondo l'annesso foglio di relazione, qual'egli mi hà fatta, pare che possa sperare dalla di lei connatural compitezza ogni indulgenza. Alle mie premurose suppliche vi aggiungo quelle della mia Religione, che le sarà sempre obbligata; e dandomi l'onore di baciarle con ogni venerazione le sagre mani, di bostra illustrissima e reverendissima, mi costituisco con pienezza d'ossequio. Roma 23 maggio 1721. Vostro divotissimo obbligatissimo servo, padre Fulgenzio Bellelli, procuratore generale degli Agostiniani».

Tre giorni dopo, lunedì 26 maggio, anche frà Agostino, su probabile suggerimento di don Fulgenzio, scrisse al vescovo le sue scuse e lo invitò a rinnovare la visita nella chiesa e convento di S. Pietro di Torano.

«Illustrissimo e reverendissimo signore. Frà Agostino Antonio Moriconi, al presente Priore del convento di S. Pietro di Turano, diocesi di Rieti, umilissimo servitore di Vostra illustrissima, con ogni ossequio le rappresenta come sotto li quindici del cadente mese di maggio li fu presentato un monitorio, per parte del promotore fiscale di questa curia vescovile, à causa di non haver voluto ricevere il signore canonico Lodovico Sanneti, come visitatore generale eletto da vostra illustrissima, per visitare la chiesa di S. Pietro di Turano e perchè l'eremita non era informato che detta chiesa dovesse esser visitata da vostra illustrissima, conforme il solito, fece detta ripugnianza ma essendosi poi informato, che detta chiesa sia stata altre volte visitata, supplica la bontà di vostra illustrissima, volere eliggere persona idonea di fare detta visita, che volentieri la riceverà, et assolvesse il suddetto eremita delle censure, forse incorse e contenute in detto monitorio, per la causa suddetta che della gratia quam Deus sibi. Io frà Agostino Antonio Moriconi priore suppl.i chome sopra, mano propria».

Lo stesso giorno il vescovo Guinigi decise di risolvere la questione, già andata un po' troppo per le lunghe, scrivendo poche righe nelle quali ritirò le censure e la scomunica e assolse il priore. Convocò quindi dal monastero di S. Agostino di Rieti il priore Lorenzo Antonio Pellegrino e il reverendo padre Baccalauro ai quali comunicò l'avvenuto cessate il fuoco e questi riportarono la buona novella a frate Agostino Moricone di Torano.

«Io sottoscritto attesto come qualmente per ordini di Monsignor illustrissimo Bernardino vescovo di Rieti, avere assoluto il reverendo frate Agostino Moriconi priore del convento di S. Pietro di Turano, della scomunica, e sospensione a divinis. Per la verità ho fatto la presente attestazione, scritta e sottoscritta di proprio pugnio questo di 26 maggio 1721. Frà Lorenzo Antonio Pellegrini priore del convento di S. Agostino di Rieti manu propria».

Il 6 giugno 1721, dopo undici giorni dall'assoluzione e dopo quasi un mese dall'inizio di questa storia, il vescovo incaricò il vicario foraneo di Corvaro, che era don Jacopo Antonio de Comitibus, a fare la sacra visita della chiesa e convento di S. Pietro di Torano per suo conto. Questa volta il priore fu molto accogliente e benigno, e il visitatore potè finalmente entrare nella chiesa dove come primo atto fece l'assoluzione ai morti.

Visitò accuratamente il venerabile Sacramento e ordinò di dorare la parte superiore della lapide, di chiudere il tabernacolo con una chiave d'argento, di dipingere una croce sullo stipite dell'altare mediano e di fare un baldacchino sopra detto altare. Il tutto entro sei mesi sotto pena da decidere dal signor vescovo. Visitò la sacra reliquia che trovò ben collocata. Visitò la sede del confessionale e ordinò di fornirlo della «Bolla in Coena Dominis».

Visitò poi l'altare della beatissima Vergine degli Angeli che era sospeso. L'altare di S. Maria Graziana, di jus patronato della famiglia di Ciolsu, anche questo sospeso in quanto andava fornito di ogni ornamento e requisiti. C'era un onere in questo altare di quattro messe all'anno disposte dal defunto reverendo don Francesco Antonio de Collis di Torano e per le quali frà Agostino documentò l'adempimento.

Visitò l'altare della beata Vergine del Rosario e ordinò di fornirlo di un baldacchino da porvi sopra. Vi era l'onere di una messa al mese, per disposizione di donna Maria Dominia Aiati, e il priore ne documentò l'adempimento. Inoltre ha un onere di ducati otto all'anno per celebrarvi delle messe nei tre giorni della festa dell'Annunciazione, dell'Assunzione e nella prima domenica di ottobre, e per il mantenimento della cera e dell'olio per la lampada. Questi ducati li paga la confraternita che si veste con il sacco, e che ha vari beni e un monte frumentario per un totale di circa quarantasei salme di frumento, e tale rendita viene amministrata da un procuratore che ne tiene l'amministrazione.

Visitò l'altare dell'illustrissimo Crocifisso anch'esso sospeso in quanto mancante dei requisiti per celebrarvi messa. Vide l'altare di S. Maria del Soccorso per il quale ordinò di fornirlo di un baldacchino, della Carta Gloria, del lavabo e dell'inprincipio. Visitò l'altare sotto l'invocazione di S. Antonio anche questo sospeso. Visitò l'altare di Santa Monica e ordinò di sostituire la lapide sacra posta davanti e di provvederlo di baldacchino entro sei mesi. Visitò poi l'altare della beata Vergine della Pietà, carente di ogni ornamento, venne anch'esso sospeso. Nella stessa sospensione rimasero altri tre altari, cioè quello di S. Stefano, S. Nicola e della beata vergine di Loreto.

Visitò il corpo della chiesa e la sacrestia e ordinò di fornirla di croce, corporale, pallio, purificatore e amitto. Visitò infine il convento dove vivevano frà Agostino Moriconi e il laico Lorenzo Guarneri che da sette anni si occupano da soli di questo convento.


Come si evince da un'ultima lettera, indirizzata al vescovo e posta alla fine del fascicolo, ci fu qualcuno che non gradì che il priore fosse stato perdonato. Forse fu don Ludovico Sanitio oppure don Carlo Giorgi che, coinvolti in prima persona nei fatti, avrebbero voluto che il vescovo andasse più a fondo nel problema e non lasciasse don Agostino impunito. Non sappiamo chi fu a scrivere quella lettera in quanto mancante di firma ma è quasi certo che essa non ebbe alcun seguito. E' chiaro che il vescovo Guingi avesse problemi più grandi avendo una intera diocesi da gestire. Valeva la pena perdere il proprio tempo dietro ad un insignificante frate di paese ? E poi, mettersi contro gli agostiniani, proprio non era il caso.

