Capitolo III - Medioevo

Caduta dell'Impero Romano e secoli bui - Il medioevo, il Ducato di Spoleto e la dominazione Farfense - I Saraceni e la formazione dei Castelli - 1143-1268: Dominazione Normanna e Sveva - 1268-1280: Distruzione di Cartore e invasione degli Zingari

Caduta dell'Impero Romano e secoli bui

Durante la dominazione romana le notizie sul nostro villaggio sono date solamente da fonti archeologiche ed epigrafiche, mentre l'unica città che viene citata nei documenti classici è ALBA FUCENSE che già in piena epoca imperiale estendeva la sua giurisdizione fino al nostro villaggio.

Alba Fucense

Alba Fucense - Veduta d'insieme - Fotografia di Roberto Tupone - 7 giugno 2009

L'attuale Valle Caprina, detta in alcune carte topografiche del 1800 Valle Turanense ed in altre Torrente della Valle, fa oggi da confine fra i territori di Sant'Anatolia e Cartore con quelli di Torano e Spedino e la situazione attuale rispecchia esattamente la situazione romana poichè nei suoi pressi, ed esattamente nella chiesa di Santa Maria del Colle, esisteva fino a circa un secolo fa' un cippo sul quale era indicato il limite territoriale di Alba nella nostra zona: ALBENS FINES. Il territorio di S. Anatolia e Cartore rientrava quindi già in epoca imperiale nella giurisdizione Albense e questa dipendenza si protrasse per tutto il medioevo fino alla fine del 1700.

Agli inizi del V secolo d.C. l'Impero Romano d'Occidente si avviava verso una lenta fine. I romani, intenti a godersi le ricchezze accumulate, non prestavano da tempo il servizio militare affidando la difesa dei propri territori ai popoli confinanti i quali erano gli unici che, per bisogno di denaro, si prestavano a quella rude vita. Per tutto il V secolo quasi tutti i generali dell'esercito imperiale avevano cognomi barbari e ciò creò una forte dipendenza di Roma da essi ma in compenso, le stabili alleanze con questi popoli, avevano creato una sorta di cuscinetto intorno all'Impero che lo proteggeva da eventuali assalti esterni. La fama della sua potenza giungeva sempre più lontana e ad est, il miraggio della ricchezza facile, spingeva le orde mongoliche, respinte dalla Cina, a dirigersi verso l'impero. Quando i terribili Unni guidati da Attila si spostarono verso ovest misero un tale terrore che i popoli confinanti chiesero asilo e protezione a Roma la quale, per non dispiacere l'esercito composto soprattutto da barbari, li accolse nei propri confini determinando l'inizio delle prime invasioni.

Odoacre fu l'autore del crollo definitivo dell'Impero. Egli, generale dell'esercito imperiale, e capo del popolo degli Eruli, che nel frattempo si erano stanziati nei territori imperiali, nel 476 d.C., con un colpo di stato, depose l'ultimo imperatore d'Occidente Romolo Augustolo e governò l'Italia col titolo di patrizio in nome dell'imperatore d'Oriente Zenone. In seguito quest'ultimo, per togliersi di mezzo un altro alleato prepotente e fastidioso qual era Teodorico re degli Ostrogoti, che spesso invadeva e saccheggiava l'impero nella parte orientale, decise di mandarlo in Italia a spodestare Odoacre che nel frattempo gli era venuto in disgrazia. Teodorico invase e conquistò l'Italia, vi fondò un regno e la governò saggiamente ispirandosi alla tradizione romana.

Ma poichè, qualche tempo dopo, gli Ostrogoti volevano affrancarsi dalla dipendenza dell'imperatore d'Oriente, quest'ultimo, che allora era Giustiniano, nel 535 organizzò una spedizione in Italia con un esercito Greco che pose sotto il comando di Belisario e successivamente di Narsete. In un primo tempo sembrava che la fortuna arridesse ai Goti tanto che Roma, tenuta da Belisario, fu da essi assediata. A questo riguardo, Procopio di Cesarea riferisce che «Giovanni, maestro dei militi, inviato da Giustiniano in aiuto di Belisario, nel 537, con 800 cavalli e 1.200 uomini, stabiliva i suoi quartieri invernali ad Alba Fucense». La guerra gotica durò circa venti anni e l'Italia fu attraversata continuamente dai due eserciti che occupavano e rioccupavano i territori oggetto di conquista. La Marsica e le nostre zone non vennero risparmiate dalle incursioni degli avversari i quali massacravano spietatamente tutte le popolazioni che non si sottomettevano all'uno o all'altro di essi e distruggevano tutto ciò che trovavano nel loro passaggio (1).

Alla fine i Greci ebbero la meglio ma, dopo appena 15 anni, nel 568, scesero dal nord i Longobardi condotti dal loro re Alboino, che provenivano dalla Pannonia, attuale Ungheria, dove si erano stanziati da diversi anni in qualità di federati dell'Impero. Alboino inizialmente conquistò senza alcun ostacolo la provincia Friulana e nell'anno seguente, scese nella Venezia, nell'Emilia e nell'Umbria. Infine, impossessatosi di Milano, si dichiarò, nel settembre del 569, re d'Italia. Pavia resistette per tre anni ma stretta d'assedio alla fine nel 572 si arrese e fu eretta a capitale del regno. Alla morte di Alboino regnò Clefi, dal 572 al 574, anno della sua morte.