«Sarà di troppo tedio, à vostra reverendissima illustrissima, di voler rimostrarle tutta la falsità esposta nella memoria esibita così dal padre Moriconi, priore di Turano, e da lei trasmessami. Onde mi riserbo di informarla più ampliamente in voce, e col processo alla mano, in occasione, che tra pochi giorni mi ritroverò in Roma. In tanto basta il dirle che richiesto detto padre più volte civilmente per parte del signor canonico delegato à lasciargli visitare la sua chiesa, sempre la ritenne ben serrata con dire che i suoi superiori l'havevano ordinato di non lasciar visitare, che non riconoscevano ne desideravano far visitare. Che se erano stati pazzi i suoi antecessori, non voleva esserlo lui. Che se io havessi fatta interdire la chiesa egli l'havrebbe il giorno seguente ribenedetta. Se si fosse trasmesso qualche monitorio l'havrebbe lacerato. Con tutto ciò per corrispondere all'obligarli richiesta di Vostra illustrissima reverendissima, ho emmessa l'istanza di detto padre per la nuova visita, e concedutagli la facoltà di farvi assolvere alla rimotione de ceduloni, sperando che anche i superiori della religione faranno poi con lui quei risentimenti che saranno convincenti senza che il mio tribunale sia obligato à ricorrere in sagra causa».

I trentanni di reggenza del vescovo Antonino Serafino Camarda

Il 20 dicembre del 1723 il vescovo Guinigi venne trasferito nella sua diocesi di nascita, cioè Lucca, dove rimase fino alla morte avvenuta il 13 gennaio del 1729. La diocesi di Rieti rimase vacante per sei mesi fino a quando, il 12 giugno del 1724, venne nominato il siciliano don Antonino Serafino Camarda (Messina 08/10/1674 Rieti 24/05/1754) (26). L'anno dopo, sempre a giugno, morì a Sant'Anatolia il sacerdote don Domenico Biagio Amanzi che lasciò vacante il «canonicatus nuncupatus in ecclesia parrocchiali Sancti Nicolai» e il nuovo vescovo, con bolla del 5 luglio 1725, nominò il «reverendi sacerdoti Acapito Antonio Placidi de castro S. Anatolia» rettore del canonicato (27).

Su richiesta del vescovo Camarda, nel 1725 don Tommaso Luce rispose per iscritto ad un prestampato predisposto dal precedente vescovo Guinigi, in cui venivano posti vari quesiti in merito alla situazione generale della parrocchia. Il capoluogo ecclesiastico della parrocchia di S. Anatolia e paesi adiacenti, che per un breve periodo era stato Borgocollefegato, era tornato ad essere il Vicariato del Corvaro. Don Tommaso, che era parroco e abbate di Sant'Anatolia, aveva quarantasei anni ed era coadiuvato da sette sacerdoti. In quell'anno uno dei sacerdoti insieme ad un chierico si trovavano in Rieti. Don Tommaso scrisse che tutti i sacerdoti erano di «morigerati costumi». Nella chiesa di S. Anatolia, che aveva un campanile con due campane, vi erano sei sepolture.

Nella chiesa di San Nicola, che aveva il campanile con tre campane, vi era il fonte battesimale. Nel paese non vi erano meretrici, concubine, ne altre persone sospette. Una sola donna, maritata in Poggio di Valle, era fuggita dal marito ed era tornata nella casa dei genitori. Non vi erano usurai, scomunicati, eretici o maghi. Con pochissima riverenza si osservavano le feste. Le Mammane, cioè le ostetriche, più volte erano state esaminate dal parroco per verificare se erano pratici della forma del battesimo. Vi era un maestro di scuola che si chiamava don Pietro Luce e che era di ottimi costumi (28).

Pietro Antonio Corsignani, vescovo di Venosa e storico della Marsica, nacque a Celano il 15 gennaio 1686 e morì sempre a Celano il 17 ottobre del 1751. Nella sua monografia "Reggia Marsicana", pubblicata nel 1737, venne citata anche Sant'Anatolia (29).

Nel 1747 il «clerico Joe Catarino Luce de Terra S. Anatolie», con bolla del 10 marzo, venne nominato dal vescovo Camarda, rettore del «simplex ecclesiasticus beneficius, canonicatus nuncupatu in ecclesia Sancti Stephani Ville Corbarij», beneficio di jus patronato dell'Illustrissimo ed eccellentissimo Signore Fabrizio Colonna Gioieni. La nomina avvenne per morte del precedente rettore «Reverendo Sacerdos Carolus Rapetti» (30).

Nel 1742 replicate scosse di terremoto colpirono la nostra zona nei giorni 4, 5 e 6 febbraio, causando dei considerevoli guasti. La chiesa di San Nicola ne risentì alquanto e la sua riparazione fu terminata nel 1749, data ancora impressa sul portale (31).

Vita civile e religiosa nella seconda metà del '700

A metà del '700 il re Carlo di Borbone (1716-1788) istituì il «Catasto Onciario» che si chiamò in quel modo in quanto la valutazione dei patrimoni terrieri veniva stimata in once. Fu una grande riforma del sistema tributario del Regno delle Due Sicilie. L'organo principale che ne propose l'istituzione fu la Giunta per l'Allivio delle Università costituita presso la Camera della Sommaria, principale magistratura finanziaria del regno. Le operazioni furono avviate nel marzo del 1739 e furono accelerate con l'emanazione della prammatica reale «De Catastis» nel 1741 ma per portare a termine la compilazione di tutti i soggetti e dei beni posseduti ci vollero anni.

Nel 1749 venne redatto il Catasto Onciario di Avezzano (32) dove vennero registrate tutte le terre e gli immobili di proprietà dei residenti, degli enti religiosi e dei «forastieri». Nella parte del registro riguardante i forestieri, al foglio 861, vennero registrati i beni, che si trovavano nel territorio di Avezzano, gestiti, per conto della chiesa, dal reverendo don Gennaro Luce di Sant'Anatolia, che erano i seguenti:

  • Cannapina sopra il Ponte di S. Andrea di coppa una e verghe sessanta, confino l'Abbadia di S. Bartolomeo, Ercole Poucci, e la via.
    Stimata la rendita per annui carlini undici. Sono oncie 3.
  • Vigna albereto di verghe cinquantotto, e mezza, confino il Canonicato di Don Giovanni Salone, Loreto Corvi, e la via.
    Stimata la rendita per annue grana ottantadue. Sono oncie 2.
  • Vigna in detto luogo di verghe ottantasette, e mezza, confino il canonicato di S. Francesco, Santa Monica di Sulmona, Loreto Corvi, e la via.
    Stimata la rendita per annui carlini dodici, e grana due, e mezza. Sono once [...]
  • Vigna a S. Leonardo di verghe ottanta, confino Donato Seridi, l'Abbadia di S. Bartolomeo, e Loreto Corvi.
    Stimata la rendita per annue grana ottantaquattro. Sono onc [...]
  • Cannapina al Tricaglio di natura gentilesca di coppa una, e verghe sessanta confino Ippolito Michetti, li Sigg. Matthej e Loreto Corvi.
    Stimata la rendita [...]

Quattro anni dopo, il 2 settembre del 1753, fu terminata la compilazione del Catasto Onciario di Sant'Anatolia composto, nella copia dell'Archivio di Stato di Napoli, di duecentocinque pagine manoscritte, per un totale di quattrocentodieci facciate.

Nei libri di scuola ci fu insegnato che nel medioevo il re, i vassalli, i valvassori e i valvassini rappresentavano la struttura piramidale utile a esercitare il potere sul territorio. Il re nominava il vassallo come suo fedele rappresentante. Il vassallo diventava così il responsabile di un feudo acquisendo il diritto di goderne i frutti ed i benefici, in altre parole il comando delle terre, dei braccianti e dei castelli. In cambio i vassalli garantivano piena obbedienza al loro Re. I vassalli a loro volta potevano nominare i valvassori, altri nobili di rango inferiore, che diventavano loro fedeli e gestivano parte dei possedimenti. Infine c'erano i valvassini, ultimo gradino della piramide, scelti dai valvassori che potevano ancora suddividere ed investire altri nobili di rango più basso. Questa ragnatela di potere permetteva di controllare il territorio e di padroneggiare la servitù della gleba.

Nell'immaginario collettivo quindi il signore del castello, nel nostro caso il duca Colonna, avrebbe dovuto detenere la proprietà di tutte o quasi le terre di Sant'Anatolia, gestite se necessario da valvassori o valvassini, e il contadino, curvo sulla terra con la schiena spezzata, il cosiddetto «servo della gleba», doveva essere costretto a consegnare gran parte del raccolto al proprio feudatario e vivere di stenti e di fame. La prima cosa invece che salta agli occhi sfogliando i catasti di Sant'Anatolia è la totale assenza dei signori Colonna. Non c’è traccia di loro nel catasto onciario della metà del ‘700 e non c’è traccia di loro in quello più antico di fine ‘600. La cosa è piuttosto strana in quanto in alcuni documenti del 1703, 1776 e 1780 risulta che i Colonna diedero in enfiteusi ad alcuni contadini di Sant'Anatolia dei terreni nelle seguenti località: Vigne della Corte, Vicenna del Grascitto, Valle Fida, Scannacavalli e Vie Campine, Piedi Marano e Pratolongo a Piedi Marano. Quello che possiamo ipotizzare è che i Colonna gestissero le terre di pubblica proprietà, cioè appartenenti all'odierno demanio, e che tali terre, non essendo soggette a tassazione, non furono inserite nel catasto in quanto esso era uno strumento per poter calcolare le tasse per i cittadini. In effetti, in altre carte, risulta la presenza di usi civici e di terre demaniali, non inserite nei catasti, soprattutto i boschi ed i pascoli di montagna e forse erano proprio quelli i luoghi dove arrivava la «longa manus» dei Colonna.

Pianta del 1759 - Territorio controverso tra Sant'Anatolia e Rosciolo - Terreni demaniali

Nel Catasto Onciario le terre risultano intestate a 49 capofamiglia, 11 ecclesiastici e 19 enti religiosi residenti a Sant'Anatolia e 49 proprietari, 3 ecclesiastici, 17 enti religiosi, 1 ente comune residenti in altri luoghi. Tutte le persone fisiche intestatarie dei terreni erano di sesso maschile. Dai ricapitoli finali delle stime in oncie soggette a tassazione si può desume approssimativamente che l'89% delle terre erano di proprietà dei residenti e l'11% dei non residenti (persone, ecclesiastici o enti religiosi).

I cognomi dei possidenti, residenti a Sant'Anatolia, erano i seguenti: Scafati, Luce, Rubeis, Placidi, Innocenzi, Spera, Di Felippo, Amanzi, Pozzi, Di Costanzo, Lanciotti, Di Francesco Federici, Falcione, Gentile, Di Gasbarro, D'Agostino, Fracassi, Dragonetti, Sgrilletti, Di Giovanni Domenico, Di Giuseppe, Petrangeli, D'Antonio, Di Rocco, Massimi.

Nella visita pastorale del 1783, appena 30 anni dopo la compilazione del catasto onciario, il vescovo di Rieti monsignor Marini scrisse che la popolazione di Sant’Anatolia era di «circa 430 anime», ma non specificò il numero di famiglie. Nella visita pastorale del 1828 il vescovo Gabriele Ferretti scrisse che la popolazione era composta più o meno dallo stesso numero di abitanti «443 anime, divise in 64 famiglie circa».

Quindi, supponendo che ai tempi della redazione del catasto le famiglie di S.Anatolia fossero state dello stesso numero di quelle del 1828, cioè 64, rimanevano solamente nove capofamiglia senza terreni. Questi nove, che non «pittavano a catasto», potevano lavorare da braccianti per le terre di proprietà della chiesa e dei forastieri, oppure svolgere altre professioni (l’allevatore, il porcaro, il calzolaio, il commerciante, l’apicoltore, l’ufficiale di stato civile, il militare, etc.).

Data l'ampiezza del registro e delle informazioni, si rimanda ad un capitolo a parte nella sezione appendici (33).

Nel giugno del 1753 morì il parroco di Sant'Anatolia don Tommaso Luce e, con due bolle vescovili ambedue del 10 settembre, il «reverendo sacerdoti Philippo Placidi de Terra S. Anatolie» venne nominato rettore del «beneficius sub invocatione Sancti Laurentij de Cartore nuncupatj» (34), e della «parrocchia, et curata ecclesia abbazia nuncupata Sancta Anatolia loci eiusdem» (35). Ambedue i benefici erano di jus patronato dell'Illustrissimo ed eccellentissimo signor Fabrizio Colonna Gioieni, signore del castello di S. Anatolia.

Il 24 maggio del 1754 morì il vescovo Camarda che venne impiazzato, il 6 dicembre dello stesso anno, dal nuovo vescovo di Rieti Gaetano Cimeli (+24/02/1761).

Il 28 ottobre del 1755 morì il duca Colonna lasciando la moglie, Caterina Zefirina di Antonio Salviati, vedova con sedici figli. A lui successe il figlio Lorenzo II Colonna (Roma 11/06/1723 - Bagni di San Casciano 02/10/1779) il quale ebbe i seguenti titoli: Principe e Duca di Paliano, Gran Connestabile del Regno di Napoli, Principe Assistente al Soglio Pontificio, Principe di Castiglione, Principe di Sonnino, Duca di Tagliacozzo, Duca di Miraglia, Duca di Marino, Marchese di Giuliana, Marchese di Cave, Conte di Chiusa, Conte di Ceccano, Barone di Santa Caterina, Signore di Genazzano, Rocca di Papa, Rocca di Cave, Pofi, Morulo, Castro, Giuliano, Sgurgola, Salvaterra, Aydone, Burgio, Contisa, Valcorrente, Coltumaro, Val Demone e Val di Mazzara dal 1755, Nobile Romano, Patrizio Napoletano, Patrizio Veneto e Grande di Spagna di prima classe; Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro dal 1779, Cavaliere dell’Ordine di San Gennaro, Ambasciatore Straordinario del Re diNapoli per la presentazione della Chinea al Papa nel 1758 e 1769 (36).

Il 24 febbraio del 1761 morì anche il vescovo Cimeli che venne rimpiazzato il 6 aprile dello stesso anno dal nuovo vescovo di Rieti Girolamo Clarelli (+18/06/1764) (37).

Nel 1763 il nuovo vescovo, con bolla del 2 luglio, nominò il «reverendo sacerdoti Petro Philippo Luce» rettore del «simplex ecclesiasticus beneficius sub invocatione Sancta Maria de Colle», beneficio di jus patronato del duca Lorenzo Colonna Gioieni. Il beneficio si era reso vacante per dimissione spontanee del sacerdote don Leonardo Placidi (38).

Il 18 giugno del 1764 morì il vescovo Clarelli che venne rimpiazzato il 26 novembre dello stesso anno dal nuovo vescovo di Rieti Giovanni de Vita (+01/04/1774) (39).