Il medioevo, il Ducato di Spoleto e la dominazione Farfense

Dopo la morte di Clefi, seguirono dieci anni di anarchia, durante la quale i vari condottieri longobardi si mossero autonomamente. Zottone condusse i suoi a sud dove pose le fondamenta al ducato di Benevento. Faroaldo conquistò tutta l'Umbria e parte della Sabina dove attorno al 576 pose le fondamenta al Ducato di Spoleto. Ariulfo, secondo duca di Spoleto, estese le conquiste, oltre che al resto della Sabina, anche alle regioni degli Equicoli, dei Marsi, dei Peligni, dei Vestini e dei Piceni e fu dunque in quel periodo, tra il 591 e il 603, anno della sua morte, che i nostri territori furono uniti al Ducato di Spoleto. Il Ducato venne diviso in dieci Gastaldati: Rieti, Marsi, Forcona, Valva, Penne, Spoleto, Nocera Umbra, Norcia, Ascoli Piceno e Camerino. Il nostro territorio fece parte del Gastaldato dei Marsi. Nel 601 ad Ariulfo successero: Teudelapio duca fino al 653, Atto dal 653 al 663, Trasamondo dal 663 al 703, Faroaldo II Duca di Spoleto dal 703 al 724 (2).

Nel 1110 il prete Adamo di Cliviano scrisse una lettera a Berardo, abate del monastero di Farfa, per chiarire la posizione di alcuni terreni e di alcune chiese che si trovavano sotto la sua giurisdizione: «Al Signore Berardo, venerabile Abate, il presbitero Adamo di Cliviano fedele servo. Per timore di Dio e di Maria Santissima, vi indichiamo quelle le terre che il duca Faroaldo diede a S. Maria di Farfa, cioè in Cliviano e per i suoi vocaboli, terra coltivabile di moggia millecinquecento arabile, con dodici coloni. Confinante con Frontino, Macchia Felicosa e Grotta Machelmi. Di essa, la terza parte di ogni cosa, insieme con la chiesa di S.Savino, la chiesa di S.Sebastiano e la chiesa di S.Anatolia di Turano. L'abate però che c'era in quel tempo, fece uno scambio con Soldone, e diede a lui la chiesa di S. Anatolia in cambio di S. Maria di Loriano. Tutto il resto rimase al servizio di S. Maria di Farfa. Ivi è edificato il Corvario. Ma gli uomini che fecero lo scambio si raccomandano a voi affinchè veniate qui di vostra volontà, volendo rimanere al vostro servizio, poichè con il signore tutto va in degrado, mentre voi sapreste conservare» (3).

Nei primi anni dell'VIII secolo d.C. quindi la chiesa di S.Anatolia venne donata da Faroaldo II al monastero di Farfa insieme ad altri territori ad essa adiacenti. Nel documento di cessione essa viene denominata Sanctae Anatholiae de Turano e già in quell'epoca i territori limitrofi avevano una denominazione simile a quella attuale, e cioè: Cliviano (S. Stefano in Cliviano), Macclam Felicosam (forse: Selve della Duchessa), Cripta Machelmi (forse: Grotte di Torano), Frontinum (Monte Frontino), Sancti Savini (forse: chiesa di S. Saino, posta nel cimitero di Castel Menardo), Sancti Sebastiani (forse: Chiesa di San Sebastiano un tempo esistente alle falde dei monti della Duchessa), Turanu (Torano) e Corvarium (Corvaro).

I termini Clivano e Torano riappaiono nel medioevo in vari documenti del Monastero di Farfa. Nell'anno 791: «gualdum nostrum in Eciculis in integrum seu terram in Cliviliano ubi dicitur ...nuale» (4); nell'813: «in Eciculis loco qui dicitur Clivigiano» (5); nel 957: «Clivano, et Placidiscis, et Agello, et Torano» (6).

Nel 774 il regno d'Italia passò nelle mani del popolo dei Franchi di Carlo Magno il quale, rifacendosi alla tradizione romana, dette le fondamenta al Sacro Romano Impero. Ludovico il Pio, successore di Carlo, nell'819 elevò a titolo di Conti i gastaldi di tutta la provincia Valeria, di cui faceva parte anche il territorio di Sant'Anatolia, e creò la Contea dei Marsi. Il primo conte che viene citato nelle fonti è Gerardo il quale, attorno all'865, morì per mano dei Saraceni. A lui seguì nell'890 una discendente di nome Doda, longobarda, figlia di Lindano, che aveva la residenza tra Spoleto ed Albe. Nel 926, per cingere la corona, discese in Italia Ugo d'Arles e arrivarono con lui nella Marsica i conti Attone burgundo e suo zio materno il provenzale Berardo detto il Francisco. Questi ottennero insieme l'investitura della Contea dei Marsi termine che allora designava quasi tutto l'Abruzzo. Il burgundo Attone ebbe il territorio Pennense e Teatino, mentre il franco Berardo ebbe il territorio Marsicano, Reatino, Amiternino, Furconese e Valvense. Berardo «il Francisco», figlio di Pipino il breve, figlio di Carlo Magno, sposò la longobarda Doda, e nel 968 divenne Conte dei Marsi. Pose la sua residenza ad Albe e da lui avrà origine la stirpe dei Conti dei Marsi detti “Berardi” da cui sul finire del X secolo nascerà il ramo marsicano. La Contea nel frattempo si era di fatto completamente distaccata dal Ducato di Spoleto ed era passata sotto la giurisdizione di quello di Benevento, anche se godeva di una quasi completa autonomia (7).