Nel 1769 morì il sacerdote don Pietro Luce e il nuovo vescovo, con bolla del 4 luglio, nominò il «reverendo sacerdoti Philippo Placidi abbati terre Sancte Anatolie» rettore del «simplex ecclesiasticus beneficius sub invocatione Sancta Maria de Colle», beneficio di jus patronato del duca Lorenzo Colonna Gioieni (40).

Attorno al 1770, durante il periodo in cui a Sant'Anatolia era insediato il parroco don Filippo Placidi, tutti i Registri Parrocchiali vennero rubati. Purtroppo quello non fu l'unico furto ma altri nè avvennero successivamente tanto che oggi il registro parrocchiale più antico sopravvissuto è quello dei battesimi del 1825. L'atto in cui si evince questa informazione è del 1824, un certificato di morte di Virgilio del Roscio: «Sant'Anatoglia li diecisette ottobre mille ottocento ventiquattro. Dichiaro io qui sotto scritto Abbate Curato della Parrocchiale Chiesa di Sant'Anatoglia, come dovendo far fede della morte del fù Virgilio del Rosso ne Amanzy, ed ho cercato il libro de morti, che in mio potere esiste dall'epoca del mille settecento settantaquattro, non si è trovato registrato, ma sò di certo, che morisse prima, e registrato nel libro dal fù D. Filippo Abbate Placidi, è tanto vero, che tutti gli libri furono rubbati nella Chiesa in tempo di D. Felippo Placidi Abbate di quel tempo, questo è quanto possi dire per la verità, e ne ho firmata la presente dichiarazione firmata di mia propria mano in fede. Io Francesco Maria Abbate Luce dichiaro, come sopra.» (41).

Il 10 settembre del 1772 morì il sacerdote don Leonardo Placidi e il vescovo Giovanni Vita, con due bolle del 2 agosto 1773, nominò i sacerdoti don «Germano Amantij» (42) e don «Philippo Placidi» (43) ambedue della terra di «S. Anatolie in Equicolis», rispettivamente rettori del «canonicatum nuncupatum in parochialis ecclesia S. Nicolai» e del «beneficium sub titulo Beatissime Marie Virginis de Monte Carmelo». Il primo era di jus patronato della famiglia Colonna e la bolla venne firmata dal vescovo su richiesta del soprintendente dei beni della famiglia don Agostino Jatosti. Il secondo beneficio era invece di jus patronato della famiglia Placidi e don Filippo venne presentato al Vescovo dai tre fratelli Domenico Antonio, Don Agapito e Francesco Placidi.

Il primo aprile del 1774 morì il vescovo De Vita che venne rimpiazzato il 17 luglio del 1775 dal nuovo vescovo di Rieti Vincenzo Ferretti (44).

Nel periodo successivo alla morte del vescovo De Vita e precedente alle elezioni del successivo vescovo, il vicario Francesco Canale «ab sede epicopale vacante», con bolla del 23 gennaio 1775, nominò il «reverendi don Agabito Placidi, canonico terre S. Anatolie», rettore del «simplex ecclesiasticus beneficius sub titulo et invocatione S. Antonij Abbatis Vienne» eretto nella Cappella posta all'interno della chiesa di S. Antonio Abbate, fuori le mura di Borgo Collefegato. Il beneficio era di jus patronato della famiglia Placidi, Fattapposta e Corrazza. Don Agabito viene nominato dai tre patrocinanti: «don abbate Philippi Placidi, Caroli Antonij Fattapposta, Nicolai Corazza et Gio: Domenici Corazza». La nomina avvenne per morte del precedente rettore «reverendi sacerdotis Simeonis Corrazza» (45).

Tra il 1776 e il 1781 il sovrintendente agli affari generali della casa Colonna, don Ignazio Mezzanotte, diede in affitto dei terreni a vari contadini di Sant'Anatolia:

  • Con due atti stipulati in data 20 e 29 gennaio 1776, da Francesco Cianfuga attuario di Corvaro, vennero dati in affitto: a Nicolò Sgrilletti un prato nel luogo detto «Piedi Marano» per quattro anni e per il canone annuo di nove carlini. Erano presenti alla stipula in qualità di testimoni Pietro di Leonardo e Giustino d'Ascenzo. Era presente anche il vice duca Colavicchi (46). A a Giustino Lanciotti un terreno arativo nel luogo detto «Vallefida» per sei anni, cioè tre veci, per il canone annuo di quattordici coppette. Fece da garante per il pagamento «in solitus oblicato», Lorenzo Luce. Erano presenti alla stipula in qualità di testimoni Nicolò Antonio e Gianni Pozzi (47).
  • Con due atti stipulati in data 8 febbraio 1776, dal notaio Remigio de Ascenzi di Tagliacozzo, alla presenza del vice duca Giuseppe Antonio Nanni, vennero dati in affitto per sei anni, cioè per tre veci: a Berardino Luce un terreno denominato «la vicenda di Grossito» o «Grascito» per il canone annuo di diciassette ducati. Fece da garante per il pagamento «obligato in solidus», Giustino Scafati (48). A Lorenzo Luce un terreno denominato «Scannacavalli» per il canone annuo di «ducati trentasei e carlini sei». A Giustino Scafati un terreno denominato «Vie Campine» per il canone annuo di «salme cinque, e mezza di grano». Il pagamento doveva essere fatto nelle mani dell'esattore o «erario» don Filippo Iatosti di Avezzano (49). Erano presenti alla stipula in qualità di testimoni Paris Giorgi, Lorenzo Luce e Berardino Luce.
  • Con due atti stipulati in data 12 febbraio 1780 e 8 aprile 1781, dal notaio Nicola Pace di Avezzano, vennero dati in affitto: a Nicola Sgrilletti due pezzetti di prato nel territorio di Marano, nel luogo detto «Prato Longo», e l'altro nel luogo detto «Soti», confinante i beni della «Pietà» e di «Giambattista Manzi». L'affitto aveva una durata di quattro anni, per il canone annuo di «carlini dieci». Erano presenti in qualità di testimoni Simone Scafati e Giulio Pasquale. Era presente anche il luogotenente del duca Giovanni Colacicchi (50). A Domenico Peduzzi un terreno denominato «vicenda detta il Grascito» posto nel territorio di Sant'Anatolia. L'affitto aveva una durata di sei anni, ossia tre veci, per il canone annuo di «docati dieciotto». Fece da garante per il pagamento Matteo Peduzzi. Erano presenti in qualità di testimoni Angelo Nardella e Fabrizio Gissi. Era presente anche il luogotenente Giovanni Nicola Cassiani (51).

Il 2 ottobre del 1779 morì il duca Lorenzo Colonna e, dei suoi tre figli avuti da Marianna di Carlo Filippo d'Este, fu suo erede Filippo, nato a Roma il 2 dicembre 1760, ultimo duca di Alba e Tagliacozzo (52). Nello stesso anno, il 20 settembre del 1779, il vescovo Vincenzo Ferretti venne nominato vescovo di Rimini e lasciò la diocesi di Rieti al nuovo vescovo Saverio Marini (53).