I Saraceni e la formazione dei Castelli

Mentre nell'Italia del nord si attuava la conquista prima da parte dei Longobardi, poi dei Franchi, dall'oriente gli Arabi partivano alla conquista dell'Africa del nord, della Palestina, della Spagna e, nel sud Italia, della Sicilia, della Corsica, della Sardegna e di parte della Puglia e della Calabria. Essi avevano creato un impero che, sotto lo slogan Allah è il solo Dio e Maometto il suo profeta, diveniva sempre più grande e potente. Esso si estendeva da oriente ad occidente percorrendo a sud tutto il Mar Mediterraneo. Questo, che durante l'impero romano era chiamato Mare Nostrum, era ormai divenuto il mare degli Arabi, un mare pericolosissimo poichè pieno di pirati che saccheggiavano ed invadevano continuamente la nostra penisola. Solo Venezia con le sue possenti e veloci navi riusciva a mantenere dei contatti, soprattutto commerciali, con l'Impero d'Oriente. I porti principali, che durante l'epoca imperiale erano densi di popolazione, venivano lentamente abbandonati e le città si ritiravano nell'entroterra. Il Tevere, che da secoli era luogo di arrivo di ricche navi commerciali, diveniva per Roma una fonte di pericolo e delle grandi catene vi venivano poste per impedire il passaggio alle imbarcazioni. L'economia lentamente si comprimeva fino a giungere a quel mercato chiuso che caratterizzò l'Europa per tutto il medioevo.

Nel Chronicon Vulturnense si rileva che fin quando governarono i Longobardi nelle nostre regioni: «i castelli erano rari, perchè non c'era paura o timore di guerre, tutti godevano di una grande pace, fin quando arrivarono i Saraceni». Leone Ostiense o Marsicano nel suo Chronicon Casinense fa rilevare come le varie abbazie si preoccupassero delle popolazioni loro soggette facendo «innalzare castelli e rocche fortificate nei luoghi di difficile accesso per evitare scorrerie e saccheggi da parte dei seguaci della Mezzaluna». (8)

I Saraceni furono per l'Italia meridionale una grande calamità. Essi, appoggiati dall'impero arabo, facevano spesso delle incursioni nell'entroterra, mettendo a ferro e a fuoco città e paesi. Nell'846 erano giunti sotto le mura di Roma dove, incontrata una forte resistenza, avevano depredato la basilica di San Pietro che allora si trovava fuori delle mura. In un'altra occasione incendiarono la città di Fondi uccidendo gran parte dei suoi abitanti. I superstiti vennero ridotti in schiavitù. L'imperatore Lodovico II ordinò a Guido, duca di Spoleto, di contrastarli ed egli, formò un esercito con il quale si spinse a perseguitarli fin sotto le mura di Gaeta. Caduto in un agguato, Guido stesso rischiò di cadere nelle mani nemiche e si salvò per un pelo grazie all'aiuto di Cesario, figlio di Sergio duca di Napoli.

In seguito alla vittoria ottenuta, i Saraceni divennero più coraggiosi rinnovando le loro scorrerie fino al fiume Garigliano dove si stabilirono e si fortificarono. Il papa Leone IV, per arginare il pericolo Saraceno, si decise a porre delle catene lungo il Tevere per impedire alle imbarcazioni di risalirlo fino a Roma e, per salvaguardare la chiesa di San Pietro, la circondò di mura, quelle che in futuro delimiteranno la Città del Vaticano. Nell'865 Lamberto duca di Spoleto, sostenuto da Gerardo conte dei Marsi, attaccò i Saraceni che, in seguito a delle scorrerie nei territori di Capua e di Napoli, stavano facendo ritorno con un ingente bottino nelle loro sedi a Bari. I Saraceni ebbero ancora la meglio e in quell'occasione venne addirittura ucciso Gerardo conte dei Marsi.

I Saraceni si fecero più audaci tanto da invadere ed occupare parte della provincia Valeria che allora raggruppava la Marsica, il Cicolano e parte della Sabina. Anche il territorio di Benevento era continuamente messo a ferro e fuoco e, tanto i popoli si lamentarono, che l'imperatore Lodovico II rinnovò una Crociata contro quei barbari. Ma quel popolo di corsari non si fermava. Incendiarono il monastero di San Vincenzo del Volturno, di San Salvatore di Rieti e molte chiese. Saccheggiarono ripetutamente i nostri paesi e, nonostante che nell'anno 886 subirono una grande sconfitta in una battaglia condotta da Guido di Spoleto, si dovette attendere il 916 per vederli definitivamente sconfitti (9).

1990 - ToranoAlba Fucense nell'881, in una delle tante incursioni dei Saraceni, venne assalita, saccheggiata e distrutta da un tremendo incendio mentre la popolazione superstite fu costretta a fuggire sui monti. Per questo motivo in seguito vi fu eretto un castello sul colle più alto che resistette fino al 1915 anno del terribile terremoto che sconvolse la Marsica ed il Cicolano. Nelle cronache dei vari monasteri si rileva come i vari abati spingessero i loro subalterni ad innalzare nei vari villaggi castelli con poggi o rocche fortificate nei luoghi di più difficile accesso per poterli garantire dalle aggressioni dei Saraceni e dei cattivi vicini (10).

Fu dunque da quel periodo che cominciarono ad essere costruiti i vari Castelli della Marsica e del Cicolano fra i quali quelli di S. Anatolia, Torano, Corvaro, Spedino, Collefegato, Rosciolo, Marano, Castelmenardo e Poggiovalle.

La chiesa di S. Anatolia de Turano, nei primi anni dell'VIII secolo, era stata donata da Faroaldo duca di Spoleto al monastero di Farfa, ma nei suoi pressi, a pochissima distanza, esisteva un altro monastero benedettino, quello di S. Maria in Valle Porclaneta al quale, nel 1048, fu donato il castello di Rosciolo da Berardo conte de' Marsi. Nell'atto di donazione vennero citati i confini del territorio di Rosciolo che erano: «fine de Massa, et fine via, qua venit de Albe, et vadit ad Ponte, et fines Serro de Mandre, et fino Bolpe morta, et fine (...)» (11).