Visita pastorale del vescovo Saverio Marini

Il 24 agosto del 1783 il Vescovo Marini venne a far visita nel nostro villaggio (54). In quel tempo si erano formate due congregazione che riunivano i sacerdoti delle varie parrocchie nel nostro Vicariato. Da una parte si era formata la congregazione dei sacerdoti di Collefegato, Borgo, Villa, Santo Stefano, Castel Menardo, Colle Maggiore e Poggio di Valle e dall'altra la nostra congregazione formata dai sacerdoti di Grotte, Turano, S.Anatolia e Spedino. Corvaro, dapprima appartenente alla nostra congregazione, a causa del cattivo esempio dato da alcuni sacerdoti di S.Anatolia, si spostò nell'altra congregazione di Collefegato. Il capo della nostra congregazione, chiamato priore, era il parroco di S. Anatolia don Germano Amanzi.

I preti che a Sant'Anatolia davano scandalo erano soprattutto don Urbano Innocenzi, don Arcangelo Amanzi e don Urbano Amanzi. Il primo di anni 50 era «di poco buoni costumi e ignoranza». Il secondo era «dedito al vino e dai costumi cattivi». Don Arcangelo Amanzi aveva poi dei rapporti con una donna del paese Antonia Scafati con la quale pare che avesse avuto un figlio. Poi c'era don Urbano Amanzi che «si ubbriaca sempre e dice parole scandalose», parola di Leonardo Pozzi testimone. Fulgenzio Peduzzi invece testimonia al vescovo che sia Urbano Amanzi che Urbano Innocenzi «pubblicamente s'ubbriacano e strapazzano li secolari».

Per il povero Abbate don Germano Amanzi la situazione era pesantissima; alcuni anni prima aveva perso la pazienza tanto che, in piazza San Nicola davanti a tutto il paese, aveva dato una sonora sberla a Urbano Innocenzi che completamente ubriaco faceva scandalo. Per questo fatto il povero abbate venne inquisito ma, avute le opportune informazioni, il vescovo decise di archiviare il caso. Infine, per la situazione così grave, il vescovo dopo aver accusato i sacerdoti Amanzi e Innocenzi, scriveva nel suo resoconto: «Bisogna mandare la missione in questo paese, a Turano, Corvaro e Collefegato !».

Nel 1783 la popolazione ascendeva a «circa 430 anime, molte delle quali sono sparse fuori dalla terra benchè non in molta distanza». Il curato o abbate era don Germano Amanzi e gli altri sacerdoti oltre a don Urbano Innocenzi, a don Arcangelo e a don Urbano Amanzi erano: «don Agapito Placidi di anni 84 canonico, don Gennaro Luce di anni 70 canonico, Luigi Placidi chierico di anni 18. Francesco Maria Luce e Carlo Scafati nuovissimi inabili».

La chiesa di S. Anatolia, anticamente la parrocchiale, era situata fuori dal castello ed era molto venerata in quanto si credeva che in quel luogo la santa avesse consumato il suo martirio. La chiesa era unita alla parrocchia di nuova costruzione posta dentro il castello e intitolata a S. Nicola Vescovo.

Provvedimenti e decreti fatti nella Sacra Visita dei 25 ag. 1783 a riparo di molti disordini accaduti in S. Anatolia diocesi di Rieti, in ordine alle pie oblazioni, e sodisfazioni di messe:

  1. Nella chiesa di S. Anatolia che spetta all'abbate e canonici, che sta fuori della terra, la chiave della sagrestia debba stare in mani dell'abbate e di qualche canonico. Intanto si è affidata altra chiave al canonico Luce, che deve dipendere anche dall'abbate.
  2. Niun sacerdote nei giorni festivi potrà celebrare la messa prima della messa parochiale.
  3. Per la festa di S. Anatoglia concorrendo molto popolo a venerare la Santa, e a prendere l'oglio, che arde nella lampada, quest'oglio dovrà distribuirsi o dall'abbate, o qualcuno dei due canonici, o da altro prete deputato dall'abbate, e non da verun altro, che non sia stato deputato dall'abbate e canonici tutti.
  4. Solendo il popolo fedele portare le oblazioni o per messe o per altro sacro culto, queste si dovranno in chiesa ricevere dall'abbate o da uno dei canonici di modo che da uno solo non si devono ricevere, ma da due, cioè dall'abbate, e da un canonico, o in luogo del canonico da un prete deputato dai canonici, e non altrimenti.
  5. Queste oblazioni si devono notare a libro, subito alla presenza dell'abbate, e collocare in deposito [...] con due chiavi, una delle quali si tenga dall'abbate, e l'altra da uno dei canonici.
  6. Nel detto libro deve notarsi l'erogazione delle oblazioni secondo la pia mente dei fedeli e la sodisfazione della messa col giornale di mano del sacerdote che celebrerà; però si faccia il libro e si osservi la nostra prescrizione sotto pena di sospensione.
  7. Li preti, chierici, e novizi nei giorni festivi vadano ad assistere alla messa solenne, ed ad altre sacr. funzioni, che si fanno nella parrocchiale. Se saranno negligenti i novizi e chierici non saranno promossi agli stati maggiori; li preti poi resteranno privi delle oblazioni che sogliono ripartirsi e dal vescovo non saranno considerati nelle vacanze dai benefizi e impieghi ma in altra contingenza. Fin qui le provvidenze generali.

Ultima decade del settecento

Nel 1784 ci fu un altro assalto del morbo epidemico che molte vittime trasse alla tomba (55) e difatti, negli anni subito appresso, la popolazione di Sant'Anatolia scese di nuovo al di sotto dei 400 abitanti.

Il 2 giugno del 1793 Giustino Scafati, figlio di Iacopo, morì durante il tragitto verso la Puglia. In quell'epoca il parroco del nostro paese era don Germano Amanzi. Giustino era nato a Sant'Anatolia attorno al 1733 e la sua morte testimonia che la transumanza verso la Puglia riguardava con molta probabilità anche il nostro paese. Ci sono altri tre documenti che certificano la morte di Giustino: in due di essi viene testimoniato che egli morì a Foggia, sempre in Puglia, mentre nel terzo viene testimoniato che egli fu sepolto nella chiesa parrocchiale di S. Anatolia.

Nel 1829 Michelangelo Scafati stava predisponendo la documentazione per il suo matrimonio con Angela Lanciotti che doveva essere celebrato il 12 luglio dello stesso anno. Uno dei documenti necessari per lo svolgimento del matrimonio era il consenso scritto da parte dei genitori, sia dello sposo che della sposa. Il padre di Michelangelo però, Carlo Scafati, era deceduto undici anni prima nel 1818. Nel caso di morte del padre si chiedeva il consenso al nonno se vivente e, se deceduto anche lui, bisognava esibire il certificato della sua morte. Per provare quindi il decesso del nonno, Michelangelo si rivolse al parroco in quanto prima del 1809 l'anagrafe civile non esisteva e le uniche prove del decesso erano ricavabili dai registri dei morti della parrocchia o in mancanza di questi, dal giuramento di più testimoni.

Il parroco quindi, verificò i suoi registri e testimoniò nel modo seguente: «Certifico io qui sottoscritto Abbate Curato della Parrocchiale Chiesa di San Nicola in Sant'Anatoglia, che diligenziato il libro de morti di questo Comune non ho trovato nel libro il nome di Giustino Scafati Avo di Michelangelo Scafati, ma sò di certo, che egli era suo Avo, e che morì per la strada andando alla Puglia ed in epoca anteriore al registro dello Stato Civile. Per la verità ho fornito il presente certificato da servire per solo uso di Matrimonio, in fede. Sant'Anatoglia undici luglio mille ottocento ventinove, Pietro Placidi» (56).

1790 - Abruzzo citeriore e ulteriore e contea del Molise - particolare

Carta dell'Abruzzo e Molise nel 1790 - Particolare della zona nei dintorni di S.Anatolia

Nel 1795 l'abate don Francesco Sacco così si esprimeva: «San Natoglia (Sancta Anatolia): Villaggio nella provincia dell'Aquila, ed in diocesi di Rieti in regno, situato sopra una collina, d'aria buona, e nella distanza di ventidue miglia in circa dalla città dell'Aquila, che si appartiene in feudo alla famiglia contestabile Colonna di Roma. In esso è da notarsi soltanto una chiesa parrocchiale sotto il titolo di San Natoglia. La produzione del suo terreno sono grani, granidindia, vini, e ghiande. La sua popolazione ascende a trecento ottantasei sotto la guida spirituale di un parroco, che porta il titolo di abate, e di due canonici coadiutori» (57).

Tre anni dopo Giuseppe Maria Alfano riportava: «S.Anatoglia terra: Dioc. di Rieti, feudo del Gran Contestabile Colonna, d'aria temperata, fa di popolazione 438» (58).

Ancora dopo altri tre anni, nel 1804, Lorenzo Giustiniani, scriveva: «SANTONATOGLIA, terra in Abruzzo ulteriore, in diocesi di Rieti. E' in luogo di buon'aria, dall'Aquila dista miglia 22, e gli abitanti ascendono a circa 400 addetti all'agricoltura , ed alla pastura. Nel 1595 fu tassata per fuochi 114, nel 1648 per 90, e nel 1669 per 43. Andò col Contado di Tagliacozzo, in oggi si possiede dalla famiglia Contestabile Colonna di Roma» (59).

Alla fine del 1700 Alba cominciò a perdere la sua importanza e il centro amministrativo si spostò presso la cittadina più popolata di Massa-Corona realizzandosi una aggregazione civica comprendente appunto Massa, Corona, Albe, Forme, Antrosano, Castelnuovo, S.Anatolia e S. Pelino.

Sigilli dell'Università di S.Anatolia

Come si rileva nei capitoli precedenti, allo stato attuale delle ricerche il più antico documento che nomina il castello o università di Sant'Anatolia risale al 1394, anno in cui Magliano, Rosciolo e Sant'Anatolia promisero di mantenere la tregua con il re Ladislao di Sicilia (60). Prima di quella data sono stati trovati solamente documenti d'archivio riguardanti la chiesa di Sant'Anatolia. Cartore fu nominato per la prima volta nel 1153 nella Bolla di Anastasio IV a favore della Diocesi Reatina (61).

Si parlò ancora di università di Sant'Anatolia nel 1484 quando: «Pasqualis Jannitelle et Amicus Sconchiali di S.Anatolia, massarii, sindici et procuratores universitatis et hominum eiusdem terre Sanctae Anatolie», giurarono fedeltà a Ferdinando re di Sicilia. In quell'occasione giurò fedeltà anche: «Julianus Marini de Corbario, massarius, sindicus et procurator universitatis et hominum eiusdem terre Corbarii electi ones» (62).

Nel 1683, un documento riguardante una «Questione di terre tra i Colonna, l'università di Sant'Anatolia e Quizio Rubeis», venne autenticato per mezzo di un sigillo (63). Lo stesso sigillo resterà in vigore fino al 1728 autenticando le «Voci di vettovaglie» per essere poi sostituito dal 1733 al 1772 con il nuovo sigillo (64). Il nuovo «popolar sigillo» verrà usato anche per l'autentica del Catasto Onciario del 1753 (65).

Sigillo utilizzato dal 1683 al 1728

Sigillo utilizzato dal 1733 al 1772

Le voci di vettovaglie

Le voci di vettovaglie erano attestazioni sui prezzi correnti di alcuni generi alimentari, che i tesorieri delle università, cioè dei comuni, inviavano alla Regia Camera della Sommaria che era una sorta di odierno ministero dell'economia e delle finanze.

Per quanto riguarda Sant'Anatolia le attestazioni che si trovano nel grande archivio di Napoli sono undici e vanno dal 1717 al 1772. I beni oggetto delle dichiarazioni erano il grano, l'orzo, il vino, l'olio, le lenticchie, il pane e altri legumi. Ogni dichiarazione in genere veniva firmata da un paio di massari e da un cancelliere, ma non sempre, a volte i firmatari erano solo due. Ogni documento veniva «corroborato dal popolar sigillo».

Seguono le trascrizioni degli undici documenti:

1. In S. Anatolia lì 15 di Giugno 1717.     
In Esecutione dello ordine dello signior Tesoriere della Aquila, da Massari e Regimento della terra di S. Anatolia, si fà vera e dubitata fede, etiam con iuramento, per come nelli mercati di Tagliacozzo et Avegnano si vendono li grani giuly trenta cinque e trenta sei la salma del grano, e giuly diciotto e venti la salma dello orzo, altri vetovalie non ci escono in detti mercati e per la verità si è fatta la presente fede coroborata con il nostro e popolaresco Sigillo in fede.    
+ Segnio di Croce de propria mano de Quitio Rubei Massaro.    
+ Io Vincenzio di Rosario Massaro.    
+ Di Corzetti pro Cancelario (66).

2. Adi 9 Aprile 1720 S. Anatolia.    
Da Noi Massari e Regimento della Terra di S.Anatolia, per obbedire all'ordine del Regio Tesoriere della Città dell'Aquila, si fa vera et indubitata fede, da ratificarsi etiam mediante il nostro giuramento, sotto pena di falzo, per come in questa nostra terra si vende il Grano carlini quaranta cinque la salma, il vino grana quattro il boccale e delli altri vettovagli non sapemo il prezzo, per non essercene in questa nostra terra da vendere e però havemo dato ordine al sotto che facesse la presente firmata e con il segno di Croce di nostra mano e corroborata con il solito popular sigillo in fede    
+ Segno di Croce di C. Antonio Luce massaro.    
+ Segno di Croce di Leonardo Luce massaro.    
+ G. Antonio Corsetti R.le d'ordine (67).

3. Adì 22 Aprile 1721 in S. Anatoglia.    
Da Noi Massari, e Regimento della Terra di S. Anatolia si fà piena, e vera fede, sub verbo veritatis, e per obbedire al Reggio ordine del Tesoriere della Provincia dell'Aquila, come questa nostra terra non fa mercato, ma come si sente per le terre convicine di questo stato, si vende il grano carlini trenta due, e trenta sette, l'orzo carlini venti la salma e l'altre vettovaglie in cotesta terra non ci sono, et carlini sei il barile del vino, e per essere questa la verità e habiamo fatta la presente firmata di nostra mano e corroborata col nostro pubblico, e popolare Sigillo in fede.    
+ Quitiu Rubeis massaro.    
+ Pietro Filippo Luce d'ordine pro (68).