Le località di Alba e Ponte le ritroveremo assieme, duecentoventi anni dopo, citate dagli storici angioini come luoghi dove si svolse la Battaglia di Tagliacozzo. Si potrebbe ipotizzare che Ponte corrispondesse alla villa di San Biagio, posta lungo il fiume Imele, tra Magliano dei Marsi e Sant'Anatolia. Nei catasti antichi di Sant'Anatolia infatti il luogo veniva chiamato Ponte di San Biagio e si trovava ai confini territoriali di Rosciolo, Magliano, Marano e Sant'Anatolia. Nel 1150 ritroveremo Poggio San Biagio  assieme al feudo di Carce nel Catalogo dei Baroni. Anche le Volpi Morte, citate nel documento, sono tutt'oggi una zona di confine tra Marano, Sant'Anatolia e Torano. Nel 1084 il monastero, assieme al castello di Rosciolo, furono donati, sempre dal conte Berardo, a Desiderio abate di Monte Cassino (12) e, da quel momento, la giurisdizione passò a quest'ultima abbazia. Fu in questo periodo probabilmente che la chiesa di S. Anatolia, divenuta nel frattempo un monastero benedettino, insieme alla chiesa di S. Lorenzo in Cartore, passarono sotto la giurisdizione del monastero di Santa Maria in Valle Porclaneta.

Nell'anno 1113 Annolino di Oderisio donò il castello di Torano alla diocesi di Rieti: «Castrum quod Toranus vocatur» (13) ed in quel periodo probabilmente erano già stati eretti i castelli di Collefegato, Spedino e Castelmenardo. Nel 1115 i confini della diocesi marsicana passavano per la zona di S.Anatolia. Infatti in quell'anno papa Pasquale II, confermandoli a Berardo vescovo dei Marsi, li individuava nel seguente modo: «per Scalellas, per Tufum fluvii Remandi, per Trepontum; inde ad Vulpen Mortuam, per Buccam de Teba, per Campum de Pezza». Nel 1182 papa Lucio III, confermando i territori, questa volta della diocesi reatina, di nuovo nominava la Bocca di Teva (Tabulam), Cartore (Cartonis) e le Volpi Morte (Vulpem Mortuam) quali zone di confine. E ancora nel 1188 papa Clemente III, confermando i confini della diocesi marsicana, ripeteva: «per Trepontium; inde ad Vulpem mortuam; per Buccam de Teba; per rivum gambarorum» (14). Ancor oggi le Volpi Morte, in dialetto le Urbi Morte, e la Bocca di Teva, zona di confine fra il Lazio e l'Abruzzo, sono toponimi di uso comune per indicare due località poste nel territorio di S.Anatolia.

1143-1268: Dominazione Normanna e Sveva

Dopo i primi tentativi avvenuti nella seconda metà dell'XI secolo, nel 1143 i Normanni con i due figli di Ruggero II d'Altavilla, Ruggero ed Anfuso, provenienti dalla Valle Roveto, riuscirino a raggiungere il il territorio della marsica e ad ottenere la resa di Berardo e Rainaldo, figli del Conte dei Marsi Crescenzio, gli ultimi ad avere il titolo di Comites Marsorum. La Marsica si ritroverà inserita ai confini settentrionali del Regno normanno di Sicilia e vedrà il definitivo consolidarsi del sistema insediamentale feudale basato sui castelli posti sulle alture e le ville, i casali e le chiese poste nella valle. Il comitato dei Marsi, ora detto geograficamente De Valle Marsi, inserito nel Principato di Capua, sarà diviso da Ruggero II in varie parti:

  • la Contea di Albe, assegnata al Conte Berardo V
  • La Contea di Celano, assegnata al Conte Rainaldo
  • Il territorio di Carsoli, di Tagliacozzo, la Valle di Nerfa e i piani Palentini, assegnati agli eredi di Oderisio II
  • Un'altra parte della Valle di Nerfa ed altri feudi fucensi meridionali affidati a Simeone e Crescenzio di Capistrello (15).

In quel tempo Collefegato (Collem Fecatum), Castel Menardo (Castellum Mannardi) e Spedino (Dispendium) possedevano un castello e difatti il re di Napoli Guglielmo II normanno detto il Buono, nell'elenco dei baroni fatto nel 1150, in occasione di una delle Crociate per Gerusalemme, elencò i primi due come proprietà del barone Gentile Vetulo, il terzo come proprietà del conte Ruggero di Alba.

Nel territorio del Cicolano Gentilis Vetulus doveva fornire al Re di Napoli, per la spedizione in Terra Santa da lui progettata, i seguenti soldati (militis): «quattro soldati dal feudo di Castrum Pescli, due da Barim, uno da Macclatemonem, uno da Castellionem, uno da Roccam Melitum, uno da Castellum Mannardi, uno da Collem Fecatum, tre da Sanctum Johannem de Lapidio e uno da Roccam Randisi». Nel territorio dei Marsi Rogerius, conte (comes) di Albe, doveva invece fornire: «sette soldati dal feudo di Albe, uno da Castellum Novum, tre da Paternum, cinque da Petram Aquarum, 6 da Tresacco e Luco, uno da Capranicum, due da Pesclum Canalem, sei dal feudo di Carcerem e Podio Sancti Biasii, e uno e dimidii da Dispendium». Il feudo di Moranum, allora di proprietà di Taynus de Ponte, doveva fornire tre soldati (16).

1990 - San Lorenzo in CartoreNel 1153 papa Anastasio IV, confermando al vescovo reatino tutti i possedimenti della sua diocesi, nominò per la prima volta l'antichissimo villaggio ora semi abbandonato di Cartore, Plebem Sancti Laurentii, et Sancti Leopardi in Cartoro (17), la parrocchia (Plebem) di Sancti Stephani in Clavano (S. Stefano di Corvaro) e i monasteri di Sancti Mauri supra Castilione de Valle de Petra (S. Mauro a Castelmenardo) e di Sancti Leopardi de Colle Fegati. Nel 1182 papa Lucio III nella sua bolla pontificia, oltre alla conferma dei confini della diocesi reatina, fece anche l'elenco delle chiese, parrocchie e monasteri, appartenenti alla stessa fra cui: le parrocchie di «S. Laurentij in Cartoro, S. Mariae in Cornio, S. Martini in [Turano], S. Stephani in Clavano» e i monasteri di «S. Leonardi in Selva, S. Anatoliae in Vilano, S. Leopardi et S. Anastasiae in Collefecati» (18).

Vilano sembrerebbe quindi il nome più antico del territorio dove si adagiava il Monasterio di S. Anatolia mentre Cartore era il paese principale dato che nel suo territorio si trovava la parrocchia di S. Lorenzo e il monastero di S. Leonardo in Selva. Il villaggio di Frontino, con la parrocchia di S. Stefano in Clavano, dominava il territorio di Corvaro, dove era già stata costruita una prima rocca. A Torano, dove già si ergeva la rocca, c'era la parrocchia di S. Martino e a Collefegato i due monasteri di S. Anastasia e di S. Leopardo.

Fra la fine del secolo XII e l'inizio del XIII si verificò nelle nostre zone come anche altrove, il fenomeno dell'incastellamento per il quale i centri o castelli minori si univano, soprattutto per difesa, ai castelli di maggiore importanza. Antonio Ludovico Antinori nei suoi Annali così si espresse: «si erano cominciate a fare le incastellazioni. Si chiamavano così le unioni de' Castelli più piccioli alle Città vicine, o ai Castelli più grandi, e confinanti; acciocchè gli abitatori vivessero con maggior sicurezza, e commodo. Era una specie di ascrizione del Castello minore all'agro, o territorio del Castello maggiore, e più ricco. In vigore di essa gli incastellati entravano a parte di tutti i commodi, utili, e pesi, che solevano avere gli altri Castelli della terra incastellante, tanto in tempo di pace, quanto di guerra. Per conseguenza, come se fosse l'istesso campo venivano ad avere comuni, e promiscue le leggi, e gli statuti sull'annona, i pesi e le misure, i Mercati, gli opportuni sussidj, e tal genere di altre cose. Aveva l'aspetto d'una pubblica confederazione (...) L'unione liberamente contratta, concorrendo poi giuste cause, liberamente si poteva disciogliere» (19).

I territori di Cartore e di Vilano non vennero nominati nel Catalogo dei baroni poichè essendo di secondaria importanza rientravano, insieme ai territori di Rosciolo, Magliano e Torano, nella giurisdizione del castello più vicino di Carcerem in Marsi che a sua volta dipendeva dalla contea di Albe mentre il territorio di Clivano con la rocca del Corvaro dipendevano probabilmente dai feudi più importanti di Roccam Melitum (odierna Valle di Malito) o di Collem Fecatum.

Il Monte Carce, situato fra Magliano de' Marsi e Rosciolo, si innalza a circa m. 1.000 d'altezza s.l.m. e visto da Magliano è a forma di cono. Nel punto più alto c'è una piccola pianura rettangolare sopra la quale ancora oggi si intravedono i resti delle fondamenta di una fortezza, un'antica oppidum pre-romana, che poi nel medioevo venne trasformata nel castello di Carcerem. Questo, nominato in altri documenti medioevali col nome di Castiri, Cartio, Carchium, Carchio, Carchi e Carci, era già nel X sec. d.C. un castello di primaria importanza per la sua posizione strategica, tanto importante che il 4 settembre del 970 l'imperatore Ottone I di Germania vi tenne un placito.

Esso venne descritto dall'Antinori in questo modo: «quello che poi si disse Carce nei Marsi era feudo del conte Roggiero d'Albe, incastellato a forma di rocca nell'estrema vetta del monte, interposto alla valle, onde si passa a Cicoli, e donde scorrendo il fiume Anio scende verso gli Equi. Avendo quella cima una forma ovale, il castello veniva compitamente d'ogni intorno cinto di mura. Vi si ascendeva per aspro, ed insolito cammino, nè per altra via, che pel giogo, e via così stretta, che appena vi possono andare tre insieme di lato. Sulle prime era l'ingresso del Castello per una sola porta, ma poi renduto Fortelizio, ne ebbe munite due di vallo» (20).

Sopra la Val di Fua (in dialetto Fiui) a circa m.1.400 s.l.m. fra le montagne della Duchessa sopra il villaggio di Cartore, esiste una grotta con antichi ruderi di marmi e muraglie. La grotta non ha vie di accesso facili e la mancanza di sentieri e gli strapiombi rendono la ricerca molto difficile anche per i visitatori più esperti. Eppure in quel posto, sconosciuto dalle carte ufficiali, si trovava anticamente il monastero di S. Leonardo in Cartore, apparso per la prima volta nella bolla del 1153 e in seguito detto di S. Leonardo in Selva nel 1182, apparteneva ai monaci benedettini e precisamente ai monaci del monastero di S. Paolo di Roma. Infatti nel 1218 il papa Onorio III, confermando tutti i beni del suddetto monastero, recitava: «Sanctum Leonardum supra in Cartore cum cellulis, villis et molis, et alii pertinentiis» (21).