4. Da Noi Massari e Regimento della Terra di S. Anatolia si fa vera et indubitata fede, da ratificarsi mediante il nostro giuramento, sotto pena di falzo, come in questa nostra terra si vende il Grano, come ne pubblici Mercati carlini sedici la salma, il Vino grana sei il boccale, l'oglio grana tredici la brocchetta, dell'altri vettovagli non si sa il prezzo non vendendosene ne comprarsene in questa nostra terra, però si è dato ordine al sotto che facesse la presente firmata con il segno di Croce di nostra mano per non sapere scrivere corroborata con il solito popular sigillo in fede 28 maggio 1727.     
+ Segno di Croce di Giacomo di Gasparro Massaro.    
+ Segno di Croce di Francesco Lanciotti Massaro.    
+ G. Antonio Corsetti d'ordine (69).

5. Da Noi Massari e Regimento della Terra di S. Anatoglia si fa piena fede per la verità e a chi spetta e di Ratificarla mediante il suo giuramento sotto pena di falzo in qualsivoglia tribunale, q.us opas sit e qual mentre in essa nostra terra si vende il grano, et altri vettovagli li seguenti prezzi e sono:    
    - Il grano carlini dicidotto la salma     1 = 80    
    - Orzo la salma: carlini dodici     1 = 20    
    - Lente la salma carlini dicidotto     1 = 80    
    - Il Vino il boccale grana sei      0 = 06    
    - Oglio carlini cinque il boccale     0 = 50    
Per verità di ciò habbiamo fatto la presente sotto di nostra propria mano corrobora col nostro solito Sigillo, scritta dal nostro ordinario Cancelliere in fede. S. Anatoglia li 29 gennaro 1728.    
+ Jo Domenico Antonio Spera massaro.    
+ Jo Stefano Luce massaro con firma come sopra.    
+ Bartolomeo Luce Cancelliere (70).

6. Regimento di Santa Anatoglia li 7 Giugno 1733.    
Per obbedire agli ordini Regimentali da noi sottoscritti Massari si fa vera, real ed indubitata fede, mediante il nostro giuramento e sotto pena del falzo, per come il grano vale nelli presenti mercati di Tagliacozzo ed Avezzano à carlini trentotto, e quaranta, l'orzo à carlini dicidotto, le pane à carlini trenta due, e trenta quattro la salma, che per verità si è dato ordine al nostro ordinario Cancelliere che havessi scritta la presente signata, e respettivamente firmata di nostra mano, e monita col solito Sigillo di detta Università in fede.    
+ Segno di Croce per n.o di Gio: Battista di Costanzo Massaro.    
+ Jo Gioseppe Innocety masaro. + Giuseppe Loreti Cancelliere pro (71).

7. S. Anatoglia [1749].     
Massari e Regimento de detta Terra fa fede ossia fede per la verità con giuramento sotto pena de falzo da notificarla in qualsivoglia tribunale. Come che in questa nostra terra non si fa il mercato ma bensi stiamo allo stile di Avezzano e Tagliacozzo, che sono terre de mercato, che il grano si vende vendi otto carlini la salma, le orze carli vendi la salma, le pani carlini vendi due la salma, le lendicchie vendi sei carlini la salma e per verità si è dato ordine allo nostro ordinario cancelliero che scrivesse la presente e corroborata con il nostro solito sigillo in fede.     
+ Segnio de crocie ne Nunzio de Felippo massaro eletto.     
+ Giovanni Spera Cancelliere di ordine (72).

8. In Santa Anatoglia 25 Maggio 1752.     
In esecutione delli Reggi ordini emanati, dà Pietro Spera e Paolo Luce presenti massari di Santa Anatoglia, si fa piena fide per la verità da notificarsi ubique mediante il loro giuramento, come hanno piena notizia delle terre convicine, cioè Avezzano e Tagliacozzo delli mercati che si fanno in dette terre, il Grano si vende ducati quattro e carlini due la salma, il Pane un carlino la decina, il Vino cinque grana il Bocale, l'oglio un tari la teglietta di libbre due, et onze quattro, e per la verità hanno fatto la presente forma che con Segno di Croce di proprie mani di essi massari, recano del nostro ordinario Cancelliere, e vallata con il nostro solito popolar sigillo in fede.    
+ Segno di croce di Pietro Spera Massaro ill.    
+ Segno di croce di Paolo Luce Massaro ill. + Tomaso Luce p. C. (73).

9. S. Anatoglia li 2 de Maggio 1753.     
In esecutione delli Reggia ordini mandati dalle illustrissimo signore tesoriero della città della Aquila, facemo fede e giuramento de come in questa nostra terra no si fa il mercato, ma stiamo alle stile de Avezzano e Tagliacozzo, che sono terre e convecino che se li fa il mercato, che lo grano si vende carlini trenta uno, trenta due la salma, le lente carlini trenta la salma, l'orzo carlini venti tue la salma. In fede.    
+ Segnio di croce de Giovanni Langiotti Massaro.     
+ Giovanni Spera Cancelliere di ordine (74).

10. Massari, a Regimento della Terra di S. Anatoglia li 2 Giugno 1765.    
Dalli sottoscritti Massari della sudetta terra, per obbedire all'ordine del Signor Tesoriere dell'Aquila, si fa piena, e vera fede mediante il loro giuramento da ratificarla in qualsivoglia tribunale [...] la medesima verità [...] sotto pena di falso, come il pane si vende grana otto la dicina secondo l'ofrisa d'Avezzano, il grano si vende carlini trenta e trenta due, l'altri vettovagli come ognun sa li accorda, che per verità di ciò hanno fatta la presente e di loro ordine io sotto Cancelliere ho scritta la presente di mia propria mano e sottoscritta dall'odierni massari e corroborata col solito Sigillo in fede.     
+ Segno di Croce di Gaetano Luce Massaro.     
+ Io Vincenzo Innocenzo Masaro.     
+ Giovanni Biagio Luce Cancelliere d'ordine (75).

11. Regimento della Terra di S. Anatoglia li 28 8bre 1772.     
Da Noi Massari, e Regimento della Terra sudetta si fà vera reale ed indubitata fede, da ratificarla ubique e mediante il nostro giuramento, sotto pena di falzo, come per obbedire alli vostri Regi Ordini, dichiaramo che in questa nostra terra non ci sono persone che vendino grano, ne altre sorte di vettovaglie, ma che si comprano dai nostri cittadini nei Pubblici Mercati di Tagliacozzo, e Avezzano, cioè il grano à carlini ventisei e trenta la salma, l'orzo à carlini dicidotto la salma, e gli altri legumi si vendono tutti à carlini venti, e ventidue la salma, che per la verità abiamo dato l'ordine al nostro ordinario Cancelliere che scrivesse la presente nottata col solito, e Popular Sugello di questa Università in fede.    
+ Io Giustino Scafati Massaro.     
+ Io Lorenzo Luce Masaro.     
+ Io Basilio Luce Cancelliere (76).