1990 - Monastero di S.Leonardo 1990 - Monastero di S.Leonardo 1990 - Monastero di S.Leonardo

Ruderi del Monastero di San Leonardo in Selva

Il monastero di S. Anatolia in Vilano e la chiesa di S. Lorenzo in Cartore, erano passati in parte sotto la giurisdizione di S. Maria in Valle Porclaneta e infatti, nel 1250, in un registro delle rendite di tale monastero, il suo preposto esigeva, dai preposti e rettori delle chiese di S. Lorenzo e di S.Anatolia, che, nei giorni festivi di quei santi, si preparassero dei pranzi per sè e per i suoi chierici (22).

Il registro delle chiese della diocesi di Rieti del 1252-1253 conferma la presenza della parrocchia di Sancto Laurentio de Cartora e della chiesa di Sancta Anatholia che rispondeva in parte al monasterio Sancti Salvatoris di Rieti. Ma le due chiese, in un foglio successivo, vengono di nuovo riportate col nome di Sancta Anatholia de Cartore e di Sanctus Laurentius loci eiusdem ma questa volta, a conferma del documento del 1250, rispondevano al monasterio Sancte Marie de Valle. Nel villaggio di Cartore oltre alle chiese citate, esisteva il monastero di Sanctus Leonardus e la chiesa di Sanctus Nicolaus dipendenti dal monasterio Sancti Pauli de Urbe. Le chiese di Sancto Sebastiano, del Sancto Sepulchro e di Sancto Costantino o Costantio che dipendevano da Sanctus Angelus de Corbario. Nelle vicinanze era sorta la chiesetta rurale di S. Maria de Collis (23).

Il 13 dicembre dell'anno 1240 papa Gregorio IX delegò come Commissari Pontifici don Maccabeo abate di Torano insieme a frà Pietro dè minori conventuali per prendere informazioni sulla vita e sui miracoli del monaco certosino Oddone venerato a Tagliacozzo qual beato (24).

1268-1280: Distruzione di Cartore e invasione degli Zingari

Nel 1268 le truppe di Corradino di Svevia, nei movimenti di avvicinamento precedenti alla battaglia contro Carlo D'Angiò, passarono per le nostre zone e: «trovata troppo angusta ed impraticabile la strada che porta a Tagliacozzo, essendo fra dirupi si stretta che appena vi poteano capire due persone se mai s'incontravano una in faccia all'altra, prese il cammino a sinistra, e avviandosi per la valle di Uppa o Luppa spuntò a Tecle, detto poi bocca di Tecce, luogo fra colli e valli al di qua di Turano e di S.Anatolia e al di là di Rosciolo: scese quindi al piano senza contrasto, si diresse a Scurcola» (25).

Le genti di Cartore, al passaggio di Corradino per la loro terra, lo accolsero con gioia e gli diedero manforte ma a Scurcola, nei piani Palentini, Corradino perse la sua più importante battaglia e ciò ebbe grandi ripercussioni sia per la storia italiana che per i molti suoi piccoli alleati.

Chiedendo ad alcuni anziani del paese se erano a conoscenza di come fosse stata distrutta l'antica città di Tora ho scoperto fortuitamente una leggenda che ha dell'incredibile poichè probabilmente tramandata oralmente per ben sette secoli. Giovanni Sgrillletti infatti, anziano signore di Sant'Anatolia, mi raccontò: «circa 700 anni fa' c'erano due imperatori in guerra, uno di nome Corradini ed l'altro di nome Carlo d'Escia, con le loro battaglie avvenne la distruzione di Tora. I cittadini fuggirono nei paesi vicini e pochi rimasero fra i resti della città. Dopo alcuni anni, sui resti di Tora si era formata una folta vegetazione, giunsero alcune carovane di zingari che, vistosi scacciate da tutti gli altri paesi e trovata l'acqua fra i resti della città, vi si accamparono. Qui dovettero litigare con la gente del luogo ma infine si stabilirono pacificamente e costruirono delle case nel posto ora chiamato "Case Vecchie". Così iniziò a sorgere il paese».

E' probabile che il villaggio distrutto da Corradino di Svevia (Corradini) e Carlo d'Angiò (Carlo d'Escia) fosse quello di Cartore, detto in alcuni documenti Cartora, mentre il termine Città di Tora è sicuramente un'influenza posteriore. Infatti, verso la metà del '700, vennero pubblicati i primi libri di storia locale quali La Storia de' Marsi del Febonio, La Reggia Marsicana del Corsignani e, in particolare, le Memorie di S. Barbara del Marini che, con molta puntigliosità, asserivano che l'antica città romana di Tora si trovasse sepolta nelle nostre contrade. Nel nostro villaggio passavano con molta frequenza vescovi e pellegrini che, avendo letto quei libri, li riportavano ai nostri parroci o ai nostri cittadini più istruiti i quali poi, parlandone con il popolo, ne influenzavano la memoria storica. Ma il fatto che nessun documento e nessun libro di storia locale riporti la notizia della distruzione di Cartore o di Tora è una buona garanzia per dimostrare che il racconto di Giovanni Sgrilletti possa essere genuino.

Dopo aver ascoltato il racconto in un primo momento pensai che fosse frutto di pura fantasia poichè non riuscivo a trovare dei documenti che mettessero in relazione gli Imperatori Corradini e Carlo d'Escia con la distruzione dell'antica città romana di Tora. In seguito, intuendo la possibilità dell'influenza e quindi della trasformazione del termine di Cartore in Tora, e incappando in alcuni brani di libri e documenti che parlavano dei dintorni di S.Anatolia fra il 1250 e il 1300, ebbi il riscontro che il racconto poteva essere vero e riferirsi al villaggio di Cartore.

Domenico Lugini, storico del Cicolano, nel 1907 nelle sue Memorie, parlando della famiglia Mareri del Cicolano, scriveva: «Il Re Carlo, dopo la riportata vittoria, si diede a perseguitare e a castigar tutti coloro che erano stati del partito di Corradino, e furono moltissimi quelli che perirono per tale cagione» (26). Poi, sempre lui, parlando della fine di Alba Fucense e basandosi sulla testimonianza di Buccio di Ranallo, scriveva: «Alba Fucense fu fatta devastare da Carlo nel 1268 dopo esser rimasto vincitore di Corradino sia perchè in essa si erano fortificati i Ghibellini, che favorivano il partito Svevo, e sia perchè gli Albensi avevano acclamato Corradino che, nel primo scontro, era rimasto vincitore degli Angioini» «Quando Carlo seppelo, Alve fece guastare» (27).

Giovanni Pagani, storico Avezzanese, nel 1979, parlando del santuario di Pietraquaria nella Marsica scriveva: «Quale feudo del conte d'Albe, che apertamente era dalla parte di Corradino di Svevia, non mancò di sostenere il suo signore Ghibellino: non dovrebbe quindi esservi dubbio che l'ira vendicativa di Carlo d'Angiò si abbattè inflessibile su Pietraquaria: lo lascia credere, sopra ogni altra cosa, la terribile devastazione di Albe medesima, avvenuta ad opera degli Angioini subito dopo la battaglia di Tagliacozzo» (28).

Paolo Fiorani, nel suo volume Una Città Romana - Magliano de' Marsi, scriveva: «Carlo d'Angiò ... non pago del successo ottenuto, fece seviziare i superstiti prigionieri svevi, mentre i soldati francesi si davano a saccheggiare i paesi limitrofi. Si dice che da essi fu persino distrutto il convento dei benedettini in Valle Porclaneta, sopra Rosciolo». (29)

Dopo la battaglia di Tagliacozzo quindi, fra Corradino di Svevia e Carlo D'Angiò di Francia, anche il villaggio di Cartore, schieratosi a favore di Corradino, venne distrutto da Carlo verso l'anno 1268 (30).

Da alcuni anni era stata costruita dagli abitanti di Cartore e di Vilano una torre di avvistamento sul colle dominante il monastero di S. Anatolia e questa rocca sembra che venisse denominata, per la sua funzione, Torre della guardia. Anche gli abitanti di Torano sembra che si schierassero a favore dello Svevo e quando Carlo, dopo aver vinto a Scurcola la sua battaglia più importante, decise di sottomettere i villaggi a lui alleati, questi non si arresero immediatamente ma gli diedero molto filo da torcere. Un racconto tramandatoci oralmente narra che: «Al tempo in cui c'erano le guerre civili e da Magliano doveva venire un esercito di centinaia di uomini a cavallo, i nostri per difendersi osservarono il loro arrivo chi dalla Torre di Torano, chi dalla Torre di Guardia, chi da un altro punto verso Colle Pizzo Dente, e quando il nemico si avvicinò al centro fra le tre torri, i padroni di queste ultime li circondarono e ne uccisero in molti. In quell'occasione furono uccisi anche moltissimi cavalieri e tale ricordo rimase impresso nel nome del territorio dove avvenne la battaglia e cioè "Scannacavalli" che è una zona vicinissima a S. Anatolia» (31).

Sempre nei racconti si narra che la zona bassa vicina al Santuario di Sant'Anatolia, ed esattamente l'odierna Case Vecchie, era in principio l'unica parte abitata della contrada di Vilano, ma negli anni successivi alla sconfitta di Corradino, la trascuratezza derivata dalla guerra e un clima troppo afoso, fecero sì che quella zona divenisse rifugio di molte bestie, soprattutto serpenti.

1985 - Case vecchie 1985 - Valle Cantu Riu

A sinistra la zona delle "Case vecchie" - A destra il Santuario di Sant'Anatolia con sottostante l'antico muro poligonale

Queste motivazioni, alimentate dal bisogno di ricostruire un villaggio appena distrutto, spinsero gli abitanti di Cartore e di Vilano a trasferirsi sul colle alto del paese tutt'intorno alla rocca dall'aria più fresca e strategicamente più difendibile. (32).

In quel tempo, una colonia di zingari proveniente dall'Ungheria, scese in Italia e, errando nelle nostre zone, chiese asilo ai vari castelli del circondario. Bussarono alle porte di Corvaro, di Torano e di Spedino ma non ebbero ospitalità e infine vennero dirottati verso il paese di S. Anatolia ove si accamparono. Nessuno in quel periodo aveva voglia di altre guerre ed infatti i pochi abitanti del nuovo castello di Sant'Anatolia, i sopravvissuti di Cartore e di Vilano, dopo alcune scaramucce e trovando che gli zingari erano abili cacciatori di serpenti, preferirono accordarsi: questi ultimi fecero piazza pulita di quelle bestie, si stabilirono in quel luogo e lentamente si fusero con gli abitatori naturali (33). S.Anatolia divenne la santa degli Zingari, la Madonna nera di Sant'Anatolia, o già lo era, ed infatti attualmente il 9 e 10 luglio a Gerano, un paese vicino Subiaco, gli zingari moderni si riuniscono a centinaia ogni anno per la festa, poichè anche lì vi è una chiesa in onore della Santa. Ancor oggi i paesani limitrofi di Corvaro, Torano, Spedino, ecc. chiamano con disprezzo gli abitanti del nostro paese: Zingari di Sant'Anatolia, in dialetto gli zengari, cosa che viceversa non succede. Dopo il 1268 con la sconfitta di Corradino il villaggio di Cartore non riuscì più a risorgere e quello di Vilano o di S.Anatolia dovette attendere più di un secolo prima di ristabilirsi.