Note

  1. Geneall.net - Link
  2. Appendice VIII - Il Catasto Antico di Sant'Anatolia del 1700 - Link
  3. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1693-1706 - Pag.454 e segg. - Link
  4. Biblioteca del Monastero di S. Scolastica di Subiaco - Archivio Colonna - Serie III AA - Busta 75 - Documento xx - Link
  5. Biblioteca del Monastero di S. Scolastica di Subiaco - Archivio Colonna - Serie III AA - Busta 75 - numero 57 - Link
  6. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1706-1714 - Pag.240b-241-241b-242 - Link
  7. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1706-1714 - Pag.242-242b-243-243b - Link
  8. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1706-1714 - Pag.250b-251-251b - Link
  9. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1706-1714 - Pag.249-249b-250 - Link
  10. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1706-1714 - Pag.305b-306-306b - Link
  11. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 17 - 1712 Visita Guinigi - p. 40 e segg. - Link
  12. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 17 - 1712 Visita Guinigi - p. 62
  13. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 17 - 1712 Visita Guinigi - p. 60 retro
  14. D. LUGINI, Memorie, p. 313
  15. Sito web: geneall.net - Voce «Fabrizio Colonna 8 Principe di Paliano» - Link
  16. Sito web: www.genmarenostrum.com - Link
  17. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1715-1722 - Pag.65b-66-66b-67 - Link
  18. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1715-1722 - Pag.270b-271-271b-272 - Link
  19. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1715-1722 - Pag.299-299b-300-300b - Link
  20. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1715-1722 - Pag.345b-346-346b - Link
  21. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1715-1722 - Pag.344-344b-345-345b - Link
  22. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 22 - 1721 Visita Guinigi - p. 261-262 - Link
  23. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 22 - 1721 Visita Guinigi - Link
  24. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 22 - 1721 Visita Guinigi - p. 287-315 - Link
  25.  Wikipedia Italia - Voce «Fulgenzio Bellelli» - Link
  26.  Wikipedia Italia - Voce «Diocesi di Rieti - Cronotassi dei vescovi» - Link
  27. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1723-1734 - Pag.220-220b-221-221b - Link
  28. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 23 - 1725 Visita Camarda - Link
  29. Pietro Antonio CORSIGNANI, Reggia Marsicana, Napoli 1738 - Link
  30. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1744-1753 - Pag.304b e segg. - Link
  31. G. GATTINARA, Storia di Tagliacozzo, 1894, p. 95
  32. Catasto Onciario di Avezzano del 1749 - Forastieri - Foglio 861 - Don Gennaro Luce di S. Anatoglia - Link
  33. Appendice IX - Il Catasto Onciario di Sant'Anatolia del 1753 - Link
  34. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1753-1759 - Pag.59b-60-60b - Link
  35. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1753-1759 - Pag.60b-61-61b-62-62b - Link
  36. Sito web: www.genmarenostrum.com - Link
  37. Wikipedia Italia - Voce «Diocesi di Rieti - Cronotassi dei vescovi» - Link
  38. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1758-1767 - Pag.296b e segg. - Link
  39. Wikipedia Italia - Voce «Diocesi di Rieti - Cronotassi dei vescovi» - Link
  40. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1768-1775 - Pag.33b-34-34b - Link
  41. Archivio di Stato dell'Aquila - Processetti Matrimoniali - 1824 - Atto n.25 - Matrimonio di Filippo Innocenzi e di Berardinangela Fracassi in Luce
  42. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1768-1775 - Pag.369-369b-370-370b - Link
  43. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1768-1775 - Pag.391-391b-392-392b - Link
  44. Wikipedia Italia - Voce «Diocesi di Rieti - Cronotassi dei vescovi» - Link
  45. Archivio della diocesi di Rieti - Bullarium 1768-1775 - Pag.418-418b-419-419b - Link
  46. Biblioteca del Monastero di S. Scolastica di Subiaco - Archivio Colonna - Serie III AA - Busta 81 - Documento 101 - Link
  47. Biblioteca del Monastero di S. Scolastica di Subiaco - Archivio Colonna - Serie III AA - Busta 81 - Documento 102 - Link
  48. Biblioteca del Monastero di S. Scolastica di Subiaco - Archivio Colonna - Serie III AA - Busta 81 - Documento 99 - Link
  49. Biblioteca del Monastero di S. Scolastica di Subiaco - Archivio Colonna - Serie III AA - Busta 81 - Documento 100 - Link
  50. Biblioteca del Monastero di S. Scolastica di Subiaco - Archivio Colonna - Serie III AA - Busta 81 - Documento 133 - Link
  51. Biblioteca del Monastero di S. Scolastica di Subiaco - Archivio Colonna - Serie III AA - Busta 81 - Documento 138 - Link
  52. Sito web: www.genmarenostrum.com - Link
  53. Wikipedia Italia - Voce «Diocesi di Rieti - Cronotassi dei vescovi» - Link
  54. Archivio della diocesi di Rieti - Visite pastorali - Cartella n. 47 - 1783 Visita Marini - Link
  55. G. GATTINARA, Storia di Tagliacozzo, 1894, p. 95
  56. Archivio di Stato dell'Aquila - Stato Civile di S.Anatolia - Processetti Matrimoniali - 1829 n.10
  57. Francesco Sacco, Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, Napoli 1795, tomo III, p. 301.
  58. Giuseppe Maria Alfano, Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli 1798, p. 191
  59. Lorenzo Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napli 1804, tomo VII, p. 325.
  60. Archivio Storico Capitolino - Pergamena - Segnatura: II.A.09,041 - Numero Catena: 219 - Regesto Pressutti
  61. Michaeli Michele "Memorie Storiche della Città di Rieti" Vol. II pag.265-272 - Documento originale presso Archivio Vescovile di Rieti
  62. Archivio Storico Capitolino - Pergamena - Segnatura: II.A.19,026 - Numero Catena: 1894 - Regesto De Cupis
  63. Biblioteca del Monastero di S. Scolastica di Subiaco - Archivio Colonna - Serie II A - Busta 62 - Fascicolo 11 - Pag. 1-2-3-4 (FEUDI COLONNESI: Miscellanea di lettere (1600-1700) concernenti i feudi Colonnesi dell'Abruzzo: Albe con sigillo, Anatolia (Santa) con sigillo, Avezzano con sigillo, Borghetto di Cittá ducale, Calabritto, Capistrello con sigillo, Cappadocia, Carsoli, Castelli, Civitellaco)
  64. Archivio di Stato di Napoli - Regia Camera della Sommaria - Patrimonio - Voci di vettovaglie - Inventario
  65. Archivio di Stato di Napoli - Regia Camera della Sommaria - Patrimonio - Voci di vettovaglie - Inventario
  66. Archivio di Stato di Napoli - Voci di vettovaglie - Posizione 3.12.177
  67. Archivio di Stato di Napoli - Voci di vettovaglie - Posizione 4.14.8
  68. Archivio di Stato di Napoli - Voci di vettovaglie - Posizione 4.15.187
  69. Archivio di Stato di Napoli - Voci di vettovaglie - Posizione 6.24.144
  70. Archivio di Stato di Napoli - Voci di vettovaglie - Posizione 6.24.144
  71. Archivio di Stato di Napoli - Voci di vettovaglie - Posizione 8.36.168
  72. Archivio di Stato di Napoli - Voci di vettovaglie - Posizione 14.75.72
  73. Archivio di Stato di Napoli - Voci di vettovaglie - Posizione 14.75.48
  74. Archivio di Stato di Napoli - Voci di vettovaglie - Posizione 14.75.80
  75. Archivio di Stato di Napoli - Voci di vettovaglie - Posizione 18.108.100
  76. Archivio di Stato di Napoli - Voci di vettovaglie - Posizione 22.121.25