Note

  1. PROCOPIO di Cesarea, De Bello Gotico, lib. II p. 281, in Rerum Italicarum Scriptores - Paolo FIORANI, Una città romana - Magliano de' Marsi - Dalle origini al medioevo, p. 127-128
  2. Paolus WARNEFRIDUS, De Gestis Longobardorum, Lib. III, cap. 7 - Giancolombino FATTESCHI, Memorie istorico diplomatiche riguardante la serie dei Duchi e la topografia dei tempi di mezzo del Ducato di Spoleto, parte I, p. 9-11 - D. LUGINI, Memorie, p. 113-114 - P. FIORANI, Una città romana, p. 129 - Wikipedia alla voce Ducato di Spoleto
  3. Vedi Appendice IV - Cronologia anno 706 d.C. - Regesto Farfense p. 290, fol. MCCXV, V, doc. 1303 - Chronicon Farfense di Gregorio di Catino, Tomo II, p. 205, n. 8.
  4. Regesto di Farfa, T. II, n. 100 - 1227 v, p. 215 - D. LUGINI, Memorie, p. 116
  5. Regesto di Farfa, n.218 - 201, II, p. 165 - D. LUGINI, Memorie, p. 117
  6. A. STAFFA, L'assetto territoriale della Valle del Salto, p. 54, in Xenia semestrale d'antichità, vol. 13, p. 45 e segg., anno 1987, 1 semestre, tratto da Liber Largitorius mon. Farfense, doc. 180, I, p. 124, doc. 140, I, p. 103, doc. 324, I, p. 179
  7. A. L. ANTINORI, Annali degli Abruzzi, vol. IV bis, parte 3 - comune.avezzano.aq.it - terremarsicane.it - museodellamarsica.beniculturali.it - In alcune fonti risulta che Doda sposò Lindano, figlio di Pipino, e fu madre di Berardo
  8. Chronicon Volturnense, lib. II, Secolo IX - Chronicon Casinense, lib. I, cap. 33 «Rara in his regionibus Castella habebantur, nec erat formido aut metus bellorum, quoniam alta pace omnes gaudebant usque ad tempora Saracenorum»
  9. D. LUGINI, Memorie, p. 120-125 - Per approfondire sui Saraceni nella Marsica vai qui: LINK
  10. P. FIORANI, Una città romana, p. 138
  11. Il conte Berardo de' Marsi offre il castello di Rosciolo a Giovanni abate del monastero di Santa Maria in Valle Porclaneta: Vedi Appendice IV - Cronologia - anno 1048
  12. Il conte Berardo de' Marsi offre il monastero di S. Maria in Valle Porclaneta a Desiderio abate di Montecassino: Vedi Appendice IV - Cronologia - anno 1084
  13. Michele MICHAELI, Memorie storiche della città di Rieti, libro II, p. 163 - tratto dall'archivio della Diocesi di Rieti arm. IV, fasc. L, n. 6 - A. STAFFA, L'assetto territoriale della Valle del Salto, p. 72
  14. Vedi Appendice IV - Cronologia - Bolle pontificie anno 1115-1183 e 1188
  15. Comune.avezzano.aq - LINK - Annales Ceccanenses  - p. 283 - LINK
  16. Evelyn JAMISON, Catalogus Baronum di Ruggero II Normanno, Fonti per la storia d'Italia - Vedi Appendice IV - Cronologia - anno 1150
  17. Bolla di Anastasio IV a favore della Chiesa Reatina: Vedi Appendice IV - Cronologia - anno 1153
  18. Bolla di Lucio III determinante i confini della Diocesi Reatina: Vedi Appendice IV - Cronologia - anno 1182
  19. Giuseppe DI GIROLAMO, La chiesa di S.Lucia in Magliano dei Marsi, XVIII, Bibliot. Prov. L'Aquila, Vol.VIII, f.584, sub anno 1230
  20. G. DI GIROLAMO, La chiesa di S.Lucia in Magliano dei Marsi, p. 11 - tratto da A. L. ANTINORI, Annali, mss. sec. XVIII, Bibliot. Prov. L'Aquila, Vol. VIII, f. 69, sub anno 1185
  21. Basilio TRIFONE, in Archivio R. Soc. Romana di Storia Patria, XXXVI , 1908, p. 294, d. XVI
  22. Registro delle Rendite della chiesa di S. Maria in Valle Porclaneta: Vedi Appendice IV - Cronologia - anno 1250
  23. Vincenzo DI FLAVIO, Il registro delle chiese della Diocesi di Rieti del 1398 - Vedi anche: Appendice IV - Cronologia - anno 1252-1253
  24. D. LUGINI, Memorie, p. 145 - A. L. ANTINORI, Corografia, vol. 41, lett. T. Torano
  25. Tommaso BROGI, La Marsica, p. 216, Battaglia di Tagliacozzo
  26. D. LUGINI, Memorie, p. 162
  27. D. LUGINI, Memorie, p. 52 - da Boetio di Rainaldo di Poppleto, Aquilano detto Buccio di Ranallo "Delle cose dell'Aquila" - books.google.it
  28. G. PAGANI, Pietraquaria, p. 21.
  29. P. FIORANI, Una città romana, p. 141 - Comune di Magliano de' Marsi, Santa Maria in Valle Porclaneta, pag.8 «il monastero fu distrutto ... probabilmente ... nella guerra combattuta nei Campi Palentini tra Corradino di Svevia e Carlo I d'Angiò nel 1268».
  30. Vedi Appendice I - Racconti e tradizioni orali
  31. Vedi Appendice I - Racconti e tradizioni orali
  32. Vedi Appendice I - Racconti e tradizioni orali
  33. Vedi Appendice I - Racconti e tradizioni orali - Secondo alcune fonti relative agli "zingari" i primi ad arrivare furono i rom abruzzesi, giunti via mare dai Balcani nel 1300